Braccia Rubate all’Agricoltura. Perché lo spazio.

Braccia Rubate all’Agricoltura

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito è uno spazio dell’Università di Torino riaperto, rimesso in funzione dagli studenti di Palazzo Nuovo il 28 aprile 2015, a seguito della chiusura causa amianto e per rispondere al bisogno di spazi di aggregazione e socialità degli studenti.

Da allora Manituana sperimenta l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antisessismo, l’autogestione e l’autodeterminazione delle soggettività precarie come pratiche politiche e di vita quotidiana. Scopo dello spazio è essere a disposizione delle energie e delle aspirazioni di tutti, come luogo di ritrovo e di organizzazione di iniziative organizzate liberamente. Manituana è composta da diversi percorsi, dalla ciclofficina al gruppo di acquisto solidale passando per il laboratorio di teatro, seminari autogestiti e momenti di discussione collettiva. Manituana è un luogo mitico della tradizione irochese dove i Sioux-Lakota si rifugiano a seguito della sconfitta subita per mano dei coloni americani impegnati nella rivoluzione americana. Qui tornano per ricostruire una società basata sull’autorganizzazione, sul rispetto per la terra, la fratellanza e la solidarietà tra gli individui. La loro storia viene raccontata nell’omonimo libro di Wu Ming.

Perché un festival?
Riteniamo importante che le varie realtà autorganizzate che lavorano a Manituana e i singoli che la attraversano costruiscano un momento in cui la loro ricchezza di approcci dia vita a elaborazioni teoriche e pratiche collettive. Immaginiamo questo momento non solo come luogo di raccordo di esperienze differenti, che quotidianamente animano lo spazio e lavorano in modo organico per la creazione del festival, ma come collettore in grado di dare vita a pratiche condivise, plurali ed organiche, che possano lasciare un’impronta tangibile sulle nostre esistenze. Rifiutiamo il discorso sull’interdisciplinarietà funzionale alla legittimazione dell’esistente tipica dell’Accademia, ma intendiamo praticarla partendo dalla nostra comune condizione di precarietà. A questa esigenza abbiamo deciso di rispondere con la terza edizione di Braccia Rubate all’Agricoltura.
Questo festival da tre anni si inserisce nella produzione culturale di Manituana, è momento di confronto, creazione ed elaborazione. Nella prima edizione, due anni fa, abbiamo provato a rispondere ad una domanda semplice da porsi, ma dalla risposta quanto mai complessa: “Chi siamo?”. La risposta però è arrivata, è entrata nelle discussioni e negli eventi dello spazio. Abbiamo detto che siamo il precariato cognitivo, KnoWorkers, tasselli di un puzzle costruito per non darci punti di riferimento, per settorializzare e iperspecializzare lo studio. Seppur nella frammentazione abbiamo saputo cogliere la trasversalità della nostra condizione precaria.
Nella seconda edizione di braccia Rubate all’Agricoltura abbiamo interrogato noi stessi su cosa facessimo, sia come parti di un sistema di produzione e valorizzazione di merci, sia come militanti e partecipanti di uno spazio sociale come Manituana. L’Autoproduzione è il termine più calzante per descrivere ciò che facciamo:  produciamo quasi esclusivamente per noi stessi,  non riconosciuti dalle “autorità” accademiche, e, autogestendo uno spazio, realizziamo, fuori dalle leggi di mercato, opere materiali e non.
In continuità con le edizioni precedenti quest’anno abbiamo deciso di confrontarci a partire dalla domanda “Come reagiamo?”. Per rispondere ci sembra necessario partire dall’analisi del tema della spazialità. L’organizzazione dello spazio, materiale e immateriale, riflettendo l’organizzazione delle relazioni sociali e del lavoro, contribuisce a creare e cristallizza la nostra condizione di subalternità. D’altra parte, siamo convinti che il ripensamento, la riappropriazione e l’autogestione degli spazi possano rompere la frammentazione costruendo luoghi di resistenza e riscatto. Pur coscienti che l’emancipazione passi dalla condizione materiale, la pratica collettiva nella nostra prospettiva è base per il ribaltamento dei rapporti di forza.

Edizione III. Spazialità

Il concetto di spazialità è un tema sufficientemente largo da riuscire a contenere tutte le pluralità presenti nel nostro spazio ed è in grado di indagare pressoché tutti gli aspetti del mondo contemporaneo se il nostro bisogno è interrogarci su come rispondere alla fase. Ci interessa provare ad analizzare questo tema a tutto tondo interrogando tanto lo spazio materiale quanto quello immateriale.Vogliamo interrogarci sulla spazialità sia come strumento di assoggettamento dell’individuo da parte del capitale sia come possibilità di emancipazione.  Vogliamo provare ad esplorare quindi uno spazio simbolo della modernità, quello informatico, che spesso resta sconosciuto e difficile da interpretare: non crediamo sia uno spazio neutro, ma ne vediamo delle possibilità emancipative.

