Sulla necessità e il senso della Resistenza

Quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. (Introduzione a “Il sentiero dei nidi di ragno”, Italo Calvino)

L’appuntamento con il 25 aprile, puntualmente, ogni anno, ci invita a fermarci un attimo e ad aprire spiragli su un passato non troppo lontano, dai quali il presente riceve una luce chiarificatrice.
Per chi, appartenente alla nostra generazione, la Resistenza non l’ha fatta e tutt’al più ne ha ascoltato i racconti da nonne e nonni, per chi ha potuto soltanto leggerne, l’esercizio della memoria assume dei tratti particolari, e un valore non meno importante di quello che assumeva il racconto orale di esperienze vissute sulla propria pelle.

La Resistenza è un concetto così denso di contenuti, a partire dagli stessi anni in cui la si stava combattendo, da correre il rischio di ospitare pericolose contraddizioni e di piegarsi ad usi strumentali.
Noi che in strada coi fucili non ci siamo scesi, e che non ci siamo nascoste tra le montagne organizzando assalti ai nazisti, sabotaggi, sfuggendo ai rastrellamenti fascisti, non possiamo comprendere pienamente il significato di liberazione, di quella che, senza bisogno di edulcorarne la natura, è stata un’espressione di violenza necessaria e totale.

Totale perché ha chiamato in causa la sfera tutta della vita e di fronte ad essa non erano concesse scappatoie o sfumature. Anche la non scelta valeva come scelta, e si era o da una parte o dall’altra.
Come molti scrittori della Resistenza ci hanno ricordato, il punto non è cercare l’elevazione morale del partigiano nell’uso della non-violenza. Il punto è che la Storia ha imposto di prendere posizione, e c’è stata una posizione giusta e una sbagliata – sebbene, negli stessi resoconti delle persone che hanno vissuto quegli anni, non sempre si è trattato di scelte pienamente consapevoli, e di certo queste sono state informate da un’infinità di ragioni diverse.
Ma il prendere posizione, di fronte a un fatto totale come la Resistenza, fu una scelta morale intrinsecamente, in sé.

La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa… – Kim s’è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; – la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel  furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia.
C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.
L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. (Da “Il sentiero dei nidi di ragno”)

Violenza necessaria perché, come emerge dalla letteratura decoloniale, il mondo costruito e voluto dal fascismo, come quello della colonia, è un mondo privo di sfumature: si basa sulla creazione dell’altro e ambisce alla sua eliminazione. La lotta per la liberazione diventa necessaria perchè non vi sono alternative possibili, ed è una lotta per la vita in cui l’interesse e il benessere del singolo si fondono indissolubilmente in quello collettivo. 

Ormai, l’affare di ciascuno non cessa di diventare l’affare di tutti, perché, concretamente, saremo tutti scoperti dai legionari e quindi massacrati, oppure saremo tutti salvi. L’arrangiarsi, forma atea della salvezza, è in tale contesto, vietata. (Capitolo “Sulla violenza”, da “I dannati della terra”, Frantz Fanon – sulla decolonizzazione in Algeria)

La Storia ci ha insegnato che soluzioni di compromesso, come processi di decolonizzazione “dolce” o la riabilitazione di esponenti politici fascisti in rinnovate posizioni di potere democratiche non hanno fatto che riperpetrare la condizione dell’oppresso sotto nuove forme.
Sarebbe fuorviante, però, compiacersi di un’immagine eroica e pura, che non conosce sfumature ed emozioni al di fuori della lotta per la libertà e per la giustizia. Ma la letteratura ci ricorda che furono donne e uomini fatti di carne e di passioni a imbracciare le armi.

Tradurre l’eredità partigiana

Nel romanzo di Vittorini sulla resistenza milanese, nel pieno della lotta al nazifascismo, il partigiano Enne 2 viene sorpreso da una domanda che sembra arrivare da un altro mondo: sei felice? “Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Io desidero che tu sia felice” “grazie” disse Enne 2 “grazie Selva. Ma…” “Ma, un corno” la vecchia Selva disse “Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Bisogna che gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici?”

In fondo, è facile dimenticare che dietro alle grandi battaglie si nasconde un sentire comune al nostro, una semplicità tristemente disprezzata. In realtà, è proprio la passione bruciante ed elementare per la giustizia, il desiderio dell’altrui felicità ad avvicinarci a quella storia che appare lontana e, talvolta, incomprensibile.
È l’eredità che le partigiane e i partigiani ci hanno consegnato, con la quale dobbiamo fare i conti con franchezza anche oggi. 

