“INDIANI ORGANIZZATI, DIRITTO DI GIOCARE, NELLE RISERVE NON CI VOGLIAMO STARE!” – Appello per la difesa di Manituana.

Invito a sottoscrivere e a diffondere l’appello per il sostegno e la difesa Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito.

A fine luglio ci è stato comunicato che dal 15 settembre Manituana sarà interessata da “importanti lavori di ristrutturazione”. Dopo aver eluso ogni momento di confronto proposto da* occupanti, questa notizia ci è stata comunicata tramite un avviso affisso fuori dall’ingresso dei locali di via Sant’Ottavio 19 bis. Il piano dell’amministrazione dell’Università, proprietaria dell’immobile, è quello di conferire una nuova destinazione d’uso ad uno spazio lasciato in stato di completo abbandono prima della riapertura e della rimessa in funzione avvenuta grazie all’occupazione dell’aprile 2015. Tutto questo per fare di Manituana un’aula studio. La stessa aula studio che a* studenti di Palazzo Nuovo, in gran parte ancora chiuso in seguito allo scandalo amianto, è sempre stata negata, insieme ad altri spazi dove mangiare e riunirsi.

Manituana è molto più di un’aula studio, è un Laboratorio Culturale Autogestito. Attorno a quella che è già, anche in orario serale – a differenza di quanto immaginato dall’Università a fine lavori – un’aula studio, in questi ventotto mesi di autogestione è stato creato un luogo aperto, in cui incontrarsi, far nascere progetti, confrontarsi, sperimentare pratiche sociali e politiche, creare cultura dal basso, interrogarsi sull’esistente. Liberare uno spazio è stato per noi sinonimo di liberare saperi poiché crediamo fortemente che, oltre lo studio universitario e contro l’attuale miseria del mondo accademico, debba esserci la possibilità per tutt* di sviluppare collettivamente capacità critica e immaginazione alternativa. Questa possibilità, nello spazio di Manituana, non dipende dalla performatività, dalla produttività, dalla competitività e dalle capacità economiche delle singole persone. A Manituana si tenta ogni giorno di instaurare relazioni paritarie e mai prevaricatrici, di trovare risposte collettive alla solitudine e all’atomizzazione.

Ventotto mesi di laboratorio politico e culturale dal basso, dunque, hanno visto la realizzazione del Gruppo di Acquisto Solidale, del Collettivo Artistico, di un Laboratorio teatrale, del seminario di psicanalisi “Il Testo del Reale”, del laboratorio letterario “Sogno o Son Testo”, di seminari di filosofia, di una ciclo officina e di una programmazione culturale  vasta e approfondita, che ha permesso la partecipazione di giovani, studenti, docenti, ricercatori e ricercatrici, dottorand*. Ventotto mesi di concerti, jam session, festival di approfondimento politico all’insegna dell’interdisciplinarietà e della contaminazione culturale. Lo spazio è servito per costruire momenti di analisi, elaborazione e lotta che hanno attraversato vari aspetti dell’attualità, grazie, per esempio, alla partecipazione ai percorsi Non Una di Meno, NoTriv, NoTap e sostenendo esperimenti di autorganizzazione di lavoratori e lavoratrici autonom* e precar*. Di fronte alle contraddizioni della società e della metropoli in cui viviamo, Manituana non ha mai smesso di interrogarsi, intessendo rapporti e relazioni sul tessuto cittadino e nazionale con chi si mobilita sul tema dell’immigrazione, del transfemminismo, della precarietà e dell’ambiente. Il fatto che la stessa Università voglia chiudere questo spazio per aprire un’aula studio suona come una contraddizione di termini, una scelta al ribasso, che non può che insinuare il dubbio che la pretesa “riqualificazione” degli spazi coincida con un’opera di normalizzazione culturale e politica, una pratica alla quale si ricorre sempre più volentieri, coerentemente con le tendenze in corso sul piano locale e nazionale.

Da quando abbiamo occupato «lo scantinato» i vertici di UniTo hanno sempre fatto orecchie da mercante, evitando un confronto politico con Manituana. Da tempo proponevano di concederci un altro luogo tramite un percorso di istituzionalizzazione. Ora, vorrebbero che lasciassimo via Sant’Ottavio 19 bis per trasferirci in un’auletta all’interno di una sede universitaria, in cui orari di apertura, programmazione e attività dovrebbero essere concordate con l’amministrazione. Questa proposta, incompatibile con la natura e le pratiche dello spazio, dimostra ancora una volta la volontà dell’Ateneo di liberarsi di un’esperienza di autogestione e pratica politica scomoda. Manituana, infatti, prende le sue decisioni come un’assemblea libera e aperta alle proposte di chiunque varchi la sua porta. La fertilità culturale e politica dello spazio non è qualcosa di riproducibile in ogni contesto e la sua creatività non può essere inquadrata in norme e regolamenti, garantita da responsabili ufficiali e associazioni formali. Le attività che hanno avuto luogo finora in via Sant’Ottavio 19/bis sono state spontanee, nate dall’incontro di individui che hanno condiviso esperienze in un luogo che non ha posto limiti alle loro idee e ai loro percorsi.

Abbiamo riaperto un luogo morto e l’abbiamo fatto vivere contro ogni aspettativa, noncuranti  delle promesse ipocrite e dei sorrisi nervosi davanti a quello che stavamo conquistando. Una così grande ricchezza di opportunità, nate dall’aggregazione quotidiana di giovani e non, studenti, ricercatori e ricercatrici, precar* è stata possibile nel segno dell’autogestione e dell’autorganizzazione. Questi sono i motivi per cui alzarsi e sostenere quest’esperienza.

Manituana è minacciata: la difenderemo, come abbiamo sempre fatto, con i nostri corpi e le nostre menti. Invitiamo allora tutte e tutti ad attraversare e vivere lo spazio come prima, più di prima. Invitiamo a una presa di parola collettiva, a comunicare solidarietà e sostegno all’esperienza di Manituana firmando e diffondendo questo appello.

Oggi, ieri e domani liberiamo spazi, liberiamo saperi. Manituana non si tocca!

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito

CLICCA QUI PER FIRMARE L’APPELLO!

Hanno aderito all’appello e alla nostra richiesta di solidarietà:

