Nessun* Norma: un bilancio collettivo

Il 28 giugno, anniversario dei moti di Stonewall Inn, abbiamo bloccato le strade della città, contro ogni frontiera e confine imposto sulle nostre vite e ai nostri corpi.

Di seguito un contributo collettivo delle realtà e soggettività che hanno dato vita a questo percorso. Una riflessione a partire da quella giornata, con lo sguardo rivolto ad un futuro di rivolta, autodeterminazione e lotta contronatura!

 

Il 28 giugno a Torino è stato Pride, dunque è stata Rivolta. Anzitutto rivolta contro le frontiere, quei limiti artificiali attraverso cui in secoli di dominio le classi privilegiate di tutto il mondo hanno arginato in strette maglie repressive i corpi, le identità, le libertà sociali e politiche delle persone.

Il 28 giugno si è riconquistato lo spirito spontaneo, agitato e orgoglioso della rivolta di Stonewall per ricordare e riaffermare la necessità assoluta degli elementi dell’auto-organizzazione, dell’iniziativa spontanea e libera, quando è la libertà ciò che si cerca.

Abbiamo ribadito che chi è marginalizzato non è per questo marginale, residuale nel mondo, ma che le individualità e collettività represse sono la maggior parte dei corpi che ogni giorno si incrociano nelle vie alienanti, gentrificate e pervasivamente sorvegliate delle città. Dai vicoli, dalle periferie, dalle case e dagli spazi sociali che resistono (anche sotto le continue minacce e operazioni di sgombero), da collettivi auto-organizzati e da spontanee individualità si è sces* in piazza sotto il grido comune della necessità di rifiutare il concetto di norma per la normalità.

Nessuna autorizzazione, nessun patrocinio, nessuna istituzione, nessuna caparra, nessuna scorta privata, nessun codice etico o di condotta, nessun manuale del decoro o delle buone maniere. Ancora, nessuna frontiera.

FRONTIERE CHE ABBIAMO INIZIATO A SCALFIRE
Questa iniziativa, nata nello spirito condiviso appena riassunto, ha trovato nella sua prima versione sperimentale una serie di punti di forza da cui ripartire per avviare percorsi di approfondimento e per aprire linee di rottura.

Innanzitutto, raccogliere il sentimento di rivolta di tante realtà e soggettività che hanno deciso di riappropriarsi dello spazio di azione pubblico ormai fagocitato dal Comune, primo fra tutti, che mentre sgombera, gentrifica e sperpera denaro pubblico per grandi eventi speculativi, si tinge di arcobaleno accompagnando l’apertura del corteo organizzato ogni anno dal Coordinamento Torino Pride GLBT, assicurandosi che ogni esponente delle istituzioni possa emergere abbastanza da fare campagna elettorale; che ogni tir delle discoteche LGBTQIA+ torinesi possa posizionarsi strategicamente in tutta la parata e lucrare su un’iniziativa che dovrebbe essere assolutamente politica e volta all’interesse collettivo, e non privatistico lucrativo; che servizi di sicurezza privata possano contenere eventuali situazioni di disordine legate a fattori reputati degradanti quali la nudità, l’apertura di striscioni e la diffusione di volantini che fanno emergere queste contraddizioni rilanciando su proposte di condivisione e attivazione in ottica intersezionale e realmente sovversiva dell’esistente.

Ecco dunque che si può rilevare il secondo, importante punto di forza del Pride Nessun* Norma: l’eterogeneità della composizione e l’intersezionalità delle lotte. Sulla spinta propulsiva di cui sopra, è stato possibile finalmente mettere in pratica quanto da decenni è rimasto nelle analisi teoriche, ossia la necessità di immaginare spazi di conflittualità e liberazione collettiva che andassero a rivendicare il ribaltamento dei pilastri portanti fisici, politici ed economici dei sistemi di dominio nel loro complesso.

Non battaglie strettamente settarie, non l’auto-segregazione delle lotte politiche, ma scontro e liberazione su ogni fronte in cui oggi si verificano prevaricazione, oppressione e sfruttamento, in cui si alza la frontiera in favore del soggetto privilegiato e a scapito di quello considerato deviante, incivile, sovversivo. Sulla base di questo slancio, chi ha sfilato e attraversato le strade di Torino quel giorno ha potuto riconoscersi in una dimensione di rivalsa dirompente, in cui ogni soggettività si è espressa in maniera totalmente libera, comunicando le proprie rivendicazioni a chi si incrociava per strada, lasciando simboli chiari sui muri e sull’asfalto di Torino per svelare chi siano i nostri nemici oggi e quali siano le contraddizioni, le ambiguità e le macchinazioni che bisogna scardinare e mettere a nudo per raggiungere una concreta distruzione delle frontiere anatomiche, di genere, economiche, etniche, geografiche e politiche.

