Programma Braccia Rubate all’Agricoltura 2018. Arte e politica, politica dell’arte.

BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA 2018

Arte e politica, politica dell’arte.

Dal 27 giugno al 1 luglio @Csoa Gabrio, Via Millio 42.

Mercoledì 27 giugno

h. 18.00 Arte e potere: il ruolo del monumento – Con Lisa Parola, curatrice e critica d’arte.

h. 21.00 Non è passione, è lavoro non pagato. Fare inchiesta nel lavoro artistico e intellettuale – Con Elvira Vannini, critica e storica dell’arte, Sandro Busso, sociologo.

Giovedì 28 giugno

Partecipiamo e vi invitiamo a “Pride è rivolta. Nessun norma”

h. 17.30 @Piazza Palazzo di città: Corteo indecoroso contro decoro e frontiere.

h. 22.30 Queerparty.

Venerdì 29 giugno

h. 15.00 Matite storte: l’espressione artistica è per tutt* – Laboratorio.

Il Csoa Gabrio e Non Una di Meno organizzano

h. 18.30 Presentazione del libro “I tredici colori della resistenza honduregna” – Con l’autrice Melissa Cardoza Calderon.

h. 20.00 Cena benefit + concerto di Rebeca Lane, rap femminista dal Guatemala.

Sabato 30 giugno

h. 16 .00 Arte, musei, spazi autogestiti – Tavola rotonda con Marco Baravalle, S.a.L.E. Docks, Venezia, e Giorgio De Finis, direttore del MACRO, Museo di Arte Contemporanea di Roma.

h. 19.00 Musica e politica. Musica nella politica, politica nella musica e musica come politica (ma non politica come musica) – Con Marco Lenzi, musicologo.

h. 21.00 Aperitivo mangereccio.

h. 22.00 Puck. Le bombe siamo noi – Performance teatrale di e con Katerina Istrice.

Domenica 1 luglio

h. 16.00 La politica di Vermi di Rouge – Con Vermi di Rouge, fumettista.

h. 18.00 Diritto d’autore, proprietà intellettuale e condivisione – Tavola rotonda.

h. 20.00 Aperitivo mangereccio.

h. 21.00 Matite resistenti. Fumetti e politica – Con Eris Edizioni e Vermi di Rouge, fumettista.

Call artistica per il festival http://www.manituana.org/2018/06/06/call-artistica-bra-2018/

Alcune riflessioni sui temi che saranno trattati http://www.manituana.org/2018/06/10/arte-e-politica-e-politica-dellarte-braccia-rubate-allagricoltura-2018/

Ai vostri deserti, le nostre mille isole.

 

 

 

 

 

Nessun* Norma! Leggi la piattaforma – Pride Torino 28/6/2018

Pubblichiamo il testo di lancio di Nessun* Norma!, il Pride che si terrà il 28 giugno a Torino (evento Facebook: https://www.facebook.com/events/258372824719599/)

nell’europa civile e democratica dei diritti e del libero scambio, per qualcun* le frontiere sono sempre più presidiate, recintate, militarizzate. il prezzo che si paga per superarle è scomparire in mare, attraversare le montagne o essere rinchius* in moderni lager. l’antirazzismo che vogliamo agire non è la commozione perbenista, voyeuristica o assistenziale che alimenta rapporti di potere asimmetrici e neo-coloniali fondati su un’idea d’integrazione lavorista schiacciata sui civilissimi modelli sociali, economici e politici europei. ci disgusta la narrazione di un occidente libero ed emancipato. esprimiamo solidarietà, complicità e mutualismo a chi cerca di abbattere le frontiere con i propri corpi e vissuti non conformi.

leviamo la nostra voce contro le istituzioni benevole, le forze dell’ordine rassicuranti, le componenti normalizzanti, che mentre sfilano in questo pride sono anche al governo con salvini e la lega. non ci allineiamo con le istanze del movimento lgbt mainstream che per poter essere riconosciuto dalla norma ne perpetra i metodi. Non vogliamo che i nostri culi vengano brandizzati e strumentalizzati elettoralmente. le stesse istituzioni torinesi che oggi si autocelebrano, bonificano a tavolino quartieri, sovradeterminando corpi e desideri, sgomberano spazi sociali e campi rom nel nome della legalità e del decoro. non partecipiamo felici al rifacimento di quartieri da cui ci avete sbattuto fuori. non vogliamo attraversare spensierate i boulevard sabaudi barricati, non abbiamo intenzione di partecipare al vostro party esclusivo ma soprattutto escludente.

siamo trans*, vacche transumanti, antifasciste, lelle, infette, transfemminist*, psiconaute, frocie, punk, antisessiste, precarie, frochattare, antispeciste, queer, queen, squinzie, disokkupate, shampiste, cagne e sorche, mutanti.

ci prendiamo spazi in cui debordare, in cui vivere, mangiare, dormire e godere; luoghi in cui accogliamo e siamo accolte, in cui scambiamo, fluiamo ed espandiamo le nostre reti. siamo le creature dei parchi e delle frasche, pronte a risplendere da quegli angoli bui in cui ci volete relegare. il più alto dei grattacieli o la più cupa delle vostre nuvole non getterà mai ombra sulle nostre r-esistenze.

rifiutiamo le categorie socialmente imposte, viviamo nelle intersezioni, nei confini, nei meticciamenti. non vogliamo incastrarci e ghettizzarci nei binarismi medicalizzati e psicologizzati: i nostri corpi e le nostre sessualità li attraversano, eccedono, deragliano. vomitiamo glitter su ogni tipo di norma. siamo orgogliose di altro e di essere altre. siamo ovunque – veniamo ovunque.

siamo frocie incazzate contro le frontiere, contro il decoro, contro la normalizzazione dei nostri corpi e desideri tutt* liber* di circolare ed autodeterminarsi!

il 28 giugno ci riprendiamo le strade e le piazze dalle quali avete voluto cacciarci: partiremo da piazza palazzo di città alle 17:30 e sfileremo fino a parco dora dove allestiremo lo spazio per un queerparty!
Tutto il ricavato della festa sarà benefit Chez Jesus – Rifugio Autogestito

AhSqueerTo, LaSt – Laboratorio Studentesco, SI – Studenti Indipendenti, Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito, NUDM – Non Una Di Meno Torino, Identità Unite – Collettivo LGBT Università di Torino, Senza Frontiere, BTB – Break The Borders

I PORTI APERTI E GLI ALTRI CONFINI CHIUSI? NOI NON CI STIAMO!

