Programma Braccia Rubate all’Agricoltura 2018. Arte e politica, politica dell’arte.

BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA 2018

Arte e politica, politica dell’arte.

Dal 27 giugno al 1 luglio @Csoa Gabrio, Via Millio 42.

Mercoledì 27 giugno

h. 18.00 Arte e potere: il ruolo del monumento – Con Lisa Parola, curatrice e critica d’arte.

h. 21.00 Non è passione, è lavoro non pagato. Fare inchiesta nel lavoro artistico e intellettuale – Con Elvira Vannini, critica e storica dell’arte, Sandro Busso, sociologo.

Giovedì 28 giugno

Partecipiamo e vi invitiamo a “Pride è rivolta. Nessun norma”

h. 17.30 @Piazza Palazzo di città: Corteo indecoroso contro decoro e frontiere.

h. 22.30 Queerparty.

Venerdì 29 giugno

h. 15.00 Matite storte: l’espressione artistica è per tutt* – Laboratorio.

Il Csoa Gabrio e Non Una di Meno organizzano

h. 18.30 Presentazione del libro “I tredici colori della resistenza honduregna” – Con l’autrice Melissa Cardoza Calderon.

h. 20.00 Cena benefit + concerto di Rebeca Lane, rap femminista dal Guatemala.

Sabato 30 giugno

h. 16 .00 Arte, musei, spazi autogestiti – Tavola rotonda con Marco Baravalle, S.a.L.E. Docks, Venezia, e Giorgio De Finis, direttore del MACRO, Museo di Arte Contemporanea di Roma.

h. 19.00 Musica e politica. Musica nella politica, politica nella musica e musica come politica (ma non politica come musica) – Con Marco Lenzi, musicologo.

h. 21.00 Aperitivo mangereccio.

h. 22.00 Puck. Le bombe siamo noi – Performance teatrale di e con Katerina Istrice.

Domenica 1 luglio

h. 16.00 La politica di Vermi di Rouge – Con Vermi di Rouge, fumettista.

h. 18.00 Diritto d’autore, proprietà intellettuale e condivisione – Tavola rotonda.

h. 20.00 Aperitivo mangereccio.

h. 21.00 Matite resistenti. Fumetti e politica – Con Eris Edizioni e Vermi di Rouge, fumettista.

Call artistica per il festival http://www.manituana.org/2018/06/06/call-artistica-bra-2018/

Alcune riflessioni sui temi che saranno trattati http://www.manituana.org/2018/06/10/arte-e-politica-e-politica-dellarte-braccia-rubate-allagricoltura-2018/

Ai vostri deserti, le nostre mille isole.

 

 

 

 

 

Arte e Politica e Politica dell’Arte – Braccia Rubate all’Agricoltura 2018

“ARTE E POLITICA, POLITICA DELL’ARTE”
Cos’è Braccia Rubate all’Agricoltura.
Il festival nasce dall’esigenza che le diverse realtà autorganizzate che lavorano a Manituana e i singoli che la attraversano costruiscano un momento in cui le rispettive elaborazioni teoriche e pratiche collettive si possano incontrare. Immaginiamo questo momento non solo come luogo di raccordo di esperienze differenti, che quotidianamente animano lo spazio e lavorano in modo organico per la creazione del festival, ma come collettore in grado di dare vita a pratiche condivise, plurali e organiche, che possano lasciare un’impronta tangibile sulle nostre esistenze. Nelle edizioni precedenti abbiamo affrontato insieme diversi aspetti del lavoro immateriale, culturale, artistico: il ruolo dell’intellettuale, le autoproduzoni, le declinazioni disparate della spazialità.
Il festival di quest’anno.
Con la quarta edizione, vorremmo affrontare alcune questioni politiche legate alla creazione, diffusione, fruizione dell’arte, in molte delle sue diverse forme. Nel riflettere collettivamente sull’arte militante, non vorremmo soffermarci solo sui contenuti più o meno politicamente schierati che si possono veicolare in forma artistica, ma soprattutto riflettere su artist* e opere d’arte situate, che siano espressione di un posizionamento nel mondo e che tengano conto delle contraddizioni e dei conflitti che caratterizzano su più livelli il mondo dell’arte.
Lo sgombero degli spazi di Manituana in via Cagliari 34, non ha fermato questo festival, come tutte le attività e i percorsi del laboratorio autogestito. Sarà ospitato al CSOA Gabrio, spazio con cui abbiamo condiviso molti percorsi e battaglie, che porta avanti un impegno costante per diffondere e produrre dal basso cultura e arte schierate, libere, per tutt*.
Nelle righe che seguono iniziamo a porre le questioni e i nodi che vorremmo trattare attraverso gli incontri, le esposizioni, le mostre, le performance, i laboratori del festival.
Qui la call artistica per portare e esporre delle opere al festival.