Certo, è innegabile che oggi si abiti un mondo nel quale sembra possibile trascorrere la propria vita senza prendere posizioni e senza, per questo, fare del male. Ma i fantasmi dell’odio, dello sfruttamento, della violenza fascista brulicano e prosperano prendendo mille forme diverse, nel linciaggio dei rom, in un barcone che affonda perché non può entrare in porto, nell’ennesimo stupro, nel pestaggio di un migrante perchè non italiano, non bianco, nella violenza poliziesca.
Per questo, anche oggi, la presa di posizione è necessaria e deve essere totale. L’urgenza di un cambiamento radicale mette in discussione il nostro stile di vita nella sua interezza. Oggi come allora, l’astensione e il silenzio non risparmiano a nessunx il carico della responsabilità individuale e collettiva. 

Cosa significa allora tradurre l’eredità partigiana oggi?
Il mostro proteiforme contro cui ci dobbiamo scontrare non è più il cecchino appollaiato sul tetto, il sadico repubblichino o il nazista che organizza rappresaglie, sebbene, in realtà, milioni di persone in tutto il mondo vivano con le armi puntate addosso. Ma il nuovo volto del fascismo, della violenza patriarcale e coloniale è subdolo proprio perché sembra meno spaventoso. 
Il fascismo si riorganizza intorno all’odio. Lo vediamo nei gruppi neofascisti, che, più che crescere di numero, si sentono ormai legittimati a uscire allo scoperto, seppur sempre scortati da una solida corazzata di scudi e manganelli. Eppure, la lotta contro l’isolamento e l’individualismo e lo scontro serrato con la violenza fascista danno vita a potentissime forme di organizzazione collettiva.
La società mette le nostre vite al servizio dell’interesse economico, ci isola, ci mette in competizione, ci rende irascibili, intolleranti, incapaci di pensare il collettivo e in collettivo. La Resistenza ci insegna invece che la lotta non può essere fondata sull’odio e sull’isolamento, ma che è necessario organizzarsi, costruire relazioni, creare reti di solidarietà, diventare forti attraverso e insieme a chi ci sta attorno.

Questo 25 aprile cade in un momento molto particolare. Le nostre vite scorrono nel quasi completo isolamento, e tutti i momenti di preziosa aggregazione, capaci di condensare creatività, pensiero e produrre forza collettiva sono resi impossibili dalle restrizioni in atto. 
Il 25 aprile per noi non è solo un giorno commemorativo. E’ un momento in cui riflettere sul presente e raccogliere energie per lottare per il suo cambiamento. Come “raccogliersi” tra di noi, questo noi collettivo e dinamico, pur nella distanza fisica? Come far evolvere il pensiero in azione trasformativa? 

Sulla strumentalizzazione del concetto di Resistenza

Stiamo assistendo, in queste settimane, ad un processo di strumentalizzazione del concetto di “resistenza” che ci vede completamente in disaccordo.
Si ripetono messaggi che invitano “gli italiani a resistere” “contro il virus”, “armati” dei propri sorrisi e del proprio “eroismo”. Lavoratori e lavoratrici del mondo della sanità vengono descritti alla stregua di “soldati”, in quanto tali privati del loro diritto al dissenso e alla critica, e sulle loro spalle sacrificali grava il peso del colpevole e criminale smantellamento del sistema (socio)sanitario italiano. 
La retorica sulla resistenza però non riguarda solo loro, bensì ogni cittadina e ogni cittadino, invitati a sopportare in silenzio le privazioni a cui sono soggetti, per il bene del Paese. Per quanto siano giustificate le restrizioni a cui siamo soggette, non possiamo pensare che resistenza e sospensione della critica possano diventare sinonimi.Elevare l’assenza di pensiero e di capacità organizzativa a resistenza è un’operazione culturale non solo denigrante, ma pericolosa.
La strumentalizzazione del concetto di resistenza, pertanto, non fa altro che ammantare di fumo retorico una situazione sulla quale essa non ha alcun potere. Tutt’al più, essa aiuta a oscurare le scelte politiche alla base dei tagli alla spesa pubblica, puntando il dito contro un nemico esterno (il virus) e confezionando una lettura eroica di questo dramma umano e sociale.
L’appello alla resistenza della popolazione non è una strategia retorica disinteressata. La costruzione dell’immagine di un virus-nemico, al quale si deve opporre una compatta resistenza, tende infatti a svuotare questo termine del suo fondamentale valore politico.
Inoltre, parlare di resistenza di fronte al virus, e paragonare ad una guerra la difesa da esso, fa perdere completamente di vista le responsabilità della condizione di oppressione che molte categorie di persone si trovano a vivere – ben al di là della pandemia. 

