Sulla necessità e il senso della Resistenza

Quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. (Introduzione a “Il sentiero dei nidi di ragno”, Italo Calvino)

L’appuntamento con il 25 aprile, puntualmente, ogni anno, ci invita a fermarci un attimo e ad aprire spiragli su un passato non troppo lontano, dai quali il presente riceve una luce chiarificatrice.
Per chi, appartenente alla nostra generazione, la Resistenza non l’ha fatta e tutt’al più ne ha ascoltato i racconti da nonne e nonni, per chi ha potuto soltanto leggerne, l’esercizio della memoria assume dei tratti particolari, e un valore non meno importante di quello che assumeva il racconto orale di esperienze vissute sulla propria pelle.

La Resistenza è un concetto così denso di contenuti, a partire dagli stessi anni in cui la si stava combattendo, da correre il rischio di ospitare pericolose contraddizioni e di piegarsi ad usi strumentali.
Noi che in strada coi fucili non ci siamo scesi, e che non ci siamo nascoste tra le montagne organizzando assalti ai nazisti, sabotaggi, sfuggendo ai rastrellamenti fascisti, non possiamo comprendere pienamente il significato di liberazione, di quella che, senza bisogno di edulcorarne la natura, è stata un’espressione di violenza necessaria e totale.

Totale perché ha chiamato in causa la sfera tutta della vita e di fronte ad essa non erano concesse scappatoie o sfumature. Anche la non scelta valeva come scelta, e si era o da una parte o dall’altra.
Come molti scrittori della Resistenza ci hanno ricordato, il punto non è cercare l’elevazione morale del partigiano nell’uso della non-violenza. Il punto è che la Storia ha imposto di prendere posizione, e c’è stata una posizione giusta e una sbagliata – sebbene, negli stessi resoconti delle persone che hanno vissuto quegli anni, non sempre si è trattato di scelte pienamente consapevoli, e di certo queste sono state informate da un’infinità di ragioni diverse.
Ma il prendere posizione, di fronte a un fatto totale come la Resistenza, fu una scelta morale intrinsecamente, in sé.

La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel  furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia.
C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.
L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. (Da “Il sentiero dei nidi di ragno”)

Violenza necessaria perché, come emerge dalla letteratura decoloniale, il mondo costruito e voluto dal fascismo, come quello della colonia, è un mondo privo di sfumature: si basa sulla creazione dell’altro e ambisce alla sua eliminazione. La lotta per la liberazione diventa necessaria perchè non vi sono alternative possibili, ed è una lotta per la vita in cui l’interesse e il benessere del singolo si fondono indissolubilmente in quello collettivo. 

Ormai, l’affare di ciascuno non cessa di diventare l’affare di tutti, perché, concretamente, saremo tutti scoperti dai legionari e quindi massacrati, oppure saremo tutti salvi. L’arrangiarsi, forma atea della salvezza, è in tale contesto, vietata. (Capitolo “Sulla violenza”, da “I dannati della terra”, Frantz Fanon – sulla decolonizzazione in Algeria)

La Storia ci ha insegnato che soluzioni di compromesso, come processi di decolonizzazione “dolce” o la riabilitazione di esponenti politici fascisti in rinnovate posizioni di potere democratiche non hanno fatto che riperpetrare la condizione dell’oppresso sotto nuove forme.
Sarebbe fuorviante, però, compiacersi di un’immagine eroica e pura, che non conosce sfumature ed emozioni al di fuori della lotta per la libertà e per la giustizia. Ma la letteratura ci ricorda che furono donne e uomini fatti di carne e di passioni a imbracciare le armi.

Tradurre l’eredità partigiana

Nel romanzo di Vittorini sulla resistenza milanese, nel pieno della lotta al nazifascismo, il partigiano Enne 2 viene sorpreso da una domanda che sembra arrivare da un altro mondo: sei felice? “Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Io desidero che tu sia felice” “grazie” disse Enne 2 “grazie Selva. Ma…” “Ma, un corno” la vecchia Selva disse “Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Bisogna che gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici?”

In fondo, è facile dimenticare che dietro alle grandi battaglie si nasconde un sentire comune al nostro, una semplicità tristemente disprezzata. In realtà, è proprio la passione bruciante ed elementare per la giustizia, il desiderio dell’altrui felicità ad avvicinarci a quella storia che appare lontana e, talvolta, incomprensibile.
È l’eredità che le partigiane e i partigiani ci hanno consegnato, con la quale dobbiamo fare i conti con franchezza anche oggi. 