Con l’arte si mangia?
La questione della sostenibilità e delle fonti di reddito deve essere centrale in qualsiasi riflessione sull’uso politico dell’arte. A fronte di un mercato dell’arte sempre più ricco, il lavoro artistico è molto spesso volontario, precario, sottopagato. Questa contraddizione può essere evidenziata e indagata attraverso un lavoro di inchiesta e autoinchiesta sul lavoro nel mondo dell’arte, un mondo ancora oggi maschile e maschilista, nonostante vi siano impiegate sempre più donne. Questo discorso non può prescindere da uno sguardo agli altri soggetti in campo, in particolare al sistema delle fondazioni private che in molti contesti rappresentano di fatto la principale fonte di finanziamenti per eventi e progetti artistici. Evitando giudizi aprioristici, è interessante chiedersi in quale misura la provenienza dei fondi possa incidere e limitare il lavoro artistico e in che modo sia effettivamente realizzabile una sostenibilità della produzione artistica e culturale al di fuori dei circuiti mainstream di mercato.
Diritto d’autore e condivisione.
Il copyright, o diritto d’autore, ha vissuto una trasformazione radicale dalla sua nascita a oggi. Se in Inghilterra fu introdotto per necessità di censura come strumento di controllo dell’espansione giornalistica, con il passare del tempo il copyright si è esteso a qualsiasi opera d’ingegno. Il copyright è diretta espressione di un processo di mercificazione e creazione di profitto (secondo il mito dell’autoimprenditorialità dell’inventore o inventrice) che introduce la proprietà privata sulle produzioni di lavoro immateriale.
E’ giusto dover pagare per poter accedere agli ambiti e ai prodotti del sapere? Nell’era del capitalismo cognitivo e della (ri)produzione sociale collettiva (e successiva espropriazione da parte del capitalismo), come far coincidere il diritto all’accessibilità della cultura e della conoscenza mantenendo contemporaneamente una tutela retributiva verso l’autore o l’autrice?
Qualsiasi produzione musicale, artistica, tecnologica non nasce solo dall’ingegno e dalle capacità dell’autore o autrice. Ogni produzione è il frutto di una contaminazione e di un intreccio di relazioni, contesti e saperi che influenzano il singolo autore. Il riconoscimento del lavoro cognitivo è centrale nella critica al copyright in quanto scardina l’idea secondo la quale il processo creativo ed elaborativo è limitato alla capacità del singolo. Al contrario, ogni prodotto è il risultato di un processo di elaborazione e produzione collettivo e cooperativo che coinvolge chiunque faccia parte delle reti sociali. Trovare una soluzione al problema della remunerazione dell’artista e del libero accesso al sapere ci permette di aprire un ragionamento sulla possibilità di riconoscere un reddito di esistenza universale e incondizionato, partendo dall’assunto che oggi la nostra esistenza e le nostre attività quotidiane producono valore anche al di fuori degli ambiti strettamente lavorativi per i quali siamo salariati.
Che senso ha il diritto d’autore? Il processo che conduce al prodotto finito è infatti il risultato di una compartecipazione che coinvolge indirettamente quant* rientrino in relazioni sociali che sono sempre più frequentemente produzioni dirette di profitto. Se si parte dall’assunto che le nostre vite siano attivamente partecipi alle produzioni di mercato legate al lavoro immateriale, la soluzione che può rompere la finta contraddizione tra la libertà d’accesso al sapere e la tutela dell’autore risiede nell’urgenza di riconoscere le nostre esistenze quali sorgenti incessanti di produzione di e messa a valore e, in quanto tali, necessariamente da retribuire come ogni forma di lavoro “normale”.
Educazione artistica?
Se la stragrande maggioranza dei bambini disegna e nel farlo esprime pensieri, racconta il suo vissuto, formalizza emozioni, la stragrande maggioranza degli adulti non si sente capace di farlo.