Se c’è una differenza tra il termine resistenza e il termine attacco, essa risiede nel fatto che la resistenza non è la scelta di un nemico, ma la capacità di individuazione del nemico, responsabile di violenze che non si è deciso di subire. Non vogliamo perdere la capacità di individuare, di discernere, le cause della violenza, gli oppressi dagli oppressori.
Allora anche oggi, nonostante le condizioni particolari del presente, o forse proprio grazie alla possibilità di comprensione che ci offrono ancora più lucidamente, vogliamo saperci domandare chi e cosa rappresenti il nostro nemico, e con intelligenza descriverlo, trarlo al di fuori del suo cono d’ombra fatto di narrazioni ingannevoli e mistificanti, per poi con coraggio saperci organizzare. Di nuovo, ogni volta che sarà necessario, cambiando strumenti e obiettivi seguendo il mutare delle situazioni che si presentano di fronte.

Resistenza oggi, ovunque

Ma che festa quando è arrivato il 25 aprile, quando è arrivata la Liberazione! Carlin, il padre di Giancarlo, è diventato sindaco, e non è stato capace a castighene gnun! Nemmeno i suoi peggiori persecutori, nemmeno le spie ha voluto punire. E’ stato troppo buono. Io dico tanto, ma alla Liberazione ho salvato un ragazzo, un fascista, l’ho salvato dalla fucilazione. Mi ha fatto tanta pena sua madre, era una mia vicina di casa e così l’ho salvato. 
Sì, al 25 aprile abbiamo perdonato. Ma oggi mi chiedo se sono morti per niente i nostri partigiani. La gente dimentica, la gente ha dimenticato. Vivessi mille anni, mi ricordo del fascismo e del male che ha fatto. (testimonianza di  Paola Martinengo, classe 1906, raccolta da Nuto Revelli ne “Il mondo dei vinti”.)

Il mondo in cui viviamo oggi è un mondo molto diverso da quello che si svegliava all’alba del 25 aprile del 1945. Abbiamo coscienza delle lotte intraprese da popoli situati nelle più svariate località del mondo, lotte che forse qualche decina di anni fa potevano ancora sembrare disconnesse ma che oggi appaiono chiaramente schierate contro un nemico comune.
La violenza capitalistica, razziale e patriarcale che opprime persone e territori, e che si esplica con crescente recrudescenza laddove gli interessi dell’economia neoliberista sono più forti, è animata da dinamiche e obiettivi comuni, che si espliciti in politiche estrattiviste nel sud globale, nella distruzione degli ecosistemi, nella divisione di persone in categorie conformi e non conformi – dunque da eliminare.  

Le parole d’ordine della resistenza, oggi, sono quelle che, anche se vengono da lontano, risuonano nel profondo dell’anima e ci fanno venire voglia di urlare. Serkeftin! Juntas somos mas fuertes! Intifada! A sara düra! Hurrya!
Sono parole che creano connessioni, che superano la distanza. Non sono solo parole, come non erano solo parole quelle trasmesse da Radio Londra durante la guerra di Resistenza. Sono parole potenti, perché ci ricordano che, lontano e vicino a noi, ci sono persone che stanno lottando, portando avanti con i propri corpi una resistenza che non ammette compromessi.   Resistere significa combattere per le proprie idee, per la propria esistenza, per i propri valori. 
 Resistenza è, oggi, la lotta nella Siria del Nord contro il fascismo di Erdogan. Resistenza è quella del popolo palestinese. Resistenza è la lotta Mapuche nei territori occupati da Benetton, sul confine tra Cile e Argentina. Resistenza è quella della Val di Susa. Resistenza è quella di chi si ribella dentro ai centri per il rimpatrio. Resistenza è ambire ad una vita dignitosa e felice, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche, dalla propria nazionalità, dal proprio genere. Resistenza è organizzazione dal basso. La resistenza fa paura al potere costituito, non gli stringe la mano, come vorrebbero farci credere oggi le strombazzate dei giornali. 

Oggi pensiamo con forza a chi ci ha preceduto, alle donne e agli uomini che hanno liberato, con le proprie scelte, l’Italia dal nazifascismo. Ma la memorie non sarà sterile né idealizzante. Ci auguriamo che si concretizzi per tutte e tutti noi nella capacità di avvicinarci gli uni alle altre nonostante la distanza, chiederci come stiamo, e immaginare ancora una volta il futuro che vogliamo. Raccogliamo forza e coraggio e, ricordandoci che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”, organizziamo la nostra Resistenza.
Donde los de arriba destruyen los de abajo reconstruimos.

Sul Maria Adelaide. Salute, emergenza sanitaria e cambiamento sociale.

