Appunti da laboratorio. Sullo sciopero sociale femminista, ripartiamo da noi per sottrarci alla precarietà

Sono passati quasi quattro mesi dall’8 marzo e ci sembra giunta l’ora, a mente fredda, di soffermarci su alcuni elementi che, durante alcuni  momenti di confronto collettivo, sono emersi come particolarmente importanti, non tanto per un’analisi della giornata, su cui è già stato scritto tanto, ma più che altro come spunti per continuare un percorso che interroga molte delle contraddizioni e delle questioni aperte del nostro tempo.

La rete Non Una di Meno è stata in grado di coinvolgere realtà e persone estremamente diverse per pratiche, convinzioni, forme organizzative. Questo ha permesso di individuare come sistemica la violenza contro le donne e di genere e ricondurre al medesimo sistema patriarcale e capitalista ogni forma di violenza, fisica, psicologica, economica. Sulla base di quest’analisi, si è deciso, come in tutto il mondo, di dotarsi, all’interno di una mobilitazione femminista, della pratica dello sciopero, inteso sia come sottrazione allo sfruttamento, al ricatto e alla violenza, sia come strumento di lotta in grado di superare le singole rivendicazioni e farsi rottura.

Uno sciopero sociale autonomo.

Le manifestazioni dell’8 marzo sono state eccezionali: a Torino 10mila persone hanno partecipato al corteo. È stato uno sciopero sociale globale, il più riuscito degli ultimi anni. E’ stato uno sciopero sociale innanzitutto poiché convocato in maniera autonoma da un grande movimento, al cui appello una parte di sindacalismo di base ha risposto mettendo a disposizione i propri strumenti per garantire la possibilità effettiva di sciopero. In questo modo si è sottratto ai sindacati il monopolio dell’indizione di uno sciopero di massa; non a caso i sindacati confederali (CGIL in primis) hanno in gran parte sabotato lo sciopero. Di fatto, c’è stato uno sciopero promosso dal sindacalismo di base nel settore pubblico: a Torino è stata bassa l’adesione nel trasporto urbano (GTT), ma piuttosto alta nel settore delle strutture per l’infanzia e della formazione, forse proprio perché prevalentemente femminile. Hanno poi scioperato e manifestato molt* giovani, studenti delle scuole superiori e dell’università, lavoratori e lavoratrici della conoscenza e della cultura, che non hanno un orario di lavoro fisso rispetto a cui sottrarsi e che hanno caratterizzato il corteo di una forte composizione generazionale; c’erano lavoratrici autonome e freelance di vario tipo che anch’esse hanno scioperato l’8 marzo, recuperando in serata o il giorno successivo le ore di lavoro perse. C’erano, inoltre, persone che hanno fatto una sorta di «sciopero bianco», prendendosi ore di permesso dal lavoro o facendo cambio turno per poter essere presenti al corteo. Infine, erano state elaborate numerose maniere di sciopero parziale, non necessariamente simbolico, per chi non avrebbe potuto assentarsi dal posto di lavoro (non rispondere al telefono, non rispondere alle mail, non inviare dati relativi al proprio lavoro, lavorare il più lentamente possibile, vestirsi di nero e fucsia sul posto di lavoro). Questo sciopero sociale, dunque, è stato molto più di un’astensione calcolabile in termini numerici: è stato uno sciopero dal lavoro domestico, uno sciopero dai consumi, uno sciopero dai generi, la cui grande forza è stata portare lo sciopero sul piano personale, ripristinare il principio per cui il «personale è politico».

Proprio la volontà di estendere la pratica dello sciopero ad ogni ambito delle proprie vite ha permesso di portare in piazza una quantità enorme di rivendicazioni concrete e definite, dal salario minimo europeo all’educazione sessuale nelle scuole, dal reddito di autodeterminazione ad un effettivo diritto all’aborto su tutto il territorio nazionale. Tali rivendicazioni, che prese separatamente sarebbero sembrate di stampo riformista, considerate invece nel loro complesso configuravano una reale incompatibilità con il sistema, causa di ogni forma di violenza, discriminazione e sfruttamento che si combatteva in quella piazza.