  1. Wu Ming – Scrittori
  2. Zerocalcare – Fumettista
  3. Gli Statuto – Gruppo Musicale
  4. Willie Peyote – Musicita
  5. Erri De Luca – Scrittore
  6. Alessandra Algostino – Docente UniTo
  7. Alessandra Consolaro – Docente UniTo
  8. Alessandro Ferretti – Ricercatore
  9. Alessandro Gerosa – Dottorando
  10. Alessandro Stella – Direttore di Ricerche al CNRS
  11. Alessandro Vitale Brovarone – Docente
  12. Alessio Bucci – Dottorando
  13. Alice Gardoncini – Dottorando
  14. Andrea Fumagalli – Docente
  15. Andrea Guazzotto – Bibliocoperativista
  16. Angelo D’Orsi – Docente UniTo
  17. anna boccuti – ricercatrice
  18. Anna d’Atri – Ricercatrice
  19. Anna Perazzone – Ricercatore e docente universitario
  20. AnnaMaria Petolicchio – Docente
  21. Antonella Castellina – Ricercatrice
  22. Antonio Pizzo – Docente
  23. Armando Petrini – Docente UniTo
  24. Aurelia Martelli – Ricercatrice
  25. Beatrice Manetti – Ricercatrice
  26. Bruno Maida – Ricercatore
  27. Caterina Bianchetti – Tirocinante
  28. Cavallo Fererica – Ricercatrice
  29. Daniela Adorni – ricercatrice
  30. Daniela Fargione – Ricercatore
  31. Daniele Poccia – Dottorando
  32. Davide Gallo Lassere – Ricercatore
  33. Davide Sisto – Ricercatore
  34. Edoardo Giovanni Carlotti – Ricercatore
  35. Elena Dal Santo – Ricercatrice
  36. Elena Ghibaudi – Docente UniTo
  37. Elena Marangoni – Bibliotecaria
  38. Eleonora Priori – Dottoranda
  39. Eleonora Sartor – Ricercatrice
  40. Elisa Cecchinato – Ricercatrice
  41. Elvira Vannini – Docente
  42. Emanuele Leonardi – Ricercatore universitario
  43. Emilio Zucchetti – Dottorando
  44. Enrico Donaggio – Docente UniTo
  45. Fabio Berton – Ricercatore
  46. Federico Chicchi – Docente
  47. Felice Cimatti – Docente
  48. Filippo Maria Paladini – Ricercatore
  49. Francesco Gallino – Ricercatore
  50. Francesco Giordano – Dottorando
  51. Georg Maag – Lettore UniTo
  52. Giacomo Pisani – Ricercatore
  53. Giaime Alonge – docente
  54. Gianfranco Ragona – Docente
  55. Gianni Vattimo – Ex Docente – UniTo
  56. Giso Amendola – Docente
  57. Giulia Marroccoli – Dottoranda
  58. Giuliana Magnacca – Docente UniTo
  59. Giulio Breglia – Dottorando
  60. Guido Bonino – Docente UniTo
  61. Guillermo Carrascón – Ricercatore
  62. Irene Arizio – Tutor universitario
  63. Jacopo Rosatelli – Docente
  64. Juan Manuel Fernández – Lettore UniTo
  65. Lia Pacelli – Ricercatrice
  66. Liliana Ellena – Ricercatrice
  67. Luca Sansò – Psicologo tirocinante
  68. Maddalena Cannito – Ricercatrice
  69. Maria Antonietta Pazzi – Docente
  70. Maria Carmela Pulino – Docente
  71. Maria Cristina Caimotto – Ricercatrice
  72. Maria Puttilli – docente
  73. Mariana Filandri – Ricercatrice
  74. Marina Martano – Docente
  75. Marzia Freni – Docente
  76. Massimiliano Tortora – Docente Unito
  77. Massimo Lenzi – Docente UniTo
  78. Matteo Bordi – Ricercatore
  79. Matteo Saudino – Docente
  80. Michele Spanò – Ricercatore
  81. Monica Gulmini – Ricercatrice
  82. Nadia Borgetti – Borsista c/o DISAFA
  83. Nicoletta Masiero – Ricercatrice
  84. Paola Sacchi – Ricercatrice
  85. Pinuccia Caracchi – Docente
  86. Riccardo Fassone – Ricercatore
  87. Riziero Zucchi – Docente UniTo
  88. Roberta Perna – Ricercatrice
  89. Roberto Sacchi – Docente
  90. Rocco Alessio Albanese – Ricercatore
  91. Rossana Arietti – bibliotecaria
  92. Sandro Busso – Ricercatore
  93. Serafina Di Gioia – Dottoranda
  94. Sergio Roda – Docente/Direttore Scuola Scienze Umanistiche UNITO
  95. Silvia Pasqua – Docente
  96. Stefania Rocca – Dottoranda
  97. Susanna Schmidt – Ricercatrice
  98. Tiziana Nazio – Ricercatrice
  99. Tommaso Frangioni – Dottorando
  100. Ugo Ugazio – Docente UniTo
  101. Valentina De Gregorio – Ricercatrice
  102. Valentina Pazé – docente UNITO
  103. Vincenzo Santangelo – Ricercatore
  104. Vittoria Martinetto – Docente
  105. Viviana Saccani – Docente
  106. Precario
  107. Alberto Ferrero – Disoccupato
  108. Alberto Piergiovanni – Educatore
  109. Alessandra Passera – Pensionata
  110. alessandro salza – esternalizzato
  111. Alessandro Siciliano – Psicologo
  112. Alessio Lega – Cantante
  113. Alice Eugenia Graziano – Impiegata
  114. Andrea Moresco – Precario
  115. Andrea Pertile – Dj
  116. Andrea Rizzo – Metrologo
  117. Andrea Tridico – Fumettista
  118. angelo vallari – operaio
  119. Anna Rinaldi – Insegnate
  120. Anna Rosa Grimaldi – Pensionata
  121. Anna Tavella – Councelor
  122. Annamaria Cilento – Educatrice Museale
  123. Antonella Maiocchi – Assistente sociale
  124. Antonietta Esposito – Insegnante
  125. Antonio Morganti – Geometra
  126. Antonio Pellegrino – Psichiatra
  127. Assunta Abate – Pensionata
  128. Attilio Occhipinti – Addetto stampa
  129. Augusta Moletto – Insegnante
  130. Bossi Stefania – Operatrice Sanitaria
  131. Bubici Michele – Dipendente Pubblico
  132. Camilla Munno – Urbanista
  133. Cecilia Bottaccioli – Precaria
  134. Cettina Scollo – Assistente Sociale
  135. Chiara Calzi – Albergatrice
  136. Chiara Carratù – Insegnante
  137. Chiara Furiani – Guida turistica / Cantante
  138. Chiara Gistri – Attrice
  139. Chiara Marzocchi – Informatica
  140. Christian Gobbi – Programmatore
  141. Cinzia Botta – Insegnante
  142. Cinzia Miriello – Infermiera
  143. Clarissa Bertotto – Graphic Designer
  144. Claudia Sansò – Medico
  145. Claudio Renzetti – Sociologo
  146. Claudio Zannoni – Pensionato
  147. Corradino Corrado – Commercialista
  148. Corrado Borsa – Storico
  149. Daniela Mastromauro – Industrie
  150. Daniele Gaglianone – Regista
  151. Dario Rossini – IT project coordinator
  152. Davide Dell’Anno – Educatore
  153. Davide Grasso – Reporter indipendente
  154. Davide Ravan – Libraio
  155. Davide Stagno – Infermiere
  156. Donata Jaretti – Consulente
  157. Donato Calabrese – Disoccupato
  158. Edgardo Favaloro – Pensionato
  159. Eija Tarkiainen – Operatrice culturale
  160. Elena Pozzi – Falegname
  161. Elena Serafini – Psicologa
  162. Eleonora Longobardi – Attrice
  163. Elisa Gallo – Libera professionista
  164. Elisa Sani – Tecnico di laboratorio
  165. Elisa Zianni – Tecnica di Laboratorio
  166. Elisabetta Pascal – Sanità pubblica
  167. Emanuela Avanzato – Arteterapeuta
  168. Emanuela Grandi – Psicoterapeuta
  169. Enrica Serrani – Operatore culturale
  170. Epaminondas Thomos – Educatore
  171. Errico Canta Male – Cantautore
  172. Ettore Beretta – Commercialista
  173. Ettore Costantino – Pensionato
  174. Evola Francesca – Insegnante
  175. Fabrizia Beretta – Operatrice Sanitaria
  176. Fausto Renaldo – Educatore Cinofilo
  177. Fiorella Gasperini – Operatrice collocamento mirato
  178. Francesca Barbara Zambetti – Educatrice
  179. Francesca Cutrupi – Pensionato
  180. Francesca Di Scianni – Maestra
  181. Francesca Dogliani – Insegnante
  182. Francesca Mercurio – Musicista
  183. Francesca Riccj – Operatrice Socio-culturale
  184. Francesca Romanini – Ufficio stampa
  185. Francesca Rossi – Ingegnere Gestionale
  186. Francesco Brazioli Maresti – Libero Professionista
  187. Frediana Sida – Disoccupata
  188. Fulvia Antonelli – Operatore nel sociale
  189. Germano Nocera – Impiegato
  190. Giacomo Molinari – Educatore
  191. Giacomo Onorato – Operaio
  192. Giorgio Garelli – Funzionario pubblico
  193. Giovanni Ferrero – Architetto
  194. Giulia Deiana disoccupata
  195. Giulia yoshioka – Operaia
  196. Giuseppe Ponsetti – Insegnante
  197. Giusi Turigliatto- Bidella
  198. Guglielmo Deletis – Programmatore
  199. Helga Dittrich – Insegnante
  200. Ilaria Fiorina – Barista
  201. Isabella Cortese – Grafica
  202. Ivan Tritto – impiegato
  203. Ivana Vanoli – Educatore
  204. Jean-Louis Aillon – Medico, dottorando in antropologia
  205. Katia Visentin – Assistente sociale
  206. Laura Cima – Pensionata
  207. Lavinia Flavia Cassaro – Insegnante
  208. Letizia Pirola – Educatrice
  209. Liliana Smimmo – Impiegata
  210. Lisa Parola – Storica e critica d’arte
  211. Lorella Bortolozzo – Insegnate
  212. Lorella Riggio – Commerciante
  213. Lorenzo Galassi – Web master
  214. Lorenzo Pantano – Educatore
  215. Luana Lomma – Barista
  216. Luca – Impiegato
  217. Luca Bosonetto – Produttore artistico
  218. Luca Brambilla – Sindacalista di base
  219. Marcello De Falco – Piccolo imprenditore
  220. Marco Beretta – Edile
  221. Marco Bergamin – Tecnico dell’ambiente
  222. Marco Regoli – Formatore
  223. mari rizzo – educatrice
  224. Maria Azzarello – Insegnante
  225. Maria calabrese – Operatrice Sanitaria
  226. Maria Giovanna Esposito – Impiegata
  227. Maria Mirtes Barros – Insegnante
  228. Marialessandra Sorrentino – Impiegata
  229. Marianna Chianese – Insegnante
  230. Mariapaola Boselli – Impiegato
  231. Marinella Bontempi – Fisioterapista
  232. Mario Gamba – Giornalista
  233. Mario Smimmo – Segretario Comunale
  234. Massimiliano Yamine – Operatore
  235. Matteo Gallo – Architetto
  236. Mauro Demaria – Impiegato
  237. Michele Polleri – Avvocato
  238. Michele Sansò – Impiegato
  239. Mimmo Dellisanti – Autoferrotranviere.
  240. Mimmo Dellisanti – Autoferrotranviere.
  241. Mirco Buonomo – Barista
  242. Miriam Covezzi – Impiegata
  243. Monica Gargano – Insegnante
  244. mutti fabiana – operaia
  245. Natascia de Matteis – Precaria
  246. Nicholas Gasbarro – Tecnico Pubblicitario
  247. Nicla Scatizzi – Pensionata
  248. Nicola Pedretti – Praticante avvocato
  249. Nicola Roggero – Libraio
  250. Nicoletta Salvi – Educatrice professionale
  251. Noemi Serenthà – Educatrice
  252. Omar Triscari – Archeologo
  253. Origliasso Roberto – Medico
  254. Paola Paradies – Professoressa
  255. Paola Sassone – Educatrice
  256. Paolo Neri – Pensionato
  257. Paolo Sollecito – Educatore