Oggi 7 aprile ricorre la giornata mondiale della salute.
Una ricorrenza che la pandemia di covid19 carica di significati e riflessioni sempre più urgenti. Riflessioni che sentiamo l’esigenza di condividere e rilanciare.

Mentre le ex Officine Grandi Riparazioni vengono trasformate in “ospedale da campo” con 100 nuovi posti letto di terapia intensiva e si ipotizza di fare lo stesso al Lingotto, assistiamo all’esplosione delle tante contraddizioni accumulate dal sistema sanitario regionale negli ultimi decenni.

Partiamo dall’Amedeo di Savoia, ospedale che avrebbe dovuto essere chiuso e che ora invece è diventato la “prima linea” contro l’epidemia per tutta la provincia. All’Amedeo è stato individuato il paziente 1, vengono praticati circa la metà dei test virologici dell’intera Regione e sono stati velocemente raddoppiati i posti letto, raggiungendo quota 100, come alle OGR. Come hanno titolato molti giornali, l’ospedale di corso Svizzera avrebbe, in teoria, dovuto essere chiuso, causa tagli e razionalizzazioni, con molti reparti già trasferiti ed altri in fase di trasferimento. Per fortuna il processo di smantellamento non è stato portato a termine nei tempi previsti e alla città è rimasto un presidio fondamentale, anche nella lotta contro il coronavirus.
È bene ricordarsi che se l’Amedeo di Savoia è ad oggi aperto è solo grazie ad un caso fortuito.

Spostandosi un po’ a sud il nostro sguardo è finito rapidamente sul Maria Adelaide.

Foto dall’internet

Nonostante in queste settimane le attività di Manituana siano state sospese, non abbiamo abbandonato il quartiere in cui tanti e tante di noi abitano, vivono e lavorano. Soprattutto, non abbiamo dimenticato le contraddizioni che il quartiere continua a vivere e che l’emergenza sanitaria ha fortemente acuito. Su tutte, la mancanza di un presidio sanitario importante.

La riapertura dell’ospedale, in queste settimane, è stata chiesta da quegli stessi politici che ne auspicavano la vendita (si parla di febbraio 2019, la chiusura risale al 2016) in cambio di pochi milioni di euro da investire in apparecchiature mediche.

La sua chiusura, contrastata tanto dal personale sanitario che ci lavorava quanto dai cittadini, rappresentò un perfetto esempio di svendita del patrimonio sanitario pubblico per far cassa e favorire la concentrazione dei servizi sanitari nel mastodontico progetto di Città della salute.

Il tutto con il patrocinio di quel centrosinistra che ora rilancia petizioni per chiederne la riapertura, alimentando ancora una sterile polemica, circoscritta a soli membri di partito. Difficile distinguerli dalla controparte, il centrodestra di Alberto Cirio.

Pensiamo per esempio all’ospedale di Verduno, aperto in un tripudio mediatico, senza far alcun cenno ai limiti strutturali, già stati affrontati sulle pagine dell’Espresso nel 2013, e la cui costruzione e apertura a beneficio di telecamere difficilmente potranno risolvere i problemi della sanità del basso Piemonte, falcidiato dalla chiusura, ad esempio, dell’ospedale di Alba, passata invece sotto silenzio.

Lo stesso si pensi anche per il Maria Adelaide, la cui riapertura è stata infine rilanciata (e dire che per la maggioranza in consiglio regionale non era fattibile fino alla settimana scorsa!) per accogliere in via emergenziale le persone senza fissa dimora positive o malate di covid19, dopo che i dormitori comunali, in condizioni di rischio per operatori e operatrici oltre che per ospiti, hanno fatto da incubatori del contagio. A emergenza finita cosa accadrà a queste persone? Verranno ributtate in strada a tirare a campare? E cosa accadrà del Maria Adelaide? Verrà richiuso?

Il nostro Paese si è trovato a dover affrontare un’emergenza sanitaria devastante e improvvisa. Il cigno nero che si pensava inesistente si manifesta ancora oggi e il sistema sanitario si è trovato per quasi un mese tutt’altro che pronto a fronteggiarlo.
Di fronte a questa situazione, è quanto mai necessaria un’analisi critica che sappia chiarirne le responsabilità politiche: essa è pura e semplice conseguenza di come sono state gestite fino ad adesso la formazione del personale, gli investimenti nella ricerca di base, l’organizzazione, o meglio la distruzione, del comparto sanitario e delle sue strutture.

Seguendo una logica improntata alla razionalizzazione, all’economicità, alla sistematica demolizione di un sistema sanitario che è frutto delle lotte sociali del passato siamo arrivati a dover contare un impressionante numero di morti e malati, anche e prima di tutto tra il personale sanitario, di persone colpite nella propria salute fisica e psicologica, nei propri affetti, come mai avremmo pensato fosse possibile.