Non a caso, dato l’altissimo potenziale incisivo dell’iniziativa, si è verificata, sia nelle azioni attuate nella giornata del 16 giugno volte a criticare la concezione e l’organizzazione del corteo del Coordinamento Torino Pride, sia nei giorni immediatamente precedenti al Pride del 28 giugno Nessun* Norma, un’elevatissima stretta repressiva da parte degli apparati delle forze dell’ordine, i quali per esplicite ragioni politiche hanno tentato in più occasioni di tramortire la nostra voce e la nostra presenza in piazza, operando poi, nei giorni successivi, mosse intimidatorie nei confronti di coloro che hanno partecipato alle assemblee e ai momenti di confronto in vista del 28 giugno.

Ciò che è senz’altro da rilevare, è il dato emblematico per cui nella stessa città in cui le istituzioni partecipano a eventi LGBTQIA+, considerati alla stregua di un importante bacino di voti, ci sia invece tutt’altro atteggiamento rispetto a Pride Altri, dove a contare non sono la spettacolarizzazione e la decorosità, ma le rivendicazioni politiche che in maniera intersezionale colpiscono l’esistente: un atteggiamento di completa chiusura, intimidazione, allarme e blindatura degli spazi pubblici.

A ogni modo, come si è visto, le operazioni di tentata censura, neutralizzazione e minaccia delle forze dell’ordine non sono servite a frenare la risacca dei Pride grazie a Nessun* Norma, che infatti il 28 giugno ha dato luogo a un buon primo esperimento di riconquista collettiva, ottenendo, peraltro, un’inaspettata ed entusiasmante solidarietà da parecchi soggetti e soggettività di altre città d’Italia. Questo è senza dubbio il terzo punto di forza da evidenziare, per nulla accessorio nella fase di bilancio rispetto a questa giornata di lotta.

Infatti, la situazione torinese, tra parate organizzate in modo da risultare assolutamente neutralizzate del loro portato politico, il controllo da parte di polizia e agenzie di sicurezza privata, la commercializzazione e il lucro, rappresenta solo un esempio di una deriva che è, seppur con le dovute differenze, maggioritaria in tutto il suolo nazionale e internazionale, e che pertanto attua la stessa soffocante repressione nei confronti di quegli altri soggetti e soggettività che come noi hanno cercato di sollevare contraddizioni e riportare in una dimensione di lotta quella che è diventata una mera ritualità composta.

Infatti, gli episodi a cui già prima si è accennato (rottura di striscioni, identificazioni, prescrizioni, sequestro di volantini, lancio di fumogeni ad altezza uomo) si sono verificati anche in molte altre città italiane nel mese del Pride. Nessun* Norma ha suscitato a livello nazionale un interesse e una solidarietà diffusa costituendo una coraggiosa e irriverente prima volta in cui si passa dall’insofferenza dovuta al senso di inadeguatezza, a una collettiva presa di parola e delle strade in modo libero e auto-organizzato.

L’auspicio è dunque che in vista dei prossimi mesi e della prossima stagione dei Pride globali, si possa partire con il giusto anticipo per avviare discorsi e concretizzare idee attraverso il confronto con tanti altri soggetti e soggettività che quest’anno non hanno potuto prender parte alla data del 28 giugno, ma che hanno espresso interesse e si sono riconosciute nello spirito e negli obiettivi dell’iniziativa.

INIZIATIVA CHE NON VUOLE ESSERE EPISODICA, MA AL SERVIZIO DELLA NASCITA DI FUTURI PERCORSI PIÙ MATURI, PARTECIPATI E INC(I)/(LU)SIVI.
Nella prospettiva di lavoro che vede nel singolo evento la realizzazione conclusiva di un’iniziativa collettiva, evidentemente le eventuali considerazioni circa gli effetti positivi e negativi rimarranno inscritti nei soli obiettivi raggiunti e falliti limitatamente a quel singolo evento.