  258. Patrizia Gagliardi – Insegnante
  259. Penta Maria Adele – Insegnante
  260. Pier Giorgio Curti – Psicoanalista
  261. Pino Pitasi – Psicoanalista
  262. Raffaele Avico – Psicologo
  263. Raffaele Dagnone – Psicologo Claudio
  264. Renzetti – Sociologo
  265. Roberta Beretta – Insegnante
  266. Roberta Callegari – Impiegata
  267. Roberta Pierallini – Operaia
  268. Roberta Stefanin – Logopedista
  269. Roberto Novaresio – Libraio
  270. Roberto Revello – Impiegato
  271. Rosanna Donini – Educatrice
  272. Rossana becarelli – Medico
  273. Sabrina Colangelo – Insegnante
  274. Sabrina Di Bonito – Impiegata
  275. Sandra Di Scianni – Insegnante
  276. Serena Jaretti – Psicologa
  277. Silvano Calzi – Psichiatra
  278. Silvia De Francia – Farmacologa
  279. Simona Ambrosini – Artista
  280. Simone Ferraro – Chimico
  281. Stefania Bracale – Impiegata
  282. Stefania Calandra – Operatrice Accoglienza
  283. Stefano Capello – educatore
  284. Susanna Zanini – Psicologa
  285. Teresa Casalino – impiegata
  286. Valerio Caramassi – Dirigente di azienda
  287. Valter Durando – Vigile del Fuoco
  288. Virginia Zucchelli – Pensionata
  289. Vittoria Facenna – Neuropsicologa
  290. Andrea Polacchi – Presidente ARCI – Torino
  291. Daniela Albano – Consiglio Comunale Torino
  292. Elena Garelli – Rappresentante in Consiglio di Amministrazione Unito
  293. Eleonora Artesio – Consigliera Comunale di Sinistra Italiana
  294. Enrico Garello – Rappresentante in Consiglio di Amministrazione Unito
  295. Federico Bellono – Segretario provinciale FIOM – Cgil
  296. Federico Salvatore – Senatore Accademico UniTo
  297. Francesca Cardone – Rappresentante Consiglio Nazionale degli Studenti
  298. Francesca Tampone – Rappresentante EDISU
  299. Giorgio Airaudo – Deputato di Sinistra Italiana
  300. Igor Piotto – FLC CGIL Piemonte
  301. Luca Mirabile – Senatore Accademico UniTo
  302. Luigi Botta – Senatore Accademico UniTo
  303. Marco Bruciati – Consigliere Comunale Livorno
  304. Marco Grimaldi – Consigliere Regionale di Sinistra Italiana
  305. Marina D’Amico – Senatrice Accademica UniTo
  306. Matteo Perotti – Senatore Accademico UniTo
  307. Nicola Fratoianni – Segretario di Sinistra Italiana
  308. Simone Ciabattoni – Consigliere circoscrizionale “Torino in Comune- La Sinistra”
  309. Ugo Annona – Rappresentante Edisu
  310. Valerio Frsnsesini – Rappresentante Consiglio Nazionale degli Studenti
  311. Ada Tenuti
  312. Adele Dipasquale
  313. Adriano Ciraci
  314. Adriano Lodia
  315. Agata Cutrera
  316. Alberta Iemolo
  317. Alberto Campailla
  318. Alberto Cormio
  319. Alberto Degiorgis
  320. Alberto Gosso
  321. Alberto Spinazzè
  322. Alberto Vacca
  323. Aldo Guadalupi
  324. Aldo Martini
  325. Alessandra Barbero
  326. Alessandra Bruno
  327. Alessandra Marrocco
  328. Alessandra Mazzilli
  329. Alessandra osti
  330. Alessandro Brizzi
  331. Alessandro Busetta
  332. Alessandro Cantaluppi
  333. Alessandro Colombini
  334. Alessandro Fiumara
  335. Alessandro Longo
  336. Alessandro Mancuso
  337. Alessandro Mascolo
  338. Alessandro Morello
  339. Alessandro Scalise
  340. Alessandro Zianni
  341. Alessia Bertolino
  342. Alessia Nichetti
  343. Alessia ovio
  344. Alessia Panio
  345. Alessia Steffenini
  346. Alessia Ventrice
  347. Alessia Zielo
  348. Alessio Carecci
  349. Alessio Giorgianni
  350. Alessio Mercurio
  351. Alessio Romano
  352. Alex Barboni
  353. Alice Argenton
  354. Alice Bacci
  355. Alice Checchia
  356. Alice Clemente
  357. Alice Nervo
  358. Alice Nobili
  359. Alice Obino
  360. Alice Re
  361. Alice Sida
  362. Alice Tangari
  363. Allevato Jessica
  364. Ambra Lulli
  365. Amerigo Pusateri
  366. Ammr Mohamed
  367. Andrea Bianchi
  368. Andrea Caslini
  369. Andrea Cupertino
  370. Andrea Denanni
  371. Andrea Fronte
  372. Andrea Gozzelino
  373. Andrea Grasso
  374. Andrea Incatasciato
  375. Andrea Mina
  376. Andrea Nicolini
  377. Andrea Nossa
  378. Andrea Oliva
  379. Andrea Radovisc
  380. Andrea Torti
  381. Andrea Zenoni
  382. Andreea Hutanu
  383. Angela Chianese
  384. Angelica Valz Gris
  385. Angelo Ballacchino
  386. Angelo Dell’ Anna
  387. Angelo Mossi
  388. Anna Banti
  389. Anna Bussoleni
  390. Anna Contesso
  391. Anna Di Fluri
  392. Anna Fortunato
  393. Anna Loi
  394. Anna Miano
  395. Anna Quintelli
  396. Anna Setran
  397. Anna Tamburrino
  398. Annabella Da Re
  399. Annamaria Cervia
  400. Anthea Grassano
  401. Antonella vece
  402. Antonino Ventresca
  403. Antonio De Nicola
  404. Antonio De Rossi
  405. Antonio Neri
  406. Antonio Tordenti
  407. Anxhela Baci
  408. Arianna Bartelloni
  409. Arianna Boscarino
  410. Arianna Gioffredo
  411. Arianna Leveque
  412. Arianna Leveque
  413. Arianna Poli
  414. Arianna Serio
  415. Arianna Tozzi
  416. Armando Arata
  417. Arturo Pelissero
  418. Aurora Saldi
  419. Barbara De Luna
  420. Beatrice Balzola
  421. Beatrice Gioana
  422. Beatrice maschio
  423. Beatrice Piaggeschi
  424. Beatrice Tedeschi
  425. Benedetta Schiavone
  426. Benedetta Servi
  427. Bernarda Sansone
  428. Bianca Gambarana
  429. Bianca Ghiselli
  430. Bianca Mellano
  431. Biase D’Andrea
  432. Brigitta De Leonardis
  433. Bruno Oliverio
  434. Buongiorno Livorno
  435. Calogero Zagarrio
  436. Camilla Cantore
  437. Camilla Emmenegger
  438. Camilla Giordani
  439. Carlo Debernardi
  440. Carlotta Cardinale
  441. Carmen Guarino
  442. Carolina Pressi
  443. Caterina Chiocchetta
  444. Caterina Piergiovanni
  445. Cecilia D’Oria Silvana Rinaldi
  446. Cecilia Defilippi
  447. Cecilia Fasciani
  448. Cecilia Gaipa
  449. Cecilia Urietti
  450. Chiara Bottaro
  451. Chiara D’Adamo
  452. Chiara Filippini
  453. Chiara Giaquinto
  454. Chiara Lanza
  455. Chiara Morganti
  456. Chiara Paglialonga
  457. Chiara Rizza
  458. Chiara Stagno
  459. Chiara Villa
  460. Chiara Zille
  461. Christell Hidalgo
  462. Christian Osella
  463. Clara Seghesio
  464. Clara Trimarchi
  465. Claudia Colombarolli
  466. Claudio Maringelli
  467. Claudio Martoglio
  468. Corinna Barraco
  469. Cosimo Scarinzi
  470. Costanza Cagnina
  471. Costanza Franceschi
  472. Costanza Sacerdote
  473. Cristian viteritti
  474. Cristina Tampone
  475. Damona pourkafi
  476. Dania Ghrewati
  477. Daniel Gallano
  478. Daniela Fiorio
  479. Daniele Gambetta
  480. Daniele Gorgone
  481. Daniele Natale
  482. Daniele Pennavaria
  483. Daniele Ravasi
  484. Daniele Rottigni
  485. Danilo Lampis
  486. Dario Consoli
  487. Dario Gaffurini
  488. Dario Sera
  489. Dario Stomeo
  490. Dario Trabaldo Lena
  491. Davide Connola
  492. Davide finamore
  493. Davide Gyppaz
  494. Davide Lamberti
  495. Davide Leonardo Calabrese
  496. Davide Rega
  497. Denisa Cosnita
  498. Denise bertozzi
  499. Diana Greco Ciobanu
  500. Diletta De Santis
  501. Diletta Polleri
  502. Dionisio Di Giulio
  503. Domenico D’Amico
  504. Domenico Raina
  505. Edi Guerzoni
  506. Edoardo Sturniolo
  507. Egle Rosso
  508. Elena Bissaca
  509. Elena Cappai
  510. Elena Laguzzi
  511. Elena Polini
  512. Elena Stroppiana
  513. Elena Traverso
  514. Eleonora Bechis
  515. Eleonora Magnaghi
  516. Eleonora Mizzoni
  517. Eleonora Roggero
  518. Eleonora Sartirana
  519. Eleonora Tsagaris
  520. Eleonora Tsagaris
  521. Elettra Gallone
  522. Elisa David
  523. Elisa Savio
  524. Elizaveta Golovskaya
  525. Emanuela Lombardo
  526. Emanuele Caruso
  527. Emanuele Gesmundo
  528. Emanuele La Banca
  529. Emiliana Semeraro
  530. Emiliano Viora
  531. Enrica Giacalone
  532. Enrico Bormida
  533. Enrico Bruno Guerini
  534. Enrico Grauso
  535. Epilade Gabriele Bianco
  536. Erica Mangione
  537. Erika Carè
  538. Erika Corica
  539. Erika Manca
  540. Eugenio Grande
  541. Eva Luna Capurso
  542. Ezio Locatelli
  543. Fabio Barbero
  544. Fabio Figliolia
  545. Fabio lodico
  546. Fabio Saggese
  547. Fabiola Stuppi
  548. Fabrizio Giannini
  549. Federica Balbi
  550. Federica Ciarlariello
  551. Federica Ferrauto
  552. Federica Luzzi
  553. Federica Noziglia
  554. Federica Tagliabò
  555. Federico Aleotti
  556. Federico Assenza
  557. Federico Colapicchioni
  558. Federico Dattila
  559. Federico Fumagalli
  560. Federico Reina
  561. Federico Vassallo
  562. Filippo Aguzzi
  563. Filippo Andrei
  564. Filippo Bellini
  565. Filippo Cravero
  566. Flaminia Gianturco
  567. Flavia Achenza
  568. Flavio Leccese
  569. Florentina Mattone
  570. Florinda Elefante
  571. Franca Maria Sedda
  572. Francesca Bonissone
  573. Francesca Bragaglia
  574. Francesca costanzo
  575. Francesca Cutrera
  576. Francesca Della Santa
  577. Francesca Druetti
  578. Francesca Durando
  579. Francesca Lupo
  580. Francesca Moretta
  581. Francesca Picci
  582. Francesca Rossi
  583. Francesca Ru
  584. Francesca Zappa
  585. Francesco Arese
  586. Francesco Costanzo
  587. Francesco della Noce
  588. Francesco Donatelli
  589. Francesco Galli
  590. Francesco Ganzaroli
  591. Francesco Gentilini
  592. Francesco Lia
  593. Francesco Lopresti
  594. Francesco Morgando
  595. Francesco Pellas
  596. Francesco Piergiovanni
  597. Francesco Santimone
  598. Francesco Secco
  599. Francesco Spena
  600. Franco D’Agata
  601. Gabriele Damonte
  602. Gabriele Gazzaneo
  603. Gabriele Matassa
  604. Gabriele Orlandi
  605. Gabriele Turco
  606. Gabriele Vitacolonna
  607. Gabriella Catena
  608. Gabriella Dal Lago
  609. Gaetano Corrias
  610. Gaia Detassis
  611. Gaia Pasini
  612. Gemma Nicola
  613. Gennaro Montuoro
  614. Giacomo D’Avanzo
  615. Giacomo Di Bartolomeo
  616. Giacomo Michelani
  617. Giacomo Sansone
  618. Giada Babino
  619. Giampaolo Martinotti
  620. Giancarlo Mattia
  621. Gianfranco Defilippi
  622. Gianluca Agnello
  623. Gianluca Cavallo