Connettere la violenza di genere allo sfruttamento: la femminilizzazione del lavoro.

La scelta di legare una mobilitazione femminista allo sciopero ha connesso la violenza di genere con la violenza strutturale del neoliberismo, lo sfruttamento del lavoro, dei corpi e dei territori: questa connessione è stata colta come un punto molto avanzato, ma al tempo stesso molto complesso, di difficile articolazione e di ancor più difficile divulgazione. Rivendicazioni legate alle condizioni della donna si intrecciano con questioni generali, legate alla totalità dei rapporti sociali, che assumono particolare efficacia se guardate dalla prospettiva femminista. Il punto di partenza della lotta di Non Una di Meno, e probabilmente della grande maggioranza di coloro che l’8 marzo erano in piazza, è legato alla specificità della violenza che le donne subiscono quotidianamente: molestie, violenze quotidiane sia palesi sia celate, subordinazione alla figura maschile nei rapporti affettivi e domestici e un numero altissimo di femmicidi ogni anno.

Questo livello specifico, legato a una condizione della donna nella vita privata e in quella pubblica, risulta una prospettiva efficace per interrogare e criticare alcuni tratti generali della nostra società: la femminilizzazione del lavoro è il nome, il concetto, che restituisce questa unità di specifico e generico. Con femminilizzazione del lavoro si intendono due processi simultanei e tipici delle più recenti trasformazioni del mondo del lavoro: da un lato, la messa a profitto delle qualità più intime di ciascun individuo, profondamente legate al genere (qualità cognitive, affettive, comunicative, relazionali, performative, ecc..) e, in particolare, la messa a profitto di quelle capacità affettive e performative storicamente attribuite alle donne (esternalizzazioni e privatizzazioni dei servizi di cura, dagli asili nido alle case di riposo, enorme crescita di cooperative di educat* e operat* sociali); dall’altra, l’estensione all’intero mondo del lavoro di alcune condizioni tipiche del lavoro domestico della donna nella famiglia etero-patriarcale (la forte dipendenza personale dei lavoratori precari verso il loro superiore, l’intermittenza, la gratuità del lavoro, l’assenza di orari).

Oggi la questione del welfare e del reddito pare porsi, attraverso questo movimento femminista, con una forza inedita. La rivendicazione del reddito incondizionato come retribuzione dell’intera trama di attività e relazioni cooperative che costituiscono la «riproduzione sociale» può essere, in effetti, posta con efficacia dal punto di vista delle donne per la  mole di lavoro riproduttivo che cade su di loro. Tuttavia, ciò non significa rivendicare soldi per la propria vita affettiva o auspicare che questa venga mercificata: il lavoro di cura e domestico fa pur sempre parte di una dimensione umana e relazionale extralavorativa, che non intendiamo liberare solo facendola valere in termini monetari e salariali: si tratta di dare il giusto peso agli affetti e al lavoro umano senza che questo contribuisca ulteriormente allo sfruttamento generalizzato nel mondo del lavoro. Questa prospettiva consente di superare le posizioni che tendono a sminuire la violenza di genere a favore di uno sguardo più ampio sulla violenza capitalistica, ovvero: si può riconoscere un’ottica femminista come strumento di avanzamento, per tutt*, nella lotta anticapitalista, la quale non può prescindere a sua volta dalla lotta antipatriarcale.

I soggetti dell’emancipazione: tra particolarità e universalità.

L’importanza delle lotte femministe nel movimento anticapitalista dipende anche dal fatto che nella nostra società l’identità di genere sia una delle basi su cui si fonda la soggettivazione. In tempi di precarizzazione e individualizzazione, l’identità di genere diventa uno dei campi su cui si sente maggiormente la definizione della propria identità personale e, di conseguenza, dei rapporti di potere con altri gruppi o persone. È quindi possibile riconoscere una specifica subalternità della donna nel sistema capitalistico sia rispetto alle precedenti subalternità femminili, sia rispetto alla subalternità contemporanea di altri soggetti, senza creare una contrapposizione tra queste, ma individuandone le medesime dinamiche di assoggettamento che si concretizzano in forme diverse.