Quel che si perde, in questo “rito di passaggio”, non è l’innocenza di una fanciullezza idealizzata, capace intrinsecamente di attività naif e spontanee come disegno e pittura. Quel che si perde, tra infanzia ed età adulta, è l’attitudine, individuale e collettiva, ad un processo creativo non performativo, slegato da ottiche valutative, non orientato alla messa a valore, non strumentale. Con troppa superficialità si accetta tendenzialmente questa perdita, che non riguarda esclusivamente le arti grafiche bensì ogni forma espressiva spontaneamente umana– dalla musica, al canto, alla danza, al movimento, alla semplice fantasia.
E’ una battaglia che si gioca inizialmente nelle scuole: quando un bambino, nell’ora di educazione artistica, si sente dire: “ non sei portato per il disegno”; quando il suo disegno, magari ancora incapace di rappresentare fedelmente la realtà secondo regole prospettiche o cromatiche, viene tacciato di inappropriatezza invece di essere “letto” come una estensione e una messa in comune, personalissima e dunque valida, del suo sentire.
Il considerare ogni elaborato come espressione libera e propria non significa, per un insegnante, negare aiuto verso il miglioramento e la crescita. Significa mettere al centro il valore indiscutibile della creatività, il suo aspetto realmente sovversivo e in grado di trasformare l’esistente, a partire dalla persona che vi si impegna.
La creazione artistica non dovrebbe sottostare a logiche valutative improntate sulla performatività del singolo, tese a valorizzare chi realizza elaborati in grado di essere già prontamente apprezzati e, in un’ottica lungimirante, ipoteticamente messi a valore. Il bambino “incapace di disegnare” dovrebbe, al contrario, vivere un ambiente fertile ed accogliente per tutta la propria libera e spontanea fame di fantasia, poiché l’individuo non si dovrebbe identificare con la propria adattabilità ad un –futuro o presente- ambiente lavorativo. La creazione, ripetiamo: collettiva e individuale, è parte integrante della natura umana, in qualsiasi forma essa prenda vita. Atrofizzare la possibilità creativa degli individui di una società, delegando la produzione artistica ad una stirpe di “talentuosi”, il cui lavoro viene immediatamente sussunto dal sistema capitalistico, significa accettare e perpetrare l’idea che esistano espressioni più o meno valide, censurare e normare l’indomito spirito energico, vitale, dinamico che risiede in ogni individuo. Questo noi rifiutiamo, riprendiamo le matite, i pennelli, i pastelli in mano, sporchiamoci le mani, disegnamo male! Ma disegnamo.
Fuori dai musei.
Non tutta l’arte trova spazio o accetta di stare in musei, mostre e gallerie classicamente intese. Le modalità di fruizione influiscono sull’uso politico che si sceglie di attribuire all’espressione artistica tanto quanto quelle di produzione: in che misura il potenziale di rottura di una forma d’arte, si pensi ad esempio alla street art, si perde nel momento in cui questa viene acquistata e inserita in una collezione? Per rispondere ai limiti, ma anche alla pervasività del mercato dell’arte e dei suoi luoghi ufficiali, sono nati spazi aperti, autogestiti, occupati nei quali si producono, si tutelano, si rendono accessibili opere d’arte. Questa pratica politica può essere volta non solo ad alimentare un circuito alternativo dell’arte, ma può anche mettere la fruizione della stessa al servizio di progetti politici, quali la tutela di un’occupazione abitativa o la necessità di una residenza per artist*. Questo modello, che mette in discussione il concetto di curatela, l’inviolabilità e immutabilità dell’opera d’arte, i confini stessi tra produzione e fruizione, può essere esteso anche ai cosiddetti luoghi ufficiali dell’arte? Alcuni musei pubblici e gallerie stanno avviando progetti che sovvertono le tradizionali norme di esposizione e conservazione dell’arte per trasformarsi in spazi aperti, attraversabili, vivibili, talvolta proprio sul modello degli spazi autogestiti sopracitati. Nondimeno, è interessante domandarsi quanto l’autogestione sia un elemento imprescindibile di questo modello di produzione e fruizione dell’arte, che potrebbe renderlo non esportabile in contesti ufficiali, pubblici o privati che siano.