Certo, è innegabile che oggi si abiti un mondo nel quale sembra possibile trascorrere la propria vita senza prendere posizioni e senza, per questo, fare del male. Ma i fantasmi dell’odio, dello sfruttamento, della violenza fascista brulicano e prosperano prendendo mille forme diverse, nel linciaggio dei rom, in un barcone che affonda perché non può entrare in porto, nell’ennesimo stupro, nel pestaggio di un migrante perchè non italiano, non bianco, nella violenza poliziesca.
Per questo, anche oggi, la presa di posizione è necessaria e deve essere totale. L’urgenza di un cambiamento radicale mette in discussione il nostro stile di vita nella sua interezza. Oggi come allora, l’astensione e il silenzio non risparmiano a nessunx il carico della responsabilità individuale e collettiva. 

Cosa significa allora tradurre l’eredità partigiana oggi?
Il mostro proteiforme contro cui ci dobbiamo scontrare non è più il cecchino appollaiato sul tetto, il sadico repubblichino o il nazista che organizza rappresaglie, sebbene, in realtà, milioni di persone in tutto il mondo vivano con le armi puntate addosso. Ma il nuovo volto del fascismo, della violenza patriarcale e coloniale è subdolo proprio perché sembra meno spaventoso. 
Il fascismo si riorganizza intorno all’odio. Lo vediamo nei gruppi neofascisti, che, più che crescere di numero, si sentono ormai legittimati a uscire allo scoperto, seppur sempre scortati da una solida corazzata di scudi e manganelli. Eppure, la lotta contro l’isolamento e l’individualismo e lo scontro serrato con la violenza fascista danno vita a potentissime forme di organizzazione collettiva.
La società mette le nostre vite al servizio dell’interesse economico, ci isola, ci mette in competizione, ci rende irascibili, intolleranti, incapaci di pensare il collettivo e in collettivo. La Resistenza ci insegna invece che la lotta non può essere fondata sull’odio e sull’isolamento, ma che è necessario organizzarsi, costruire relazioni, creare reti di solidarietà, diventare forti attraverso e insieme a chi ci sta attorno.

Questo 25 aprile cade in un momento molto particolare. Le nostre vite scorrono nel quasi completo isolamento, e tutti i momenti di preziosa aggregazione, capaci di condensare creatività, pensiero e produrre forza collettiva sono resi impossibili dalle restrizioni in atto. 
Il 25 aprile per noi non è solo un giorno commemorativo. E’ un momento in cui riflettere sul presente e raccogliere energie per lottare per il suo cambiamento. Come “raccogliersi” tra di noi, questo noi collettivo e dinamico, pur nella distanza fisica? Come far evolvere il pensiero in azione trasformativa? 

Sulla strumentalizzazione del concetto di Resistenza

Stiamo assistendo, in queste settimane, ad un processo di strumentalizzazione del concetto di “resistenza” che ci vede completamente in disaccordo.
Si ripetono messaggi che invitano “gli italiani a resistere” “contro il virus”, “armati” dei propri sorrisi e del proprio “eroismo”. Lavoratori e lavoratrici del mondo della sanità vengono descritti alla stregua di “soldati”, in quanto tali privati del loro diritto al dissenso e alla critica, e sulle loro spalle sacrificali grava il peso del colpevole e criminale smantellamento del sistema (socio)sanitario italiano. 
La retorica sulla resistenza però non riguarda solo loro, bensì ogni cittadina e ogni cittadino, invitati a sopportare in silenzio le privazioni a cui sono soggetti, per il bene del Paese. Per quanto siano giustificate le restrizioni a cui siamo soggette, non possiamo pensare che resistenza e sospensione della critica possano diventare sinonimi.Elevare l’assenza di pensiero e di capacità organizzativa a resistenza è un’operazione culturale non solo denigrante, ma pericolosa.
La strumentalizzazione del concetto di resistenza, pertanto, non fa altro che ammantare di fumo retorico una situazione sulla quale essa non ha alcun potere. Tutt’al più, essa aiuta a oscurare le scelte politiche alla base dei tagli alla spesa pubblica, puntando il dito contro un nemico esterno (il virus) e confezionando una lettura eroica di questo dramma umano e sociale.
L’appello alla resistenza della popolazione non è una strategia retorica disinteressata. La costruzione dell’immagine di un virus-nemico, al quale si deve opporre una compatta resistenza, tende infatti a svuotare questo termine del suo fondamentale valore politico.
Inoltre, parlare di resistenza di fronte al virus, e paragonare ad una guerra la difesa da esso, fa perdere completamente di vista le responsabilità della condizione di oppressione che molte categorie di persone si trovano a vivere – ben al di là della pandemia. 