Non Una di Meno ha scelto di mantenere la centralità delle donne per evidenziare la specificità del loro sfruttamento e degli attacchi di genere che quotidianamente vivono sulla propria pelle. Una prospettiva femminista ma intersezionale risulta allora una posizione capace di connettere la molteplicità dei livelli del discorso. Il coinvolgimento del mondo queer è fondamentale come avanzamento. In questo senso, le donne in movimento attraverso la rete Non Una di Meno si propongono come soggetto politico che, a partire dalla radicalità delle proprie rivendicazioni specifiche, mette in discussione la struttura sociale complessiva e costruisce alleanze non identitarie, come dimostrato dalla forte presenza maschile nelle piazze dello «sciopero delle donne», per farsi tutt* soggetto dell’emancipazione universale e non solo del genere femminile. La centralità assunta dalle donne in questo percorso non va posta nei termini di una delega: davvero l’unico modo per evitare di riprodurre gli schemi di prevaricazione patriarcale è che gli uomini non partecipino attivamente, ma si limitino alla solidarietà? In una visione di alleanza delle lotte, coloro che godono, pur subendo forme di sfruttamento, di una posizione di privilegio dovrebbero sentirsi investiti di più responsabilità, dal momento che abbiamo riconosciuto come, nonostante le specificità, con una prospettiva intersezionale le dinamiche di assoggettamento siano le stesse per tutt*. Bisogna inoltre evitare di credere in un soggetto rivoluzionario privilegiato , in questo caso “le donne”, che determinerebbe la direzione del movimento e investirebbe su di sé un immaginario di forte rottura, creando una nuova feticizzazione:  non più quella della classe operaia, ma quella del genere femminile. È inevitabile chiedersi, dunque, se la prospettiva dello «sciopero delle donne» sia stata scelta solo per ragioni comunicative – perché capace immediatamente di creare un immaginario condiviso – o se invece ci sia l’idea che nel conflitto sociale sia sempre necessario partire da una posizione particolare, da un’identità in un certo senso costruita da altri nel corso di secoli di oppressione patriarcale.

Una teoria identitaria, e di conseguenza una lotta politica identitaria, rischia di occultare la liberalizzazione delle differenze di genere. Nonostante ciò, la prassi ci porta a considerare il riconoscimento di un’identità comune, e quindi di una controparte comune, come elemento necessario per un’attivazione ed un coinvolgimento ampi. Siamo quindi consapevoli della contraddizione tra un discorso che si concentra sul ruolo di subalternità della donna e uno che invece prova a sovvertire nella sua totalità la divisione di genere della società.

Riprendendo l’appello di Rosi Braidotti ad un “Femminismo delle differenze”, si potrebbe affermare che nella lotta al patriarcato, e quindi al capitalismo e viceversa, è necessario che ognun* parta dalla propria subalternità, determinata dall’intreccio di identità e conseguenti imposizioni vissuto sul proprio corpo, per riconoscere come comuni, affini e alleate le diverse subalternità altrui.

Lo sciopero femminista ha funzionato come sciopero sociale molto meglio di altri esperimenti negli anni passati. Quale è il motivo e che cosa possono ricavarne i movimenti? Sicuramente un suo merito è stato quello di far emergere il tema dello sciopero del lavoro precario in termini di femminilizzazione, cosa che lo rendeva un’arma più forte, più utilizzabile contro tante forme di oppressione – di genere, di razza etc. Secondo alcune attiviste di Ni Una Menos, è necessario partire dal corpo delle donne non perché il corpo sia l’irriducibile politico al di là di ogni discorso – infatti anche il corpo è l’effetto di violenza e discorsi sedimentati – ma proprio perché bisogna essere consapevoli di questa sedimentazione di violenza, oppressione, costruzione differenziata che incide persino la carne. Inoltre, è riuscito ad applicare alle pratiche di lotta la sempre maggiore unità di tempi di vita e tempi di lavoro, in altre parole di lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, propria del postfordismo.

Sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo.