I PORTI APERTI E GLI ALTRI CONFINI CHIUSI? NOI NON CI STIAMO!
Perché non saremo in piazza oggi a Torino a gridare #apriteiporti

In tante e tanti di noi hanno assistito in questi giorni alla prova muscolare dei ministri Salvini e Toninelli condotta contro le istituzioni europee sulla pelle di più di seicento uomini e donne migranti. Abbiamo sentito la frustrazione di non poter fare niente per aiutare quegli uomini e quelle donne costrett* su una nave per un atto di forza e spregiudicatezza disarmante. E abbiamo assistito con speranza alle mobilitazioni di tante e tanti che in questi giorni hanno auspicato l’apertura dei porti. E poi.

E poi abbiamo cominciato a ricevere inviti ad uno dei tanti presidi #apriteiporti, lanciato per oggi nella nostra città. E leggendo le firme degli organizzatori abbiamo provato tanta rabbia. Partito Democratico, sindacati confederali, associazionismo istituzionale.

Aprire i porti è inutile se per le persone migranti continuano a trovare chiuse le tante altre frontiere (sempre aperte invece per le merci e i grandi capitali) nelle nostre città, nelle stazioni, sui valichi montani, sulle strade, da Ventimiglia a Bardonecchia, da Como al Brennero, da Lamedusa alla piana di Gioia Tauro; è inutile se poi i migranti e le migranti vengono rinchiusi nei CPR voluti dall’ex ministro PD Minniti; è inutile se aprire i porti è l’anticamera di un sistema di seconda accoglienza egemonizzato e cannibalizzato dalle cooperative che è solo un’altra forma di sfruttamento. Troviamo inutile e ipocrita che a predicare l’apertura dei porti come gesto di umanità sia lo stesso partito il cui ministro ha stretto sistematici e criminali accordi con i trafficanti di esseri umani, ha minacciato di chiudere i porti e poi quei porti della Sicilia li ha davvero chiusi per permettere il quieto svolgimento del G7 la scorsa primavera! A farne le spese allora un’altra nave ONG. È vergognoso predicare porti aperti se questi altro non sono che l’anticamera di un sistema dell’accoglienza che priva delle libertà, non garantisce condizioni di vita adeguate, obbliga a lavorare gratis per favorire un’integrazione che nei fatti è solo sfruttamento e discriminazione.

Noi oggi non ci saremo, perché a chiamare questa piazza sono quei democratici che avendo dato sempre maggiore agibilità politica a fascisti vari e inseguendo le destre sulle politiche dell’immigrazione e non solo nella vana speranza di prendere voti, sono tra i primi responsabili di questa situazione: se la “sinistra buonista” arriva ad assumere posizioni e varare provvedimenti violenti, razzisti e discriminatori come la legge Minniti-Orlando non c’è da stupirsi che un ministro leghista si spinga oltre. A chiamare la piazza sono quei sindacati che non hanno avuto niente da dire sulla precarizzazione del mondo del lavoro, quei sostenitori dell’integrazione e dell’accoglienza grazie alle quali ingrassano, quei movimenti alfieri della legalità ad ogni costo anche se passa sulla giustizia, quegli adoratori della dialettica democratica che condannano chi ha voluto opporsi sempre, con ogni mezzo necessario, ad ogni forma di fascismo, anche a quello in salsa leghista.

Vogliamo sottolineare l’ipocrisia e le responsabilità politiche di chi ha lanciato questo presidio, avendo ben chiaro chi vogliamo dalla nostra parte nella battaglia, e gli organizzatori di questo evento al nostro fianco non li vogliamo! Li conosciamo troppo bene.

La libertà non è una medaglia da appuntarsi sulla giacca a seconda della posizione che si occupa nelle istituzioni! La libertà è per tutte e tutti sempre, in ogni luogo, o non è, e va conquistata. Non serve a niente aprire i porti se non c’è piena libertà di movimento ma solo speculazione e criminalizzazione!
La chiusura dei porti è l’ennesimo atto violento e razzista che i governi, indipendentemente dai partiti che compongono la maggioranza, hanno preso in Italia e in Europa.
Libertà di muoversi, libertà di restare, per tutte e tutti!
Aprire i porti non basta se i confini restano chiusi!

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito

L'immagine può contenere: una o più persone, testo e spazio all'aperto
Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito – Torino 

Arte e Politica e Politica dell’Arte – Braccia Rubate all’Agricoltura 2018

“ARTE E POLITICA, POLITICA DELL’ARTE”
Cos’è Braccia Rubate all’Agricoltura.
Il festival nasce dall’esigenza che le diverse realtà autorganizzate che lavorano a Manituana e i singoli che la attraversano costruiscano un momento in cui le rispettive elaborazioni teoriche e pratiche collettive si possano incontrare. Immaginiamo questo momento non solo come luogo di raccordo di esperienze differenti, che quotidianamente animano lo spazio e lavorano in modo organico per la creazione del festival, ma come collettore in grado di dare vita a pratiche condivise, plurali e organiche, che possano lasciare un’impronta tangibile sulle nostre esistenze. Nelle edizioni precedenti abbiamo affrontato insieme diversi aspetti del lavoro immateriale, culturale, artistico: il ruolo dell’intellettuale, le autoproduzoni, le declinazioni disparate della spazialità.
Il festival di quest’anno.
Con la quarta edizione, vorremmo affrontare alcune questioni politiche legate alla creazione, diffusione, fruizione dell’arte, in molte delle sue diverse forme. Nel riflettere collettivamente sull’arte militante, non vorremmo soffermarci solo sui contenuti più o meno politicamente schierati che si possono veicolare in forma artistica, ma soprattutto riflettere su artist* e opere d’arte situate, che siano espressione di un posizionamento nel mondo e che tengano conto delle contraddizioni e dei conflitti che caratterizzano su più livelli il mondo dell’arte.
Lo sgombero degli spazi di Manituana in via Cagliari 34, non ha fermato questo festival, come tutte le attività e i percorsi del laboratorio autogestito. Sarà ospitato al CSOA Gabrio, spazio con cui abbiamo condiviso molti percorsi e battaglie, che porta avanti un impegno costante per diffondere e produrre dal basso cultura e arte schierate, libere, per tutt*.
Nelle righe che seguono iniziamo a porre le questioni e i nodi che vorremmo trattare attraverso gli incontri, le esposizioni, le mostre, le performance, i laboratori del festival.
Qui la call artistica per portare e esporre delle opere al festival.

