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Manituana è uno spazio autogestito
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BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA

BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA

Braccia Rubate all’Agricoltura nasce come momento di raccordo di esperienze e interessi che animano quotidianamento Manituana, con lo scopo di dar vita a elaborazioni e pratiche che continuino la propria esistenza nello spazio e nelle nostre attività personali e collettive

I vostri deserti, le nostre mille isole.

Spazi sociali nel ciclo reazionario

Mercoledì 16 maggio, all’alba, i nostri spazi in Via Cagliari sono stati sgomberati e sigillati dalla Digos, grazie al dispiegamento di svariati reparti della celere. L’operazione non era stata preceduta da alcuna avvisaglia ed è giunta, anzi, assolutamente a sorpresa, proprio quando le trattative condotte dalla Film Commission (partecipata comunale e regionale, proprietaria in comodato d’uso dell’immobile) per l’affitto dei locali occupati erano ormai declinate. 
Senza alcuna giustificazione, un intero quartiere è stato militarizzato per più di ventiquattro ore, per mettere fine un’esperienza autorganizzata giovane ma radicata, che proprio negli ultimi mesi, dopo le difficoltà dovute all’apertura del nuovo spazio, cominciava a crescere ed affermarsi.

Più di sei mesi fa, avevamo deciso di liberare uno spazio fino ad allora inutilizzato rendendolo aperto a tutta la popolazione, ricco di attività culturali e sociali, in un quartiere cruciale per l’attuale sviluppo urbano, dove le grandi opere di edilizia universitaria e gli ingenti investimenti di capitali privati stanno determinando un aumento dei costo della vita e degli affitti. Una progressiva concentrazione di attività imprenditoriali e commerciali sta infatti colpendo la zona di Borgo Rossini, Aurora e i quartieri limitrofi, in completa assenza di servizi pubblici adeguati. Sono quartieri dove scarseggiano i luoghi di socialità fuori dal mercato, dove mancano i servizi più elementari e, più in generale, privi di reti di solidarietà e mutuo sostegno. In questi sei mesi, le attività e i percorsi nati con la nostra prima occupazione non sono stati soltanto trasferiti nel nuovo spazio, ma si sono evoluti e ampliati. Oltre agli innumerevoli momenti di autoformazione e divulgazione culturale (seminari, dibattiti, gruppi di studio, presentazioni di libri, proiezioni, concerti), abbiamo insistito sui percorsi sociali e politici che più ci sono affini: dalla pratica dell’acquisto collettivo e solidale alla lotta contro le frontiere, dall’antiproibizionismo agli esperimenti di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi e precari, fino all’impegno nel movimento transfemminista e alle iniziative contro la gentrificazione. La rete di corpi, intelligenze e pratiche comuni che anima il nostro collettivo si è così allargata e approfondita, confermando che l’esigenza di un percorso come quello di Manituana è diffusa e sentita in città. La mobilitazione in risposta allo sgombero ne è stata una prima prova: nell’indifferenza di gran parte della sinistra, centinaia di persone, giovani e meno giovani, si sono assemblate in un presidio di fronte ai cordoni di polizia che chiudevano Via Cagliari, muovendosi poi in corteo spontaneo nelle vie del quartiere.

Archivio Luciano Ferrari bravo

Ad una settimana di distanza, sentiamo la necessità di proporre alcune brevi riflessioni sulle motivazioni di questo sgombero e sul contesto politico locale e nazionale nel quale si inserisce. Le prime sono certo più semplici da analizzare: conosciamo ormai da tempo le modalità con le quali la Questura di Torino e i “pool” di zelanti  magistrati a lei prossimi – a prescindere dall’alternarsi di questori e procuratori – si confrontano con le forme di dissenso e autorganizzazione. Il relativo contenimento delle lotte esistenti è condotto a colpi di manganello, denunce e pesanti cicli di arresti e misure cautelari. La preoccupazione principale dei “tutori dell’ordine pubblico” è evidente: soffocare ogni emergenza che turbi l’equilibrio giudiziario e poliziesco che hanno faticosamente costruito; segare le gambe, appena possibile, alle esperienze che eccedano l’ordine costituito coinvolgendo la nuova composizione sociale giovanile e precarizzata che abita la metropoli postindustriale più grande d’Italia. Manituana cominciava ad accumulare forza, attraversando le lotte in corso e costruendo nuovi terreni di conflitto: era il momento di tarparle le ali.

Ora, se questa vigliacca strategia repressiva è nota e consolidata da almeno un decennio, ciò che ci sembra utile sottolineare è come essa interagisce con il “nuovo” modello di governance sperimentato dalla giunta comunale cinquestelle. Ormai un anno fa, riferendoci a questi temi in un articolo dedicato ai vergognosi eventi di Piazza Santa Giulia dell’estate scorsa, quando la polizia intervenne con la forza per applicare l’ordinanza comunale contro il consumo serale di alcolici negli spazi pubblici, scrivevamo: «assistiamo ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore» producendo così «un’azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori».  La giunta comunale ci sembrava allora in bilico tra la volontà di rispondere, almeno parzialmente, alle domande sociali che l’avevano portata al governo e la compatibilità opportunistica con le élites economiche e burocratiche che gestiscono effettivamente la città.  Oggi, questo equilibrismo è senza dubbio spezzato e i grandi annunci della campagna elettorali messi definitivamente da parte: lo sgombero di Manituana è solo l’ultima conferma della linea neo-centrista adottata dall’amministrazione cinquestelle, garante – a livello locale e nazionale –  della stabilità di governo e degli interessi padronali. Il modello che si intende applicare alle esperienze autogestite, malgrado la patina “municipalista” che alcuni rappresentati (esigua minoranza della giunta) talvolta evocano retoricamente, consiste nella loro riduzione a meri spazi di discussione critica, a luoghi di sperimentazione “alternativa”, tanto civici quanto inoffensivi politicamente. Questo fenomeno si incarna concretamente in un aut aut netto: la regolamentazione legalitaria o lo sgombero coatto. Come accade a livello nazionale, ciò che resta delle sensibilità “a sinistra” dei pentastellati trova il suo spazio d’azione  sul piano simbolico, nella mera testimonianza, senza contare nulla nelle scelte politiche determinanti a livello locale e nazionale.Tra un’impresa culturale gentrificante e un progetto autonomo nato dal basso non c’è dubbio su cosa scegliere, soprattutto quando il secondo diventa un fastidioso ostacolo per i processi di speculazione immobiliare e messa a valore dei quartieri. L’occupazione di Via Cagliari non era solo una minaccia per le geometrie dell’ordine pubblico, ma impediva, al tempo stesso, di affittare quei locali a qualche imprenditore della “cultura” che alimentasse ulteriormente la dinamica di gentrificazione.