Bisogna tuttavia tenere presente il rischio di esagerare nell’assimilare lavoro produttivo e riproduttivo. La nuova accumulazione, che va nella direzione di mercificare e privatizzare dei servizi di cura prima non pagati, viene spesso definita come «messa al lavoro della vita». È necessario interrogarsi su chi sia lo sfruttatore, chi guadagni da questa messa al lavoro, in modo da poter mantenere una differenza tra apparato ideologico che subordina culturalmente e sfruttamento lavorativo. Bisognerebbe chiedersi quale sia la differenza tra processo di accumulazione capitalistica – inclusione nel processo capitalistico di campi che erano esclusi dal profitto, anche se tale esclusione serviva magari a consolidare una subordinazione di gruppi sociali – e sfruttamento lavorativo vero e proprio. È possibile affermare che l’accumulazione si svolge sul terreno della riproduzione del capitale e lo sfruttamento rimane invece legato alla produzione?

Per portare avanti l’intuizione dell’8 marzo e far diventare qualcosa di diverso da uno slogan lo «sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo», bisogna innanzitutto interrogarsi su cosa sia il lavoro riproduttivo. Se per il femminismo degli anni Settanta il lavoro riproduttivo era produrre e mantenere forza-lavoro, cioè curare la casa, il marito e i figli, oggi il femminismo parla di riproduzione come riproduzione delle condizioni generali del sistema. Lo stesso discorso forse vale per l’imprinting e lo sfruttamento del lavoro volontario. Un* volontari* di Expo autoriproduce la sua forza-lavoro, ovvero si garantisce un curriculum che gli permetta di essere occupabile; il livello delle condizioni di esistenza della forza-lavoro e di occupabilità, molto più alto rispetto al passato, richiede una formazione continua di master, stage, lavoro gratuito e volontariato. Mentre in passato la riproduzione, cioè la sopravvivenza fisica e poco più, di marito e figli, era semplicemente delegata alla donna e alle istituzioni del pubblico, in primis quella scolastica, ora a questo si aggiunge la necessità dell’autoriproduzione, poiché la totalità della persona diventa forza-lavoro.

Prassi politica e riproduzione. Ovvero, che fare?

Queste riflessioni, portano ad interrogarsi sui confini della riproduzione e sugli intrecci tra quest’ultima e l’agire politico. L’organizzazione politica è in qualche modo una forma di riproduzione? Nel caso, anche la militanza e la critica intellettuale possono essere sussumibili. Con la consapevolezza che le medesime pratiche possono essere di rottura o potenzialmente diventare funzionali alla messa a valore,  (ad esempio, le capacità che le persone sviluppano nella militanza possono rivelarsi utili in ambito lavorativo) bisogna individuare degli strumenti di autoformazione, di critica e di conflitto che risultino non recuperabili e integrabili.. Lo sciopero sociale e politico, scelto dal movimento femminista come arma di lotta, può essere davvero antagonista ed eccedente se supera la sua dimensione simbolica per bloccare i processi di valorizzazione.

Il percorso verso l’8 marzo, ha dimostrato che proprio la pratica femminista dell’autonarrazione, grazie alla condivisione delle proprie condizioni lavorative, indissolubilmente legate alla vita personale, permette di individuare tra ambiti di lavoro e forme di sfruttamento molto diverse delle condizioni comuni: dipendenza personale dal datore di lavoro, incertezza salariale, impossibilità di determinare la propria vita, mancanza di separazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. A partire da queste, è possibile sia fare rete oltre l’isolamento delle lavoratrici e dei lavoratori, individuando delle necessità comuni che possono poi essere declinate nei diversi contesti, sia dotarsi degli strumenti necessari a trovare pratiche inclusive di sciopero, inteso come blocco di ogni forma di valorizzazione, che possa superare i ricatti e l’assenza di garanzie o persino di contratto.

In quest’ottica, l’8 marzo può essere considerato un passo importante nella ricerca di strumenti di attivazione, lotta e sciopero nella frammentazione e nel ricatto della precarietà. Ma ciò non è sufficiente. È nella scia di quanto iniziato l’8 marzo che va inserito un lavoro di inchiesta che, dotandosi dei metodi della conricerca, favorisca la narrazione, la condivisione e l’individuazione di una condizione comune e delle pratiche utili a sovvertirla.

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