Su tutto pesa l’egoismo di quei decisori politici che piangono miseria e rivendicano azioni dovute e tardive come se fossero grandi atti di eroismo.

Non possiamo inoltre non guardare con disgusto alla santificazione di quel personale medico sanitario nella realtà è invece fondamentalmente abbandonato a se stesso nella gestione della crisi. Se c’è qualcosa nell’epidemia che assomiglia ad una guerra è il trattamento riservato a chi si trova ad operare in condizioni di grave depauperamento: li chiamano eroi mentre li mandano al macello.

Puntiamo dunque il dito contro chi per anni ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, riducendo il personale e rendendolo precario, tagliando gli stipendi, chiudendo strutture all’avanguardia e presidi territoriali, disinvestendo e stornando fondi essenziali. Semplicemente, non sono state ascoltate le voci di chi metteva in guardia dal liberalizzare e introdurre dinamiche aziendali in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Uno striscione sul Maria Adelaide, un paio di settimane fa

Tornando al Maria Adelaide, chiediamo con forza che esso venga riaperto e non solo rispetto alla situazione emergenziale. Vogliamo che torni a fornire prestazioni mediche essenziali e di qualità, nell’ottica di riattivare presidi sanitari diffusi sul territorio.

Inoltre, vorremmo riuscire ad ampliare la riflessione e guardare alla pandemia non come una crisi momentanea, ma come un evento che si ripeterà: quante ondate di ritorno del Covid-19 avremo, o quali nuove malattie ci troveremo ad affrontare?

La situazione in cui ci troviamo oggi non è un caso o una fatalità ma è diretta conseguenza di quanto fatto e deciso in passato, errori che non dovremo più ripetere in futuro.

Cosa ci dice questa crisi del nostro presente?
Stanno emergendo in maniera sempre più drammatica le condizioni insostenibili in cui versano le persone disabili e i loro familiari, le donne che vivono situazioni di violenza domestica e i loro figli e figlie, le persone affette da disturbi psicologici e psichiatrici o da patologie pregresse.

Tutte situazioni che non si risolveranno col finire della crisi, ma che anzi andranno ad aggravarsi ed esploderanno, trascinando con sé altri nuclei familiari.
Inoltre, la sospensione di moltissimi esami di screening, dei controlli e servizi di routine, come impatterà sul sistema sanitario?

Passata l’emergenza ci si troverà di fronte ad un sovraccarico generale del già precario e oberato SSN e di chi vi lavora e, senza un’accurata prevenzione, moltissime persone si troveranno ad affrontare malattie diagnosticate in ritardo.
Tutto questo richiederà, come minimo, che le strutture predisposte per la pandemia da Coronavirus rimangano aperte e vengano implementate e rafforzate.

Ma non sarà sufficiente. La dura messa alla prova del SSN e la velocità con cui invece si sono moltiplicati posti letto indicando chiaramente che dopo l’emergenza non sarà possibile continuare con le politiche di tagli e chiusura degli ospedali, ma si dovrà invece intraprendere la strada opposta. Anche mantenendo e riaprendo i presidi diffusi sui territori.

Non ci si potrà più nascondere dietro la creazione di grandi poli sanitari, fondamentali ma non sufficienti a rispondere alle esigenze della popolazione. La prevenzione e la cura diffusa saranno strumento indispensabile per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute, sia fisica che psicologica.

A prescindere dall’appartenenza politica poi,  sia il centrodestra che il centrosinistra continuano a operare nell’ottica dell’emergenza, accentuando i toni propagandistici e distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo, contestualmente alla richiesta di riaprire l’Ospedale Maria Adelaide, vogliamo sottolineare l’importanza che rivestono gli ospedali delle Valli e nelle piccole cittadine, da anni sotto attacco e che in alcuni casi sono stati chiusi. La creazione di poli di eccellenza non può più escludere il mantenimento di strutture sui territori, che non vanno abbandonati a se stessi


Oltre a voler prendere parola, vorremmo che si avviasse un confronto pubblico, ora necessario più che mai. I tempi e i modi di questo confronto sono ancora tutti da immaginare, e vorremmo immaginarli insieme.

Abbiamo appreso infatti con preoccupazione delle dichiarazioni del Presidente della Regione sulle nuove restrizioni che intenderebbe porre in essere. Ad Alberto Cirio, il 25 marzo e ancora a inizio aprile, è bastato un giro in macchina per confermare la sua sensazione. “Venendo a Torino ho visto ancora troppa gente in giro”.