1. Gli spazi autogestiti.

Gli spazi autogestiti sono luoghi che tendiamo a considerare “liberati” dalle logiche di mercato, restituiti alla collettività. L’idea che lo spazio occupato sia di tutt* è però spesso più uno slogan che una pratica cosciente di azione politica. È necessaria una riflessione articolata su in che modo lo spazio possa essere considerato fuori dalla logica del consumo-profitto, su come questo parta principalmente dalle pratiche organizzative e di riflessione politica di cui si dota lo spazio. In quest’ottica il diritto alla città non è soltanto la richiesta di servizi, ma anche è soprattutto la creazione di spazi realmente aperti e plurali

2. Spazio e Confini.

Nella “Fortezza Europa” è diventata una necessità fondamentale quella di attivarsi sul tema delle migrazioni per chiunque lotti per un mondo diverso e più inclusivo. Oggi il tema migrante non può non farci interrogare su cosa siano gli spazi, su dove vengano posti i confini e sul loro utilizzo  da parte del sistema. Altrettanto nelle nostre città sempre più si diffondono esperienze e luoghi di inclusione ed aiuto dal basso che provano a rispondere all’emergenza umanitaria che è sotto gli occhi di tutt*.

3. Arte spazialità e corpo.

Anche lo spazio dell’arte della modernità ha subito una modificazione enorme. Da ormai quasi trent’anni il museo novecentesco non è più l’unico luogo di esposizione e fruizione dell’opera. La diffusione della street art già a partire dagli anni Ottanta pone al centro due argomenti centrali: l’utilizzo dello spazio pubblico e la proprietà dell’opera. Tuttavia il superamento dello spazio esclusivamente museale non risolve un problema di scottante attualità ovvero il ruolo delle donne e delle soggettività non binarie in mondo radicalmente maschile come quello dell’arte. Come si risolve quindi questa contraddizione? ma soprattutto nel mercato dell’arte, luogo che più di altri rende nitida la contraddizione tra capitale e lavoro come si inseriscono le nuove soggettività precarie e come reagisco.

4. Una terra diversa

La realtà di produzione alimentare, capitalista e consumista si basa sui meccanismi di sfruttamento della terra e dell’uomo, le cui conseguenze hanno un enorme impatto sulle vite umane (salute, cambiamento climatico, disgregazione delle comunità e dei territori…). É quindi indispensabile domandarsi come  la scelta di ciascun* in ambito di approvvigionamento alimentare sia una scelta politica essenziale, chiedendosi come tale scelta possa avere efficacia secondo precisi obiettivi, dal lato dell’acquirente. Dall’altro lato, bisogna approfondire il senso di una scelta di produzione etica e di costruzione di alternative al mercato tradizionale per agricoltori e produttori. Questo comporta anche mettere in discussione i rapporti classici tra “consumatore” e “produttore” nel crearsi di nuove comunità in cui gli stessi investimenti, obiettivi e finalità possano essere decisi insieme, rispondendo e resistendo alla frammentazione sociale capitalista.

5. La metropoli contemporanea come luogo di sfruttamento.

Lo spazio materiale è il luogo che il capitale organizza secondo una logica atta a favorire valorizzazione e profitto. Le città ne sono il primo esempio, quello che ci capita di vivere tutti i giorni. La gentrificazione, le privatizzazioni, l’aziendalizzazione dei servizi sono alcune tra le forme più esplicite di un’organizzazione delle vite degli abitanti delle metropoli secondo una logica finalizzata al consumo e allo sfruttamento in completa opposizione alla solidarietà e alla costruzione di reti e comunità locali.
Il risultato, o la causa, a seconda del punto di vista, sono rapporti sociali finalizzati ad aumentare la forbice delle disuguaglianze e a differenziare l’accesso alle risorse secondo una divisione netta tra aventi diritto ad esse ed esclusi.

6. Informatica.

Lo spazio informatico è forse tra i più contraddittori di tutti. Da un lato si ha una percezione di libertà assoluta, di completa libertà dalle logiche di mercato: tra pirateria illegale e software open source si ha la possibilità di avere accesso gratuito a quasi qualunque strumento di lavoro o ludico. La necessità però di riflettere su quale sia e se esista un’effettiva prospettiva emancipatoria attraverso l’informatizzazione dei rapporti e delle comunicazioni. D’altro canto troppo spesso si sottovaluta la componente estremamente materiale dello strumento informatico che invece rientra completamente nella nostra riflessione sui rapporti di forza attuali.

7. Spazio immateriale.

Gli spazi materiali delle metropoli e dei confini geografici non toccano solo i nostri corpi, ma “penetrano” dentro le nostre menti, dentro i nostri spazi psichici. Questo mondo immateriale, che ci è per lo più oscuro, viene quindi in qualche modo “disegnato” dagli spazi esterni, i quali tagliano confini nelle e fra le nostre menti, assoggettando la psiche alle loro regole. Ci interroghiamo allora su quanto veniamo assoggettati, su quanto i nostri spazi psichici vengono  definiti e conquistati da un Altro spaziale esterno, e su come sia possibile riconquistare la nostra psichicità e soggettivarci autenticamente.

 

 

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