Ebbene, Nessun* Norma, partendo dalla prospettiva inversa, ossia quella di raccogliere elaborazioni, sentimenti e necessità politiche proprie di una forte potenzialità, ma che non trovava esplicitazione concreta, e volendo in questa occasione esplicitarla collettivamente per poi, in un secondo momento, avviare dei percorsi di approfondimento, sistematizzazione e lotta duratura, ci obbliga a un’inversione di prospettiva nelle valutazioni da fare circa il futuro.

I risultati della giornata del 28 giugno sono dunque da assimilare e valutare come le premesse di percorsi che devono tutti ancora essere intrapresi nel concreto, nella sperimentazione quotidiana, costante e perseverante, come un concreto percorso di erosione che si concentrerà in iniziative future di ampia chiamata e coinvolgimento.
Sebbene molte risposte siano già state date e molte proposte già state messe in campo in questa prima giornata di Pride Altro, il fatto che siano rimasti una molteplicità di interrogativi aperti deve chiamarci a una presa collettiva di responsabilità ricca di stimoli e possibilità di rotture e riconnessioni determinanti.

Riprendendo stralci di alcuni contributi pubblicati durante la costruzione della giornata del 28 giugno, sicuramente i percorsi su cui approfondire l’elaborazione e radicalizzare le lotte rimangono quelli dello smascheramento e distruzione della frontiera come concetto da risignificare in senso più ampio e da distruggere con pratiche intersezionali.
Ci troviamo a fronteggiare un sistema capitalistico parastatale di valorizzazione economica del sistema di accoglienza (il cosiddetto business dell’accoglienza), tutto a vantaggio di alcune grandi cooperative e di piccoli o grandi palazzinari.

La discriminazione tra “richiedenti asilo” e “migranti economici” ha determinato una moltiplicazione delle strutture logistiche in cui la merce-migrante viene spostata e “accolta”, concedendo ai primi le forme più umanitarie e ai secondi quelle più repressive e liberticide di un sistema unitario di accoglienza-controllo-detenzione. Oggi, lungo la linea della cittadinanza e della razza, si decide la vita e la morte delle persone: superare la frontiera significa rischiare la vita (o l’arresto) nell’attraversamento; non provarci nemmeno significa vivere sotto il controllo paternalistico dei paesi d’accoglienza. I percorsi futuri verso i nostri Pride non chiederanno di aprire i porti per accogliere i migranti, ma di aprire i porti e tutte le frontiere oggi chiuse, per non dover accogliere nè infantilizzare nessun* e lasciare ciascun* liber* di scegliere le proprie prospettive e la propria meta.

Ancora, l’altra grande frontiera su cui incrementare lo scontro è quella della rifamilizzazione della cura e della riproduzione sociale, che scarica come sempre sulle donne la cura della casa e della famiglia. Non a caso, la governance in questo decennio ha, in forme diverse, sempre riaffermato la centralità e la normatività della famiglia tradizionale, etero-patriarcale e mononucleare. La violenza strutturale di genere sui corpi delle donne viene dalla base binaria stessa del concetto di genere: è violenza del genere, l’obbligo forzato a riconoscersi nel maschile o nel femminile e riprodurne ruoli e stereotipi imponibili dall’esterno. Da una prospettiva femminista intersezionale, crediamo che soltanto lotte e alleanze non identitarie possano effettivamente liberare tutte le differenze, tutte le identità, rompere la gabbia oppressiva del binarismo di genere in quanto tale, e da questo ripartiremo.

DELLA FESTA, DEL CONSENSO
In conclusione, va fatta una disamina rispetto a ciò che significa rendere libero e attraversabile da tutt* lo spazio collettivo, i momenti di conflitto e di festa. Quest’anno, terminato il Nessun* Norma Pride, si è organizzata una festa al Parco del Valentino, luogo pubblico di cui ci si è appropriati per una sera con l’obiettivo di festeggiare e ricavare un benefit economico per l’esperienza di autogestione e conflitto del rifugio Chez Jesus a Clavière, in continuità con i temi e gli obiettivi della giornata.