  624. Gianluca Coscione
  625. Gianluca Poggi
  626. Gianluca Ramunno
  627. Gianluca Santi
  628. Gianluigi Mangiapane
  629. Gigi Cannavacciuolo
  630. Gilda Carraro
  631. Giorgia Angelino Giorzet
  632. Giorgia Beccaria
  633. Giorgia Gallo
  634. Giorgia Garabello
  635. Giorgia Pellegrino
  636. Giorgia Sartore
  637. Giorgia Tiralongo
  638. Giorgio Cavallo
  639. Giorgio Ghillardi
  640. Giorgio Mazzanti
  641. Giovanna Cuminatto
  642. Giovanni Castre
  643. Giovanni D’Ambrosio
  644. Giovanni Di Leto
  645. Giovanni Esposito
  646. Giovanni Sanso’
  647. Giovanni Santoro
  648. Giulia Battaglia
  649. Giulia Belliardo
  650. Giulia Betti
  651. Giulia Biazzo
  652. Giulia Cavallaro
  653. Giulia Fazari
  654. Giulia Grasso
  655. Giulia Madau
  656. Giulia Nebiolo
  657. Giulia Oleandri
  658. Giulia Rizzato
  659. Giulia Sartini
  660. Giulia Sopegno
  661. Giulia Trivero
  662. Giuseppe Celano
  663. Giuseppe frascone
  664. Giuseppe Ialacqua
  665. Giuseppina Marando
  666. Gloria Moreno
  667. Graziano Sida
  668. Gregorio Tenti
  669. Greta Caretto
  670. Gwydyon Marchelli
  671. Hanna Barral
  672. Iacopo Di Nuzzo
  673. Iacopo Zanini
  674. Ilaria Iapadre
  675. Ilaria La Malfa
  676. Ilaria Magariello
  677. Ilaria Manti
  678. Ilaria Melchioni
  679. Ilaria Ruffa
  680. Ilenia Sidoti
  681. Irene Di Marzio
  682. Irene leonelli
  683. Irene Raverta
  684. Irene Ricciuti
  685. Irene Saldi
  686. Irene Thomos
  687. Irini Koumparaki
  688. Iris Grosso
  689. Irma Benedetto
  690. Isidoro Concas
  691. Ivan Mattana
  692. Jacopo Acquistapace
  693. Jacopo Calzi
  694. Jacopo Di Donato
  695. Jacopo Di Nardo
  696. Jacopo Fornasiero
  697. Jacopo Fresia
  698. Jacopo Tramontano
  699. Jacopo Turini
  700. Jada Follis
  701. Jakob Hilfiker
  702. Javier Gonzàlez Dìez
  703. Jessica Perugini
  704. Joselle Dagnes
  705. Karina Kochiyan
  706. Karl Krähmer
  707. Lapo Di Renzo
  708. Laura De Conti
  709. Laura Eccher
  710. Laura Ingrosso
  711. Laura Nesossi
  712. Laura Novellino
  713. Laura Raccanelli
  714. Laura Roccia
  715. Laura Stelli
  716. Laura Zanchin
  717. Lavinia Crivellari
  718. Leonardo Baroni
  719. Leonardo Vaccari
  720. Letizia Squillace
  721. Libero Dondi
  722. Livio Sera
  723. Lorena Canottiere
  724. Lorenzia arco
  725. Lorenzo Aprà
  726. Lorenzo Attardo
  727. Lorenzo Baldino
  728. Lorenzo Bellando
  729. Lorenzo Bordonaro
  730. Lorenzo Braghin
  731. Lorenzo Calcagno
  732. Lorenzo Curti
  733. Lorenzo De Donno
  734. Lorenzo Delfino
  735. Lorenzo Gatti
  736. Lorenzo Martelli
  737. Lorenzo Morandi
  738. Lorenzo Moriconi
  739. Lorenzo Tibos
  740. Lorenzo Torrini
  741. Lorenzo Tosarelli
  742. Lorenzo Vignale
  743. Loris Collovati
  744. Luana Bertarelli
  745. Luca Ercolini
  746. Luca Falsone
  747. Luca Gallo
  748. Luca Gelli
  749. Luca Grande
  750. Luca Leone
  751. Luca Marchetti
  752. Luca Marsico
  753. Luca Savio
  754. Luca Spadon
  755. Luca Torrente
  756. Lucia Dipaola
  757. Lucia Policastro
  758. Lucia Zanzani
  759. Lucrezia Meinardi
  760. Ludovica Mana
  761. Ludovica Soggia
  762. Luigi Rendina
  763. Luigi Spagnolo
  764. Luisa Citterio
  765. Luisa Memore
  766. maddalena conti
  767. Maddalena Spirito
  768. Magda Franzini
  769. Maggie Musso
  770. Maira Luordo
  771. Mamman lamin Sidi
  772. Manu
  773. Manuel Giolito
  774. Manuel Omar Triscari
  775. Manuele Oliveri
  776. Marcello Gorni
  777. Marco
  778. Marco Cabrelli
  779. Marco Galatro
  780. Marco Gerbaudo
  781. Marco Grandinetti
  782. Marco Guerra
  783. Marco Neitzert
  784. Marco Rondina
  785. Marco Rossi
  786. Marco Tomasi
  787. Marco Zappulla
  788. Margherita Accornero
  789. Margherita Vaccaneo
  790. Margherita Viora
  791. Maria Celeste Mosca
  792. Maria Francesca Giordano
  793. Maria Giorgi
  794. Maria Labate
  795. Maria Sole Debernardi
  796. Marianna Fangio
  797. Marianna Sanasi
  798. Mariateresa Crosta
  799. Mario
  800. Mario Zanini
  801. Marta Aramu
  802. Marta Damele
  803. Marta Iernetti
  804. Marta Imarisio
  805. Marta Improta
  806. Marta montanaro
  807. Marta Vino
  808. Martina Cangelosi
  809. Martina Carpani
  810. Martina Diana
  811. Martina Fang Lu
  812. Martina Nassisi
  813. Martina Panero
  814. Martina Rossero
  815. Martina smimmo
  816. Martina Tarantola
  817. Martino Piano
  818. Massimiliano Gallo
  819. Massimo Marino
  820. Matilda Bruno
  821. Matilde
  822. Matilde Bove
  823. Matilde Martinez
  824. Matilde Mosso
  825. matilde rima
  826. Matteo Curti
  827. Matteo Griseri
  828. Matteo Piccioni
  829. Matteo Polleri
  830. Matteo Sida
  831. Mattia Corrado
  832. Mattia Galeotti
  833. Mattia Mazzoli
  834. Mattia Venturi
  835. Mauro Salvador
  836. Mavi Massimo
  837. Michela Caio Arsenio
  838. Michela Voglino
  839. Michelangelo Lixi
  840. Michele Bubici
  841. Michele Ciruzzi
  842. Michele Garau
  843. Michele Gimondo
  844. Miriam Taldone
  845. Mirta Veniani
  846. Myriam De Carlo
  847. Nanni Simone
  848. Natalie Kurzbauer
  849. Nicola Firrao
  850. Nicola Marin
  851. Nicola Onorato
  852. Nicolas Martino
  853. Nicoleta Prutean
  854. Nicolò Cavalleri
  855. Nicolò Molinari
  856. Nicolò Zanini
  857. Nicolo’ Geri
  858. Noemi Barbanti
  859. Noemi Di Iorio
  860. Noemi Grasso
  861. Noemi Pesola
  862. Olga Maira Zannoni
  863. Olivia Ferguglia
  864. Ottavia Maria Corazza
  865. Paola Ceretto
  866. Paola Del Grosso
  867. Paola Di Lauro
  868. Paola Senore
  869. Paola Spinazzè
  870. Paolo Angeletti
  871. Paolo Babbiotti
  872. Paolo Babbiotti
  873. Paolo Delmenico
  874. Paolo Pellegrino
  875. Paolo Zammitti
  876. Paride Turlione
  877. Pasquale Esposito
  878. Pasquale Lanni
  879. Piercarlo Melchiorre
  880. Piernicola D’Ortona
  881. Pietro Da Re
  882. Pietro Gaido
  883. Rebecca Sabidussi
  884. Renato Pannella
  885. Riccardo Arietti
  886. Riccardo Corradini
  887. Riccardo Laterza
  888. Riccardo Pelosi
  889. Riccardo Tafuro
  890. Riccardo Zardin
  891. Roberta Del Grosso
  892. Roberta galli
  893. Roberta Quartarone
  894. Roberta Rietto
  895. Roberto Baima
  896. Roberto Giosa
  897. Roberto Perrini
  898. Robetto Gammeri
  899. Rocco Meoli
  900. Rosa Caramassi
  901. Rosaly Ester Sciarrabone
  902. Rosanna Talaia
  903. Rossana Aimino
  904. Rosy Omobono
  905. Salvatore Cammisa
  906. Samuele Andreoni
  907. Samuele Davì
  908. Sandra Trento
  909. Sanjaya Sehdev
  910. Sara Besser
  911. Sara Borello
  912. Sara Buschiazzo
  913. Sara Dell’Ava
  914. Sara Giaconi
  915. Sara Marano
  916. Sara Martinengo
  917. Sara Mattiello
  918. Sara Montanari
  919. Sara Paoletti
  920. Sara Ramzi
  921. Sara Revello
  922. Sara Serio
  923. Sara Staffieri
  924. Sara Tanzi
  925. Sara Trincheri
  926. Sara Vallerani
  927. Sara Zappulla
  928. Sebastiano Ferrero
  929. Serena Pintus
  930. Serena Vitucci
  931. Sergio Scibilia
  932. Sharon Carfora Lettieri
  933. Sharon Carfora Lettieri
  934. Silvia Benedetti
  935. Silvia Calvani
  936. Silvia Carbonari
  937. Silvia Donnantuono
  938. Silvia Franco
  939. Silvia marino
  940. Silvia Spina
  941. Silvio Richieri
  942. Simona denaro
  943. Simona Fiore
  944. Simona Giglioli
  945. Simona Sellitto
  946. Simone Barisione
  947. Simone Cangelosi
  948. Simone Innico
  949. Simone Panero
  950. Simone Rizzello
  951. Simone Traù
  952. Simone Zanetti
  953. Sofia Benfaida
  954. Sofia Demasi
  955. Sofia Tagliani
  956. Sofia Zago
  957. Spunto Collettivo
  958. Stefania Miglietta
  959. Stefania Pasquali
  960. Stefano Burzio
  961. Stefano Candiloro
  962. Stefano Marangi
  963. Sueni De Biasi
  964. Teresa Catinella
  965. Teresa Piergiovanni
  966. Tommaso Orusa
  967. Tommaso Radicioni
  968. Tommaso Vigna
  969. Tullio Calzolari
  970. Ugo Mattei – Docente UniTo
  971. Valentina Bona
  972. Valentina Ferrari
  973. Valentina Maurella
  974. Valentina Maurella
  975. Valentina Porta
  976. Valentina Rossi
  977. Valentina Salvi
  978. Valeria Grassi
  979. Veronica Cavedagna
  980. Veronica Maio
  981. Vesna Scepanovic
  982. Vincenzo DI Domenico
  983. Vincenzo Iapichino
  984. Vincenzo Morganti
  985. Vincenzo Morrone
  986. Vincenzo Vaccaro
  987. Viola Inui Biffi
  988. Violetta Van Veen
  989. Virginia Corrado
  990. Vito Carucci
  991. Vittorio Lorenzin
  992. Vittorio Sabatini
  993. Xavier Bellanca
  994. Alter.POLIS
  995. ARCI – Torino
  996. Assemblea di Economia
  997. ASU Padova
  998. Auletta C1 Autogestita
  999. Buongiorno Livorno
  1000. Caffé Basaglia
  1001. Casa delle Donne di Torino
  1002. Catai
  1003. Centro Studi Pensiero Femminile
  1004. Circolo Maurice LGBT
  1005. Collettivo Bonobo
  1006. Collettivo Di Giurisprudenza
  1007. Collettivo Femminista Medea
  1008. Collettivo Identità Unite
  1009. Collettivo Riserva Culturale
  1010. Collettivo Universitario Autonomo
  1011. Comitato di solidarietà rifugiati e migranti Ex Moi
  1012. ConMoi
  1013. CSO Django
  1014. CSOA Askatasuna
  1015. Csoa Gabrio
  1016. Cua – Collettivo Universitario Autonomo
  1017. Cub Piemonte
  1018. DinamoPress
  1019. Exploit Pisa
  1020. Fiom Cgil – Torino
  1021. FLC Brescia
  1022. Greenpeace – Gruppo locale di Torino
  1023. La Brêche – Salle Autogérée de l’EHESS
  1024. Làadan – Centro culturale e sociale delle donne
  1025. Làbas occupato
  1026. LaSt – Laboratorio Studentesco
  1027. Le Famiglie dello Spazio Popolare Neruda
  1028. Lenders
  1029. Link – Coordinamento Universitario
  1030. LUMe
  1031. Noi Restiamo Torino
  1032. Non Una di Meno – Torino
  1033. Rete della Conoscenza
  1034. RitmoLento
  1035. SI – Studenti Indipendenti
  1036. Sinistra Italiana – Piemonte
  1037. Spunto Collettivo
  1038. UdS – Unione degli Studenti
  1039. Zona Franka

