Appunti da Laboratorio. La democrazia è fascista, il dissenso è reato, il precariato è libertà


Dopo la straordinaria mobilitazione popolare di Macerata, si sono moltiplicate in tutto il paese, in queste ultime settimane di campagna elettorale, iniziative antifasciste spontanee, autorganizzate dal basso e piuttosto partecipate, che hanno affermato una posizione chiara e determinata: nessuna agibilità politica e diritto di parola pubblica per le organizzazioni neo-fasciste.

In tale contesto, le forze politiche istituzionali – in primis il Partito Democratico, a capo del governo – hanno prima tentato di vietare e neutralizzare le mobilitazioni (come noto, Minniti fece di tutto per non autorizzare il corteo di Macerata), poi le ha violentemente attaccate e represse, dimostrando una tacita complicità verso l’avanzata delle organizzazioni neofasciste. Queste sono state opportunamente sdoganate sui mass- media, e tutelate dalle forze dell’ordine per consentire il restyilng elettoralistico dell’immagine antifascista delle forze politiche liberali e progressiste. La criminalizzazione dell’antifascismo militante, e i massicci interventi repressivi della Questura nei confronti delle recenti mobilitazioni, si inseriscono dunque nel preciso disegno elettorale di rappresentare i fascisti e gli antifascisti come equidistanti ed egualmente violenti. I principali quotidiani nazionali, le televisioni di Stato, alcun* presunti intellettuali, che forse sarebbe meglio definire giullari di corte, hanno sostenuto la volontà politica istituzionale di combattere il movimento antifascista. Così è cominciato l’attacco mediatico: la tentata strage razzista di Traini è stata narrata come il gesto di un singolo uomo folle di fronte a cui raccogliersi in silenzio, occultando l’origine e la difesa fascista di quell’azione; l’enorme manifestazione di Macerata è stata oscurata poiché non ha fatto alcuna notizia utile alla sua criminalizzazione; le aggressioni fasciste nelle scuole e nelle città sono state taciute e trattate come casi di cronaca; le sollevazioni antifasciste sono state ridotte a guerra fra bande.

Malgrado il clima terroristico e repressivo costruito intorno a noi, le mobilitazioni di queste settimane riflettono la vitalità delle energie antifasciste diffuse sui territori del nostro Paese. D’altro lato riscontriamo e riflettiamo sul riprodursi, anche da parte nostra, di linguaggi, immaginari e pratiche dell’antifascismo – “staniamo Di Stefano!”, “appendiamo i fasci a testa in giù” – troppo settari ed escludenti, spesso legati a prove di forza muscolari, poco aperti alle differenze, in cui non tutt* vi si possono riconoscere facilmente. Questi frenano in più di un caso l’espansività del sentimento antifascista che va accompagnandosi spontaneamente all’avanzata delle nuove destre e si prestano, spesso inconsapevolmente, alle strumentalizzazioni e falsificazioni nell’opinione pubblica. Certamente la prima costruzione mediatica da denunciare e smontare è la strumentale distinzione tra “antifascisti buoni” e “antifascisti cattivi”, classica mossa per dividere e neutralizzare l’antifascismo militante. Queste distinzioni fanno comodo a chi ci vorrebbe divis* e incapaci di rispondere alle provocazioni; ci dispiace che strutture politiche, sindacali e associazionistiche del nostro Paese, pur dichiarandosi antifasciste, non siano disposte a capirlo. Nelle piazze, in questi anni, abbiamo sempre cantato “siamo tutt* antifascist*” e questo è l’unico tipo di antifascismo che riconosciamo e su cui vogliamo insistere a partire dal 5 marzo: quello di tutti e tutte.

In questo clima, una maestra elementare, in piazza con noi a Torino durante il corteo contro Casa Pound, ripresa in diretta tv a denunciare l’operato delle forze dell’ordine, è stata trasformata – anzitutto da Renzi, Corriere della sera e Canale 5, poi seguiti dal governo e dalle principali testate giornalistiche – a emblema dei gruppi antifascisti violenti e sguaiati, costruendo un attacco ad personam senza precedenti con il solo fine di “colpirne una per educarne cento”. In quella piazza abbiamo effettivamente assistito ad una gestione sciagurata dell’ordine pubblico che raramente ci era capitato di vedere: venti minuti di gettate di idrante gratuite e “preventive” contro il corteo appena partito, senza alcuna giustificazione, cui seguiranno decine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche chilometriche. Flavia ha reagito e ha gridato contro la Polizia come tutt* noi, come un migliaio di altre persone in quella piazza, come tanti altri dipendenti pubblici. Eravamo tutt* esasperati di fronte a una carica così violenta e gratuita. A chi si sofferma sulle frasi dette, se anche non le condividesse, suggeriamo di guardare il contesto in cui centinaia di persone stavano gridano quelle stesse cose. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare e di sospensione a danno di Flavia, l’ordine di “licenziamento” pronunciato con arroganza tipicamente padronale da parte di Renzi in diretta televisiva, e il linciaggio mediatico di questi giorni dicono però qualcosa di più oltre alla repressione del movimento antifascista.

La prima riguarda la facoltà di giudicare il comportamento di un insegnante al di fuori del suo servizio. Se la sfera del lavoro e quella del non-lavoro sono oggi confuse l’una nell’altra e di fatto indistinguibili, è perché nel privato non deve esserci spazio per il tempo libero, per lo svago e nemmeno per l’attività politica, ma soltanto per la propria formazione continua e la propria auto-valorizzazione. Tutta la vita deve essere messa a valore, la qualità della nostra prestazione lavorativa, la nostra professionalità devono essere sempre, incessantemente, in cima ai nostri pensieri. L’estensione del lavoro e delle sue esigenze specifiche a ogni ambito delle nostre vite, approfondendo la soglia dello sfruttamento del lavoro, determina così una limitazione della libertà di espressione, azione ed autodeterminazione.