Tra le priorità, oltre all’elemento dell’autofinanziamento, è rimasto l’obiettivo profondamente politico della messa in pratica della liberazione dei corpi e dell’attraversabilità dello spazio collettivo al di fuori delle solite logiche consumistiche, lucrative, reificanti e prevaricatrici tra i soggetti partecipanti. Tuttavia, il primo enorme scoglio con il quale ci si è dovuti raffrontare è stato quello di rendere sicuri spazi che appartengono a un mondo intriso di molestie e violenze di ogni tipo.

Se da una parte la retorica dominante rispetto al tema della sicurezza si appiattisce attorno alla necessità della militarizzazione e del controllo poliziesco figli proprio di quei sistemi di dominio e repressione che noi aborriamo in tutto e per tutto, la nostra azione è stata rivolta alla creazione di un contesto di auto-determinazione, riconoscimento e rispetto di ogni forma di espressività del momento di festa. In termini concreti, ciò si è tradotto in una serie di pratiche volte alla prevenzione e comunicazione della volontà di non tollerare qualsivoglia soggetto e azione dai caratteri molesti o violenti. Si sono realizzate aree limitrofe alla dance-hall nelle quali confrontarsi sul tema del consenso, sull’uso di sostanze in prospettiva anti-proibizionista e sulla liberazione dei corpi.

Nelle zone del parco dove si è tenuto l’evento, inoltre, si sono adottate una serie di “armi improprie” con l’obiettivo di provocare scandalo fra gli eventuali soggetti dagli intenti razzisti e omotransfobici. Si tratta di semplici strumenti quali glitter, adesivi con slogan sui temi del Nessun* Norma Pride, bigliettini con spunti di riflessione sul tema del consenso, dildo e trucchi di ogni genere. Qualora ci fossero state reazioni repulsive immediatamente riconducibili a disgusto o disapprovazione, si sarebbe affrontata la situazione spiegando le finalità della festa e il clima che voleva animarla, invitando a lasciare l’area qualora non si fosse stati disposti a mettersi in discussione.

In ottica preventiva, pur consapevoli che si trattasse di una sperimentazione non priva di limiti, questi strumenti hanno senza dubbio svolto una funzione determinante nella buona riuscita dell’evento. Tuttavia, se si parte dal presupposto che i luoghi sicuri li facciano le persone che li attraversano, va da sé che i luoghi pubblici o aperti al pubblico attraggano necessariamente persone che si uniscono all’evento come se fosse l’ennesima iniziativa di un qualsiasi locale della città, e che non sempre possono essere contenute e respinte attraverso azioni di prevenzione, facendo venir meno, di conseguenza, ogni certezza rispetto al possibile verificarsi di eventi indesiderati. Fin dall’inizio, perciò, nell’organizzare la festa, ci si è interrogat* a lungo sul forte rischio di situazioni prevaricatorie e violente da risolvere senza fare ricorso alla replica becera degli stessi schemi machisti, muscolari e prevaricatori contro i quali ci battiamo costantemente.

Nella maggior parte dei casi, i fenomeni di molestia sono stati tentati d’essere gestiti grazie alla comunicazione tra le persone partecipanti, le quali tempestivamente si adoperavano affinché gli agenti delle molestie si allontanassero dalla festa. Tuttavia, in almeno due frangenti, gli episodi sono stati di una gravità tale da rendere molto più complessa la risoluzione rapida ed efficace degli stessi, comportando, giustamente, sia l’interruzione dell’evento sia l’attivazione collettiva volta a respingere gli agenti violenti, che però hanno impiegato diverso tempo ed energie prima di allontanarsi dal parco. Anche qui l’esperienza in sé, con i limiti che l’hanno accompagnata, non deve risolversi nella presa d’atto di un fallimento, ma deve costituire un punto di partenza per sviluppare, migliorare e ulteriormente riflettere riguardo alle modalità di costruzione e gestione di una dimensione di svago sicura e non escludente.

Non dobbiamo quindi scoraggiarci, ma continuare e rendere pratiche delle riflessioni che, sulla scorta di quanto successo, possano portarci a riesaminare incessantemente la questione ribadendo le esigenze e le finalità che l’hanno sorretta fin dall’inizio. Per questo è fondamentale riconoscere il fatto che, pur avendole precedentemente considerate, abbiamo sottovalutato alcune condizioni di partenza – come, per esempio, l’estrema permeabilità e dispersione del contesto della festa in uno spazio come il parco del Valentino – che hanno ecceduto il piano di costruzione e di intervento di uno spazio sicuro per come ce lo eravamo immaginat* nel percorso che ha preceduto e costruito la festa.