Ci chiediamo fino a quando si vorrà dispiegare l’esercito nelle strade, al netto di tutto attraversate da persone che, com’era prevedibile, sono attente al rispetto del distanziamento sociale, essenziale nella fase iniziale di ogni epidemia per tutelare la salute propria e delle e dei propri cari.

E fino a quando si vorrà ricorrere ai contatti personali tra politici, imprenditori e militari?
Ricordate le mascherine prodotte dalla Miroglio di Alba grazie all’intervento del governatore? Nei reparti ospedalieri non si sono viste. E la realizzazione dell’ospedale da campo alle OGR, frutto di un accordo personale tra il governatore e il genio dell’aeronautica militare?

Chi governa la crisi procede secondo i propri gusti personali, ansioso di farsi notare e senza capacità di pianificare e coinvolgere la popolazione e chi lavora in ambito sanitario.

Cittadine e cittadini, così come medici, infermieri, operatori e personale sanitario, che, nonostante chiedano maggiore attenzione e più investimenti nella sanità pubblica, sia in ottica emergenziale che per il futuro, non ricevono risposte.

I vari piani di realizzazione della Città della salute vanno nella direzione di una sanità sempre più concentrata geograficamente, a scapito dei servizi territoriali. La sanità viene venduta pezzo a pezzo alle fondazioni private per le quali la salute è una merce e che in queste settimane cercano di ingraziarsi il favore del pubblico mettendo a disposizione qualche posto letto. Il libero accesso alle professioni sanitarie è ancora contingentato dal numero programmato, che non viene messo in discussione nonostante sia evidente la logica autodistruttiva, classista ed elitaria alle sue origini.

Quando invece si interverrà per aprire nuove assunzioni, nuovi presidi sanitari sul territorio, nuovi e più larghi criteri di reclutamento del personale, la fine delle esternalizzazioni dei servizi e la fine della precarietà?

L’interno del Maria Adelaide in uno scatto di Samuele Silva

Non possiamo accettare che una tematica così importante e così sentita nel nostro quartiere, nella nostra città e nella nostra regione venga ancora ignorata.
Non si possono più avallare la dismissione e poi la svendita – o peggio ancora, l’abbandono- di ospedali come il Maria Adelaide, ad oggi chiuso ma per cui, oltretutto, si spendono decine e decine di migliaia di euro l’anno per il servizio di vigilanza di un edificio vuoto.
Crediamo che non si possa risolvere un problema che ha visto l’attivazione – anche se per ora comprensibilmente confinata alla sfera del digitale – di migliaia di persone, con qualche dichiarazione di parte.

Le reazioni a caldo dei politici sull’opportunità e sulla fattibilità non bastano. Anche alla luce dell’emergenza sanitaria in atto crediamo sia necessario ripensare il coinvolgimento della popolazione su questo tema.

Non possiamo più pensare di delegare a una ristretta cerchia di membri di partito il dibattito. Questo dev’essere portato a tutti i livelli della società. Il confronto pubblico che chiediamo va in questa direzione: le decisioni sulla sanità devono tornare patrimonio pubblico e non possono più essere subite in silenzio senza potervi incidere né partecipare.

Se le competenze tecniche sono essenziali è altrettanto essenziale che quelle competenze vengano condivise e che favoriscano una presa di parola e riflessione collettiva.


Le politiche sanitarie, intese come parte dell’organizzazione della società, devono tessere patrimonio della comunità. Questo è il nostro invito: con ogni mezzo possibile e necessario, prendiamo collettivamente parola per ogni servizio sospeso, per ogni ospedale chiuso!

SALUTE GARANTITA PER TUTTU? MA QUALE SALUTE? E PER CHI?

“Questa è la nostra vera condizione: quella che ci rende incapaci di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. È la condizione che ci è più congeniale e tuttavia quella più contraria alla nostra inclinazione: ardiamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e una base che ci permetta di edificare una torre che si elevi all’infinito; ma le nostre fondamenta scricchiolano e la terra si apre fino agli abissi”.

(Pascal in Pensieri) 

Nelle ultime settimane in molti abbiamo sentito l’esigenza di ragionare intorno al concetto di salute. Parlare di malattia in relazione all’emergenza legata alla pandemia del Covid-19 è diventata una dimensione totalizzante per le nostre vite. Riteniamo importante però partire da una riflessione a riguardo: di quale salute si sta parlando?