Nel caso specifico, notiamo come l’attacco subito da una maestra da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti si inserisca perfettamente nel modello di scuola aziendale cui puntano le riforme dell’ultimo decennio. La “Buona Scuola”, il potenziamento dei poteri dei presidi e i decreti che ne sono susseguiti mirano, d’altronde, a un disciplinamento mirato del corpo insegnante, moralmente responsabile e politicamente vigilato anche al di fuori del suo contesto professionale e lavorativo. La funzione delle Scuola e università, dunque delle e degli insegnanti, non deve essere quello di sviluppare saperi critici e cittadinanza attiva, tutelando la libertà di espressione di tutte e tutti, ma soltanto quello di obbedire alle leggi dello Stato e di veicolarle senza possibilità di critica. La campagna mass-mediatica contro Flavia ha ripetuto sin da subito, non a caso, come un atteggiamento esplicitamente critico verso gli apparati di Stato, disposti a protezione della propaganda fascista, non sia compatibile con un ruolo pedagogico, invocando la responsabilità morale dell’insegnante al di fuori dell’orario di lavoro. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare proveniente dalla ministra Fedeli e dal segretario del Pd Renzi dimostra come oggi i luoghi della formazione siano sempre meno delle comunità aperte e plurali, sempre più servizi aziendali dove vige la parola dello Stato padre e padrone, che può licenziare i propri dipendenti non appena questi non gli obbediscono.

In questo attacco mediatico ritroviamo, infine, lo stampo sessista che colpisce tutte le donne che non rispettano il ruolo di sottomissione a loro assegnato, non stanno al loro posto, non sono miti, accudenti e composte, ma urlano, si arrabbiano e fanno sentire la loro voce. In particolare, le maestre, lavoro di cura e riproduttivo per eccellenza, non avrebbero il diritto di urlare per strada contro i soprusi polizieschi, ma devono rispettare l’immagine di donna tranquilla e rassicurante, il cui ruolo educativo sarebbe semplicemente quello di assicurare la riproduzione della società così com’è.

Dal segretario Renzi, la gogna mediatica è stata immediatamente recepita dagli esponenti locali del PD. Insieme alla dir poco prevedibile sparata di Stefano Esposito, anche Davide Mattiello, deputato democratico, ha appoggiato la richiesta di provvedimento disciplinare, argomentando che un’insegnante, pur libera di esprimere le proprie idee politiche, è sempre tenuta a rispettare la Costituzione. Se compito dell’insegnate è anche quello di introdurre i ragazzi ai valori della Costituzione, non può essere dunque una buona insegnante colei che ne viola i principi. Un’insegnante che denuncia, con toni forti ed esasperati, l’abuso di violenza da parte delle forze dell’ordine, viene così indegnamente messa sullo stesso piano di un’insegnante che diffonde idee razziste e discriminatorie, come se poi già non ce ne fossero purtroppo moltissimi di casi simili. A chi usa strumentalmente la Costituzione per togliere legittimità all’antifascismo, noi vogliamo chiedere: chi non rispettava la Costituzione giovedì scorso, chi gridava la propria rabbia o la polizia schierata a protezione dei fascisti? Chi non rispettava la Costituzione a Bologna, gli antifascisti o la polizia accorsa a liberare la piazza per Forza Nuova? Chi non rispettava la costituzione, quando le forze dell’ordine minacciano i manifestanti, con insulti sessisti “zecca”, “puttana”, “devi morire”? Perché a restituire una parte della violenza che subiamo costantemente dalle forze dell’ordine e dallo Stato, chi viola la Costituzione saremmo noi?

I media, mentre concedono parola in studio e dirette televisive ai neo-fascisti, considerandoli un partito come gli altri, delegittimano a ogni costo la lotta antifascista, facendola sembrare una guerra tra bande e insistendo sul presunto “fascismo degli antifascisti”. La cosa che ci fa rabbia e che troviamo inaccettabile non è tanto La Repubblica che tuona contro il fascismo quando Forza Nuova sfila sotto la sua sede, né le false lettere dei figli delle forze dell’ordine retoriche e sensazionaliste. Ci fa indignare il fatto che il tritacarne mediatico costruisca questa rappresentazione falsata, viziata da interessi elettorali e di potere ben precisi, sulla pelle di una maestra che grida in piazza contro le ingiustizie e contro i fascismi, che questa persona possa pagare cara la propria indignazione per la malafede di chi, invece di fare informazione, si presta ai soli interessi dei potenti. Ci indigna vivere in un Paese dove a Flavia sono state addossate responsabilità gravissime per il solo fatto di essere finita sotto il tiro della telecamera sbagliata, mentre quotidianamente i fascisti seminano odio seriale e violenza nel silenzio generale, a partire proprio dai luoghi della formazione.

Rilanciamo l’appello, uscito congiuntamente sui siti di Effimera e di Euronomade, in solidarietà per Lavinia Flavia Cassaro, con la convinzione che il suo caso sia paradigmatico di un attacco alla libertà di tutte e tutti e alla democrazia. Ci impegneremo anche noi affinché le istituzioni scolastiche ritirino il provvedimento disciplinare. http://effimera.org/noi-stiamo-con-laviniaee/

Manituana  – Laboratorio Culturale Autogestito

SI – Studenti Indipendenti

LaSt – Laboratorio Studentesco

Sull’articolo della Stampa: di fake news, fango e “giornalismo” di regime

Siamo tutte antifasciste! Siamo tutte Cattive maestre!

 

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2 commenti

  1. Grazie per le foto! Sono bellissime

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