Con l’arte si mangia?
La questione della sostenibilità e delle fonti di reddito deve essere centrale in qualsiasi riflessione sull’uso politico dell’arte. A fronte di un mercato dell’arte sempre più ricco, il lavoro artistico è molto spesso volontario, precario, sottopagato. Questa contraddizione può essere evidenziata e indagata attraverso un lavoro di inchiesta e autoinchiesta sul lavoro nel mondo dell’arte, un mondo ancora oggi maschile e maschilista, nonostante vi siano impiegate sempre più donne. Questo discorso non può prescindere da uno sguardo agli altri soggetti in campo, in particolare al sistema delle fondazioni private che in molti contesti rappresentano di fatto la principale fonte di finanziamenti per eventi e progetti artistici. Evitando giudizi aprioristici, è interessante chiedersi in quale misura la provenienza dei fondi possa incidere e limitare il lavoro artistico e in che modo sia effettivamente realizzabile una sostenibilità della produzione artistica e culturale al di fuori dei circuiti mainstream di mercato.
Diritto d’autore e condivisione.
Il copyright, o diritto d’autore, ha vissuto una trasformazione radicale dalla sua nascita a oggi. Se in Inghilterra fu introdotto per necessità di censura come strumento di controllo dell’espansione giornalistica, con il passare del tempo il copyright si è esteso a qualsiasi opera d’ingegno. Il copyright è diretta espressione di un processo di mercificazione e creazione di profitto (secondo il mito dell’autoimprenditorialità dell’inventore o inventrice) che introduce la proprietà privata sulle produzioni di lavoro immateriale.
E’ giusto dover pagare per poter accedere agli ambiti e ai prodotti del sapere? Nell’era del capitalismo cognitivo e della (ri)produzione sociale collettiva (e successiva espropriazione da parte del capitalismo), come far coincidere il diritto all’accessibilità della cultura e della conoscenza mantenendo contemporaneamente una tutela retributiva verso l’autore o l’autrice?
Qualsiasi produzione musicale, artistica, tecnologica non nasce solo dall’ingegno e dalle capacità dell’autore o autrice. Ogni produzione è il frutto di una contaminazione e di un intreccio di relazioni, contesti e saperi che influenzano il singolo autore. Il riconoscimento del lavoro cognitivo è centrale nella critica al copyright in quanto scardina l’idea secondo la quale il processo creativo ed elaborativo è limitato alla capacità del singolo. Al contrario, ogni prodotto è il risultato di un processo di elaborazione e produzione collettivo e cooperativo che coinvolge chiunque faccia parte delle reti sociali. Trovare una soluzione al problema della remunerazione dell’artista e del libero accesso al sapere ci permette di aprire un ragionamento sulla possibilità di riconoscere un reddito di esistenza universale e incondizionato, partendo dall’assunto che oggi la nostra esistenza e le nostre attività quotidiane producono valore anche al di fuori degli ambiti strettamente lavorativi per i quali siamo salariati.
Che senso ha il diritto d’autore? Il processo che conduce al prodotto finito è infatti il risultato di una compartecipazione che coinvolge indirettamente quant* rientrino in relazioni sociali che sono sempre più frequentemente produzioni dirette di profitto. Se si parte dall’assunto che le nostre vite siano attivamente partecipi alle produzioni di mercato legate al lavoro immateriale, la soluzione che può rompere la finta contraddizione tra la libertà d’accesso al sapere e la tutela dell’autore risiede nell’urgenza di riconoscere le nostre esistenze quali sorgenti incessanti di produzione di e messa a valore e, in quanto tali, necessariamente da retribuire come ogni forma di lavoro “normale”.
Educazione artistica?
Se la stragrande maggioranza dei bambini disegna e nel farlo esprime pensieri, racconta il suo vissuto, formalizza emozioni, la stragrande maggioranza degli adulti non si sente capace di farlo.
Quel che si perde, in questo “rito di passaggio”, non è l’innocenza di una fanciullezza idealizzata, capace intrinsecamente di attività naif e spontanee come disegno e pittura. Quel che si perde, tra infanzia ed età adulta, è l’attitudine, individuale e collettiva, ad un processo creativo non performativo, slegato da ottiche valutative, non orientato alla messa a valore, non strumentale. Con troppa superficialità si accetta tendenzialmente questa perdita, che non riguarda esclusivamente le arti grafiche bensì ogni forma espressiva spontaneamente umana– dalla musica, al canto, alla danza, al movimento, alla semplice fantasia.
E’ una battaglia che si gioca inizialmente nelle scuole: quando un bambino, nell’ora di educazione artistica, si sente dire: “ non sei portato per il disegno”; quando il suo disegno, magari ancora incapace di rappresentare fedelmente la realtà secondo regole prospettiche o cromatiche, viene tacciato di inappropriatezza invece di essere “letto” come una estensione e una messa in comune, personalissima e dunque valida, del suo sentire.
Il considerare ogni elaborato come espressione libera e propria non significa, per un insegnante, negare aiuto verso il miglioramento e la crescita. Significa mettere al centro il valore indiscutibile della creatività, il suo aspetto realmente sovversivo e in grado di trasformare l’esistente, a partire dalla persona che vi si impegna.
La creazione artistica non dovrebbe sottostare a logiche valutative improntate sulla performatività del singolo, tese a valorizzare chi realizza elaborati in grado di essere già prontamente apprezzati e, in un’ottica lungimirante, ipoteticamente messi a valore. Il bambino “incapace di disegnare” dovrebbe, al contrario, vivere un ambiente fertile ed accogliente per tutta la propria libera e spontanea fame di fantasia, poiché l’individuo non si dovrebbe identificare con la propria adattabilità ad un –futuro o presente- ambiente lavorativo. La creazione, ripetiamo: collettiva e individuale, è parte integrante della natura umana, in qualsiasi forma essa prenda vita. Atrofizzare la possibilità creativa degli individui di una società, delegando la produzione artistica ad una stirpe di “talentuosi”, il cui lavoro viene immediatamente sussunto dal sistema capitalistico, significa accettare e perpetrare l’idea che esistano espressioni più o meno valide, censurare e normare l’indomito spirito energico, vitale, dinamico che risiede in ogni individuo. Questo noi rifiutiamo, riprendiamo le matite, i pennelli, i pastelli in mano, sporchiamoci le mani, disegnamo male! Ma disegnamo.
Fuori dai musei.
Non tutta l’arte trova spazio o accetta di stare in musei, mostre e gallerie classicamente intese. Le modalità di fruizione influiscono sull’uso politico che si sceglie di attribuire all’espressione artistica tanto quanto quelle di produzione: in che misura il potenziale di rottura di una forma d’arte, si pensi ad esempio alla street art, si perde nel momento in cui questa viene acquistata e inserita in una collezione? Per rispondere ai limiti, ma anche alla pervasività del mercato dell’arte e dei suoi luoghi ufficiali, sono nati spazi aperti, autogestiti, occupati nei quali si producono, si tutelano, si rendono accessibili opere d’arte. Questa pratica politica può essere volta non solo ad alimentare un circuito alternativo dell’arte, ma può anche mettere la fruizione della stessa al servizio di progetti politici, quali la tutela di un’occupazione abitativa o la necessità di una residenza per artist*. Questo modello, che mette in discussione il concetto di curatela, l’inviolabilità e immutabilità dell’opera d’arte, i confini stessi tra produzione e fruizione, può essere esteso anche ai cosiddetti luoghi ufficiali dell’arte? Alcuni musei pubblici e gallerie stanno avviando progetti che sovvertono le tradizionali norme di esposizione e conservazione dell’arte per trasformarsi in spazi aperti, attraversabili, vivibili, talvolta proprio sul modello degli spazi autogestiti sopracitati. Nondimeno, è interessante domandarsi quanto l’autogestione sia un elemento imprescindibile di questo modello di produzione e fruizione dell’arte, che potrebbe renderlo non esportabile in contesti ufficiali, pubblici o privati che siano.