Musica: Musa de* diseredat* o cacciatrice di taglie?
Il rapporto fra musica e politica è sempre stato di difficile rappresentazione, ma a partire dal secolo scorso la complessità di questa relazione si è resa sempre più evidente e ha generato immagini contraddittorie. Da una parte, la musica è divenuta la sponda di rivendicazioni e critiche nei confronti della società. Infatti, a partire dal blues (e successivamente nelle varie forme del rock, del punk, del rap ecc.) la musica è stata capace di dar voce a quella massa di esclus*, che attraverso di essa ha avuto modo di far risuonare la propria sofferenza attraverso canti di protesta. Inoltre, essa si è fatta veicolo di tradizioni popolari altrimenti destinate a essere dimenticate. Negli stessi anni, anche la musica “concettuale” e di avanguardia si avventurava verso territori inesplorati, rivendicando lo status politico della musica (emblematico, in tal senso, è l’esempio della militanza del compositore Luigi Nono). Dall’altra parte, però, la musica è entrata in una modalità di produzione-fruizione che si allinea con i principi nefandi del consumismo capitalistico, i cui effetti riverberano e si potenziano ulteriormente all’interno del processo di digitalizzazione della musica e nelle piattaforme musicali online, che tendono a sfibrare i circuiti della musica “reale” ed esordiente, paralizzata da un sistema giuridico burocratizzato.
Punk is dead?
L’arte musicale e le scene artistiche nate da contesti militanti relativamente recenti sono in grado di diffondersi e di scalfire la lastra granitica di controllo, gestione e sterilizzazione dei processi aggregativi, della socialità creativa e potenzialmente conflittuale delle persone all’interno dei contesti metropolitani. Torino, in questo senso, ha una storia recente che, con la nascita della scena punk-hardcore di fine anni Ottanta, è stata in grado di distruggere non solo l’idea di modelli di aggregazione preconfigurati, allineati con una non meglio definita idea di “buon costume” o “decoro”, ma, attraverso una rivoluzione artistica permanentemente sperimentale e autoprodotta, ha attratto in maniera spontanea e dirompente le soggettività che fino ad allora erano rimaste schiacciate dai ritmi di vita alienanti della fabbrica. Questa nuova scena musicale, intrinsecamente ribelle e conflittuale, ha visto come suoi protagonisti principali El Paso Occupato e, successivamente i Murazzi, acquisendo nel giro di pochissimi anni un protagonismo anche a livello europeo.
Per un discorso smaliziato sulla letteratura.
La letteratura, si sa, è il grande teatro del mondo. Non si può parlare di una letteratura neutra ed è solo con una certa malizia o velata indifferenza che si può parlare neutralmente di letteratura. Persino le funzioni narrative assumono nel testo, a seconda della trama teorica e narratologica nella quale autore e autrice si inseriscono, una posizione politicamente significativa. L’autore rappresenta, secondo la critica novecentesca, l’autorità (per l’appunto!) che trascina l’interpretazione su una strada a senso unico. Così, la battaglia diretta contro l’univocità del senso e contro il rigido parametro dell’intenzione autorale diventa immediatamente una dichiarazione di guerra alle gerarchie del mondo, non solo letterario. Si tratta di un esempio che ha il pregio di mostrare come la letteratura non sia politica solo nel contenuto – e in particolare in quelle opere che hanno una vocazione dichiaratamente militante – bensì come essa occupi in modo inevitabile uno spazio che è politicamente connotato. Uno spazio che rende possibile la comunicazione di esperienze, di forme e di sostanza del pensiero all’interno di una comunità. Il ruolo atavico della narrazione e della letteratura, come conferma l’antropologia, è connaturatamente politico, poiché è proprio a esso che si devono la creazione di rapporti di potere (basti pensare al mito) e la produzione di significanti, significati e significatività. In virtù di questo potenziale, la letteratura diviene una folgore che dal cielo trascendentale ricade e si conficca nel terreno della storia. Essa può facilmente diventare strumento e plasmarsi sulle esigenze della società, ma conserva in sé una carica rivoluzionaria. Questa scintilla è il cuore pulsante di opere liminari, incapaci di entrare a forza in un canone o in un discorso dominante, lucidamente critiche e potenzialmente pericolose per le strutture del potere.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito – Torino