Nel restituire queste prime impressioni, ribadiamo infine come la giornata del 28 giugno di Nessun* Norma, il corteo, le azioni pomeridiane e la festa conclusiva, la gioia e l’entusiasmo dei nostri corpi, non siano un’esperienza chiusa e archiviabile ma la prima concretizzazione di un percorso che ancora ha molto da condividere, migliorare e incidere. Proprio per questo invitiamo chiunque voglia contribuire con stimoli e spunti di riflessione a scrivere e condividere le proprie percezioni personali o aneddoti ed episodi utili a porre interrogativi su come proseguire e arricchire quest’esperienza di lotta e liberazione collettiva.

Alla lotta dura contronatura!
Nessun* Norma

Chi siamo?

Manituana è un progetto politico collettivo nato il 28 aprile 2015 dall’occupazione dei locali di via Sant’Ottavio 19 bis, di proprietà dell’Università di Torino. Abbiamo occupato per protestare contro la chiusura degli spazi di aggregazione e di confronto tra student*, ma in due anni abbiamo ampliato i nostri orizzonti politici intrecciando lotte e percorsi, dal Gruppo di Acquisto Solidale al laboratorio di teatro, dalla ciclofficina alla Camera del Lavoro Autonomo e Precario, dalla partecipazione ai percorsi antirazzisti e antifascisti a Non Una di Meno.

Dopo due anni nei locali dell’ateneo torinese siamo stat* costrett* ad andarcene, pendendo sullo spazio una richiesta di sgombero. Da via Sant’Ottavio ci siamo trasferit* nei locali di via Cagliari 34/C il 30 ottobre 2017, dove abbiamo assecondato la nostra crescente vocazione cittadina, organizzando percorsi e servizi di mutuo aiuto e partecipazione con il quartiere.

Il 15 maggio 2018 siamo stat* sgomberat* dai locali di via Cagliari dalla polizia, chiamata in aiuto dall’ente proprietario dello stabile. In quel momento è cominciata la fase di “Manituana ovunque”: continuiamo ad organizzare attività e iniziative in collaborazione con vari soggetti individuali e collettivi della nostra città, dal Nessun* Norma Pride 2018 a Braccia rubate all’agricoltura, il nostro festival giunto alla sua quarta edizione, all’insegna del mutualismo, della lotta alla precarietà esistenziale e lavorativa, per una cultura e un’aggregazione dal basso, lontana dalle logiche di profitto che animano la politica torinese in questi anni.

Siamo antifascist*, antirazzist*, antisessist*.

Il nostro nome viene dal romanzo omonimo di Wu Ming. Manituana è il mitico luogo di origine del popolo irochese, situato sulle isole lungo il fiume San Lorenzo. Qui i superstiti delle Sei Nazioni ritornano alla fine della rivoluzione americana, sconfitti e scacciati dalle loro terre dal nuovo padrone statunitense, per ricreare una casa fatta di uguaglianza nella libertà.

Manituana si riunisce in assemblea ogni settimana: per partecipare, proporre iniziative o altre informazioni scrivici a laboratoriomanituana@gmail.com o segui la nostra pagina Facebook per sapere come e quando trovarci!

2026: Torino, Milano, Cortina il mucchio selvaggio

Riprendiamo il comunicato del Coordinamento No Olimpiadi sull’ipotesi di candidatura trinitaria Torino-Cortina-Milano auspicata dal CONI.

La decisione partorita dal Comitato Olimpico Italiano e dai suoi dirigenti, in primis Malagò, di ripartire la candidatura italiana alle Olimpiadi 2026 fra le tre città in lizza, Torino, Milano e Cortina, obbedisce ad una logica spartitrice, da Manuale Cencelli del ventunesimo secolo, atta a non scontentare nessuno dei sindaci e dei governatori di regione, a loro volta referenti di comitati d’affari locali del tutto incuranti degli autentici bisogni delle popolazioni che abitano quei territori.

Questa scelta, mirante ad accontentare tutti senza rendere davvero felice nessuno degli ambiziosi feudatari in lizza, è figlia di un atteggiamento del governo quantomeno noncurante e distratto, occupato a far quadrare i conti e a rintracciare le risorse finanziarie utili a ripagare nei fatti le numerose promesse elettorali. La popolazione italiana ha altro a cui pensare che non siano inutili e dannosi Grandi Eventi come le Olimpiadi, deve come si suol dire mettere insieme il pranzo con la cena, ed un governo che ha creato tante e tali aspettative deve pur tenerne conto.

