Appunti da Laboratorio. Per reagire alla securizzazione.

Durante le ultime settimane, nel soffocante clima politico torinese, il tema della repressione sembra essere entrato con prepotenza nel dibattito pubblico. Pensiamo sia necessario porre alcune questioni per riuscire a scardinare la narrazione mainstream che parla della stretta repressiva come di un’ovvia e comprensibile risposta ad una presunta “emergenza sicurezza”. Uno dei punti di partenza obbligati è la connessione organica tra l’offensiva repressiva, il processo di securizzazione di ogni ambito della società e la tendenza autoritaria imboccata negli ultimi anni da parte delle istituzioni di governance dei maggiori paesi a capitalismo avanzato. Il tema è indubbiamente complesso, ma crediamo sia importante provare a sviscerarlo facendo emergere i vari livelli su cui si articola il fenomeno, senza che queste poche righe abbiano un obiettivo diverso da quello di offrire alcuni spunti di riflessione.

Viviamo in un paese che, nel proprio passato, ha visto esempi di lotte condotte a partire da un’analisi molto avanzata in fatto di critica ai dispositivi di controllo messi a punto dal padrone collettivo. La battaglia degli operai FIAT contro la schedatura da parte dei loro padroni oggi risulta più attuale che mai: la legge italiana che impedisce alle imprese di costruire inchieste interne, e che deriva da appunto quell’esperienza, ha il fine di evitare che queste possano essere utilizzate contro chi lavora. Tuttavia oggi veniamo schedati continuamente e le informazioni che forniamo su internet attraverso PC o smartphone, solo per portare l’esempio più evidente, sono funzionali tanto al controllo poliziesco a fini repressivi,quanto al mercato. Disciplinarizzazione, tendenze neo-autoritarie e sistema capitalistico possono essere inseriti nuovamente nello stesso quadro analitico, mostrando così come solo all’apparenza queste tendenze siano tra loro contraddittorie, con buona pace di ogni critical theory da cattedra. Come non pensare congiuntamente, dunque, i tentativi di “esecutivizzazione” delle liberal-democrazie occidentali e la tendenza securitaria? La gestione della sicurezza che vediamo negli ultimi anni si configura sempre di più, infatti, come uno degli elementi di un nuovo paradigma costituzionale.

Se la securizzazione è un processo più sottile e difficile da monitorare, in cui spesso siamo attori inconsapevoli, la repressione poliziesca costruita sull’onda dell’emergenza e gestita con strumenti sempre più raffinati ne è l’altra faccia della medaglia, quella più visibile e brutale. Tra i maggiori responsabili, in quanto primi sostenitori di questa costruzione, ci sono i mezzi d’informazione, autori di narrazioni tossiche che sono entrate nella vulgata comune facendosi nei fatti dogmi inattaccabili. Il termine emergenza, su tutti, è il dispositivo grazie al quale vengono legittimate tutte le forzature autoritarie dei governi europei: quelle che sono condizioni strutturali di un sistema ingiusto e diseguale vengono narrate come emergenze da risolvere al più presto isolando il sintomo invece di attaccare le cause. Per quanto riguarda la questione strettamente repressiva, bisognerà ammettere che, eccetto alcune importanti eccezioni (come quella valsusina), negli ultimi anni un serio approfondimento del problema non è stato all’ordine del giorno, lasciando così spazio a meccanismi di auto-rappresentazione per “addett* ai lavori”.  La lotta anti-repressiva rischia di diventare non una possibilità di allargamento, ma una gabbia autoreferenziale dalla quale risulta difficile uscire.

Gli ultimi mesi restituiscono in questo senso una forte stretta nei confronti di ciò che resta dei  movimenti sociali italiani, che vengono attaccati su più fronti, mentre, nel frattempo, la strategia disciplinare viene estesa a tutte le soggettività non incasellate nello schedario organizzato del sistema. L’attacco a chi non garantisce il “decoro urbano” è protratto mettendo nelle mani dei sindaci poteri più simili a quelli di un prefetto che a quelli di un amministratore locale. La gestione delle strade delle nostre città subisce il processo repressivo che da sempre i movimenti contestano e attaccano: la politica e i temi sociali si fanno da parte per lasciare spazio alla violenza del manganello.