I vostri deserti, le nostre mille isole.

Spazi sociali nel ciclo reazionario

Mercoledì 16 maggio, all’alba, i nostri spazi in Via Cagliari sono stati sgomberati e sigillati dalla Digos, grazie al dispiegamento di svariati reparti della celere. L’operazione non era stata preceduta da alcuna avvisaglia ed è giunta, anzi, assolutamente a sorpresa, proprio quando le trattative condotte dalla Film Commission (partecipata comunale e regionale, proprietaria in comodato d’uso dell’immobile) per l’affitto dei locali occupati erano ormai declinate. 
Senza alcuna giustificazione, un intero quartiere è stato militarizzato per più di ventiquattro ore, per mettere fine un’esperienza autorganizzata giovane ma radicata, che proprio negli ultimi mesi, dopo le difficoltà dovute all’apertura del nuovo spazio, cominciava a crescere ed affermarsi.

Più di sei mesi fa, avevamo deciso di liberare uno spazio fino ad allora inutilizzato rendendolo aperto a tutta la popolazione, ricco di attività culturali e sociali, in un quartiere cruciale per l’attuale sviluppo urbano, dove le grandi opere di edilizia universitaria e gli ingenti investimenti di capitali privati stanno determinando un aumento dei costo della vita e degli affitti. Una progressiva concentrazione di attività imprenditoriali e commerciali sta infatti colpendo la zona di Borgo Rossini, Aurora e i quartieri limitrofi, in completa assenza di servizi pubblici adeguati. Sono quartieri dove scarseggiano i luoghi di socialità fuori dal mercato, dove mancano i servizi più elementari e, più in generale, privi di reti di solidarietà e mutuo sostegno. In questi sei mesi, le attività e i percorsi nati con la nostra prima occupazione non sono stati soltanto trasferiti nel nuovo spazio, ma si sono evoluti e ampliati. Oltre agli innumerevoli momenti di autoformazione e divulgazione culturale (seminari, dibattiti, gruppi di studio, presentazioni di libri, proiezioni, concerti), abbiamo insistito sui percorsi sociali e politici che più ci sono affini: dalla pratica dell’acquisto collettivo e solidale alla lotta contro le frontiere, dall’antiproibizionismo agli esperimenti di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi e precari, fino all’impegno nel movimento transfemminista e alle iniziative contro la gentrificazione. La rete di corpi, intelligenze e pratiche comuni che anima il nostro collettivo si è così allargata e approfondita, confermando che l’esigenza di un percorso come quello di Manituana è diffusa e sentita in città. La mobilitazione in risposta allo sgombero ne è stata una prima prova: nell’indifferenza di gran parte della sinistra, centinaia di persone, giovani e meno giovani, si sono assemblate in un presidio di fronte ai cordoni di polizia che chiudevano Via Cagliari, muovendosi poi in corteo spontaneo nelle vie del quartiere.