La proposta del CONI parte dalla volontà dei consigli comunali delle tre città candidate a permettere una candidatura condivisa; ciò non corrisponde a verità, quantomeno nel caso di Torino, infatti la disponibilità data dal consiglio comunale con la delibera del 19 luglio scorso alla candidatura, esclude esplicitamente la collaborazione al di fuori del territorio dell’area metropolitana Torinese. A fronte di questo vincolo risulta completamente ingiustificata e non autorizzata la trattativa che la sindaca Appendino si è dichiarata disponibile ad affrontare in rapporto con il governo nella lettera inviata al CONI. Una nuova posizione aperta a collaborazioni fuori del territorio Torinese dovrebbe in ogni caso passare dal confronto in Consiglio Comunale, con eventuale approvazione di una nuova delibera, senza di ciò la scelta di aprire a collaborazioni di questo tipo risulta in contrasto con la volontà espressa dal consiglio comunale Torinese e non può produrre effetti validi.

Confidiamo che la sindaca Chiara Appendino e la sua giunta vorranno chiudere un capitolo penoso per la vita politica della città, rinunciando definitivamente a velleità di protagonismo olimpico che erano, e sono, in palese contrasto con il programma politico da loro presentato agli elettori torinesi nella primavera del 2016, che parlava esplicitamente di tutela dell’ambiente e di lotta all’economia del debito.

Il CoNO, Coordinamento No Olimpiadi, ricorda agli attori in campo che da diversi decenni a questa parte, nel momento storico in cui il capitalismo di rapina trionfa, le diverse edizioni Olimpiche, invernali e estive, non hanno portato alcun giovamento alle città e alle nazioni impegnate a sobbarcarsi questo tipo di fardello. Danni ingenti al territorio alpino e un debito che divora ogni possibilità di attenzione e cura per le fasce più deboli, questi furono per Torino nel 2006, i bei risultati di una volontà di concedersi quindici giorni sotto i riflettori del mondo intero, da ripagare con decenni di austerità e di crescente miseria.

https://cono2026.wordpress.com/2018/08/03/2026-torino-milano-cortina-il-mucchio-selvaggio/

Per questi motivi il CoNo ribadisce la sua ferma opposizione a questa candidatura Olimpica condivisa: fin dall’inizio del nostro impegno politico e sociale, spiegammo la nostra contrarietà a qualsiasi tipo di candidatura italiana alle Olimpiadi, anche al di fuori del territorio piemontese. Ora si tratta di coinvolgere tutti coloro che non credono più alle false promesse della società dello spettacolo, quel popolo che tutti i partiti, a parole, prima blandiscono e poi ingannano nei fatti.

Il CoNo ritiene che un referendum popolare potrà e dovrà coinvolgere i nostri concittadini e permettere loro di esprimersi liberamente; confidiamo che la classe politica e gli organismi amministrativi atti all’analisi di un tale quesito non impediranno, con cavilli ed altri espedienti, il compiersi della normale e naturale dialettica politica fra le parti sociali. Di certo, il quesito referendario dovrà essere formulato in modo da non essere tendenzioso, in modo cioè da far apparire l’Evento Olimpico come un irrinunciabile Paese dei balocchi, foriero di un improbabile, anzi impossibile crescita occupazionale. Per questo vigileremo affinché la popolazione venga informata nella maniera più trasparente e corretta.

Infine, la decisione del Coni non fa che rendere ancor più necessario e ineludibile un ulteriore passaggio, ovvero la creazione di una vera e propria rete nazionale di contatti fra tutti coloro che non si riconoscono nel cumulo di falsità che vorrebbe l’Olimpiade come panacea di tutti i mali. Per questo, all’inizio del mese di settembre, il Coordinamento No Olimpiadi convocherà un incontro nazionale, nella città di Torino, aperto a tutte le donne e gli uomini disposti a mettersi in gioco, contro i giochi dello sperpero di suolo e del malaffare.  In questi ultimi mesi in molti si sono rivolti a noi, anche da altre città, ed ora ci impegneremo per rendere più efficace la nostra lotta pacifica per i diritti delle persone e dell’ambiente.

Coordinamento No Olimpiadi