Verranno al contrattacco con elmo ed armi nuove! Manituana non si tocca!

È di pochi giorni fa la notizia che dal 30 luglio Manituana sarà interessata da “importanti lavori di ristrutturazione”. In applicazione di un non meglio precisato “nuovo piano di miglioramento energetico”, si presenteranno alla nostra porta dei muratori, che ci inviteranno a uscire dallo spazio per non farci rientrare mai più. Il piano dell’amministrazione dell’Università è quello di procedere a una ristrutturazione e a una nuova destinazione di locali, lasciati in stato di completo abbandono ben prima dell’inizio della loro occupazione e autogestione a partire dall’aprile 2015. Tutto questo per fare di Manituana  – udite udite! – un’aula studio. La stessa aula studio che agli studenti di Palazzo Nuovo, in gran parte ancora chiuso in seguito allo scandalo amianto, è sempre stata negata, come tante altre cose.

Non hanno capito niente, negli uffici dell’amministrazione di via Verdi numero otto.
Manituana è molto più di un’aula studio, è un Laboratorio Culturale Autogestito. Attorno a quella che è già, anche, un’aula studio, in questi ventiquattro mesi di occupazione si sono aggregate persone, si sono inventate possibilità e si sono costruiti percorsi. Si è creata socialità, si sono approfonditi temi culturali, si sono messe in pratica riflessioni costruite insieme. Liberare uno spazio per noi è stato sinonimo di liberare saperi perché crediamo fortemente che, oltre allo studio universitario e contro l’attuale miseria del mondo accademico, debba esserci la possibilità per tutti di sviluppare la capacità di critica e di immaginazione sovversiva dell’esistente. Questa possibilità, nello spazio aperto di Manituana, non dipende dalla performatività, dalla produttività, dalla competitività, dalle capacità economiche del singolo. A Manituana si tenta ogni giorno di instaurare relazioni paritarie e mai prevaricatrici, di trovare risposte collettive alla solitudine e all’atomizzazione.
Ventiquattro mesi di laboratorio politico e culturale dal basso, dunque, che hanno visto la realizzazione del Gruppo di Acquisto Solidale, del Collettivo Artistico, di un Laboratorio teatrale, del seminario di psicanalisi “Il Testo del Reale”, del laboratorio letterario “Sogno o Son Testo”, di seminari di filosofia, di una ciclo officina e di una programmazione culturale  vasta e approfondita, che ha permesso la partecipazione di studenti, docenti, ricercatori, dottorandi. Ventiquattro mesi di concerti, jam session, festival di approfondimento politico all’insegna dell’interdisciplinarietà e della contaminazione culturale. Lo spazio è servito per costruire momenti di analisi, elaborazione e lotta che hanno attraversato vari aspetti dell’attualità politica e sociale, grazie, per esempio, alla partecipazione ai percorsi Non Una di Meno, NoTriv, NoTap e sostenendo esperimenti di autorganizzazione dei lavoratori autonomi e precari. Di fronte alle contraddizioni della società e della metropoli in cui viviamo, Manituana non ha mai smesso di interrogarsi, intessendo rapporti e relazioni sul tessuto cittadino e nazionale con chi si mobilita sul tema dell’immigrazione, del transfemminismo, dell’ambiente. Il fatto che la stessa Università voglia chiudere questo spazio per aprire un’aula studio suona come una contraddizione di termini, una scelta al ribasso, che non può che insinuare il dubbio che la pretesa “riqualificazione” degli spazi coincida con un’opera di normalizzazione culturale e politica (una pratica alla quale l’amministrazione ricorre sempre più volentieri, coerentemente con le tendenze in corso sul piano locale e nazionale).
Da quando abbiamo occupato «lo scantinato» i vertici di UniTo hanno sempre fatto orecchie da mercante, evitando un confronto politico con Manituana, su cosa questo spazio sia e cosa potrebbe essere in futuro. Da tempo proponevano di concederci un altro luogo tramite un percorso di istituzionalizzazione, che abbiamo sempre rifiutato, insieme all’idea di costituirci come associazione o cooperativa. Manituana, infatti, prende le sue decisioni come un’assemblea libera e aperta alle proposte di chiunque varchi la sua porta, o entri in contatto con lei. 

Da più di due anni l’amministrazione teneva in un cassetto un piano di ammodernamento da tirare fuori al momento opportuno. Ed eccolo, il loro momento opportuno: il momento in cui una manciata di condomini di via sant’Ottavio sembra minacciare le vie legali per il “degrado” in cui verserebbe lo spazio (un’accusa ridicola che ci ricorda quali interventi securitari si nascondano dietro l’uso di tale espressione); a due mesi dall’inizio di lavori improrogabili dall’Università, pena il pagamento di una mora alla ditta vincitrice dell’appalto, il Rettore dimostra a cosa porti la mancanza di confronto politico e la delega ai tecnici della direzione edilizia.
Abbiamo riaperto un luogo morto e l’abbiamo fatto vivere contro ogni aspettativa, in barba alle promesse, alle chiacchiere, ai sorrisi nervosi e tirati davanti a quello che stavamo conquistando. Una così grande ricchezza di opportunità, nate spesso dall’aggregazione quotidiana di giovani e non, studenti, ricercatori, precari, che altrove non trovavano spazi per alzare la voce, è stata possibile nel segno dell’autogestione e dell’autorganizzazione. Questa è la vera differenza rispetto a quello che ci viene proposto dall’università. Questi sono i motivi per cui alzarsi e sostenere Manituana.

Manderanno i muratori? Non li faremo entrare. Proveranno a farci ragionare? Non vorremo ragionare con loro in questi termini. Manderanno la polizia? Resisteremo. E quando si diranno scandalizzati dalla nostra determinazione, dalla nostra “incapacità di ragionare” avremo l’ennesima prova che non hanno capito niente. Poiché alla loro idea di decoro abbiamo saputo opporne un’altra, fatta di riqualificazione di spazi dal basso e di relazioni strette intorno a idee e pratiche alternative. Non possono capirci né tollerarci oltre.
Manituana è minacciata: la difenderemo, come abbiamo sempre fatto. Con i nostri corpi e le nostre menti. Questa sera si terrà la quinta jam session nella piazza libera adiacente allo spazio, contro ogni proibizionismo securitario e repressivo. Giovedì prossimo alle 18.00, si terrà un’assemblea pubblica sul futuro dello spazio e sulla sua difesa. Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla jam e all’assemblea, a seguire i canali di Manituana per avere ulteriori informazioni, a prendere parola e ad attraversare Manituana come prima, più di prima. Invitiamo anche tutte e tutti a voler dimostrare la loro solidarietà condividendo e diffondendo questo comunicato. Chiusure estive e trucchetti da burocrati non ci fanno paura, ci rendono solo più forti. 

