Storie di strada. La pietra d’inciampo di Lucio Pernaci

Giornata della Memoria 2020, corso Regio Parco 35

Pensando a come affrontare il giorno della memoria abbiamo voluto cercare, come in occasione della Liberazione, le storie del quartiere in cui ci troviamo. Le strade di borgo Rossini hanno delle storie da raccontare al pari di tutte le vie della nostra città, storie che spesso chi abita in zona ammette di non conoscere, perché scarsamente valorizzate, o perché raccontano di personaggi poco famosi, meno rispondenti all’immagine eroica della Resistenza. Lo scopo dell’avere una Biblioteca autogestita, pensiamo, può essere anche quello di suggerire percorsi di ricerca collettiva, riaprire discorsi al di là dei libri di cui ci si prende cura, spostare il sapere da un singolo supporto a tutto quel che ci sta intorno; ricondurre quindi la storia su scala più piccola, ma non per questo meno esemplificativa di grandi dinamiche. È stato il caso nel 2019 di Angelo Autino, il falegname di via Reggio assassinato dai fascisti nel febbraio del 1945, ed è anche il caso di Lucio Pernaci.

Foto dall’internet

«L’ennesimo operaio dalla testa dura, un altro immigrato meridionale che non sa stare al suo posto»

Quando viene convocato in questura a inizio marzo del ‘44, Lucio Pernaci, scrivono sul sito delle pietre d’inciampo, ci va perché è convinto di ricevere informazioni sui figli sfollati in Abruzzo. Lucio è un operaio, abita in corso Regio Parco 35 con sua moglie Adele, è nato a Caltanissetta e ha da poco compiuto quarantaquattro anni.

Qualche giorno prima, tra il 28 febbraio e l’otto marzo, decine di migliaia di operai e operaie impiegat* nell’industria torinese hanno scioperato nonostante le minacce e di rappresaglia delle autorità nazifasciste. Lo sciopero è stata un’importante azione di guerra della classe operaia al regime di Salò e al suo protettore nazista.

Tra le settantamila persone coinvolte nello sciopero c’era anche Lucio. L’ennesimo operaio dalla testa dura, un altro immigrato meridionale che non sa stare al suo posto, come tanti che dalla sua terra si sono trasferiti nel grande triangolo industriale. Nel 1927, da impiegato delle ferrovie in Sicilia, aveva rifiutato l’iscrizione al PNF ed era stato licenziato. Si era quindi spostato a Torino, dove aveva trovato lavoro alla FIAT Ferriere.

Le Ferriere erano state acquistate dalla famiglia Agnelli nel 1917, in pieno conflitto mondiale, e da allora la crescita degli stabilimenti di corso Mortara non aveva conosciuto interruzioni. Al momento dello sciopero ci lavorano in 4.577.

Per raggiungere il posto di lavoro Lucio percorre ogni mattina tre chilometri per le strade della Barriera, insofferente all’occupazione nazifascista, alla fame, alla guerra in cui le camicie nere l’hanno portata. Forse sulla sua strada incontra compagne e compagni rimast* nella storia più di lui, per meriti che difficilmente si desidera accumulare: combattere, resistere alle vessazioni, sopravvivere ai bombardamenti, entrare nei comitati di agitazione, coordinare la Resistenza che a Torino e in tutto il Piemonte dà molto filo da torcere ai nazifascisti, in tre parole fare la guerra.

Lucio non è famoso. Mostra coraggio al pari di tanti colleghi, perché ci vuole coraggio a scioperare coi carri armati tedeschi per le strade, i presidi armati e le spie fasciste negli stabilimenti, i rastrellamenti, ma non vogliamo pensarlo come un eroe. Le sue preoccupazioni sono probabilmente le stesse di qualunque altro operaio: il salario, tirare a campare, sopravvivere, pensare ai figli sfollati di cui non ha più notizie a causa dei combattimenti sul fronte. Quando viene convocato in questura ci va. Attraversa la città e si presenta come richiesto alla polizia. In questura dichiara le sue generalità e viene trattenuto. Gli comunicano che è in arresto. Lo sciopero non può essere perdonato: i fascisti l’avevano detto.