Archivio Luciano Ferrari bravo

Ad una settimana di distanza, sentiamo la necessità di proporre alcune brevi riflessioni sulle motivazioni di questo sgombero e sul contesto politico locale e nazionale nel quale si inserisce. Le prime sono certo più semplici da analizzare: conosciamo ormai da tempo le modalità con le quali la Questura di Torino e i “pool” di zelanti  magistrati a lei prossimi – a prescindere dall’alternarsi di questori e procuratori – si confrontano con le forme di dissenso e autorganizzazione. Il relativo contenimento delle lotte esistenti è condotto a colpi di manganello, denunce e pesanti cicli di arresti e misure cautelari. La preoccupazione principale dei “tutori dell’ordine pubblico” è evidente: soffocare ogni emergenza che turbi l’equilibrio giudiziario e poliziesco che hanno faticosamente costruito; segare le gambe, appena possibile, alle esperienze che eccedano l’ordine costituito coinvolgendo la nuova composizione sociale giovanile e precarizzata che abita la metropoli postindustriale più grande d’Italia. Manituana cominciava ad accumulare forza, attraversando le lotte in corso e costruendo nuovi terreni di conflitto: era il momento di tarparle le ali.

Ora, se questa vigliacca strategia repressiva è nota e consolidata da almeno un decennio, ciò che ci sembra utile sottolineare è come essa interagisce con il “nuovo” modello di governance sperimentato dalla giunta comunale cinquestelle. Ormai un anno fa, riferendoci a questi temi in un articolo dedicato ai vergognosi eventi di Piazza Santa Giulia dell’estate scorsa, quando la polizia intervenne con la forza per applicare l’ordinanza comunale contro il consumo serale di alcolici negli spazi pubblici, scrivevamo: «assistiamo ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore» producendo così «un’azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori».  La giunta comunale ci sembrava allora in bilico tra la volontà di rispondere, almeno parzialmente, alle domande sociali che l’avevano portata al governo e la compatibilità opportunistica con le élites economiche e burocratiche che gestiscono effettivamente la città.  Oggi, questo equilibrismo è senza dubbio spezzato e i grandi annunci della campagna elettorali messi definitivamente da parte: lo sgombero di Manituana è solo l’ultima conferma della linea neo-centrista adottata dall’amministrazione cinquestelle, garante – a livello locale e nazionale –  della stabilità di governo e degli interessi padronali. Il modello che si intende applicare alle esperienze autogestite, malgrado la patina “municipalista” che alcuni rappresentati (esigua minoranza della giunta) talvolta evocano retoricamente, consiste nella loro riduzione a meri spazi di discussione critica, a luoghi di sperimentazione “alternativa”, tanto civici quanto inoffensivi politicamente. Questo fenomeno si incarna concretamente in un aut aut netto: la regolamentazione legalitaria o lo sgombero coatto. Come accade a livello nazionale, ciò che resta delle sensibilità “a sinistra” dei pentastellati trova il suo spazio d’azione  sul piano simbolico, nella mera testimonianza, senza contare nulla nelle scelte politiche determinanti a livello locale e nazionale.Tra un’impresa culturale gentrificante e un progetto autonomo nato dal basso non c’è dubbio su cosa scegliere, soprattutto quando il secondo diventa un fastidioso ostacolo per i processi di speculazione immobiliare e messa a valore dei quartieri. L’occupazione di Via Cagliari non era solo una minaccia per le geometrie dell’ordine pubblico, ma impediva, al tempo stesso, di affittare quei locali a qualche imprenditore della “cultura” che alimentasse ulteriormente la dinamica di gentrificazione.