La crisi che stiamo affrontando ci mostra con evidenza come attualmente il concetto di salute sia fortemente ancorato ad un’accezione meramente biologica: salute come assenza di malattia.
Uno stato di “benessere” che permette ad un corpo sano – non infetto da un virus – di condurre la propria vita, portare avanti le proprie abitudini quotidiane e rispondere alle incombenze ordinarie. In fin dei conti, un corpo sano il necessario per andare a lavorare…

Mentre la modernità in qualche modo ci fa assumere la complessità, le istituzioni invisibilizzano ciò che non è facilmente risolvibile.  Ormai diamo per scontato che la salute – così come la malattia – sia un costrutto complesso nella sua dinamicità e sistematicità, frutto di processi sociali, culturali, economici e politici dipendenti tra loro.

La concettualizzazione della salute assume questa complessità – almeno in linea teorica – declinandola in uno stato di completo benessere fisico, ma anche psicologico e sociale. Dimensioni imprescindibili le une dalle altre, che però nella quotidianità della vita prescindono eccome.

L’attacco di un virus che sfugge al nostro sapere e la quarantena collettiva che ne è seguita, ci fanno invece interrogare su quanto la condizione umana sia precaria e fallace nonostante la narrazione di un occidente all’avanguardia. Un virus il cui contagio avviene principalmente attraverso il contatto più o meno stretto con una persona malata, che implica l’isolamento, la paralisi relazionale, la fobia sociale.

I sintomi possono risultare impercettibili, la trasmissione brutale, l’incubazione lenta e la prevenzione impossibile: nessun vaccino, solo la condizione umana in tutta la sua precarietà.

La malattia diventa dunque un evento sfortunato che minaccia o modifica irrimediabilmente la nostra vita individuale, e al contempo un disastro collettivo dalle conseguenze difficilmente prevedibili, almeno in parte.

Le misure restrittive necessarie per arginare il contagio richiedono la quarantena, come isolamento forzato nell’ottica di limitare fortemente i movimenti e i contatti delle persone e tra le persone. Sono necessarie prese di posizione da parte delle istituzioni nella direzione di ridurre la probabilità del rischio di infezione e di diffusione del contagio, che devono garantire la salvaguardia della salute collettiva. 

In questa condizione di quarantena necessaria a tutelare la salute, sembra tuttavia che nessuno o quasi si preoccupi della potenziale ed inevitabile esacerbazione della sofferenza psichica. Sofferenza psichica come dimensione strettamente congiunta a quella biologica e sociale. Sofferenza psichica come rischio sistemico – tra i tanti – per le soggettività, le collettività e per gli individui più fragili, oggi più di ieri.

Una distruzione della quotidianità che di fatto interrompe i servizi di base alla persona, servizi socio-assistenziali fondamentali per molti. Facendo cadere nuovamente la responsabilità sui singoli e il peso dell’assistenza sempre di più sulle famiglie, traducendosi in forme di frustrazione incontenibili che possono sfociare in inutili ricoveri coatti.

L’impennata dei  Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) è allarmante, a Torino assistiamo da giorni ad un costante aumento, il dato del 20 marzo nel capoluogo piemontese è di nove TSO, a fronte di una media inferiore ad uno al giorno.

Cosa vuol dire per una persona in cura essere costretta alla reclusione casalinga? Significa vedersi negare il supporto dei servizi sanitari e socio-assistenziali territoriali essenziali, interrompendo di fatto quella continuità terapeutica alla quale non viene data nessuna importanza. Non poter accedere ai servizi e ai centri diurni per disabili non autosufficienti e anziani, utenti psichiatrici minori e adulti, alla riabilitazione estensiva o di mantenimento.


Misure che se da un lato sono senz’altro necessarie per il contenimento del contagio virale e la salvaguardia della salute delle persone fragili, degli operatori e della società tutta, dall’altro dovrebbero tener conto di questa sofferenza sommersa ignorata fino a questo momento, e dai decreti stessi che di fatto non forniscono disposizioni chiare e valide su tutto il territorio nazionale neanche durante un’emergenza.

La priorità, per l’ennesima volta, non solo non viene data alla prevenzione e al sostegno dei soggetti più fragili, ma non viene nemmeno presa in considerazione quell’ottica globale all’interno della quale dovremmo guardare alla salute collettiva.

I centri di salute mentale restano aperti ma solo per situazioni contingenti ed urgenti sospendendo dunque la loro “attività ordinaria”, ogni realtà territoriale ha deciso per sé in base a disposizioni regionali, dei dipartimenti di salute mentale o dei singoli direttori sanitari.

Molte realtà hanno sospeso le attività per impossibilità di adottare i necessari dispositivi di sicurezza, mentre altre hanno continuato a garantire servizi di cura e assistenza sia nei servizi che a domicilio dei pazienti con le adeguate precauzioni.