Se scioperate ci saranno conseguenze. A pagare immediatamente sono 400 operai, e Lucio è tra quelli. Viene condotto a Porta Nuova e caricato su un treno diretto in Austria, a Mauthausen. Ricorda Carlo Chevallard nel suo diario:

« Una scena pietosissima stamane; transitano per corso Vittorio Emanuele II diretti in stazione i camion degli operai arrestati in seguito agli scioperi e che vengono deportati in Germania. Sono stati prelevati dagli stabilimenti il giorno stesso della ripresa del lavoro e non è stata data loro la possibilità di rivedere le loro famiglie: dalle carceri vanno direttamente in stazione »

La cosiddetta porta mongola, l’ingresso del campo di Mauthausen

Mauthausen è un campo che il regime nazista ha edificato nel 1938. Non è tuttavia la prima volta che la cittadina vede campi di prigionia e lavori forzati: già negli anni della prima guerra mondiale i prigionieri di guerra italiani, russi e serbi venivano lì internati per lavorare nella vicina cava di granito.

Il terzo Reich classifica ufficialmente lo Stammlager di Mauthausen, con i suoi quarantanove sottocampi sparsi in tutta l’Austria, come “classe 3”: campo di punizione e di annientamento delle persone detenute attraverso il lavoro. Lo comanda dal 1939 lo Sturmbannführer delle SS Franz Zierei, che incita i suoi sottoposti e i kapo ad esercitare una particolare durezza nei confronti de* reclus*.

Lucio come tante e tanti attraversa l’undici marzo del ‘44 la cosiddetta porta mongola, l’ingresso del campo, riceve una uniforme a strisce, diventa “uno zebrato” con un triangolo rosso la dicitura It ricamata sopra, a indicare il suo status di prigioniero politico di nazionalità italiana, e un numero di matricola, 57336. Viene quindi avviato a turni di lavoro massacranti nella cava di granito, sotto costante minaccia delle armi e delle botte dei kapo.

L’ingresso del sottocampo di Gusen I

La guerra è un grande affare, Himmler e gli industriali tedeschi lo sanno bene. Le SS nel 1938 hanno fondato la Deutsche Erd – und Steinwerke GmbH (DEST), azienda di proprietà del corpo paramilitare di Himmler. Insieme ad altre sigle del capitalismo tedesco come la J.A. Topf und Söhne e la Kori, che realizzano i forni crematori, o la Steyr-Daimler-Puch AG, attiva nei comparti automobilistico e armiero, beneficiano direttamente in termini economici della manodopera schiavile che rastrellano in tutto il continente. Anche in questo il lager è, come scriverà Primo Levi, immagine del futuro che il nazionalsocialismo ha immaginato per l’Europa.

Da Mauthausen Lucio viene spostato in uno dei tre sottocampi di Gusen, tutti siti nell’arco di cinque/dieci chilometri dal campo principale. Resiste, come la maggior parte dei suoi compagni di detenzione, per qualche mese. A Mauthausen e nei sottocampi dipendenti, come dice lo stesso Zierei ai prigionieri appena arrivati, si va per morire, e non si dura in media più di tre o quattro mesi. È vanto di alcune guardie saper individuare il momento esatto in cui i reclusi diventano “musulmani”, quando prosciugati dalla fatica e incapaci di lavorare oltre cadono a terra come “musulmani in preghiera”. In quel momento il prigioniero viene allontanato dal gruppo e eliminato, tramite iniezione letale, colpo di pistola, annegamento, o qualsiasi altro modo di uccidere che ecciti la fantasia delle guardie, quindi gettato nel forno crematorio.

Non sappiamo come sia morto Lucio. Possiamo immaginare però, in linea con le testimonianze e gli studi, che al momento del suo assassinio pesasse non più di trenta o quaranta chili, e che il suo cadavere fosse delle giuste dimensioni per gli sportelli dei forni crematori, costruiti apposta per accogliere corpi rattrappiti. Costruiti dal genio dell’industria tedesca per risparmiare soldi, materiali e spazio.

Il corpo di Lucio passa dal camino il 27 giugno 1944. Anche quel giorno osservano la colonna di fumo i contadini che abitano lì nei pressi e che ogni tanto lasciano di nascosto delle fette di pane, o un frutto, per i reclusi e le recluse che entrano e escono per raggiungere i “posti di lavoro”.

Gli viene dedicata una pietra d’inciampo davanti all’ingresso della sua abitazione. Operaio, testa dura, antifascista.

Illustrazione dei simboli assegnati a* prigionier* dei campi nazisti

Ricordare è dovere, perdonare è impossibile!

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