Musica: Musa de* diseredat* o cacciatrice di taglie?
Il rapporto fra musica e politica è sempre stato di difficile rappresentazione, ma a partire dal secolo scorso la complessità di questa relazione si è resa sempre più evidente e ha generato immagini contraddittorie. Da una parte, la musica è divenuta la sponda di rivendicazioni e critiche nei confronti della società. Infatti, a partire dal blues (e successivamente nelle varie forme del rock, del punk, del rap ecc.) la musica è stata capace di dar voce a quella massa di esclus*, che attraverso di essa ha avuto modo di far risuonare la propria sofferenza attraverso canti di protesta. Inoltre, essa si è fatta veicolo di tradizioni popolari altrimenti destinate a essere dimenticate. Negli stessi anni, anche la musica “concettuale” e di avanguardia si avventurava verso territori inesplorati, rivendicando lo status politico della musica (emblematico, in tal senso, è l’esempio della militanza del compositore Luigi Nono). Dall’altra parte, però, la musica è entrata in una modalità di produzione-fruizione che si allinea con i principi nefandi del consumismo capitalistico, i cui effetti riverberano e si potenziano ulteriormente all’interno del processo di digitalizzazione della musica e nelle piattaforme musicali online, che tendono a sfibrare i circuiti della musica “reale” ed esordiente, paralizzata da un sistema giuridico burocratizzato.
Punk is dead?
L’arte musicale e le scene artistiche nate da contesti militanti relativamente recenti sono in grado di diffondersi e di scalfire la lastra granitica di controllo, gestione e sterilizzazione dei processi aggregativi, della socialità creativa e potenzialmente conflittuale delle persone all’interno dei contesti metropolitani. Torino, in questo senso, ha una storia recente che, con la nascita della scena punk-hardcore di fine anni Ottanta, è stata in grado di distruggere non solo l’idea di modelli di aggregazione preconfigurati, allineati con una non meglio definita idea di “buon costume” o “decoro”, ma, attraverso una rivoluzione artistica permanentemente sperimentale e autoprodotta, ha attratto in maniera spontanea e dirompente le soggettività che fino ad allora erano rimaste schiacciate dai ritmi di vita alienanti della fabbrica. Questa nuova scena musicale, intrinsecamente ribelle e conflittuale, ha visto come suoi protagonisti principali El Paso Occupato e, successivamente i Murazzi, acquisendo nel giro di pochissimi anni un protagonismo anche a livello europeo.
Per un discorso smaliziato sulla letteratura.
La letteratura, si sa, è il grande teatro del mondo. Non si può parlare di una letteratura neutra ed è solo con una certa malizia o velata indifferenza che si può parlare neutralmente di letteratura. Persino le funzioni narrative assumono nel testo, a seconda della trama teorica e narratologica nella quale autore e autrice si inseriscono, una posizione politicamente significativa. L’autore rappresenta, secondo la critica novecentesca, l’autorità (per l’appunto!) che trascina l’interpretazione su una strada a senso unico. Così, la battaglia diretta contro l’univocità del senso e contro il rigido parametro dell’intenzione autorale diventa immediatamente una dichiarazione di guerra alle gerarchie del mondo, non solo letterario. Si tratta di un esempio che ha il pregio di mostrare come la letteratura non sia politica solo nel contenuto – e in particolare in quelle opere che hanno una vocazione dichiaratamente militante – bensì come essa occupi in modo inevitabile uno spazio che è politicamente connotato. Uno spazio che rende possibile la comunicazione di esperienze, di forme e di sostanza del pensiero all’interno di una comunità. Il ruolo atavico della narrazione e della letteratura, come conferma l’antropologia, è connaturatamente politico, poiché è proprio a esso che si devono la creazione di rapporti di potere (basti pensare al mito) e la produzione di significanti, significati e significatività. In virtù di questo potenziale, la letteratura diviene una folgore che dal cielo trascendentale ricade e si conficca nel terreno della storia. Essa può facilmente diventare strumento e plasmarsi sulle esigenze della società, ma conserva in sé una carica rivoluzionaria. Questa scintilla è il cuore pulsante di opere liminari, incapaci di entrare a forza in un canone o in un discorso dominante, lucidamente critiche e potenzialmente pericolose per le strutture del potere.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito – Torino

CALL ARTISTICA – Braccia Rubate all’Agricoltura 2018

“Ai vostri deserti, le nostre mille isole”  — Call Artistica

Braccia rubate all’agricoltura arriva alla sua quarta edizione “ Arte e politica e politica dell’arte” dal 27 giugno al 1 luglio.