L’ordinanza della giunta Appendino che vieta la vendita di alcolici dopo le 20.00 nelle zone della cosiddetta mala movida si inserisce nel solco di questa tendenza. Non è solo un attacco ai negozi che vendono le birre dai frigoriferi e neanche un attacco alla movida tout-court. L’obiettivo disciplinare perseguito è quello di costruire una città ordinata e tranquilla, senza eccedenze, senza conflitti e senza fenomeni che fuoriescano dal circuito del divertimento messo a profitto. Lo si fa, tradizionalmente, costruendo ghetti, ripulendo i centri storici e espellendo in periferia il malcontento sociale, nonché imponendo come modalità principale di divertimento nei quartieri più vivaci il consumo nei bar, bonificando i luoghi di socialità collettiva, strade e piazze. In questa prospettiva si inseriscono le leggi Minniti e Orlando che, oltre a estendere a tutti i livelli i dispositivi di polizia e controllo preventivo sperimentati negli stadi nell’ultimo decennio, operano inoltre nell’ottica di lasciare mano libera in merito di ordine pubblico alle istituzioni locali direttamente dipendenti di quella parte di popolazione impaurita e diffidente, che alla socialità nello spazio pubblico preferisce il silenzio e l’ordine. È, infatti, proprio sul piano locale che si prova costruire una guerra fra poveri funzionale alla conservazione dello status quo. Nei quartieri gentrificati: i giovani “perditempo” (precarizzati, disoccupati) contro i “bravi pensionati” (che faticano a chiudere il mese). Nei quartieri periferici: il proletariato storico bianco contro i migranti e le nuove soggettività razzializzate. Sono questi i soggetti che vengono fatti scontrare nella quotidianità della metropoli lasciando che siano le amministrazioni locali a decidere quando e come usare il manganello per “risolvere” i problemi, a patto che queste attacchino sempre e solo chi vive in condizioni di disagio.

L’ideologia allarmistica e islamofoba, veicolata dalla propaganda di tutti i principali partiti del paese, soffia d’altronde sul fuoco di un processo di securizzazione in corso ormai da un decennio. Quest’ultima stretta securitaria e repressiva è evidentemente solidale rispetto a una logica di attacco frontale ai movimenti che è vissuto dalla controparte come l’ennesima battaglia campale di “igiene pubblica” delle città. Torino è in questo senso un buon esempio: dopo la celebre crociata pre-olimpica e anni di repressione giudiziaria da parte dei vari “pool” di zelanti magistrati specializzati in “crimini” di movimento, dopo anni di test e prove, tra gli stadi e la Valle di Susa, dopo aver costruito a tavolino i nemici perfetti (ultras e notav, mendicanti e migranti, venditori ambulanti e nuovi poveri, privati di ogni determinazione e portato politico-sociale), quei meccanismi vengono ora generalizzati, in modo discrezionale e poco chiaro, e lasciati all’interpretazione delle amministrazioni locali e delle forze dell’ordine.

Nello specifico della nostra città, assistiamo inoltre ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera in realtà una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore. L’incapacità di legittimare il proprio ruolo da parte di un Movimento 5 Stelle oggi alla ricerca di fiducia da parte di quel sistema Torino contro cui si era scagliato in campagna elettorale, in parallelo ad una mal celata diffidenza della questura – da sempre vicina agli ambienti del Partito Democratico – restituisce una azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori. In questo filone si inseriscono lo sgombero della casa di Said l’ottobre scorso, le cariche durante il corteo del primo maggio e l’imbarazzante polemica intorno ai fatti di San Carlo durante la finale di Champions. Seguono la violenza nei confronti di Maya, colpevole di aver protestato di fronte a un arresto e di essere una militante notav, e il pestaggio di un ragazzo di origini senegalesi, a Porta Palazzo, interrotto solo quando la pozza di sangue era ormai larga un metro; per poi coronare in bellezza queste “sbavature” con le cariche dell’altra sera in piazza Santa Giulia.

Oltre a testimoniare del grado di neutralizzazione violenta nei confronti di alcune figure sociali specifiche, tali fenomeni evidenziano inoltre un elemento non riducibile alle operazioni classicamente repressive: la generalità della stretta securitaria, la sua portata di trasformazione dell’intero assetto societario, che coinvolge – direttamente o indirettamente, in misura maggiore o minore – uno spettro ampio e variegato della popolazione. È questo, allora, uno dei punti nodali sui quali interrogarci, tanto a livello analitico quanto sul piano strategico. Come investire, infatti, questo nodo fondamentale praticando forme di rifiuto e autorganizzazione espansive e potenzialmente maggioritarie? Proprio la dimensione generale e totalizzante di questo processo potrebbe aprire, in quest’ottica, terreni di scontro inediti.

