TU CHIAMALI, SE VUOI, “SGOMBERI SOFT”

Nel mese di maggio 2019 la giunta comunale ha deliberato l’approvazione di un nuovo regolamento dei beni comuni per la città elaborato con la collaborazione del professor Ugo Mattei dell’università di Torino, che, prima di diventare ufficiale a tutti gli effetti, dovrà essere approvato dal consiglio comunale.

Negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, abbiamo visto concretizzarsi e prendere forma diversi tasselli di un progetto più complessivo di trasformazione della città. Alcuni sono falliti, come le Olimpiadi, altri vanno avanti, altri ancora come il Balon vedono tutt’ora in atto forme di resistenza.

Intanto vengono annunciate dalle pagine dei giornali le prossime aree papabili per nuove trasformazioni. La lunga mano della speculazione, dopo Porta Palazzo e Aurora, guada il Po e si allunga sul pre-collina e, di nuovo, sul parco Michelotti. Infine risale la corrente verso il Valentino appena liberato dal Salone dell’Auto e agguanta anche la vecchia Porta Susa.

In parallelo si sono concretizzate e proseguono le privatizzazioni delle ex municipalizzate come Iren, GTT, Smat, con un aumento dei costi e un peggioramento dei servizi. Una continuità neoliberista nella gestione della città in cui si faticano a rintracciare le differenze tra l’attuale amministrazione comunale e quelle precedenti.

Quello che ci troviamo ad affrontare è un processo di trasformazione in atto da anni e che alcune persone definiscono gentrificazione. Nella nostra città ha assunto nel tempo forme sempre più raffinate, affiancando, ovunque necessario, interventi istituzionali e polizieschi che sostenessero o peggio ancora che attivassero processi di allontanamento delle persone dai quartieri in cui vivono. 

Questi sgomberi in alcuni casi, come l’Ex-MOI, hanno raggiunto l’obiettivo senza eccessiva difficoltà, in altri, come l’Asilo di via Alessandria, trovando resistenza, hanno dovuto mostrare il loro vero volto e tutta la loro violenza. In ogni caso sono serviti a fare spazio a nuove speculazioni finanziarie e immobiliari.

Ultimo pezzo di questo puzzle la Cavallerizza, quasi interamente sgomberata senza colpo ferire, consegnando quegli enormi e magnifici spazi alla speculazione di Cassa Depositi e Prestiti, con cui la sindaca aveva stipulato un patto d’acciaio ad inizio settembre. Dopo l’ennesimo incendio doloso, scoppiato sotto la pioggia battente di ottobre, la macchina mediatica si è messa rapidissimamente in moto, affiancata fin da subito da Questura e Prefettura. In parallelo l’assessore Iaria rabbonisce gli animi della parte più malneabile degli occupanti, gli “artisti”, che, con una delegazione capitanata dall’ex vicesindaco Montanari e dal prof. Mattei, firmano un accordo sul nulla con il comune e la prefettura, dando il via libero allo sgombero definitivo. Le voci contrarie all’accordo semplicemente vengono zittite non concedendo spazio nelle assemblee e nelle delegazioni.

Così il 19 novembre la sindaca Appendino ha potuto brindare all’ennesima promessa elettorale non mantenuta, ovvero non privatizzare il complesso, insieme alla solita cricca di speculatori formata da banche, fondi immobiliari e costruttori/benpensati da sempre avversi alle occupazioni. Si è fatta marcia indietro sull’uso civico e sulla volontà di toglierlo alla società di cartolarizzazione CCT, a cui l’aveva ceduta l’amministrazione Fassino con un’operazione appoggiata e finanziata da Banca Intesa e Unicredit. Alla collettività rimangono le briciole, resta pubblico soltanto il 14% dell’intera area.

Una delle voci che si sono levate dalla Cavallerizza per contrastare la narrazione rose e fiori di quanto stava avvenendo, è stata quella dei e delle riders. La resistenza allo sgombero delle lavoratrici e dei lavoratori del food delivery ha rotto il silenzio e l’omertà su quanto stava accadendo, restituendo almeno in parte un’altra versione dei fatti: quella di uno sgombero coatto, che ha messo in campo diversi tipi di violenza per ripristinare il potere di banche e fondazioni sulla città, terminato infine con il dispiegamento della celere.

Il tentativo di media e istituzioni di raccontare la resistenza di Casa Rider come negativo non ci stupisce, non è la prima volta che l’autorganizzazione di chi lotta veniva attaccata all’interno. Al contrario le e i ciclofattorini hanno smascherato le intenzioni di chi è disposto a firmare accordi normalizzanti e ad accontentarsi delle briciole pur di mantenere una piccola fetta di potere.

Questo modus operandi fatto di una narrazione mistificante di partecipazione e inclusione sui media, alla quale invece si affiancano nei fatti repressione e polizia, continua a mietere spazi sociali ed esperienze non conformi: chi non è disposto a chinare la testa per farsi normalizzare e assorbire in progetti per la messa a profitto degli spazi e delle esperienze viene etichettato come pericoloso e facinoroso, da marginalizzare, reprimere e se necessario infine sgomberare.

La retorica della lotta senza quartiere al degrado e all’illegalità è il grimaldello ormai ampiamente collaudato di un’amministrazione che sta utilizzando il grande contenitore del bene comune per attuare politiche di esclusione, repressione e controllo della città e delle sue esperienze autorganizzate.

Cavallerizza e il nuovo regolamento dei beni comuni rappresentano una nuova via per la normalizzazione e la distruzione degli spazi sociali: un progetto che vorrebbero calare dall’alto sulla città, un progetto che ci trova contrari e su cui continueremo a costruire opposizione e resistenza. 

Chi occupa spazi per dare vita ad esperienze di lotta, di mutuo aiuto e di solidarietà sa perfettamente che la vera innovazione ed energia nascono proprio dalla possibilità di autogestirsi e autodeterminarsi, ed è questa la strada, difficile e bellissima, che va intrapresa insieme. 

CSOA Gabrio

Laboratorio Culturale Autogestito Manituana

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