Oggi, ieri e domani liberiamo spazi, liberiamo saperi.

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito 

Appunti da Laboratorio. Per reagire alla securizzazione.

Durante le ultime settimane, nel soffocante clima politico torinese, il tema della repressione sembra essere entrato con prepotenza nel dibattito pubblico. Pensiamo sia necessario porre alcune questioni per riuscire a scardinare la narrazione mainstream che parla della stretta repressiva come di un’ovvia e comprensibile risposta ad una presunta “emergenza sicurezza”. Uno dei punti di partenza obbligati è la connessione organica tra l’offensiva repressiva, il processo di securizzazione di ogni ambito della società e la tendenza autoritaria imboccata negli ultimi anni da parte delle istituzioni di governance dei maggiori paesi a capitalismo avanzato. Il tema è indubbiamente complesso, ma crediamo sia importante provare a sviscerarlo facendo emergere i vari livelli su cui si articola il fenomeno, senza che queste poche righe abbiano un obiettivo diverso da quello di offrire alcuni spunti di riflessione.

Viviamo in un paese che, nel proprio passato, ha visto esempi di lotte condotte a partire da un’analisi molto avanzata in fatto di critica ai dispositivi di controllo messi a punto dal padrone collettivo. La battaglia degli operai FIAT contro la schedatura da parte dei loro padroni oggi risulta più attuale che mai: la legge italiana che impedisce alle imprese di costruire inchieste interne, e che deriva da appunto quell’esperienza, ha il fine di evitare che queste possano essere utilizzate contro chi lavora. Tuttavia oggi veniamo schedati continuamente e le informazioni che forniamo su internet attraverso PC o smartphone, solo per portare l’esempio più evidente, sono funzionali tanto al controllo poliziesco a fini repressivi,quanto al mercato. Disciplinarizzazione, tendenze neo-autoritarie e sistema capitalistico possono essere inseriti nuovamente nello stesso quadro analitico, mostrando così come solo all’apparenza queste tendenze siano tra loro contraddittorie, con buona pace di ogni critical theory da cattedra. Come non pensare congiuntamente, dunque, i tentativi di “esecutivizzazione” delle liberal-democrazie occidentali e la tendenza securitaria? La gestione della sicurezza che vediamo negli ultimi anni si configura sempre di più, infatti, come uno degli elementi di un nuovo paradigma costituzionale.

Se la securizzazione è un processo più sottile e difficile da monitorare, in cui spesso siamo attori inconsapevoli, la repressione poliziesca costruita sull’onda dell’emergenza e gestita con strumenti sempre più raffinati ne è l’altra faccia della medaglia, quella più visibile e brutale. Tra i maggiori responsabili, in quanto primi sostenitori di questa costruzione, ci sono i mezzi d’informazione, autori di narrazioni tossiche che sono entrate nella vulgata comune facendosi nei fatti dogmi inattaccabili. Il termine emergenza, su tutti, è il dispositivo grazie al quale vengono legittimate tutte le forzature autoritarie dei governi europei: quelle che sono condizioni strutturali di un sistema ingiusto e diseguale vengono narrate come emergenze da risolvere al più presto isolando il sintomo invece di attaccare le cause. Per quanto riguarda la questione strettamente repressiva, bisognerà ammettere che, eccetto alcune importanti eccezioni (come quella valsusina), negli ultimi anni un serio approfondimento del problema non è stato all’ordine del giorno, lasciando così spazio a meccanismi di auto-rappresentazione per “addett* ai lavori”.  La lotta anti-repressiva rischia di diventare non una possibilità di allargamento, ma una gabbia autoreferenziale dalla quale risulta difficile uscire.

Gli ultimi mesi restituiscono in questo senso una forte stretta nei confronti di ciò che resta dei  movimenti sociali italiani, che vengono attaccati su più fronti, mentre, nel frattempo, la strategia disciplinare viene estesa a tutte le soggettività non incasellate nello schedario organizzato del sistema. L’attacco a chi non garantisce il “decoro urbano” è protratto mettendo nelle mani dei sindaci poteri più simili a quelli di un prefetto che a quelli di un amministratore locale. La gestione delle strade delle nostre città subisce il processo repressivo che da sempre i movimenti contestano e attaccano: la politica e i temi sociali si fanno da parte per lasciare spazio alla violenza del manganello.

L’ordinanza della giunta Appendino che vieta la vendita di alcolici dopo le 20.00 nelle zone della cosiddetta mala movida si inserisce nel solco di questa tendenza. Non è solo un attacco ai negozi che vendono le birre dai frigoriferi e neanche un attacco alla movida tout-court. L’obiettivo disciplinare perseguito è quello di costruire una città ordinata e tranquilla, senza eccedenze, senza conflitti e senza fenomeni che fuoriescano dal circuito del divertimento messo a profitto. Lo si fa, tradizionalmente, costruendo ghetti, ripulendo i centri storici e espellendo in periferia il malcontento sociale, nonché imponendo come modalità principale di divertimento nei quartieri più vivaci il consumo nei bar, bonificando i luoghi di socialità collettiva, strade e piazze. In questa prospettiva si inseriscono le leggi Minniti e Orlando che, oltre a estendere a tutti i livelli i dispositivi di polizia e controllo preventivo sperimentati negli stadi nell’ultimo decennio, operano inoltre nell’ottica di lasciare mano libera in merito di ordine pubblico alle istituzioni locali direttamente dipendenti di quella parte di popolazione impaurita e diffidente, che alla socialità nello spazio pubblico preferisce il silenzio e l’ordine. È, infatti, proprio sul piano locale che si prova costruire una guerra fra poveri funzionale alla conservazione dello status quo. Nei quartieri gentrificati: i giovani “perditempo” (precarizzati, disoccupati) contro i “bravi pensionati” (che faticano a chiudere il mese). Nei quartieri periferici: il proletariato storico bianco contro i migranti e le nuove soggettività razzializzate. Sono questi i soggetti che vengono fatti scontrare nella quotidianità della metropoli lasciando che siano le amministrazioni locali a decidere quando e come usare il manganello per “risolvere” i problemi, a patto che queste attacchino sempre e solo chi vive in condizioni di disagio.

L’ideologia allarmistica e islamofoba, veicolata dalla propaganda di tutti i principali partiti del paese, soffia d’altronde sul fuoco di un processo di securizzazione in corso ormai da un decennio. Quest’ultima stretta securitaria e repressiva è evidentemente solidale rispetto a una logica di attacco frontale ai movimenti che è vissuto dalla controparte come l’ennesima battaglia campale di “igiene pubblica” delle città. Torino è in questo senso un buon esempio: dopo la celebre crociata pre-olimpica e anni di repressione giudiziaria da parte dei vari “pool” di zelanti magistrati specializzati in “crimini” di movimento, dopo anni di test e prove, tra gli stadi e la Valle di Susa, dopo aver costruito a tavolino i nemici perfetti (ultras e notav, mendicanti e migranti, venditori ambulanti e nuovi poveri, privati di ogni determinazione e portato politico-sociale), quei meccanismi vengono ora generalizzati, in modo discrezionale e poco chiaro, e lasciati all’interpretazione delle amministrazioni locali e delle forze dell’ordine.

Nello specifico della nostra città, assistiamo inoltre ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera in realtà una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore. L’incapacità di legittimare il proprio ruolo da parte di un Movimento 5 Stelle oggi alla ricerca di fiducia da parte di quel sistema Torino contro cui si era scagliato in campagna elettorale, in parallelo ad una mal celata diffidenza della questura – da sempre vicina agli ambienti del Partito Democratico – restituisce una azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori. In questo filone si inseriscono lo sgombero della casa di Said l’ottobre scorso, le cariche durante il corteo del primo maggio e l’imbarazzante polemica intorno ai fatti di San Carlo durante la finale di Champions. Seguono la violenza nei confronti di Maya, colpevole di aver protestato di fronte a un arresto e di essere una militante notav, e il pestaggio di un ragazzo di origini senegalesi, a Porta Palazzo, interrotto solo quando la pozza di sangue era ormai larga un metro; per poi coronare in bellezza queste “sbavature” con le cariche dell’altra sera in piazza Santa Giulia.

Oltre a testimoniare del grado di neutralizzazione violenta nei confronti di alcune figure sociali specifiche, tali fenomeni evidenziano inoltre un elemento non riducibile alle operazioni classicamente repressive: la generalità della stretta securitaria, la sua portata di trasformazione dell’intero assetto societario, che coinvolge – direttamente o indirettamente, in misura maggiore o minore – uno spettro ampio e variegato della popolazione. È questo, allora, uno dei punti nodali sui quali interrogarci, tanto a livello analitico quanto sul piano strategico. Come investire, infatti, questo nodo fondamentale praticando forme di rifiuto e autorganizzazione espansive e potenzialmente maggioritarie? Proprio la dimensione generale e totalizzante di questo processo potrebbe aprire, in quest’ottica, terreni di scontro inediti.

Ci permettiamo, a questo punto, una breve digressione storica. Degrado deriva dal verbo latino degradare, letteralmente “scendere i gradini”. Nel Medioevo, in Italia, viene utilizzato per indicare le persone che al fondo delle scalinate delle chiese chiedono l’elemosina. Oggi il termine, investito ormai di un significato tecnico specifico, compare in una legge dello Stato italiano che stabilisce la posizione di ciascuno in una scala di protezione e libertà differenziale di fronte all’arbitrio delle forze dell’ordine. Quelle stesse forze dell’ordine che, senza iniziare l’infinito elenco di abusi, omicidi, violenze e torture perpetrati negli anni, sono costitutivamente un organo che agisce al margine della legalità, là dove le norme impersonali non possono farlo. Lo scriveva già Walter Benjamin: la polizia è spettrale, difficile da definire nelle sue competenze, perché “l’affermazione che i fini del potere poliziesco siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del restante diritto è completamente falsa. Anzi, il “diritto” della polizia mostra fino a che punto lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti a ogni ordinamento giuridico, non riesca più a garantirsi con l’ordinamento giuridico il raggiungimento dei propri fini empirici chepur intende raggiungere a ogni costo.” 