Ci permettiamo, a questo punto, una breve digressione storica. Degrado deriva dal verbo latino degradare, letteralmente “scendere i gradini”. Nel Medioevo, in Italia, viene utilizzato per indicare le persone che al fondo delle scalinate delle chiese chiedono l’elemosina. Oggi il termine, investito ormai di un significato tecnico specifico, compare in una legge dello Stato italiano che stabilisce la posizione di ciascuno in una scala di protezione e libertà differenziale di fronte all’arbitrio delle forze dell’ordine. Quelle stesse forze dell’ordine che, senza iniziare l’infinito elenco di abusi, omicidi, violenze e torture perpetrati negli anni, sono costitutivamente un organo che agisce al margine della legalità, là dove le norme impersonali non possono farlo. Lo scriveva già Walter Benjamin: la polizia è spettrale, difficile da definire nelle sue competenze, perché “l’affermazione che i fini del potere poliziesco siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del restante diritto è completamente falsa. Anzi, il “diritto” della polizia mostra fino a che punto lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti a ogni ordinamento giuridico, non riesca più a garantirsi con l’ordinamento giuridico il raggiungimento dei propri fini empirici chepur intende raggiungere a ogni costo.” 

Alla luce del decreto Minniti e del suo immediato utilizzo, si potrebbe addirittura parlare, in questo senso, di una sorta di introduzione di uno “stato d’emergenza” all’italiana, che rivisita sulla base della propria storia giuridico-poliziesca una serie di misure di sospensione – de facto e de iure –  del cosiddetto“stato di diritto”, ormai ben note nel contesto francese.In Italia, d’altra parte, questa stessa sfera statuale ha sempre rivendicato la propria natura democratico-costituzionale, salvo poi coniugare, nell’ultimo quarantennio, eccezionalità giuridica (le leggi speciali della fine degli anni’70) e lampi autoritari (come nel caso di Genova 2001 e i vari omicidi polizieschi degli ultimi anni). Sono i reduci di quel PCI, che sostenne e giustificò l’ondata repressiva degli anni ’70, a introdurre oggi le misure di securizzazione dello spazio pubblico più drastiche e avanzate, adattando al caso italiano le tendenze neo-autoritarie in corso di sviluppo su scala europea. Se alle spalle dell’intervento del sindaco Appendino bisogna riconoscere l’incertezza e l’imbarazzo di una giunta in stato di stallo, dietro ai Minniti e agli Orlando bisogna, invece, cogliere la continuità politica di una storia, ormai quarantennale, di esercizi repressivi e guerra ai movimenti.

Non siamo particolarmente appassionati  di anniversari e rievocazioni storiche spesso dense di retorica e fantasiosi recuperi ideologici, ma pensiamo che, nell’ottica di opporre una “nostra” continuità alla “loro”, sia opportuno riprendere alcuni spunti dal quarantennale del 1977: al netto degli esiti di quell’antico ciclo di lotte, l’assemblea di Bologna contro la repressione è forse l’esempio migliore per capire cosa intendiamo con dibattito potenzialmente maggioritario attorno alla repressione. Di fronte a questo quadro, urge infatti una riflessione collettiva e non settaria sulla questione delle politiche di sicurezza e sulla spirale repressiva e disciplinare alla quale siamo oggi sottoposti. I termini della questione potrebbero essere i seguenti: solidarietà, autodifesa e autorganizzazione vs telecamere, questurini e proibizionismo. A fronte di un’offensiva condotta non solo contro gli spazi sociali e i movimenti, ma contro ogni forma di socialità che provi ad uscire dall’ottica di mercato o che comporti anche solo una minima forma di opposizione, la costruzione di una risposta trasversale e massiva è oggi un punto prioritario. Ripartiamo, quindi, dai “servitori dell’ordine” cacciati da piazza Santa Giulia per aprire una possibile dinamica di risposta collettiva al nuovo cocktail securitario e repressivo firmato Minniti/Orlando.

Riteniamo utile affrontare questo  tema anche nell’ottica del G7 sul lavoro che si terrà a settembre nella nostra città, in relazione a cui si è già attivata la macchina della disinformazione volta a costruire un clima di allarmismo funzionale al meccanismo repressivo.

Per opporsi agli sbocchi repressivi di questo scenario è dunque necessario investire politicamente il terreno qui abbozzato. E’ per questo che invitiamo chiunque sia interessat* a una discussione collettiva su come costruire una dinamica contro-egemonica rispetto alla tendenza securitaria in corso, partendo dalle nostre vite e dalla nostra città. Ci vediamo a Manituana, il 10 luglio, ore 21H. 

Uscire dal ghetto, distruggere la gabbia, creare e organizzare la nostra rabbia.”

 

 

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