Il festival nasce dall’esigenza che le diverse realtà autorganizzate che lavorano a Manituana e i singoli che la attraversano costruiscano un momento in cui le rispettive elaborazioni teoriche e pratiche collettive si possano incontrare. Immaginiamo questo momento non solo come luogo di raccordo di esperienze differenti, che quotidianamente animano lo spazio e lavorano per la creazione del festival, ma come collettore in grado di dare vita a pratiche condivise, plurali e organiche, che possano lasciare un’impronta tangibile sulle nostre esistenze. Nelle edizioni precedenti abbiamo affrontato insieme diversi aspetti del lavoro immateriale, culturale, artistico: il ruolo dell’intellettuale, le autoproduzioni, le declinazioni disparate della spazialità.

Con la quarta edizione, vorremmo affrontare alcune questioni politiche legate alla creazione, diffusione, fruizione dell’arte, in molte delle sue diverse forme. Nel riflettere collettivamente sull’arte militante, non vorremmo soffermarci solo sui contenuti più o meno politicamente schierati che si possono veicolare in forma artistica, ma soprattutto riflettere su artist* e opere d’arte situate, che siano espressione di un posizionamento nel mondo e che tengano conto delle contraddizioni e dei conflitti che caratterizzano su più livelli il mondo dell’arte.

Questo festival, come tutte le iniziative e percorsi di Manituana, non può essere fermato dallo sgombero coatto effettuato dalle forze dell’ordine il 16 maggio. Manituana è ovunque e non si ferma: continuiamo a vivere il nostro quartiere ogni settimana, ed anche Braccia vive e sarà ospitato al CSOA Gabrio, spazio con cui abbiamo condiviso molti percorsi e battaglie, che porta avanti un impegno costante per diffondere e produrre dal basso cultura e arte schierate, libere, per tutt*.

Quest’anno vorremmo esporre le opere di chiunque risponderà alla nostra chiamata, che ha come tema una frase che crediamo rappresenti al meglio il continuo sforzo di resistenza e attacco allo stesso tempo, di costruzione di spazi liberati, sicuri, di confronto, creazione e socialità fuori dalle logiche del mercato: “Ai vostri deserti, le nostre mille isole!”. Abbiamo scelto questo tema partendo proprio dall’idea che Manituana sia uno spazio aperto a tutt*, base e attivazione di percorsi eterogenei ma connessi in un grande arcipelago resistente, mille isole di autogestione, cultura, dissenso e politica dal basso.

L’appello artistico è aperto a tutt* che siate artist* oppure no!

Ogni artista può mandare una o più opere: tecnica, materiali, supporto e dimensioni totalmente liberi.

Il tema delle opere può sfiorare, affrontare, rappresentare, evocare.. queste mille isole di autogestione, cultura, dissenso e politica dal basso. In linea con le domande e le inquietudini poste nel festival, si tratta di opere che interroghino i complessi rapporti tra arte e politica, che nascano da una necessità di prendere parola e posizione, che mettano in discussione l’esistente.

Puoi anche partecipare in prima persona nei giorni del festival, dal 27 giugno al 1 luglio, portando un’installazione o una performance.

Sarà possibile allestire un banchetto in cui esporre e vendere le tue opere durante il festival, nell’apposita area artisti, perché siamo dell’idea che di arte e cultura bisogna anche mangiare!

L’intento è quello di coinvolgere più persone possibili e far conoscere gli eventi e le attività che Manituana propone, ma anche per nostro e vostro divertimento, lasciar andare la fantasia e creare qualcosa che un giorno, magari, esisterà.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito – Torino

I vostri deserti, le nostre mille isole.

Spazi sociali nel ciclo reazionario

Mercoledì 16 maggio, all’alba, i nostri spazi in Via Cagliari sono stati sgomberati e sigillati dalla Digos, grazie al dispiegamento di svariati reparti della celere. L’operazione non era stata preceduta da alcuna avvisaglia ed è giunta, anzi, assolutamente a sorpresa, proprio quando le trattative condotte dalla Film Commission (partecipata comunale e regionale, proprietaria in comodato d’uso dell’immobile) per l’affitto dei locali occupati erano ormai declinate. 
Senza alcuna giustificazione, un intero quartiere è stato militarizzato per più di ventiquattro ore, per mettere fine un’esperienza autorganizzata giovane ma radicata, che proprio negli ultimi mesi, dopo le difficoltà dovute all’apertura del nuovo spazio, cominciava a crescere ed affermarsi.

Più di sei mesi fa, avevamo deciso di liberare uno spazio fino ad allora inutilizzato rendendolo aperto a tutta la popolazione, ricco di attività culturali e sociali, in un quartiere cruciale per l’attuale sviluppo urbano, dove le grandi opere di edilizia universitaria e gli ingenti investimenti di capitali privati stanno determinando un aumento dei costo della vita e degli affitti. Una progressiva concentrazione di attività imprenditoriali e commerciali sta infatti colpendo la zona di Borgo Rossini, Aurora e i quartieri limitrofi, in completa assenza di servizi pubblici adeguati. Sono quartieri dove scarseggiano i luoghi di socialità fuori dal mercato, dove mancano i servizi più elementari e, più in generale, privi di reti di solidarietà e mutuo sostegno. In questi sei mesi, le attività e i percorsi nati con la nostra prima occupazione non sono stati soltanto trasferiti nel nuovo spazio, ma si sono evoluti e ampliati. Oltre agli innumerevoli momenti di autoformazione e divulgazione culturale (seminari, dibattiti, gruppi di studio, presentazioni di libri, proiezioni, concerti), abbiamo insistito sui percorsi sociali e politici che più ci sono affini: dalla pratica dell’acquisto collettivo e solidale alla lotta contro le frontiere, dall’antiproibizionismo agli esperimenti di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi e precari, fino all’impegno nel movimento transfemminista e alle iniziative contro la gentrificazione. La rete di corpi, intelligenze e pratiche comuni che anima il nostro collettivo si è così allargata e approfondita, confermando che l’esigenza di un percorso come quello di Manituana è diffusa e sentita in città. La mobilitazione in risposta allo sgombero ne è stata una prima prova: nell’indifferenza di gran parte della sinistra, centinaia di persone, giovani e meno giovani, si sono assemblate in un presidio di fronte ai cordoni di polizia che chiudevano Via Cagliari, muovendosi poi in corteo spontaneo nelle vie del quartiere.