Alla luce del decreto Minniti e del suo immediato utilizzo, si potrebbe addirittura parlare, in questo senso, di una sorta di introduzione di uno “stato d’emergenza” all’italiana, che rivisita sulla base della propria storia giuridico-poliziesca una serie di misure di sospensione – de facto e de iure –  del cosiddetto“stato di diritto”, ormai ben note nel contesto francese.In Italia, d’altra parte, questa stessa sfera statuale ha sempre rivendicato la propria natura democratico-costituzionale, salvo poi coniugare, nell’ultimo quarantennio, eccezionalità giuridica (le leggi speciali della fine degli anni’70) e lampi autoritari (come nel caso di Genova 2001 e i vari omicidi polizieschi degli ultimi anni). Sono i reduci di quel PCI, che sostenne e giustificò l’ondata repressiva degli anni ’70, a introdurre oggi le misure di securizzazione dello spazio pubblico più drastiche e avanzate, adattando al caso italiano le tendenze neo-autoritarie in corso di sviluppo su scala europea. Se alle spalle dell’intervento del sindaco Appendino bisogna riconoscere l’incertezza e l’imbarazzo di una giunta in stato di stallo, dietro ai Minniti e agli Orlando bisogna, invece, cogliere la continuità politica di una storia, ormai quarantennale, di esercizi repressivi e guerra ai movimenti.

Non siamo particolarmente appassionati  di anniversari e rievocazioni storiche spesso dense di retorica e fantasiosi recuperi ideologici, ma pensiamo che, nell’ottica di opporre una “nostra” continuità alla “loro”, sia opportuno riprendere alcuni spunti dal quarantennale del 1977: al netto degli esiti di quell’antico ciclo di lotte, l’assemblea di Bologna contro la repressione è forse l’esempio migliore per capire cosa intendiamo con dibattito potenzialmente maggioritario attorno alla repressione. Di fronte a questo quadro, urge infatti una riflessione collettiva e non settaria sulla questione delle politiche di sicurezza e sulla spirale repressiva e disciplinare alla quale siamo oggi sottoposti. I termini della questione potrebbero essere i seguenti: solidarietà, autodifesa e autorganizzazione vs telecamere, questurini e proibizionismo. A fronte di un’offensiva condotta non solo contro gli spazi sociali e i movimenti, ma contro ogni forma di socialità che provi ad uscire dall’ottica di mercato o che comporti anche solo una minima forma di opposizione, la costruzione di una risposta trasversale e massiva è oggi un punto prioritario. Ripartiamo, quindi, dai “servitori dell’ordine” cacciati da piazza Santa Giulia per aprire una possibile dinamica di risposta collettiva al nuovo cocktail securitario e repressivo firmato Minniti/Orlando.

Riteniamo utile affrontare questo  tema anche nell’ottica del G7 sul lavoro che si terrà a settembre nella nostra città, in relazione a cui si è già attivata la macchina della disinformazione volta a costruire un clima di allarmismo funzionale al meccanismo repressivo.

Per opporsi agli sbocchi repressivi di questo scenario è dunque necessario investire politicamente il terreno qui abbozzato. E’ per questo che invitiamo chiunque sia interessat* a una discussione collettiva su come costruire una dinamica contro-egemonica rispetto alla tendenza securitaria in corso, partendo dalle nostre vite e dalla nostra città. Ci vediamo a Manituana, il 10 luglio, ore 21H. 

Uscire dal ghetto, distruggere la gabbia, creare e organizzare la nostra rabbia.”

 

 

Appunti da laboratorio. Sullo sciopero sociale femminista, ripartiamo da noi per sottrarci alla precarietà

Sono passati quasi quattro mesi dall’8 marzo e ci sembra giunta l’ora, a mente fredda, di soffermarci su alcuni elementi che, durante alcuni  momenti di confronto collettivo, sono emersi come particolarmente importanti, non tanto per un’analisi della giornata, su cui è già stato scritto tanto, ma più che altro come spunti per continuare un percorso che interroga molte delle contraddizioni e delle questioni aperte del nostro tempo.

La rete Non Una di Meno è stata in grado di coinvolgere realtà e persone estremamente diverse per pratiche, convinzioni, forme organizzative. Questo ha permesso di individuare come sistemica la violenza contro le donne e di genere e ricondurre al medesimo sistema patriarcale e capitalista ogni forma di violenza, fisica, psicologica, economica. Sulla base di quest’analisi, si è deciso, come in tutto il mondo, di dotarsi, all’interno di una mobilitazione femminista, della pratica dello sciopero, inteso sia come sottrazione allo sfruttamento, al ricatto e alla violenza, sia come strumento di lotta in grado di superare le singole rivendicazioni e farsi rottura.

Uno sciopero sociale autonomo.

Le manifestazioni dell’8 marzo sono state eccezionali: a Torino 10mila persone hanno partecipato al corteo. È stato uno sciopero sociale globale, il più riuscito degli ultimi anni. E’ stato uno sciopero sociale innanzitutto poiché convocato in maniera autonoma da un grande movimento, al cui appello una parte di sindacalismo di base ha risposto mettendo a disposizione i propri strumenti per garantire la possibilità effettiva di sciopero. In questo modo si è sottratto ai sindacati il monopolio dell’indizione di uno sciopero di massa; non a caso i sindacati confederali (CGIL in primis) hanno in gran parte sabotato lo sciopero. Di fatto, c’è stato uno sciopero promosso dal sindacalismo di base nel settore pubblico: a Torino è stata bassa l’adesione nel trasporto urbano (GTT), ma piuttosto alta nel settore delle strutture per l’infanzia e della formazione, forse proprio perché prevalentemente femminile. Hanno poi scioperato e manifestato molt* giovani, studenti delle scuole superiori e dell’università, lavoratori e lavoratrici della conoscenza e della cultura, che non hanno un orario di lavoro fisso rispetto a cui sottrarsi e che hanno caratterizzato il corteo di una forte composizione generazionale; c’erano lavoratrici autonome e freelance di vario tipo che anch’esse hanno scioperato l’8 marzo, recuperando in serata o il giorno successivo le ore di lavoro perse. C’erano, inoltre, persone che hanno fatto una sorta di «sciopero bianco», prendendosi ore di permesso dal lavoro o facendo cambio turno per poter essere presenti al corteo. Infine, erano state elaborate numerose maniere di sciopero parziale, non necessariamente simbolico, per chi non avrebbe potuto assentarsi dal posto di lavoro (non rispondere al telefono, non rispondere alle mail, non inviare dati relativi al proprio lavoro, lavorare il più lentamente possibile, vestirsi di nero e fucsia sul posto di lavoro). Questo sciopero sociale, dunque, è stato molto più di un’astensione calcolabile in termini numerici: è stato uno sciopero dal lavoro domestico, uno sciopero dai consumi, uno sciopero dai generi, la cui grande forza è stata portare lo sciopero sul piano personale, ripristinare il principio per cui il «personale è politico».

Proprio la volontà di estendere la pratica dello sciopero ad ogni ambito delle proprie vite ha permesso di portare in piazza una quantità enorme di rivendicazioni concrete e definite, dal salario minimo europeo all’educazione sessuale nelle scuole, dal reddito di autodeterminazione ad un effettivo diritto all’aborto su tutto il territorio nazionale. Tali rivendicazioni, che prese separatamente sarebbero sembrate di stampo riformista, considerate invece nel loro complesso configuravano una reale incompatibilità con il sistema, causa di ogni forma di violenza, discriminazione e sfruttamento che si combatteva in quella piazza.

Connettere la violenza di genere allo sfruttamento: la femminilizzazione del lavoro.

La scelta di legare una mobilitazione femminista allo sciopero ha connesso la violenza di genere con la violenza strutturale del neoliberismo, lo sfruttamento del lavoro, dei corpi e dei territori: questa connessione è stata colta come un punto molto avanzato, ma al tempo stesso molto complesso, di difficile articolazione e di ancor più difficile divulgazione. Rivendicazioni legate alle condizioni della donna si intrecciano con questioni generali, legate alla totalità dei rapporti sociali, che assumono particolare efficacia se guardate dalla prospettiva femminista. Il punto di partenza della lotta di Non Una di Meno, e probabilmente della grande maggioranza di coloro che l’8 marzo erano in piazza, è legato alla specificità della violenza che le donne subiscono quotidianamente: molestie, violenze quotidiane sia palesi sia celate, subordinazione alla figura maschile nei rapporti affettivi e domestici e un numero altissimo di femmicidi ogni anno.

Questo livello specifico, legato a una condizione della donna nella vita privata e in quella pubblica, risulta una prospettiva efficace per interrogare e criticare alcuni tratti generali della nostra società: la femminilizzazione del lavoro è il nome, il concetto, che restituisce questa unità di specifico e generico. Con femminilizzazione del lavoro si intendono due processi simultanei e tipici delle più recenti trasformazioni del mondo del lavoro: da un lato, la messa a profitto delle qualità più intime di ciascun individuo, profondamente legate al genere (qualità cognitive, affettive, comunicative, relazionali, performative, ecc..) e, in particolare, la messa a profitto di quelle capacità affettive e performative storicamente attribuite alle donne (esternalizzazioni e privatizzazioni dei servizi di cura, dagli asili nido alle case di riposo, enorme crescita di cooperative di educat* e operat* sociali); dall’altra, l’estensione all’intero mondo del lavoro di alcune condizioni tipiche del lavoro domestico della donna nella famiglia etero-patriarcale (la forte dipendenza personale dei lavoratori precari verso il loro superiore, l’intermittenza, la gratuità del lavoro, l’assenza di orari).