Parecchie strutture residenziali per anziani e disabili sono state letteralmente chiuse con i pazienti e gli operatori dentro, vietando le periodiche visite o i ritorni presso il domicilio. Misure restrittive confusionarie e contraddittorie, nella totale incapacità di definire misure adatte ad attenuare l’impatto di un’emergenza.

Come riportato in un articolo di Napoli Monitor, la stessa Gisella Trincas, presidentessa dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, sottolinea: “Siamo fortemente preoccupati da una situazione che potrebbe essere fuori controllo. I servizi di salute mentale già soffrivano di una condizione di grande fragilità e disomogeneità sia nella organizzazione dei servizi che nelle pratiche operative. Nella situazione attuale in cui le persone fragili devono essere semmai maggiormente sostenute, questo comportamento oltre che inaccettabile è ad alto rischio per la salute dei cittadini”.

Tutto questo però è frutto di determinate scelte politiche, che hanno portato a drastici tagli per il sistema sanitario pubblico nazionale, ad un modello che ha visto una crescente ibridazione tra pubblico e privato, sempre a favore di interessi economici e a scapito della salute pubblica. La sanità è diventata sempre più di competenza regionale, espandendo un fenomeno a macchie di leopardo che ha messo a dura prova le realtà territoriali e la loro organizzazione.

In linea con questa tendenza le misure di contenimento del virus, atte alla salvaguardia della salute biologica di tutt@, o quasi – pensiamo alle e agli operai delle filiere non fondamentali – sono finite per peggiorare la condizioni di vita di chi già prima della pandemia si ritrovava nella condizione di dover ricevere e dare le cure.

Come ha sostenuto l’altro giorno David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi: “Non si può pensare che gli aspetti psicologici continuino ad essere affidati al volontariato o alla mobilitazione generosa di tanti psicologi o alle tasche dei cittadini, peraltro sempre più vuote. […] Occorre da subito potenziare e mettere a sistema ciò che esiste in modo tale che emergenza sanitaria e psicologica trovino una comune e coordinata strategia. Tenendo conto che l’emergenza psicologica avrà caratteri strutturali e conseguenze non brevi che vanno messe in conto”.

Senza una reale salvaguardia dei servizi di cura e assistenza alla persona c’è il reale rischio che il contenimento del virus faccia slatentizzare disturbi finora tenuti sotto controllo e mandi in burn-out chi di loro si occupa.

L’impatto psicologico della quarantena forzata, che prevede un deterioramento della salute mentale, la riduzione dei rapporti sociali e la perdita della solita routine vanno ad influire su angoscia, insicurezza e senso di impotenza. Senza dimenticare che le perdite finanziarie derivate dalla quarantena sono considerate un fattore di rischio rilevante per lo sviluppo di disturbi psichici. 

Comportamenti di evitamento e paranoici si diffondono, e le emozioni si amplificano. Far fronte ad una pandemia globale implica la paura di morire, di perdere i propri cari, del contagio, delle restrizioni della libertà, della povertà, della solitudine e della noia.

La paura gioca da protagonista, un meccanismo di difesa ad un pericolo esterno adattivo che può risultare disfunzionale se non viene correttamente canalizzato: la paura è senza alcun dubbio il vettore del cambiamento ma questo cambiamento può far sì che io mi occupi della mia paura o che me ne preoccupi.

Questa differenza sottile, riportata da Luigi d’Elia nel suo articolo sulla pandemia come Trattamento Sanitario Obbligatorio collettivo, implica una distinzione sostanziale: in un caso mi permette di adottare le misure necessarie a ridurre la probabilità del rischio di ammalarmi, a selezionare informazioni ufficiali e prendere precauzioni sensate, dall’altro vengo divorato in una voragine di angoscia che direziona i miei comportamenti verso tutto ciò che non è funzionale, anzi il più delle volte deleterio.
Tuttavia la reazione può altresì consistere in meccanismi di difesa che permettono di ergere dei muri attorno alle paure provate così da aver maggior controllo su di esse, negandole o direzionandole altrove.

Questa forma di schermatura dal reale, sfocia anche nel cinismo di alcune posizioni, provenienti per esempio dai vari Johnson, Bolsonaro, Confindustria e Confcommercio, difensive dello stile di vita neoliberista.

Uno stile di vita emblematico di un sistema economico e politico che mal distribuisce le proprie risorse, che è ancora fortemente restio ad assumere – per le concezioni di salute e malattia, ma non solo – un modello realmente bio-psico-sociale all’interno di un’ottica proattiva di prevenzione e promozione della salute.

E così lo stile di vita precede la vita stessa, nella totale incapacità di assumere che senza salute mentale non possa esserci salute. L’ennesima negazione che sostiene il realismo capitalista.

  • Illustrations of mental illness and disorders by Shawn Coss