Archivio Luciano Ferrari bravo

Ad una settimana di distanza, sentiamo la necessità di proporre alcune brevi riflessioni sulle motivazioni di questo sgombero e sul contesto politico locale e nazionale nel quale si inserisce. Le prime sono certo più semplici da analizzare: conosciamo ormai da tempo le modalità con le quali la Questura di Torino e i “pool” di zelanti  magistrati a lei prossimi – a prescindere dall’alternarsi di questori e procuratori – si confrontano con le forme di dissenso e autorganizzazione. Il relativo contenimento delle lotte esistenti è condotto a colpi di manganello, denunce e pesanti cicli di arresti e misure cautelari. La preoccupazione principale dei “tutori dell’ordine pubblico” è evidente: soffocare ogni emergenza che turbi l’equilibrio giudiziario e poliziesco che hanno faticosamente costruito; segare le gambe, appena possibile, alle esperienze che eccedano l’ordine costituito coinvolgendo la nuova composizione sociale giovanile e precarizzata che abita la metropoli postindustriale più grande d’Italia. Manituana cominciava ad accumulare forza, attraversando le lotte in corso e costruendo nuovi terreni di conflitto: era il momento di tarparle le ali.

Ora, se questa vigliacca strategia repressiva è nota e consolidata da almeno un decennio, ciò che ci sembra utile sottolineare è come essa interagisce con il “nuovo” modello di governance sperimentato dalla giunta comunale cinquestelle. Ormai un anno fa, riferendoci a questi temi in un articolo dedicato ai vergognosi eventi di Piazza Santa Giulia dell’estate scorsa, quando la polizia intervenne con la forza per applicare l’ordinanza comunale contro il consumo serale di alcolici negli spazi pubblici, scrivevamo: «assistiamo ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore» producendo così «un’azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori».  La giunta comunale ci sembrava allora in bilico tra la volontà di rispondere, almeno parzialmente, alle domande sociali che l’avevano portata al governo e la compatibilità opportunistica con le élites economiche e burocratiche che gestiscono effettivamente la città.  Oggi, questo equilibrismo è senza dubbio spezzato e i grandi annunci della campagna elettorali messi definitivamente da parte: lo sgombero di Manituana è solo l’ultima conferma della linea neo-centrista adottata dall’amministrazione cinquestelle, garante – a livello locale e nazionale –  della stabilità di governo e degli interessi padronali. Il modello che si intende applicare alle esperienze autogestite, malgrado la patina “municipalista” che alcuni rappresentati (esigua minoranza della giunta) talvolta evocano retoricamente, consiste nella loro riduzione a meri spazi di discussione critica, a luoghi di sperimentazione “alternativa”, tanto civici quanto inoffensivi politicamente. Questo fenomeno si incarna concretamente in un aut aut netto: la regolamentazione legalitaria o lo sgombero coatto. Come accade a livello nazionale, ciò che resta delle sensibilità “a sinistra” dei pentastellati trova il suo spazio d’azione  sul piano simbolico, nella mera testimonianza, senza contare nulla nelle scelte politiche determinanti a livello locale e nazionale.Tra un’impresa culturale gentrificante e un progetto autonomo nato dal basso non c’è dubbio su cosa scegliere, soprattutto quando il secondo diventa un fastidioso ostacolo per i processi di speculazione immobiliare e messa a valore dei quartieri. L’occupazione di Via Cagliari non era solo una minaccia per le geometrie dell’ordine pubblico, ma impediva, al tempo stesso, di affittare quei locali a qualche imprenditore della “cultura” che alimentasse ulteriormente la dinamica di gentrificazione.

D’altro canto, il contratto di governo firmato dalla coppia Salvini-Di Maio parla chiaro e rappresentata la versione neofascista del modello “partecipativo” torinese. Il punto dedicato a «sicurezza, legalità e forze dell’ordine» (p. 43) – da leggere in stretta connessione con quello sull’«immigrazione» – non lascia spazio a mediazioni integratrici e propone un programma inflessibile: la «velocizzazione delle procedure di sgombero» per le 48.000 occupazioni del paese, basandosi sul principio per il quale «le sole condizioni di difficoltà economica non possono mai giustificare l’occupazione abusiva» (p. 44). Nessuna considerazione della ricchezza del tessuto di autorganizzazione e solidarietà costituito dalle migliaia di occupazioni disseminate sul territorio, nessuna presa in carico degli effetti di impoverimento e proletarizzazione prodotti da un decennio di crisi: decoro e disciplina sono ora i corollari dell’applicazione del programma neoliberale. Insomma, un’autentica offensiva nazionale è ufficialmente dichiarata contro spazi sociali e occupazioni abitative. Saranno i prossimi mesi a dirci come questa si declinerà in contesti metropolitani già pesantemente colpiti dalle politiche di normalizzazione e securizzazione dello spazio pubblico, e quali risposte susciterà. Il «ciclo reazionario» nel quale siamo immersi, una volta assunto l’aspetto bifronte del cinqueleghismo, sceglie con precisione i suoi campi di attacco. Migranti e realtà autorganizzate sono in testa alle priorità, ma non è difficile indovinare che i terreni della riproduzione sociale, delle soggettività non conformi alle norme di genere e dei rapporti di lavoro saranno i prossimi a essere investiti dalla spirale di autorità patriarcale, nazionalismo e neoliberismo.