D’altro canto, il contratto di governo firmato dalla coppia Salvini-Di Maio parla chiaro e rappresentata la versione neofascista del modello “partecipativo” torinese. Il punto dedicato a «sicurezza, legalità e forze dell’ordine» (p. 43) – da leggere in stretta connessione con quello sull’«immigrazione» – non lascia spazio a mediazioni integratrici e propone un programma inflessibile: la «velocizzazione delle procedure di sgombero» per le 48.000 occupazioni del paese, basandosi sul principio per il quale «le sole condizioni di difficoltà economica non possono mai giustificare l’occupazione abusiva» (p. 44). Nessuna considerazione della ricchezza del tessuto di autorganizzazione e solidarietà costituito dalle migliaia di occupazioni disseminate sul territorio, nessuna presa in carico degli effetti di impoverimento e proletarizzazione prodotti da un decennio di crisi: decoro e disciplina sono ora i corollari dell’applicazione del programma neoliberale. Insomma, un’autentica offensiva nazionale è ufficialmente dichiarata contro spazi sociali e occupazioni abitative. Saranno i prossimi mesi a dirci come questa si declinerà in contesti metropolitani già pesantemente colpiti dalle politiche di normalizzazione e securizzazione dello spazio pubblico, e quali risposte susciterà. Il «ciclo reazionario» nel quale siamo immersi, una volta assunto l’aspetto bifronte del cinqueleghismo, sceglie con precisione i suoi campi di attacco. Migranti e realtà autorganizzate sono in testa alle priorità, ma non è difficile indovinare che i terreni della riproduzione sociale, delle soggettività non conformi alle norme di genere e dei rapporti di lavoro saranno i prossimi a essere investiti dalla spirale di autorità patriarcale, nazionalismo e neoliberismo.

A fronte di questa situazione, non possiamo che ripartire dalla concretezza di quanto costruito in tre anni di lavoro e sperimentazione, e da questi ultimi sei mesi in particolare. Come per tante altre esperienze nella nostra città e altrove, uno degli insegnamenti principali che portiamo in eredità consiste nella determinazione collettiva, passione fortificatasi nella quotidianità – spesso faticosa – di un esperimento politico e sociale innovativo condotto in una fase di reazione. È muovendo da qui che possiamo affermare che il deserto apertosi alle spalle delle camionette e degli sguardi nervosi degli ufficiali di polizia non farà sprofondare le mille isole che abbiamo iniziato a costruire. Un arcipelago non è d’altronde riducibile ai suoi confini fisici: la sua geografia è definita dalla capacità di combinare molteplicità e coesione, differenze e unitarietà. Intrecciarne la trama, far parlare e interagire i differenti percorsi di lotta era esattamente la sfida che stavamo discutendo e affrontando nelle settimane precedenti allo sgombero. Tale programma di intersezione delle lotte precarie e femministe, dell’autogoverno libertario, della rottura di ogni frontiera, dei percorsi di autoproduzione culturale e approfondimento collettivo vivrà temporaneamente nelle isole che faremo emergere nella nostra metropoli, lavorando per costruire non uno ma mille arcipelaghi di liberazione. Allargare le faglie presenti nel ciclo reazionario, produrre una controffensiva che dalla quotidianità locale investa il livello globale, non sarà certo comodo e immediato, ma è un’impresa che matura grazie alla persistenza nel cammino imboccato e sulla base della convinzione che l’orizzonte di istituzioni autonome che intendiamo costruire avrà bisogno di terreni e spazi adeguati.

Cominciamo allora con il ritrovarci in assemblea sabato pomeriggio di fronte al Campus Einaudi, per parlare di ciò che Manituana è stata e potrà essere, contro e oltre il deserto lasciato dall’intervento della polizia.

 

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito –  Torino