Oggi la questione del welfare e del reddito pare porsi, attraverso questo movimento femminista, con una forza inedita. La rivendicazione del reddito incondizionato come retribuzione dell’intera trama di attività e relazioni cooperative che costituiscono la «riproduzione sociale» può essere, in effetti, posta con efficacia dal punto di vista delle donne per la  mole di lavoro riproduttivo che cade su di loro. Tuttavia, ciò non significa rivendicare soldi per la propria vita affettiva o auspicare che questa venga mercificata: il lavoro di cura e domestico fa pur sempre parte di una dimensione umana e relazionale extralavorativa, che non intendiamo liberare solo facendola valere in termini monetari e salariali: si tratta di dare il giusto peso agli affetti e al lavoro umano senza che questo contribuisca ulteriormente allo sfruttamento generalizzato nel mondo del lavoro. Questa prospettiva consente di superare le posizioni che tendono a sminuire la violenza di genere a favore di uno sguardo più ampio sulla violenza capitalistica, ovvero: si può riconoscere un’ottica femminista come strumento di avanzamento, per tutt*, nella lotta anticapitalista, la quale non può prescindere a sua volta dalla lotta antipatriarcale.

I soggetti dell’emancipazione: tra particolarità e universalità.

L’importanza delle lotte femministe nel movimento anticapitalista dipende anche dal fatto che nella nostra società l’identità di genere sia una delle basi su cui si fonda la soggettivazione. In tempi di precarizzazione e individualizzazione, l’identità di genere diventa uno dei campi su cui si sente maggiormente la definizione della propria identità personale e, di conseguenza, dei rapporti di potere con altri gruppi o persone. È quindi possibile riconoscere una specifica subalternità della donna nel sistema capitalistico sia rispetto alle precedenti subalternità femminili, sia rispetto alla subalternità contemporanea di altri soggetti, senza creare una contrapposizione tra queste, ma individuandone le medesime dinamiche di assoggettamento che si concretizzano in forme diverse.

Non Una di Meno ha scelto di mantenere la centralità delle donne per evidenziare la specificità del loro sfruttamento e degli attacchi di genere che quotidianamente vivono sulla propria pelle. Una prospettiva femminista ma intersezionale risulta allora una posizione capace di connettere la molteplicità dei livelli del discorso. Il coinvolgimento del mondo queer è fondamentale come avanzamento. In questo senso, le donne in movimento attraverso la rete Non Una di Meno si propongono come soggetto politico che, a partire dalla radicalità delle proprie rivendicazioni specifiche, mette in discussione la struttura sociale complessiva e costruisce alleanze non identitarie, come dimostrato dalla forte presenza maschile nelle piazze dello «sciopero delle donne», per farsi tutt* soggetto dell’emancipazione universale e non solo del genere femminile. La centralità assunta dalle donne in questo percorso non va posta nei termini di una delega: davvero l’unico modo per evitare di riprodurre gli schemi di prevaricazione patriarcale è che gli uomini non partecipino attivamente, ma si limitino alla solidarietà? In una visione di alleanza delle lotte, coloro che godono, pur subendo forme di sfruttamento, di una posizione di privilegio dovrebbero sentirsi investiti di più responsabilità, dal momento che abbiamo riconosciuto come, nonostante le specificità, con una prospettiva intersezionale le dinamiche di assoggettamento siano le stesse per tutt*. Bisogna inoltre evitare di credere in un soggetto rivoluzionario privilegiato , in questo caso “le donne”, che determinerebbe la direzione del movimento e investirebbe su di sé un immaginario di forte rottura, creando una nuova feticizzazione:  non più quella della classe operaia, ma quella del genere femminile. È inevitabile chiedersi, dunque, se la prospettiva dello «sciopero delle donne» sia stata scelta solo per ragioni comunicative – perché capace immediatamente di creare un immaginario condiviso – o se invece ci sia l’idea che nel conflitto sociale sia sempre necessario partire da una posizione particolare, da un’identità in un certo senso costruita da altri nel corso di secoli di oppressione patriarcale.

Una teoria identitaria, e di conseguenza una lotta politica identitaria, rischia di occultare la liberalizzazione delle differenze di genere. Nonostante ciò, la prassi ci porta a considerare il riconoscimento di un’identità comune, e quindi di una controparte comune, come elemento necessario per un’attivazione ed un coinvolgimento ampi. Siamo quindi consapevoli della contraddizione tra un discorso che si concentra sul ruolo di subalternità della donna e uno che invece prova a sovvertire nella sua totalità la divisione di genere della società.

Riprendendo l’appello di Rosi Braidotti ad un “Femminismo delle differenze”, si potrebbe affermare che nella lotta al patriarcato, e quindi al capitalismo e viceversa, è necessario che ognun* parta dalla propria subalternità, determinata dall’intreccio di identità e conseguenti imposizioni vissuto sul proprio corpo, per riconoscere come comuni, affini e alleate le diverse subalternità altrui.

Lo sciopero femminista ha funzionato come sciopero sociale molto meglio di altri esperimenti negli anni passati. Quale è il motivo e che cosa possono ricavarne i movimenti? Sicuramente un suo merito è stato quello di far emergere il tema dello sciopero del lavoro precario in termini di femminilizzazione, cosa che lo rendeva un’arma più forte, più utilizzabile contro tante forme di oppressione – di genere, di razza etc. Secondo alcune attiviste di Ni Una Menos, è necessario partire dal corpo delle donne non perché il corpo sia l’irriducibile politico al di là di ogni discorso – infatti anche il corpo è l’effetto di violenza e discorsi sedimentati – ma proprio perché bisogna essere consapevoli di questa sedimentazione di violenza, oppressione, costruzione differenziata che incide persino la carne. Inoltre, è riuscito ad applicare alle pratiche di lotta la sempre maggiore unità di tempi di vita e tempi di lavoro, in altre parole di lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, propria del postfordismo.

Sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo.

Bisogna tuttavia tenere presente il rischio di esagerare nell’assimilare lavoro produttivo e riproduttivo. La nuova accumulazione, che va nella direzione di mercificare e privatizzare dei servizi di cura prima non pagati, viene spesso definita come «messa al lavoro della vita». È necessario interrogarsi su chi sia lo sfruttatore, chi guadagni da questa messa al lavoro, in modo da poter mantenere una differenza tra apparato ideologico che subordina culturalmente e sfruttamento lavorativo. Bisognerebbe chiedersi quale sia la differenza tra processo di accumulazione capitalistica – inclusione nel processo capitalistico di campi che erano esclusi dal profitto, anche se tale esclusione serviva magari a consolidare una subordinazione di gruppi sociali – e sfruttamento lavorativo vero e proprio. È possibile affermare che l’accumulazione si svolge sul terreno della riproduzione del capitale e lo sfruttamento rimane invece legato alla produzione?

Per portare avanti l’intuizione dell’8 marzo e far diventare qualcosa di diverso da uno slogan lo «sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo», bisogna innanzitutto interrogarsi su cosa sia il lavoro riproduttivo. Se per il femminismo degli anni Settanta il lavoro riproduttivo era produrre e mantenere forza-lavoro, cioè curare la casa, il marito e i figli, oggi il femminismo parla di riproduzione come riproduzione delle condizioni generali del sistema. Lo stesso discorso forse vale per l’imprinting e lo sfruttamento del lavoro volontario. Un* volontari* di Expo autoriproduce la sua forza-lavoro, ovvero si garantisce un curriculum che gli permetta di essere occupabile; il livello delle condizioni di esistenza della forza-lavoro e di occupabilità, molto più alto rispetto al passato, richiede una formazione continua di master, stage, lavoro gratuito e volontariato. Mentre in passato la riproduzione, cioè la sopravvivenza fisica e poco più, di marito e figli, era semplicemente delegata alla donna e alle istituzioni del pubblico, in primis quella scolastica, ora a questo si aggiunge la necessità dell’autoriproduzione, poiché la totalità della persona diventa forza-lavoro.

Prassi politica e riproduzione. Ovvero, che fare?

Queste riflessioni, portano ad interrogarsi sui confini della riproduzione e sugli intrecci tra quest’ultima e l’agire politico. L’organizzazione politica è in qualche modo una forma di riproduzione? Nel caso, anche la militanza e la critica intellettuale possono essere sussumibili. Con la consapevolezza che le medesime pratiche possono essere di rottura o potenzialmente diventare funzionali alla messa a valore,  (ad esempio, le capacità che le persone sviluppano nella militanza possono rivelarsi utili in ambito lavorativo) bisogna individuare degli strumenti di autoformazione, di critica e di conflitto che risultino non recuperabili e integrabili.. Lo sciopero sociale e politico, scelto dal movimento femminista come arma di lotta, può essere davvero antagonista ed eccedente se supera la sua dimensione simbolica per bloccare i processi di valorizzazione.

Il percorso verso l’8 marzo, ha dimostrato che proprio la pratica femminista dell’autonarrazione, grazie alla condivisione delle proprie condizioni lavorative, indissolubilmente legate alla vita personale, permette di individuare tra ambiti di lavoro e forme di sfruttamento molto diverse delle condizioni comuni: dipendenza personale dal datore di lavoro, incertezza salariale, impossibilità di determinare la propria vita, mancanza di separazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. A partire da queste, è possibile sia fare rete oltre l’isolamento delle lavoratrici e dei lavoratori, individuando delle necessità comuni che possono poi essere declinate nei diversi contesti, sia dotarsi degli strumenti necessari a trovare pratiche inclusive di sciopero, inteso come blocco di ogni forma di valorizzazione, che possa superare i ricatti e l’assenza di garanzie o persino di contratto.

In quest’ottica, l’8 marzo può essere considerato un passo importante nella ricerca di strumenti di attivazione, lotta e sciopero nella frammentazione e nel ricatto della precarietà. Ma ciò non è sufficiente. È nella scia di quanto iniziato l’8 marzo che va inserito un lavoro di inchiesta che, dotandosi dei metodi della conricerca, favorisca la narrazione, la condivisione e l’individuazione di una condizione comune e delle pratiche utili a sovvertirla.

Non moriremo precari -2 anni a manituana: assemblea cena&festa

Manituana è un luogo mitico della tradizione irochese dove i Sioux-Lakota si rifugiano a seguito della sconfitta subita per mano dei coloni americani impegnati nella rivoluzione americana. Qui tornano per ricostruire una società basata sull’auto organizzazione, sul rispetto per la terra, la fratellanza e la solidarietà tra gli individui. Manituana a Torino da due anni è un laboratorio culturale autogestito nato dall’esigenza di studenti di uno spazio fuori dall’università, dove organizzare seminari e laboratori autogestiti, cultura dal basso, pratiche di solidarietà e di mutualismo. Continue reading