A fronte di questa situazione, non possiamo che ripartire dalla concretezza di quanto costruito in tre anni di lavoro e sperimentazione, e da questi ultimi sei mesi in particolare. Come per tante altre esperienze nella nostra città e altrove, uno degli insegnamenti principali che portiamo in eredità consiste nella determinazione collettiva, passione fortificatasi nella quotidianità – spesso faticosa – di un esperimento politico e sociale innovativo condotto in una fase di reazione. È muovendo da qui che possiamo affermare che il deserto apertosi alle spalle delle camionette e degli sguardi nervosi degli ufficiali di polizia non farà sprofondare le mille isole che abbiamo iniziato a costruire. Un arcipelago non è d’altronde riducibile ai suoi confini fisici: la sua geografia è definita dalla capacità di combinare molteplicità e coesione, differenze e unitarietà. Intrecciarne la trama, far parlare e interagire i differenti percorsi di lotta era esattamente la sfida che stavamo discutendo e affrontando nelle settimane precedenti allo sgombero. Tale programma di intersezione delle lotte precarie e femministe, dell’autogoverno libertario, della rottura di ogni frontiera, dei percorsi di autoproduzione culturale e approfondimento collettivo vivrà temporaneamente nelle isole che faremo emergere nella nostra metropoli, lavorando per costruire non uno ma mille arcipelaghi di liberazione. Allargare le faglie presenti nel ciclo reazionario, produrre una controffensiva che dalla quotidianità locale investa il livello globale, non sarà certo comodo e immediato, ma è un’impresa che matura grazie alla persistenza nel cammino imboccato e sulla base della convinzione che l’orizzonte di istituzioni autonome che intendiamo costruire avrà bisogno di terreni e spazi adeguati.

Cominciamo allora con il ritrovarci in assemblea sabato pomeriggio di fronte al Campus Einaudi, per parlare di ciò che Manituana è stata e potrà essere, contro e oltre il deserto lasciato dall’intervento della polizia.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito –  Torino

 

 

I vostri deserti, le nostre mille isole. Manituana Resiste!

 

Questa mattina all’alba i nostri spazi in via cagliari sono stati sgomberati e sigillati da decine di forze dell’ordine. L’operazione non era stata preceduta da alcuna avvisaglia e giunge, anzi, per noi assolutamente a sorpresa, proprio quando le trattative condotte da Film Commission per l’affitto dei locali occupati erano ormai declinate.

Ancora in questo momento stiamo cercando di recuperare i nostri materiali all’interno, sotto la sguardo vigliacco della polizia di stato.

Più di sei mesi fa avevamo deciso di liberare uno spazio aperto a tutta la cittadinanza, ricco di attività culturali e sociali, in un quartiere cruciale dell’attuale sviluppo urbano, dove le grandi opere di edilizia universitaria e gli ingenti investimenti di capitali stanno determinando un aumento dei prezzi e degli affitti, e una progressiva concentrazione di attività imprenditoriali è commerciali, in completa assenza di servizi pubblici adeguati. Un quartiere dove scarseggiano i luoghi di socialità, dove mancano aule studio, sale concerti e sale proiezioni.

Abbiamo scelto, qui, di liberare uno spazio sociale autogestito intorno a cui sviluppare la partecipazione cittadina, autorganizzata e dal basso, che si prenda cura del quartiere e del suo sviluppo.
Qui ritorneremo, convinti delle nostre ragioni, delle nostre posizioni, più forti, determinati e consapevoli di prima.

Questa sera ore 18 invitiamo tutti i solidali a un’iniziativa di sostegno a manituana, ritrovo su corso Verona, angolo via cagliari, di fronte alle camionette della celere!

Siamo tutti/e indisponibili

Nella piazza del primo maggio torinese, mentre i sindacati confederali e i partiti responsabili e complici delle disastrose riforme di questi anni facevano la loro tradizionale sfilata, nello stesso momento lo spezzone precario degli/delle indisponibili ha vissuto un’importante giornata di lotta, portando in piazza le rivendicazioni di chi, dall’alternanza scuola-lavoro alla ricerca universitaria, dal food-delivery alle cooperative sociali, è quotidianamente sfruttato, sottopagato, ricattato e non tutelato.

Studenti e studentesse che si vedono costretti a fornire manodopera gratuita alle multinazionali in nome di una presunta formazione; studenti- lavoratori che devono accettare impieghi malpagati, spesso in nero e a totale discrezione del datore di lavoro, per pagarsi le tasse universitarie; dottorandi/e che, contro lo scempio del “dottorato senza borsa”, richiedono la totale copertura delle borse di dottorato; ricercatori e ricercatrici in lotta per la stabilizzazione della proprio posto di lavoro attraverso investimenti e assunzioni; specializzandi/e e studenti di medicina che chiedono più borse di specialità e protestano contro lo sfruttamento dei neoabilitati, pagati a giornata o direttamente a cottimo, uno o due euro a prelievo di sangue, in attesa di vincere una borsa; rider in mobilitazione per il riconoscimento della subordinazione del rapporto di lavoro e di un salario degno; lavoratori e le lavoratrici delle cooperative contro le esternalizzazioni dei servizi pubblici, che non hanno fatto risparmiare nulla alle casse dello Stato, regalando invece guadagni d’oro ai direttori delle cooperative e delle fondazioni e precarizzando il lavoro dei cooperativisti, appeso periodicamente al cappio del cambio appalto. Nello spezzone degli indisponibili hanno trovato voce e visibilità i/le precari/e colpiti da vent’anni di contro-riforme, conclusesi con il Jobs Act, che hanno progressivamente smantellato diritti e tutele, flessibilizzato il mercato del lavoro al solo fine di abbassarne il costo e, per ultimo, legittimato il lavoro gratuito attraverso la promessa che la formazione e l’esperienza di oggi saranno ripagate domani.

Prima ancora che lo spezzone sociale e quello precario muovessero i primi passi su via Po, le compagne di Non una di meno tentavano di stendere dei fili da bucato davanti agli spezzone di Cgil, Cisl e Uil, per denunciare come la violenza di genere sia un elemento strutturale di una società che scarica sulle donne la maggior parte dei lavori di cura e riproduttivi, come se fosse una cosa naturale. Lo smantellamento e la privatizzazione di importanti settori di welfare, dagli asili nido agli ospedali, rende ancora più assidue e onerose quelle mansioni. La reazione dei servizi d’ordine dei tre sindacati confederali, che sin dall’8 marzo 2017 boicottano esplicitamente il movimento di Non di una meno, è stata immediatamente violenta e assistita dai loro colleghi della Digos e del reparto celere.