Se c’è una differenza tra il termine resistenza e il termine attacco, essa risiede nel fatto che la resistenza non è la scelta di un nemico, ma la capacità di individuazione del nemico, responsabile di violenze che non si è deciso di subire. Non vogliamo perdere la capacità di individuare, di discernere, le cause della violenza, gli oppressi dagli oppressori.
Allora anche oggi, nonostante le condizioni particolari del presente, o forse proprio grazie alla possibilità di comprensione che ci offrono ancora più lucidamente, vogliamo saperci domandare chi e cosa rappresenti il nostro nemico, e con intelligenza descriverlo, trarlo al di fuori del suo cono d’ombra fatto di narrazioni ingannevoli e mistificanti, per poi con coraggio saperci organizzare. Di nuovo, ogni volta che sarà necessario, cambiando strumenti e obiettivi seguendo il mutare delle situazioni che si presentano di fronte.

Resistenza oggi, ovunque

Ma che festa quando è arrivato il 25 aprile, quando è arrivata la Liberazione! Carlin, il padre di Giancarlo, è diventato sindaco, e non è stato capace a castighene gnun! Nemmeno i suoi peggiori persecutori, nemmeno le spie ha voluto punire. E’ stato troppo buono. Io dico tanto, ma alla Liberazione ho salvato un ragazzo, un fascista, l’ho salvato dalla fucilazione. Mi ha fatto tanta pena sua madre, era una mia vicina di casa e così l’ho salvato. 
Sì, al 25 aprile abbiamo perdonato. Ma oggi mi chiedo se sono morti per niente i nostri partigiani. La gente dimentica, la gente ha dimenticato. Vivessi mille anni, mi ricordo del fascismo e del male che ha fatto. (testimonianza di  Paola Martinengo, classe 1906, raccolta da Nuto Revelli ne “Il mondo dei vinti”.)

Il mondo in cui viviamo oggi è un mondo molto diverso da quello che si svegliava all’alba del 25 aprile del 1945. Abbiamo coscienza delle lotte intraprese da popoli situati nelle più svariate località del mondo, lotte che forse qualche decina di anni fa potevano ancora sembrare disconnesse ma che oggi appaiono chiaramente schierate contro un nemico comune.
La violenza capitalistica, razziale e patriarcale che opprime persone e territori, e che si esplica con crescente recrudescenza laddove gli interessi dell’economia neoliberista sono più forti, è animata da dinamiche e obiettivi comuni, che si espliciti in politiche estrattiviste nel sud globale, nella distruzione degli ecosistemi, nella divisione di persone in categorie conformi e non conformi – dunque da eliminare.  

Le parole d’ordine della resistenza, oggi, sono quelle che, anche se vengono da lontano, risuonano nel profondo dell’anima e ci fanno venire voglia di urlare. Serkeftin! Juntas somos mas fuertes! Intifada! A sara düra! Hurrya!
Sono parole che creano connessioni, che superano la distanza. Non sono solo parole, come non erano solo parole quelle trasmesse da Radio Londra durante la guerra di Resistenza. Sono parole potenti, perché ci ricordano che, lontano e vicino a noi, ci sono persone che stanno lottando, portando avanti con i propri corpi una resistenza che non ammette compromessi.   Resistere significa combattere per le proprie idee, per la propria esistenza, per i propri valori. 
 Resistenza è, oggi, la lotta nella Siria del Nord contro il fascismo di Erdogan. Resistenza è quella del popolo palestinese. Resistenza è la lotta Mapuche nei territori occupati da Benetton, sul confine tra Cile e Argentina. Resistenza è quella della Val di Susa. Resistenza è quella di chi si ribella dentro ai centri per il rimpatrio. Resistenza è ambire ad una vita dignitosa e felice, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche, dalla propria nazionalità, dal proprio genere. Resistenza è organizzazione dal basso. La resistenza fa paura al potere costituito, non gli stringe la mano, come vorrebbero farci credere oggi le strombazzate dei giornali. 

Oggi pensiamo con forza a chi ci ha preceduto, alle donne e agli uomini che hanno liberato, con le proprie scelte, l’Italia dal nazifascismo. Ma la memorie non sarà sterile né idealizzante. Ci auguriamo che si concretizzi per tutte e tutti noi nella capacità di avvicinarci gli uni alle altre nonostante la distanza, chiederci come stiamo, e immaginare ancora una volta il futuro che vogliamo. Raccogliamo forza e coraggio e, ricordandoci che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”, organizziamo la nostra Resistenza.
Donde los de arriba destruyen los de abajo reconstruimos.

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