D’altro canto, il contratto di governo firmato dalla coppia Salvini-Di Maio parla chiaro e rappresentata la versione neofascista del modello “partecipativo” torinese. Il punto dedicato a «sicurezza, legalità e forze dell’ordine» (p. 43) – da leggere in stretta connessione con quello sull’«immigrazione» – non lascia spazio a mediazioni integratrici e propone un programma inflessibile: la «velocizzazione delle procedure di sgombero» per le 48.000 occupazioni del paese, basandosi sul principio per il quale «le sole condizioni di difficoltà economica non possono mai giustificare l’occupazione abusiva» (p. 44). Nessuna considerazione della ricchezza del tessuto di autorganizzazione e solidarietà costituito dalle migliaia di occupazioni disseminate sul territorio, nessuna presa in carico degli effetti di impoverimento e proletarizzazione prodotti da un decennio di crisi: decoro e disciplina sono ora i corollari dell’applicazione del programma neoliberale. Insomma, un’autentica offensiva nazionale è ufficialmente dichiarata contro spazi sociali e occupazioni abitative. Saranno i prossimi mesi a dirci come questa si declinerà in contesti metropolitani già pesantemente colpiti dalle politiche di normalizzazione e securizzazione dello spazio pubblico, e quali risposte susciterà. Il «ciclo reazionario» nel quale siamo immersi, una volta assunto l’aspetto bifronte del cinqueleghismo, sceglie con precisione i suoi campi di attacco. Migranti e realtà autorganizzate sono in testa alle priorità, ma non è difficile indovinare che i terreni della riproduzione sociale, delle soggettività non conformi alle norme di genere e dei rapporti di lavoro saranno i prossimi a essere investiti dalla spirale di autorità patriarcale, nazionalismo e neoliberismo.

A fronte di questa situazione, non possiamo che ripartire dalla concretezza di quanto costruito in tre anni di lavoro e sperimentazione, e da questi ultimi sei mesi in particolare. Come per tante altre esperienze nella nostra città e altrove, uno degli insegnamenti principali che portiamo in eredità consiste nella determinazione collettiva, passione fortificatasi nella quotidianità – spesso faticosa – di un esperimento politico e sociale innovativo condotto in una fase di reazione. È muovendo da qui che possiamo affermare che il deserto apertosi alle spalle delle camionette e degli sguardi nervosi degli ufficiali di polizia non farà sprofondare le mille isole che abbiamo iniziato a costruire. Un arcipelago non è d’altronde riducibile ai suoi confini fisici: la sua geografia è definita dalla capacità di combinare molteplicità e coesione, differenze e unitarietà. Intrecciarne la trama, far parlare e interagire i differenti percorsi di lotta era esattamente la sfida che stavamo discutendo e affrontando nelle settimane precedenti allo sgombero. Tale programma di intersezione delle lotte precarie e femministe, dell’autogoverno libertario, della rottura di ogni frontiera, dei percorsi di autoproduzione culturale e approfondimento collettivo vivrà temporaneamente nelle isole che faremo emergere nella nostra metropoli, lavorando per costruire non uno ma mille arcipelaghi di liberazione. Allargare le faglie presenti nel ciclo reazionario, produrre una controffensiva che dalla quotidianità locale investa il livello globale, non sarà certo comodo e immediato, ma è un’impresa che matura grazie alla persistenza nel cammino imboccato e sulla base della convinzione che l’orizzonte di istituzioni autonome che intendiamo costruire avrà bisogno di terreni e spazi adeguati.

Cominciamo allora con il ritrovarci in assemblea sabato pomeriggio di fronte al Campus Einaudi, per parlare di ciò che Manituana è stata e potrà essere, contro e oltre il deserto lasciato dall’intervento della polizia.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito –  Torino

 

 

I vostri deserti, le nostre mille isole. Manituana Resiste!

 

Questa mattina all’alba i nostri spazi in via cagliari sono stati sgomberati e sigillati da decine di forze dell’ordine. L’operazione non era stata preceduta da alcuna avvisaglia e giunge, anzi, per noi assolutamente a sorpresa, proprio quando le trattative condotte da Film Commission per l’affitto dei locali occupati erano ormai declinate.

Ancora in questo momento stiamo cercando di recuperare i nostri materiali all’interno, sotto la sguardo vigliacco della polizia di stato.

Più di sei mesi fa avevamo deciso di liberare uno spazio aperto a tutta la cittadinanza, ricco di attività culturali e sociali, in un quartiere cruciale dell’attuale sviluppo urbano, dove le grandi opere di edilizia universitaria e gli ingenti investimenti di capitali stanno determinando un aumento dei prezzi e degli affitti, e una progressiva concentrazione di attività imprenditoriali è commerciali, in completa assenza di servizi pubblici adeguati. Un quartiere dove scarseggiano i luoghi di socialità, dove mancano aule studio, sale concerti e sale proiezioni.

Abbiamo scelto, qui, di liberare uno spazio sociale autogestito intorno a cui sviluppare la partecipazione cittadina, autorganizzata e dal basso, che si prenda cura del quartiere e del suo sviluppo.
Qui ritorneremo, convinti delle nostre ragioni, delle nostre posizioni, più forti, determinati e consapevoli di prima.

Questa sera ore 18 invitiamo tutti i solidali a un’iniziativa di sostegno a manituana, ritrovo su corso Verona, angolo via cagliari, di fronte alle camionette della celere!

Siamo tutti/e indisponibili

Nella piazza del primo maggio torinese, mentre i sindacati confederali e i partiti responsabili e complici delle disastrose riforme di questi anni facevano la loro tradizionale sfilata, nello stesso momento lo spezzone precario degli/delle indisponibili ha vissuto un’importante giornata di lotta, portando in piazza le rivendicazioni di chi, dall’alternanza scuola-lavoro alla ricerca universitaria, dal food-delivery alle cooperative sociali, è quotidianamente sfruttato, sottopagato, ricattato e non tutelato.

Studenti e studentesse che si vedono costretti a fornire manodopera gratuita alle multinazionali in nome di una presunta formazione; studenti- lavoratori che devono accettare impieghi malpagati, spesso in nero e a totale discrezione del datore di lavoro, per pagarsi le tasse universitarie; dottorandi/e che, contro lo scempio del “dottorato senza borsa”, richiedono la totale copertura delle borse di dottorato; ricercatori e ricercatrici in lotta per la stabilizzazione della proprio posto di lavoro attraverso investimenti e assunzioni; specializzandi/e e studenti di medicina che chiedono più borse di specialità e protestano contro lo sfruttamento dei neoabilitati, pagati a giornata o direttamente a cottimo, uno o due euro a prelievo di sangue, in attesa di vincere una borsa; rider in mobilitazione per il riconoscimento della subordinazione del rapporto di lavoro e di un salario degno; lavoratori e le lavoratrici delle cooperative contro le esternalizzazioni dei servizi pubblici, che non hanno fatto risparmiare nulla alle casse dello Stato, regalando invece guadagni d’oro ai direttori delle cooperative e delle fondazioni e precarizzando il lavoro dei cooperativisti, appeso periodicamente al cappio del cambio appalto. Nello spezzone degli indisponibili hanno trovato voce e visibilità i/le precari/e colpiti da vent’anni di contro-riforme, conclusesi con il Jobs Act, che hanno progressivamente smantellato diritti e tutele, flessibilizzato il mercato del lavoro al solo fine di abbassarne il costo e, per ultimo, legittimato il lavoro gratuito attraverso la promessa che la formazione e l’esperienza di oggi saranno ripagate domani.

Prima ancora che lo spezzone sociale e quello precario muovessero i primi passi su via Po, le compagne di Non una di meno tentavano di stendere dei fili da bucato davanti agli spezzone di Cgil, Cisl e Uil, per denunciare come la violenza di genere sia un elemento strutturale di una società che scarica sulle donne la maggior parte dei lavori di cura e riproduttivi, come se fosse una cosa naturale. Lo smantellamento e la privatizzazione di importanti settori di welfare, dagli asili nido agli ospedali, rende ancora più assidue e onerose quelle mansioni. La reazione dei servizi d’ordine dei tre sindacati confederali, che sin dall’8 marzo 2017 boicottano esplicitamente il movimento di Non di una meno, è stata immediatamente violenta e assistita dai loro colleghi della Digos e del reparto celere.

Poco dopo, durante il percorso del corteo, su via Po abbiamo sanzionato la sede del Rettorato dell’Università di Torino, dove baroni e amministratori dell’università scelgono di destinare gli investimenti del sistema universitario agli avanzamenti di carriera dei docenti prima che alla stabilizzazione dei precari, bloccando i piani di reclutamento dei/delle precari/e, e di impedire il libero accesso all’istruzione, attraverso l’introduzione di nuovi numeri chiusi.

 

Entrati/e in piazza Castello, abbiamo deviato dal percorso tradizionale del corteo e ci siamo diretti verso Piazza Solferino, per sanzionare la sede di Eataly recentemente aperta. Naturalmente Eataly, come molte altre catene commerciali, il 1 maggio è aperta e costringe i suoi dipendenti a lavorare. Non appena siamo arrivati di fronte a Eataly, i gestori del punto vendita hanno abbassato la saracinesca e sono stati costretti a chiudere il locale. Una serie di interventi, mettendo in luce le tante ombre del colosso guidato da Oscar Farinetti, ha fatto sì che il presidio rimanesse a lungo piantato di fronte alla saracinesche di Eataly. Non volevano chiudere, ma li abbiamo obbligati a farlo, e questo è già un punto di partenza.

Eataly ha anche sottoscritto un patto con il Miur per diventare l’ennesima azienda legittimata a sfruttare studenti e studentesse in alternanza scuola-lavoro. Nascondendosi, dietro al buon nome del “made in Italy” Eataly promette un’alternanza di qualità. Siamo andati sotto le loro finestre a chiedere dove sia il valore formativo delle esperienze di alternanza che propongono, dove siano le tutele dei lavoratori e l’eticità dell’azienda, dove siano i valori aggiunti ricavabili da un’esperienza didattica. La risposta a queste domande, però, arriva tutti i giorni con lo sfruttamento dei lavoratori e l’applicazione di logiche competitive e aziendalistiche nei percorsi di alternanza, la risposta arriva tutti i giorni e non fa che rendere Eataly una delle tante eccellenze dello sfruttamento.

Eataly è, poi, una delle tante multinazionali che si appoggia alle piattaforme del food delivery e che ha incrementato non di poco i profitti sul territorio da quando non occorre più uscire di casa per poter giovare delle sue prelibatezze, grazie a generose truppe di fattorini che consegnano on demand cibo a domicilio. Eataly, come tutti i piccoli o grandi ristoratori che si associano per propria convenienza alle piattaforme, finiscono per rendersi complici delle condizioni neofeudali in cui si trovano a lavorare i fattorini. Sono considerati collaboratori autonomi, perché basta una app a comunicarti tempi e luoghi di lavoro per mascherare la subordinazione e aggirare le norme vigenti in materia di contratti, salario, sicurezza, tutele e privacy. Lavorano a cottimo o per 5 euro l’ora, senza alcuna tutela in caso di incidenti e senza alcuna partecipazione dell’azienda alla manutenzione delle biciclette, ma ai manager di Eataly questo naturalmente non interessa.

Sanzionare Eataly è stata, infine, l’occasione di mandare un messaggio chiaro a colui che ne è a comando, il renzianissimo Farinetti. Costui, vantandosi della qualità dei prodotti di Eataly e della grande tradizione enogastronomica del nostro paese, in realtà si garantisce profitti annui miliardari grazie allo sfruttamento di lavoro sempre più povero e ricattato. I lavoratori di Eataly sono tutti dipendenti a termine, pagati poco più di 1.000 euro al mese per un contratto full-time, assunti con un contratto e poi demansionati, percepiscono straordinari forfettari e non pagati. L’insistenza mediatica di Farinetti sui dogmi del Jobs Act – la flessibilità assoluta in entrata (apprendistati di sei mesi, che si trasformano poi in contratti a tutele crescenti interrompibili in qualsiasi momento) e in uscita (licenziamenti senza giusta causa) come modello di organizzazione del lavoro parla da sè. Se il Jobs Act doveva aumentare gli occupati, la realtà è ben un’altra: aumentano, come in Eataly, i dipendenti con contratti di 6 mesi, che proprio il Jobs Act ha consentito di prolungare per ben 5 volte in tre anni. L’avanzata di Eataly è la migliore rappresentazione dell’ideologia renziana dell’innovazione, dove innovazione non significa altro che la valorizzazione di merci prelibate e costose, accessibili a una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di lavoratrici e lavoratori.

Dopo l’azione a Eataly abbiamo raggiunto lo spezzone sociale che, nel frattempo, aveva conquistato il palco di Piazza San Carlo. Da lì i rider in lotta hanno preso nuovamente parola, raccontando alle tante persone concentrate in quella piazza lo stato dell’arte delle proprie mobilitazioni e indicando i prossimi appuntamenti.

Con lo spezzone precario, questo primo maggio abbiamo detto chiaramente che non esistono lavoretti, esperienze formative volontarie, vocazioni o collaborazioni occasionali: il nostro è lavoro e come tale va riconosciuto, contrattualizzato, pagato e tutelato. Non siamo più disponibili a lavorare per 5 euro l’ora, senza i diritti e le tutele fondamentali, senza veri contratti di lavoro, come accade non soltanto ai rider ma a un’intera generazione sottopagata; vogliamo un salario minimo per ogni tipo di lavoro, subordinato, a chiamata, a progetto che sia. Non siamo più disponibili a essere considerati collaboratori occasionali e autonomi e assunti a partita iva, quando il nostro lavoro è comandato ed eterodiretto; vogliamo il riconoscimento della subordinazione dove c’è lavoro subordinato. Non siamo più disponibili a percorsi di formazione che si rovesciano in pura estorsione di lavoro gratuito, giustificati attraverso la promessa domani; vogliamo subito ciò che ci spetta, un reddito di base e incondizionato che ci permetta di non dover accettare ricatti, di non dover lavorare gratis o in nero, di non accettare lavori che non vorremmo fare.

Di fronte al tentativo di nascondere il lavoro dietro agli artifici retorici della “flessibilità”, “opportunità”, “lavoretto” e “formazione”, per autodeterminare le nostre vite vogliamo salario minimo, reddito di base, tutele, diritti e investimenti per la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e di tutte le categorie.

Camera del Lavoro – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i precari/e (Clap)

Studenti Indipendenti (SI)

Laboratorio Studentesco (Last)

Ricerca Precaria

Associazione Dottorandi Italiana (Adi)

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestione

Foodora: la mobilitazione dei riders arriva in tribunale

 

di Camera del Lavoro Torino – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i e Precari/e

Le mobilitazioni dei fattorini di Foodora, esplose a Torino nell’autunno del 2016, segnarono l’alba di un ciclo transazionale di lotte nel settore del food-delivery, capaci di denunciare le profonde contraddizioni dell’intero sistema della Gig Economy, sospeso tra tecnologie avanzate di organizzazione del lavoro attraverso le piattaforme digitali e condizioni neo-feudali dei lavoratori (paghe a cottimo, assenza delle garanzie minime, arroganza dell’azienda). Quelle lotte hanno saputo catturare l’attenzione mediatica e sviluppare un’indignazione diffusa rispetto allo sfruttamento esasperato a cui i riders sono sottoposti.

A parziali ma importanti vittorie ottenute (in particolare, la paga oraria ha progressivamente sostituito quella a cottimo, pur attestandosi su cifre troppo basse per essere considerate dignitose), seguì una dura reazione da parte dell’azienda, che non rinnovò il contratto ai lavoratori più esposti nelle mobilitazioni e diede avvio a un’attenta gestione del personale e della sua composizione sociale, tesa a neutralizzare un possibile riaccendersi delle iniziative rivolte contro di essa. Oggi quella lotta è arrivata in tribunale, grazie alla perseveranza di quei lavoratori che, seppur licenziati, hanno voluto portare sino in fondo la loro promessa: riscattare le condizioni di sfruttamento acuto a cui i fattorini devono sottostare e conquistare diritti, tutele e contratti regolari nell’ambito del food-delivery.

Già nell’aprile del 2016, durante la prima assemblea autoconvocata, più della metà dei lavoratori stesero una lista di rivendicazioni minime (l’equiparazione del compenso tra Torino e altre città, la convenzione con ciclofficine, l’aumento della paga nei giorni festivi e il rimborso per le spese telefoniche). L’azienda chiuse sin da subito l’apertura di ogni tavolo di trattativa, comminando sanzioni disciplinari (sospensione dai turni) ai lavoratori coinvolti, chiudendo la chat aziendale da cui i lavoratori potevano accedere ai contatti dei colleghi e, d’altra parte, insistendo su un aumento immediato delle assunzioni, con cui fu favorita la concorrenza interna tra i lavoratori e arginato il dissenso interno verso la dirigenza della piattaforma.

I “foodorini” torinesi risposero con un autunno di grandi mobilitazioni, dove si intrecciarono forme di sciopero tradizionali (rifiuto degli ordini e interruzione collettiva delle consegne) a forme invece innovative di sciopero metropolitano e sociale, che puntavano a colpire radicalmente l’immagine pubblica dell’azienda e ad accumulare forza attraverso la partecipazione diretta della cittadinanza solidale.

Guadagnato consenso e protagonismo nel dibattito pubblico, il collettivo dei riders in lotta decise di ricorrere alle vie legali per portare fino a fondo la propria battaglia e attaccare, anche dal punto di vista giuslavorista, le effettive modalità di svolgimento del rapporto di lavoro basate sull’algoritmo, che, trasfigurando un rapporto di subordinazione e di comando in “collaborazione autonoma”, aggira i codici del diritto del lavoro in materia di diritti e di tutele dei lavoratori e di garanzia della privacy.

La prestazione lavorativa dei fattorini del food-delivery riproduce tutte le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Sono infatti tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro decisi dall’azienda e comunicati attraverso la app; quando ricevono un ordine di consegna, devono dirigersi prima verso il ristorante a ritirarlo e poi verso l’indirizzo del consumatore, senza alcun limite all’estensione metropolitana in cui lo spostamento può essere richiesto. I turni, per i quali ciascun fattorino dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori con la discrezione di aumentare o ridurre l’orario della fascia lavorativa a seconda delle proprie esigenze; anche i luoghi di partenza sono predefiniti dall’azienda. A ben vedere, ogni fase del processo lavorativo del rider – dal blocco di partenza, all’ordine ricevuto, alla consegna da svolgere e dunque la conseguente distanza da percorrere tra punto di partenza, ristorante e destinatario – è sottoposto al comando dell’azienda-piattaforma e non concede alcun margine di autonomia al lavoratore.

La paga indegna in questo settore lavorativo (che sia a cottimo o paga oraria fissa) è stata costantemente giustificata, in questi anni, con la retorica che quello del rider sia soltanto un “riempitivo”, un “lavoretto”, un modo per arrotondare. Lo ripetono in continuazione i direttori di Foodora, così come anche i loro avvocati difensori. Tutto al contrario, l’organizzazione dei turni impone una disponibilità costante da parte del lavoratore, costretto a contendersi l’assegnazione dei turni con i suoi colleghi, e trovandosi così in difficoltà a programmare e svolgere serenamente altre attività durante la settimana.

Non contenta di retribuzioni da fame, l’azienda non si fa carico di alcuna tutela circa le condizioni di salute e di sicurezza del rider, giustificandosi attraverso lo statuto autonomo del suo lavoro, che scarica sul lavoratore ogni responsabilità assicurativa e anti-infortunistica. Eppure, i riders sono esposti, nel loro tempo di lavoro, a uno sforzo fisico sfibrante, ai pericoli continui del traffico stradale e a condizioni climatiche e atmosferiche spesso avverse durante l’anno. Le piattaforme, come detto, non garantiscono alcun controllo della salute dei fattorini, alcuna verifica della loro conoscenza del codice stradale, alcuna formazione specifica per la sicurezza sulla strada. Manco a dirlo, non è svolto nessun controllo sull’affidabilità delle bicilette utilizzate, che sono di proprietà del lavoratore e di cui l’azienda si disinteressa completamente. Quando, come purtroppo talvolta accade, il fattorino subisce un incidente, un infortunio, uno stress fisico eccessivo o un danno alla bicicletta, la piattaforma è estranea a tutto ciò, si limiterà a sostituire quel rider con un altro per i successivi turni.

In terzo luogo, la violazione della privacy personale risulta un ulteriore elemento profondamente iniquo nel rapporto di lavoro che lega la piattaforma ai suoi “collaboratori”. L’applicazione attraverso cui è organizzata Foodora richiede l’accesso, infatti, ad alcune informazioni personali depositate nella memoria del cellulare, dalla casella mail sino alla propria posizione. La geolocalizzazione è continuativa durante tutta la durata dell’attività ed è attentamente tracciata dalla piattaforma per valutare la affidabilità e la velocità del lavoratore, costituendo nei fatti uno strumento tanto di sorveglianza, quanto di valutazione e di classificazione dell’efficienza dei lavoratori. La consapevolezza di essere sotto costante osservazione cronometrica spinge il lavoratore a comportamenti spesso pericolosi sulla strada, che ne minacciano la sicurezza, al fine di migliorare i propri parametri d’efficienza ed essere riconfermati nei turni successivi. Se i tratti d’autonomia del lavoratore del food-delivery sono circoscritti alla libertà di segnarsi in questo o quel turno, i meccanismi di controllo e competizione interna per l’assegnazione dei turni sono in realtà così pervasivi da rovesciare quell’autonomia in dispositivo di costrizione continua sulla forza-lavoro.

 

La portata dell’intero ciclo di lotte all’interno del food-delivery, ivi compreso il suo prossimo e decisivo passaggio in tribunale, è, senza eccessi, storica. Si tratta del primo processo, in Italia, alle piattaforme della Gig Economy, che, concedendo iniziali tratti d’autonomia ai suoi lavoratori e mascherando il loro comando tipicamente padronale dietro il funzionamento di un algoritmo, riconfigurano segmenti tipicamente subordinati del lavoro in finte collaborazioni autonome prive di garanzie salariali, tutele, coperture e, ca va sans dire, rappresentanza sindacale. A essere accusata in questo processo non è soltanto Foodora, né soltanto le altre piattaforme del food-delivery che, dopo la ribalta mediatica delle lotte all’interno di Foodora, si sono proposte sul mercato in alternativa a essa, proponendo condizioni di retribuzione e di lavoro leggermente migliori, per poi cancellare pian piano quelle concessioni minime e ripristinare condizioni feudali di lavoro (tra gli altri, è il caso di Deliveroo, che, concessa in un primo momento la paga oraria in alternativa al cottimo di Foodora, ha ora avviato una conversione al cottimo di tutti i contratti dei suoi riders).

Le lotte all’interno di Foodora e delle altre piattaforme hanno avuto, negli ultimi due anni, la grande di forza di attaccare una tendenza generale e crescente delle nuove forme di sfruttamento del lavoro, vale a dire, la trasformazione del lavoro salariato tradizionale in lavoro autonomo on demand, retribuito soltanto per le prestazioni effettivamente elargite (sia una consegna o un qualsiasi altro servizio) e privato dei diritti e delle tutele conquistate storicamente sul terreno del lavoro subordinazione. Le rivendicazioni che, oggi, 6 ex-dipendenti di Foodora portano in un’aula di tribunale sono le rivendicazioni di un’intera generazione che intravede, di fronte a sé, un futuro di “autonomia coatta”, sottopagata, sfruttata, fasulla. La sentenza di questo processo riguarderà tutti i settori della Gig Economy e le condi

 

zioni di lavoro, presenti e future, di tutte e tutti noi.

Mobilitiamoci tutti insieme in occasione di questo processo dalla portata così generale. L’appuntamento è, dunque, per mercoledì 11 aprile di fronte al Tribunale di Torino, alle ore 9, per assistere collettivamente all’udienza in aula e affermare concretamente che in gioco in questa causa, sono i diritti sul posto di lavoro di tutti.

Link dell’Evento

Appunti da Laboratorio. La democrazia è fascista, il dissenso è reato, il precariato è libertà


Dopo la straordinaria mobilitazione popolare di Macerata, si sono moltiplicate in tutto il paese, in queste ultime settimane di campagna elettorale, iniziative antifasciste spontanee, autorganizzate dal basso e piuttosto partecipate, che hanno affermato una posizione chiara e determinata: nessuna agibilità politica e diritto di parola pubblica per le organizzazioni neo-fasciste.

In tale contesto, le forze politiche istituzionali – in primis il Partito Democratico, a capo del governo – hanno prima tentato di vietare e neutralizzare le mobilitazioni (come noto, Minniti fece di tutto per non autorizzare il corteo di Macerata), poi le ha violentemente attaccate e represse, dimostrando una tacita complicità verso l’avanzata delle organizzazioni neofasciste. Queste sono state opportunamente sdoganate sui mass- media, e tutelate dalle forze dell’ordine per consentire il restyilng elettoralistico dell’immagine antifascista delle forze politiche liberali e progressiste. La criminalizzazione dell’antifascismo militante, e i massicci interventi repressivi della Questura nei confronti delle recenti mobilitazioni, si inseriscono dunque nel preciso disegno elettorale di rappresentare i fascisti e gli antifascisti come equidistanti ed egualmente violenti. I principali quotidiani nazionali, le televisioni di Stato, alcun* presunti intellettuali, che forse sarebbe meglio definire giullari di corte, hanno sostenuto la volontà politica istituzionale di combattere il movimento antifascista. Così è cominciato l’attacco mediatico: la tentata strage razzista di Traini è stata narrata come il gesto di un singolo uomo folle di fronte a cui raccogliersi in silenzio, occultando l’origine e la difesa fascista di quell’azione; l’enorme manifestazione di Macerata è stata oscurata poiché non ha fatto alcuna notizia utile alla sua criminalizzazione; le aggressioni fasciste nelle scuole e nelle città sono state taciute e trattate come casi di cronaca; le sollevazioni antifasciste sono state ridotte a guerra fra bande.

Malgrado il clima terroristico e repressivo costruito intorno a noi, le mobilitazioni di queste settimane riflettono la vitalità delle energie antifasciste diffuse sui territori del nostro Paese. D’altro lato riscontriamo e riflettiamo sul riprodursi, anche da parte nostra, di linguaggi, immaginari e pratiche dell’antifascismo – “staniamo Di Stefano!”, “appendiamo i fasci a testa in giù” – troppo settari ed escludenti, spesso legati a prove di forza muscolari, poco aperti alle differenze, in cui non tutt* vi si possono riconoscere facilmente. Questi frenano in più di un caso l’espansività del sentimento antifascista che va accompagnandosi spontaneamente all’avanzata delle nuove destre e si prestano, spesso inconsapevolmente, alle strumentalizzazioni e falsificazioni nell’opinione pubblica. Certamente la prima costruzione mediatica da denunciare e smontare è la strumentale distinzione tra “antifascisti buoni” e “antifascisti cattivi”, classica mossa per dividere e neutralizzare l’antifascismo militante. Queste distinzioni fanno comodo a chi ci vorrebbe divis* e incapaci di rispondere alle provocazioni; ci dispiace che strutture politiche, sindacali e associazionistiche del nostro Paese, pur dichiarandosi antifasciste, non siano disposte a capirlo. Nelle piazze, in questi anni, abbiamo sempre cantato “siamo tutt* antifascist*” e questo è l’unico tipo di antifascismo che riconosciamo e su cui vogliamo insistere a partire dal 5 marzo: quello di tutti e tutte.

In questo clima, una maestra elementare, in piazza con noi a Torino durante il corteo contro Casa Pound, ripresa in diretta tv a denunciare l’operato delle forze dell’ordine, è stata trasformata – anzitutto da Renzi, Corriere della sera e Canale 5, poi seguiti dal governo e dalle principali testate giornalistiche – a emblema dei gruppi antifascisti violenti e sguaiati, costruendo un attacco ad personam senza precedenti con il solo fine di “colpirne una per educarne cento”. In quella piazza abbiamo effettivamente assistito ad una gestione sciagurata dell’ordine pubblico che raramente ci era capitato di vedere: venti minuti di gettate di idrante gratuite e “preventive” contro il corteo appena partito, senza alcuna giustificazione, cui seguiranno decine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche chilometriche. Flavia ha reagito e ha gridato contro la Polizia come tutt* noi, come un migliaio di altre persone in quella piazza, come tanti altri dipendenti pubblici. Eravamo tutt* esasperati di fronte a una carica così violenta e gratuita. A chi si sofferma sulle frasi dette, se anche non le condividesse, suggeriamo di guardare il contesto in cui centinaia di persone stavano gridano quelle stesse cose. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare e di sospensione a danno di Flavia, l’ordine di “licenziamento” pronunciato con arroganza tipicamente padronale da parte di Renzi in diretta televisiva, e il linciaggio mediatico di questi giorni dicono però qualcosa di più oltre alla repressione del movimento antifascista.

La prima riguarda la facoltà di giudicare il comportamento di un insegnante al di fuori del suo servizio. Se la sfera del lavoro e quella del non-lavoro sono oggi confuse l’una nell’altra e di fatto indistinguibili, è perché nel privato non deve esserci spazio per il tempo libero, per lo svago e nemmeno per l’attività politica, ma soltanto per la propria formazione continua e la propria auto-valorizzazione. Tutta la vita deve essere messa a valore, la qualità della nostra prestazione lavorativa, la nostra professionalità devono essere sempre, incessantemente, in cima ai nostri pensieri. L’estensione del lavoro e delle sue esigenze specifiche a ogni ambito delle nostre vite, approfondendo la soglia dello sfruttamento del lavoro, determina così una limitazione della libertà di espressione, azione ed autodeterminazione.

Nel caso specifico, notiamo come l’attacco subito da una maestra da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti si inserisca perfettamente nel modello di scuola aziendale cui puntano le riforme dell’ultimo decennio. La “Buona Scuola”, il potenziamento dei poteri dei presidi e i decreti che ne sono susseguiti mirano, d’altronde, a un disciplinamento mirato del corpo insegnante, moralmente responsabile e politicamente vigilato anche al di fuori del suo contesto professionale e lavorativo. La funzione delle Scuola e università, dunque delle e degli insegnanti, non deve essere quello di sviluppare saperi critici e cittadinanza attiva, tutelando la libertà di espressione di tutte e tutti, ma soltanto quello di obbedire alle leggi dello Stato e di veicolarle senza possibilità di critica. La campagna mass-mediatica contro Flavia ha ripetuto sin da subito, non a caso, come un atteggiamento esplicitamente critico verso gli apparati di Stato, disposti a protezione della propaganda fascista, non sia compatibile con un ruolo pedagogico, invocando la responsabilità morale dell’insegnante al di fuori dell’orario di lavoro. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare proveniente dalla ministra Fedeli e dal segretario del Pd Renzi dimostra come oggi i luoghi della formazione siano sempre meno delle comunità aperte e plurali, sempre più servizi aziendali dove vige la parola dello Stato padre e padrone, che può licenziare i propri dipendenti non appena questi non gli obbediscono.

In questo attacco mediatico ritroviamo, infine, lo stampo sessista che colpisce tutte le donne che non rispettano il ruolo di sottomissione a loro assegnato, non stanno al loro posto, non sono miti, accudenti e composte, ma urlano, si arrabbiano e fanno sentire la loro voce. In particolare, le maestre, lavoro di cura e riproduttivo per eccellenza, non avrebbero il diritto di urlare per strada contro i soprusi polizieschi, ma devono rispettare l’immagine di donna tranquilla e rassicurante, il cui ruolo educativo sarebbe semplicemente quello di assicurare la riproduzione della società così com’è.

Dal segretario Renzi, la gogna mediatica è stata immediatamente recepita dagli esponenti locali del PD. Insieme alla dir poco prevedibile sparata di Stefano Esposito, anche Davide Mattiello, deputato democratico, ha appoggiato la richiesta di provvedimento disciplinare, argomentando che un’insegnante, pur libera di esprimere le proprie idee politiche, è sempre tenuta a rispettare la Costituzione. Se compito dell’insegnate è anche quello di introdurre i ragazzi ai valori della Costituzione, non può essere dunque una buona insegnante colei che ne viola i principi. Un’insegnante che denuncia, con toni forti ed esasperati, l’abuso di violenza da parte delle forze dell’ordine, viene così indegnamente messa sullo stesso piano di un’insegnante che diffonde idee razziste e discriminatorie, come se poi già non ce ne fossero purtroppo moltissimi di casi simili. A chi usa strumentalmente la Costituzione per togliere legittimità all’antifascismo, noi vogliamo chiedere: chi non rispettava la Costituzione giovedì scorso, chi gridava la propria rabbia o la polizia schierata a protezione dei fascisti? Chi non rispettava la Costituzione a Bologna, gli antifascisti o la polizia accorsa a liberare la piazza per Forza Nuova? Chi non rispettava la costituzione, quando le forze dell’ordine minacciano i manifestanti, con insulti sessisti “zecca”, “puttana”, “devi morire”? Perché a restituire una parte della violenza che subiamo costantemente dalle forze dell’ordine e dallo Stato, chi viola la Costituzione saremmo noi?

I media, mentre concedono parola in studio e dirette televisive ai neo-fascisti, considerandoli un partito come gli altri, delegittimano a ogni costo la lotta antifascista, facendola sembrare una guerra tra bande e insistendo sul presunto “fascismo degli antifascisti”. La cosa che ci fa rabbia e che troviamo inaccettabile non è tanto La Repubblica che tuona contro il fascismo quando Forza Nuova sfila sotto la sua sede, né le false lettere dei figli delle forze dell’ordine retoriche e sensazionaliste. Ci fa indignare il fatto che il tritacarne mediatico costruisca questa rappresentazione falsata, viziata da interessi elettorali e di potere ben precisi, sulla pelle di una maestra che grida in piazza contro le ingiustizie e contro i fascismi, che questa persona possa pagare cara la propria indignazione per la malafede di chi, invece di fare informazione, si presta ai soli interessi dei potenti. Ci indigna vivere in un Paese dove a Flavia sono state addossate responsabilità gravissime per il solo fatto di essere finita sotto il tiro della telecamera sbagliata, mentre quotidianamente i fascisti seminano odio seriale e violenza nel silenzio generale, a partire proprio dai luoghi della formazione.

Rilanciamo l’appello, uscito congiuntamente sui siti di Effimera e di Euronomade, in solidarietà per Lavinia Flavia Cassaro, con la convinzione che il suo caso sia paradigmatico di un attacco alla libertà di tutte e tutti e alla democrazia. Ci impegneremo anche noi affinché le istituzioni scolastiche ritirino il provvedimento disciplinare. http://effimera.org/noi-stiamo-con-laviniaee/

Manituana  – Laboratorio Culturale Autogestito

SI – Studenti Indipendenti

LaSt – Laboratorio Studentesco

Sull’articolo della Stampa: di fake news, fango e “giornalismo” di regime

Siamo tutte antifasciste! Siamo tutte Cattive maestre!

 

Con la cultura non si mangia (più) – sui licenziamenti della fondazione Torino Musei!

Durante la giornata di sabato, la Fondazione Torino Musei ha comunicato, tramite mezzo stampa, la chiusura dei servizi relativi a Borgo Medievale, Biblioteca d’Arte, Archivio Fotografico e Museo Diffuso della Resistenza, avviando la procedura di licenziamento collettivo per 28 lavoratrici e lavoratori ( 13 al Borgo Medievale, 6 Biblioteca d’Arte Gam, 6 Fototeca, 3 in distacco al Museo Diffuso della Resistenza). I licenziamenti potrebbero decorrere già dal prossimo 28 dicembre e gettano nell’improvvisa disperazione le vite quotidiane di 28 persone. La modalità con cui questi sono condotti offende ancor di più la dignità del loro lavoro e quella di tutto il lavoro culturale della nostra città: ignorando le contrattazioni sindacali, sono stati comunicati attraverso i giornali, con una sola settimana di anticipo, senza alcuna garanzia reale di ricollocamento per i 28 dipendenti. Le responsabilità di questa vicenda sono in egual misura da attribuire alla Fondazione Torino musei e al Comune di Torino. La prima decide di tagliare in maniera sostanziosa sull’organico, lasciando 28 dipendenti privi di un lavoro e di un reddito, senza alcun preavviso. D’altra parte la città di Torino, con i suoi recenti tagli al settore della cultura, ha avviato un processo di smantellamento dei diritti dei lavoratori nel settore della cultura. Il vanto che le istituzioni locali sfoggiano, disegnando una Torino come capitale culturale e artistica, è ridicolo e suona come una vergognosa beffa a fronte di scelte politiche che vanno nella direzione contraria, disinvestendo sulla cultura e scaricando le conseguenze su lavoratrici e lavoratori. Infatti, a Torino come nel resto d’Italia, il turismo cresce e i dipendenti diminuiscono, incentiva il lavoro gratuito e volontario rispetto alle assunzioni a tempo indeterminato di dipendenti professionali e qualificati. Nel settore culturale assistiamo a una sostituzione del lavoro qualificato e retribuito con forme di volontariato che abbattono la professionalità del lavoro culturale, favorendo la deprofessionalizzazione e la diffusione del lavoro nero. Come studenti medi, universitari e giovani precari di questa città esprimiamo massima solidarietà verso i 28 dipendenti museali e ci impegneremo nei prossimi giorni, ancor più del solito, a difendere i loro diritti, la loro la dignità e la professionalità. I loro diritti sono i nostri stessi diritti. Vogliamo dalla Fondazione l’immediato ritiro dei licenziamenti e dal Comune un reinvestimento sostanzioso nel campo della cultura torinese. Tuttavia, stando alle dichiarazioni di queste ore da parte delle sopracitate istituzioni, non ci illudiamo che possa piovere dal cielo alcun ritiro dei licenziamenti, né alcuna certezza reale di riassorbimento dei lavoratori, ma solo soluzioni parziali e incerte o promesse ipocrite ed elettoralistiche (ad esempio da parte della Regione Piemonte). Di fronte a un attacco così vigliacco, e a una situazione così drammatica in cui vengono a trovarsi 28 lavoratrici e lavoratori, crediamo sia urgente la convocazione di un’assemblea, alla quale i lavoratori e lavoratrici possano prendere direttamente parola e autodeterminare forme e pratiche della mobilitazione, e alla quale prenderemo, se possibile, volentieri parte anche noi come “esterni” solidali, in modo che il nostro sostegno possa tradursi in forza materiale a fianco delle e dei licenziati. Ma soprattutto, ci pare necessaria la convocazione di uno sciopero sin dai prossimi giorni, nel cuore delle vacanze natalizie, che metta al muro i responsabili di questa vicenda, sottragga loro la maschera dell’ “era necessario, non potevamo fare altrimenti” e li obblighi a ritornare sin da subito sui loro passi.

LaSt – Laboratorio Studentesco

SI – Studenti Indipendenti

Manituana – Laboratorio culturale autogestito

“FINE PENA MAI” – APPELLO PER LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E CONTRO L’USO MANICHEO DELLA STORIA.

Riprendiamo da effimera quest’appello che condividiamo e ci sentiamo di sottoscrivere – Manituana – Laboratorio Cuturale Autogestito.

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivoOfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

Manituana ha una nuova casa – Ci cacciano dall’università, ci prendiamo la città!

Da oltre quattro mesi, al Laboratorio Culturale Autogestito Manituana, ubicato in via Sant’Ottavio 19 bis, è stata data comunicazione da parte dell’Università di Torino, proprietaria dell’immobile, che importanti lavori di ristrutturazione avrebbero reso inagibili i suoi spazi. Fino ad oggi abbiamo resistito alle minacce. Con la ricchezza delle nostre attività sociali e culturali e la gioia della nostra quotidianità comunitaria, abbiamo posticipato colpo dopo colpo l’inizio dei lavori stessi. Questa condizione non era, tuttavia, ulteriormente sostenibile, di fronte alla necessità dello svolgimento delle ristrutturazioni e della messa in sicurezza dei nostri locali.

Abbiamo così pensato che fosse venuto il momento giusto, l’occasione di rilanciarci e di espanderci. La grandiosa partecipazione attiva e solidale che si è generata in questi mesi intorno a Manituana, oltrepassando ogni aspettativa, ci ha consegnato una sfida affascinante, che abbiamo deciso di raccogliere senza presunzione. Non si tratta soltanto delle oltre mille firme digitali, raccolte in poche settimane a sostegno del nostro appello, provenienti da donne e uomini, dal mondo accademico, associazionistico, sindacale, politico e da tantissime compagne e compagni dei movimenti sociali. Le esperienze e le soggettività eterogenee che, nello spazio comune di Manituana, hanno saputo intrecciarsi, collaborare in forme di decisione e autogestione collettiva, talvolta caotiche ma profondamente orizzontali, rigorosamente libere da gerarchie e campanilismi interni.

Manituana: i seminari autogestiti di letteratura, filosofia e psicanalisi, che, contro l’attuale miseria del mondo accademico, all’insegna dell’interdisciplinarietà e della condivisione dei saperi, si pongono l’obiettivo di sviluppare pensiero critico e confronto aperto a tutte e tutti; il gruppo di teatro, il collettivo artistico, i concerti, le jam sessions e una vasta programmazione di dibattiti e presentazioni di libri, per autoprodurre cultura collettivamente e fuori dai circuiti di mercificazione. Manituana: una ciclofficina e un Gruppo di Acquisto Solidale, attraverso cui tanti giovani e studenti, costruendo strumenti di mutuo-aiuto, agiscono per un modello alternativo di mobilità, di consumo, in collaborazione con chi attua sui territori pratiche alternative di produzione alimentare e di salvaguardia dell’ambiente. Manituana: gli sforzi e gli esperimenti, in connessione con altre realtà, di mutualismo e autorganizzazione di lavoratrici e lavoratori precari/e e autonomi/e, la cui vita oscilla tra sottooccupazione e disoccupazione, tra esclusione dal mercato del lavoro e sfruttamento, privi di tutele, diritti e assistenze; i laboratori di approfondimento e intervento politico nei (e per i) movimenti a difesa dell’università pubblica, dei diritti sociali e dei territori, contro le discriminazioni e le violenze di razza e di genere. Manituana: un’aula studio, uno spazio per mangiare e una biblioteca virtuale contro le mancanze del welfare studentesco; uno spazio sociale dove tanti e tante si incontrano e condividono il proprio tempo libero, come il luogo mitico della tradizione Cherokee in cui gli indiani si rifugiano per sfuggire ai coloni bianchi, dove creano una comunità fondata su rapporti paritari, solidarietà e autogestione

Attraverso la contaminazione di pratiche e discorsi differenti, Manituana ha accumulato in questi anni una forza eccedente rispetto alla nostra esistenza attuale. Abbiamo visto crescere spontaneamente questa molteplicità di esperienze e pensiamo che oggi questa abbia molto da proporre a tutta la città e da riceverne in cambio. Negli ultimi dieci anni di crisi, a Torino, sotto il ricatto del debito, abbiamo assistito allo smantellamento dei servizi fondamentali, del welfare e della cultura, che ha impoverito e desertificato intere aree popolari della metropoli, per poi consegnarle alle forze della speculazione e della riqualificazione urbana. Alcuni quartieri sono stati “riqualificati” attraverso una proliferazione selvaggia delle attività commerciali e delle sedi aziendali, la svendita di patrimonio pubblico a grandi imprese o singoli colossi del mercato immobiliare privato e un aumento generalizzato dei costi e degli affitti. Questi fenomeni, combinandosi con la disoccupazione dilagante, lo smantellamento di tutele, assistenza, servizi pubblici fondamentali e continuità di reddito, gravano anzitutto sulla popolazione “storica” dei quartieri in questione.

Abbiamo oggi liberato gli spazi in via Cagliari 34/C, uno spazio abbandonato da più di cinque anni, a poche centinaia di metri dal nuovo Campus Luigi Einaudi, nel pieno della vita universitaria. Si tratta di un’area della città in cui si stanno condensando, ogni anno di più, fette considerevoli della popolazione universitaria, esercizi commerciali, palazzi di grandi imprese multinazionali, conseguenti e repentini effetti di carovita e caroaffitti e in cui si registra un’assoluta carenza di alcuni servizi fondamentali. Non è presente una sola aula studio, non c’è un cinema, mancano gli spazi dell’aggregazione in cui i giovani, ma non solo, possano riunirsi, confrontarsi e stare insieme fuori dalle logiche del consumo. Le poche realtà e associazioni presenti sul quartiere non possono da sole alimentare una rete di attivazione sociale adeguata a questi bisogni. Vogliamo realizzare un’aula studio e, insieme, uno spazio di elaborazione, di socialità, aggregazione, di autorganzzazione del mondo del lavoro. Vogliamo aprire uno spazio che sappia vivere nel quartiere, intrecciando le energie creative della composizione studentesca e giovanile di cui facciamo parte con le esigenze e le abitudini delle famiglie e dei residenti storici della zona. Vogliamo una città strutturata a partire dai nostri bisogni e non dalle logiche di profitto.

Il nostro orizzonte è quello di costruire dal basso, intorno a uno spazio liberato, in forma partecipata e aperta a tutt*, servizi essenziali oggi mancanti, integrazione autonoma tra studenti e residenti; favorire autoproduzione culturale e creativa per non lasciare che qui, alle spalle del nuovo Campus, cultura, pensiero e arte possano essere sussunti dagli interessi privati e organizzati in una dimensione di accumulazione e mercificazione. Crediamo che per questo quartiere e per questa città uno spazio del genere non solo sia necessario, ma sia una vera e propria priorità. Rivendichiamo il valore fondamentale delle pratiche di liberazione e autogestione collettiva degli spazi sociali che costruiscono nei quartieri reti di solidarietà, integrazione e autodeterminazione, difendendo diritti e dignità per tutte e tutti.

DA OGGI CI TROVATE IN VIA CAGLIARI 34/C.

DENTRO E CONTRO LA GENTRIFICAZIONE! LIBERIAMO GLI SPAZI PER LIBERARE SAPERI!

Manituana – Laboratorio culturale autogestito