Poco dopo, durante il percorso del corteo, su via Po abbiamo sanzionato la sede del Rettorato dell’Università di Torino, dove baroni e amministratori dell’università scelgono di destinare gli investimenti del sistema universitario agli avanzamenti di carriera dei docenti prima che alla stabilizzazione dei precari, bloccando i piani di reclutamento dei/delle precari/e, e di impedire il libero accesso all’istruzione, attraverso l’introduzione di nuovi numeri chiusi.

 

Entrati/e in piazza Castello, abbiamo deviato dal percorso tradizionale del corteo e ci siamo diretti verso Piazza Solferino, per sanzionare la sede di Eataly recentemente aperta. Naturalmente Eataly, come molte altre catene commerciali, il 1 maggio è aperta e costringe i suoi dipendenti a lavorare. Non appena siamo arrivati di fronte a Eataly, i gestori del punto vendita hanno abbassato la saracinesca e sono stati costretti a chiudere il locale. Una serie di interventi, mettendo in luce le tante ombre del colosso guidato da Oscar Farinetti, ha fatto sì che il presidio rimanesse a lungo piantato di fronte alla saracinesche di Eataly. Non volevano chiudere, ma li abbiamo obbligati a farlo, e questo è già un punto di partenza.

Eataly ha anche sottoscritto un patto con il Miur per diventare l’ennesima azienda legittimata a sfruttare studenti e studentesse in alternanza scuola-lavoro. Nascondendosi, dietro al buon nome del “made in Italy” Eataly promette un’alternanza di qualità. Siamo andati sotto le loro finestre a chiedere dove sia il valore formativo delle esperienze di alternanza che propongono, dove siano le tutele dei lavoratori e l’eticità dell’azienda, dove siano i valori aggiunti ricavabili da un’esperienza didattica. La risposta a queste domande, però, arriva tutti i giorni con lo sfruttamento dei lavoratori e l’applicazione di logiche competitive e aziendalistiche nei percorsi di alternanza, la risposta arriva tutti i giorni e non fa che rendere Eataly una delle tante eccellenze dello sfruttamento.

Eataly è, poi, una delle tante multinazionali che si appoggia alle piattaforme del food delivery e che ha incrementato non di poco i profitti sul territorio da quando non occorre più uscire di casa per poter giovare delle sue prelibatezze, grazie a generose truppe di fattorini che consegnano on demand cibo a domicilio. Eataly, come tutti i piccoli o grandi ristoratori che si associano per propria convenienza alle piattaforme, finiscono per rendersi complici delle condizioni neofeudali in cui si trovano a lavorare i fattorini. Sono considerati collaboratori autonomi, perché basta una app a comunicarti tempi e luoghi di lavoro per mascherare la subordinazione e aggirare le norme vigenti in materia di contratti, salario, sicurezza, tutele e privacy. Lavorano a cottimo o per 5 euro l’ora, senza alcuna tutela in caso di incidenti e senza alcuna partecipazione dell’azienda alla manutenzione delle biciclette, ma ai manager di Eataly questo naturalmente non interessa.

Sanzionare Eataly è stata, infine, l’occasione di mandare un messaggio chiaro a colui che ne è a comando, il renzianissimo Farinetti. Costui, vantandosi della qualità dei prodotti di Eataly e della grande tradizione enogastronomica del nostro paese, in realtà si garantisce profitti annui miliardari grazie allo sfruttamento di lavoro sempre più povero e ricattato. I lavoratori di Eataly sono tutti dipendenti a termine, pagati poco più di 1.000 euro al mese per un contratto full-time, assunti con un contratto e poi demansionati, percepiscono straordinari forfettari e non pagati. L’insistenza mediatica di Farinetti sui dogmi del Jobs Act – la flessibilità assoluta in entrata (apprendistati di sei mesi, che si trasformano poi in contratti a tutele crescenti interrompibili in qualsiasi momento) e in uscita (licenziamenti senza giusta causa) come modello di organizzazione del lavoro parla da sè. Se il Jobs Act doveva aumentare gli occupati, la realtà è ben un’altra: aumentano, come in Eataly, i dipendenti con contratti di 6 mesi, che proprio il Jobs Act ha consentito di prolungare per ben 5 volte in tre anni. L’avanzata di Eataly è la migliore rappresentazione dell’ideologia renziana dell’innovazione, dove innovazione non significa altro che la valorizzazione di merci prelibate e costose, accessibili a una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di lavoratrici e lavoratori.

Dopo l’azione a Eataly abbiamo raggiunto lo spezzone sociale che, nel frattempo, aveva conquistato il palco di Piazza San Carlo. Da lì i rider in lotta hanno preso nuovamente parola, raccontando alle tante persone concentrate in quella piazza lo stato dell’arte delle proprie mobilitazioni e indicando i prossimi appuntamenti.

Con lo spezzone precario, questo primo maggio abbiamo detto chiaramente che non esistono lavoretti, esperienze formative volontarie, vocazioni o collaborazioni occasionali: il nostro è lavoro e come tale va riconosciuto, contrattualizzato, pagato e tutelato. Non siamo più disponibili a lavorare per 5 euro l’ora, senza i diritti e le tutele fondamentali, senza veri contratti di lavoro, come accade non soltanto ai rider ma a un’intera generazione sottopagata; vogliamo un salario minimo per ogni tipo di lavoro, subordinato, a chiamata, a progetto che sia. Non siamo più disponibili a essere considerati collaboratori occasionali e autonomi e assunti a partita iva, quando il nostro lavoro è comandato ed eterodiretto; vogliamo il riconoscimento della subordinazione dove c’è lavoro subordinato. Non siamo più disponibili a percorsi di formazione che si rovesciano in pura estorsione di lavoro gratuito, giustificati attraverso la promessa domani; vogliamo subito ciò che ci spetta, un reddito di base e incondizionato che ci permetta di non dover accettare ricatti, di non dover lavorare gratis o in nero, di non accettare lavori che non vorremmo fare.

Di fronte al tentativo di nascondere il lavoro dietro agli artifici retorici della “flessibilità”, “opportunità”, “lavoretto” e “formazione”, per autodeterminare le nostre vite vogliamo salario minimo, reddito di base, tutele, diritti e investimenti per la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e di tutte le categorie.

Camera del Lavoro – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i precari/e (Clap)

Studenti Indipendenti (SI)

Laboratorio Studentesco (Last)

Ricerca Precaria

Associazione Dottorandi Italiana (Adi)

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestione