Sullo “sgombero soft” di una palazzina dell’Ex Moi

Riportiamo la riflessione de* compagn* del CSOA Gabrio sullo sgombero definito “soft” dai giornali di una delle palazzine occupate dell’Ex Moi a Torino. L’Ex Moi è occupato dal 2013 da diversi migranti, singoli e famiglie. La volontà dell’amministrazione pentastellata torinese è quella di procedere “umanitariamente” alla “liberazione” di tutte le palazzine (cinque) occupate entro la fine del mandato (2021).

 

Fonte: Gabrio

 

“CRONACA DI UNO SGOMBERO DOLCE
Ieri i quotidiani ci raccontavano con aria trionfalistica dello Sgombero dolce in salsa Torinese, ma il dolce a volte provoca carie e nausea. Per tutto il weekend si sono susseguiti segnali che indicavano Lunedì come il “gran giorno” , tra messaggi anonimi , voci di occupanti avvertiti per telefono e la presunta convocazione di 5 mediatori per il lunedì alle 5,00. Data l’insistenza delle voci alcuni occupanti hanno fatto le valigie e si sono trasferiti nelle altre palazzine , altri se ne sono andati del tutto, qualcuno si é chiuso in stanza . Alcuni invece hanno passato la notte dandosi i turni davanti alla porta della palazzina, evitando però di barricarsi dentro ,come avevano già deciso nelle assemblee degli ultimi giorni. Alle ora 6,00 di Lunedì,confermando quanto dicevano le voci ,si sono presentate una decina di dolcissime camionette di celere e una sessantina di dolcissimi Digos, che travolgendo abitanti e solidali davanti all’ingresso hanno fatto irruzione nella palazzina. Tutta l’area è stata circondata da anti sommossa e invasa da scientifica, cinofila , funzionari e giornalisti .Solo dopo è arrivato il gruppo di mediatori e ancora più tardi il tristemente noto Project Manager dello “sgombero umanitario” ,ovvero il personaggio che ha fatto arrestare ben 4 occupanti nei mesi scorsi ,con accuse ridicole. Una prova muscolare che di dolce e soft non aveva nulla , probabilmente si aspettavano un po’ più di resistenza.
Poco dopo l’irruzione alcune persone , per lo più anziani e donne con bambini ,sono scese con le valigie già pronte , lasciandoci pensare che già sapevano , altr* invece non hanno aperto le porte all’insistente bussare , molti non erano in casa al momento dell’irruzione e il cordone di celere non li faceva accedere a prendere i loro averi ,se non dopo lunghe discussioni (in tarda serata arrivavano ancora persone che scoprivano che gli era stata murata la casa) In totale si parla di un ottantina di persone sgomberate e portate all’ Hub di Settimo, per essere poi smistate nei prossimi giorni nelle soluzioni abitative della cooperativa BABEL (ex Terra del fuoco), vincitrice del primo lotto di carne umana . L’unica voce confortante è che le famiglie verranno tenute insieme,staremo a vedere . In ogni caso 80 persone non rispecchiano la capacità della palazzina , molti come già detto si erano spostati negli altri palazzi , molti di più tra uomini e donne invece in questo periodo sono a Saluzzo e nel foggiano a fare i braccianti .Alcuni di questi ultimi infatti chiamavano preoccupati chiedendo dove sarebbero andati ad abitare una volta tornati a Torino. C’è da scommettere che queste persone hanno perso la casa e quanto gli è stato murato dentro e non essendo presenti in queste settimane e non potendo esserlo nelle prossime ,non avranno neanche una ricollocazione all’ interno del progetto . Stando ai numeri da una palazzina che nei periodi invernali offre riparo a 180 persone ,solo 80 sono state sgomberate e inserite nel progetto di Compagnia di San Paolo,non capiamo come davanti a questi dati i fautori dello sgombero possano cantare vittoria. Un particolare interessante è che i funzionari del Progetto abbiano distribuito i tanto agognati titoli di viaggio ai Somali presenti nella palazzina , diritto che la prefettura di Torino negava senza un perché da 5 anni . Probabilmente la promessa dei documenti ha fatto sì che in molti e molte si siano in fine rassegnati allo sgombero e al reinserimento nell’ennesimo ed inutile percorso di accoglienza con durata di un anno senza opporre grande resistenza,rendere ricattabili le persone negando dei diritti fondamentali ha dato i propri frutti. In conclusione ora sono tutti contenti, San Paolo, Appendino, Salvini, il questore e le cooperative. Fra un anno invece le persone sgomberate si troveranno di nuovo in mezzo a una strada, ma chissà che con i titoli di viaggio non vadano a portare il problema altrove in Europa”.
CSOA Gabrio
Di seguito una nostra riflessione su un’immagine dello sgombero che -speriamo- non faccia il giro del mondo e non diventi simbolo di qualcosa che non c’è.

Fonte: La Repubblica Torino

Speravamo che la sindaca Appendino collegandosi dalla sua pagina facebook ci spiegasse cosa si intende con la dicitura “sgombero dolce” della palazzina marrone dell’ex MOI. Speravamo che i giornali che così hanno definito l’operazione di polizia di stamattina lo chiarissero. Ci sarebbe piaciuto sapere come può uno sgombero essere “dolce”, essendo uno sgombero per definizione un atto di forza e violenza. Subdola forse, ma sempre di violenza si parla, violenza anestetizzante.
Nel frattempo scorriamo i titoli dei giornali con un moto di schifo e ribrezzo. La narrazione mediatica sul MOI raggiunge in queste ore livelli disgustosi. Oltre alla nuova definizione di sgombero soft, che nessuno sa esattamente cosa sia ma che assomiglia tanto a qualsiasi altro sgombero altamente mediatizzato e ammantato di buoni sentimenti e politicamente corretto, anche i funzionari di polizia non mancano di sfilare sulla passerella delle celebrità. Tra tutti Ferrara della DIGOS, che non è nuovo all’insulto e alla provocazione a danno dei manifestanti (https://youtu.be/EPXHUxBO6dI qui una chicca che lo ritrae nei panni di un novello Tex Willer intento ad amministrare la giustizia a suon di sganassoni gratuiti), che a Torino in tante e tanti hanno avuto modo di incontrare senza un obiettivo fotografico a mediare. Come il poliziotto che a Roma i giornali ebbero cura di schiaffare su tutte le prime pagine per giorni mentre “accarezzava” una migrante sgomberata, e che venne poi ripreso nel solerte adempimento del dovere (leggi “rincorrere migranti manganello alla mano”), anche a Torino non si manca di lodare silenziosamente i funzionari di polizia per la loro “umanità” prontamente esibita davanti agli obiettivi delle fotocamere. Ora una bambina oltre ad essere stata sbattuta per strada subisce l’ennesima violenza mediatica, diventando suo malgrado simbolo di qualcosa che non esiste, che è pura ideologia, volgare e ipocrita narrazione senza alcun contatto con la realtà. Simbolo di una società in cui vigono la pace e l’integrazione.

Che cos’è uno sgombero dolce? Azzardiamo un’ipotesi: è sbattere gente per strada irrompendo nelle loro case alle cinque del mattino, murare gli ingressi, blindare una strada, filmare solidal* e fare gli smargiassi dietro occhiali da sole a specchio forti dell’impunità assoluta, mentre i giornali parlano di situazione tranquilla, ragionevolezza degli occupanti, concordia di tutti gli attori istituzionali coinvolti, che ottengono tutti la loro fetta di torta alla celebrità.
Col sorriso esibito alla bisogna.

Solidarietà alle persone sgomberate dell’ex MOI.

Nessun* Norma: un bilancio collettivo

Il 28 giugno, anniversario dei moti di Stonewall Inn, abbiamo bloccato le strade della città, contro ogni frontiera e confine imposto sulle nostre vite e ai nostri corpi.

Di seguito un contributo collettivo delle realtà e soggettività che hanno dato vita a questo percorso. Una riflessione a partire da quella giornata, con lo sguardo rivolto ad un futuro di rivolta, autodeterminazione e lotta contronatura!

 

Il 28 giugno a Torino è stato Pride, dunque è stata Rivolta. Anzitutto rivolta contro le frontiere, quei limiti artificiali attraverso cui in secoli di dominio le classi privilegiate di tutto il mondo hanno arginato in strette maglie repressive i corpi, le identità, le libertà sociali e politiche delle persone.

Il 28 giugno si è riconquistato lo spirito spontaneo, agitato e orgoglioso della rivolta di Stonewall per ricordare e riaffermare la necessità assoluta degli elementi dell’auto-organizzazione, dell’iniziativa spontanea e libera, quando è la libertà ciò che si cerca.

Abbiamo ribadito che chi è marginalizzato non è per questo marginale, residuale nel mondo, ma che le individualità e collettività represse sono la maggior parte dei corpi che ogni giorno si incrociano nelle vie alienanti, gentrificate e pervasivamente sorvegliate delle città. Dai vicoli, dalle periferie, dalle case e dagli spazi sociali che resistono (anche sotto le continue minacce e operazioni di sgombero), da collettivi auto-organizzati e da spontanee individualità si è sces* in piazza sotto il grido comune della necessità di rifiutare il concetto di norma per la normalità.

Nessuna autorizzazione, nessun patrocinio, nessuna istituzione, nessuna caparra, nessuna scorta privata, nessun codice etico o di condotta, nessun manuale del decoro o delle buone maniere. Ancora, nessuna frontiera.

FRONTIERE CHE ABBIAMO INIZIATO A SCALFIRE
Questa iniziativa, nata nello spirito condiviso appena riassunto, ha trovato nella sua prima versione sperimentale una serie di punti di forza da cui ripartire per avviare percorsi di approfondimento e per aprire linee di rottura.

Innanzitutto, raccogliere il sentimento di rivolta di tante realtà e soggettività che hanno deciso di riappropriarsi dello spazio di azione pubblico ormai fagocitato dal Comune, primo fra tutti, che mentre sgombera, gentrifica e sperpera denaro pubblico per grandi eventi speculativi, si tinge di arcobaleno accompagnando l’apertura del corteo organizzato ogni anno dal Coordinamento Torino Pride GLBT, assicurandosi che ogni esponente delle istituzioni possa emergere abbastanza da fare campagna elettorale; che ogni tir delle discoteche LGBTQIA+ torinesi possa posizionarsi strategicamente in tutta la parata e lucrare su un’iniziativa che dovrebbe essere assolutamente politica e volta all’interesse collettivo, e non privatistico lucrativo; che servizi di sicurezza privata possano contenere eventuali situazioni di disordine legate a fattori reputati degradanti quali la nudità, l’apertura di striscioni e la diffusione di volantini che fanno emergere queste contraddizioni rilanciando su proposte di condivisione e attivazione in ottica intersezionale e realmente sovversiva dell’esistente.

Ecco dunque che si può rilevare il secondo, importante punto di forza del Pride Nessun* Norma: l’eterogeneità della composizione e l’intersezionalità delle lotte. Sulla spinta propulsiva di cui sopra, è stato possibile finalmente mettere in pratica quanto da decenni è rimasto nelle analisi teoriche, ossia la necessità di immaginare spazi di conflittualità e liberazione collettiva che andassero a rivendicare il ribaltamento dei pilastri portanti fisici, politici ed economici dei sistemi di dominio nel loro complesso.

Non battaglie strettamente settarie, non l’auto-segregazione delle lotte politiche, ma scontro e liberazione su ogni fronte in cui oggi si verificano prevaricazione, oppressione e sfruttamento, in cui si alza la frontiera in favore del soggetto privilegiato e a scapito di quello considerato deviante, incivile, sovversivo. Sulla base di questo slancio, chi ha sfilato e attraversato le strade di Torino quel giorno ha potuto riconoscersi in una dimensione di rivalsa dirompente, in cui ogni soggettività si è espressa in maniera totalmente libera, comunicando le proprie rivendicazioni a chi si incrociava per strada, lasciando simboli chiari sui muri e sull’asfalto di Torino per svelare chi siano i nostri nemici oggi e quali siano le contraddizioni, le ambiguità e le macchinazioni che bisogna scardinare e mettere a nudo per raggiungere una concreta distruzione delle frontiere anatomiche, di genere, economiche, etniche, geografiche e politiche.

Non a caso, dato l’altissimo potenziale incisivo dell’iniziativa, si è verificata, sia nelle azioni attuate nella giornata del 16 giugno volte a criticare la concezione e l’organizzazione del corteo del Coordinamento Torino Pride, sia nei giorni immediatamente precedenti al Pride del 28 giugno Nessun* Norma, un’elevatissima stretta repressiva da parte degli apparati delle forze dell’ordine, i quali per esplicite ragioni politiche hanno tentato in più occasioni di tramortire la nostra voce e la nostra presenza in piazza, operando poi, nei giorni successivi, mosse intimidatorie nei confronti di coloro che hanno partecipato alle assemblee e ai momenti di confronto in vista del 28 giugno.

Ciò che è senz’altro da rilevare, è il dato emblematico per cui nella stessa città in cui le istituzioni partecipano a eventi LGBTQIA+, considerati alla stregua di un importante bacino di voti, ci sia invece tutt’altro atteggiamento rispetto a Pride Altri, dove a contare non sono la spettacolarizzazione e la decorosità, ma le rivendicazioni politiche che in maniera intersezionale colpiscono l’esistente: un atteggiamento di completa chiusura, intimidazione, allarme e blindatura degli spazi pubblici.

A ogni modo, come si è visto, le operazioni di tentata censura, neutralizzazione e minaccia delle forze dell’ordine non sono servite a frenare la risacca dei Pride grazie a Nessun* Norma, che infatti il 28 giugno ha dato luogo a un buon primo esperimento di riconquista collettiva, ottenendo, peraltro, un’inaspettata ed entusiasmante solidarietà da parecchi soggetti e soggettività di altre città d’Italia. Questo è senza dubbio il terzo punto di forza da evidenziare, per nulla accessorio nella fase di bilancio rispetto a questa giornata di lotta.

Infatti, la situazione torinese, tra parate organizzate in modo da risultare assolutamente neutralizzate del loro portato politico, il controllo da parte di polizia e agenzie di sicurezza privata, la commercializzazione e il lucro, rappresenta solo un esempio di una deriva che è, seppur con le dovute differenze, maggioritaria in tutto il suolo nazionale e internazionale, e che pertanto attua la stessa soffocante repressione nei confronti di quegli altri soggetti e soggettività che come noi hanno cercato di sollevare contraddizioni e riportare in una dimensione di lotta quella che è diventata una mera ritualità composta.

Infatti, gli episodi a cui già prima si è accennato (rottura di striscioni, identificazioni, prescrizioni, sequestro di volantini, lancio di fumogeni ad altezza uomo) si sono verificati anche in molte altre città italiane nel mese del Pride. Nessun* Norma ha suscitato a livello nazionale un interesse e una solidarietà diffusa costituendo una coraggiosa e irriverente prima volta in cui si passa dall’insofferenza dovuta al senso di inadeguatezza, a una collettiva presa di parola e delle strade in modo libero e auto-organizzato.

L’auspicio è dunque che in vista dei prossimi mesi e della prossima stagione dei Pride globali, si possa partire con il giusto anticipo per avviare discorsi e concretizzare idee attraverso il confronto con tanti altri soggetti e soggettività che quest’anno non hanno potuto prender parte alla data del 28 giugno, ma che hanno espresso interesse e si sono riconosciute nello spirito e negli obiettivi dell’iniziativa.

INIZIATIVA CHE NON VUOLE ESSERE EPISODICA, MA AL SERVIZIO DELLA NASCITA DI FUTURI PERCORSI PIÙ MATURI, PARTECIPATI E INC(I)/(LU)SIVI.
Nella prospettiva di lavoro che vede nel singolo evento la realizzazione conclusiva di un’iniziativa collettiva, evidentemente le eventuali considerazioni circa gli effetti positivi e negativi rimarranno inscritti nei soli obiettivi raggiunti e falliti limitatamente a quel singolo evento.

Ebbene, Nessun* Norma, partendo dalla prospettiva inversa, ossia quella di raccogliere elaborazioni, sentimenti e necessità politiche proprie di una forte potenzialità, ma che non trovava esplicitazione concreta, e volendo in questa occasione esplicitarla collettivamente per poi, in un secondo momento, avviare dei percorsi di approfondimento, sistematizzazione e lotta duratura, ci obbliga a un’inversione di prospettiva nelle valutazioni da fare circa il futuro.

I risultati della giornata del 28 giugno sono dunque da assimilare e valutare come le premesse di percorsi che devono tutti ancora essere intrapresi nel concreto, nella sperimentazione quotidiana, costante e perseverante, come un concreto percorso di erosione che si concentrerà in iniziative future di ampia chiamata e coinvolgimento.
Sebbene molte risposte siano già state date e molte proposte già state messe in campo in questa prima giornata di Pride Altro, il fatto che siano rimasti una molteplicità di interrogativi aperti deve chiamarci a una presa collettiva di responsabilità ricca di stimoli e possibilità di rotture e riconnessioni determinanti.

Riprendendo stralci di alcuni contributi pubblicati durante la costruzione della giornata del 28 giugno, sicuramente i percorsi su cui approfondire l’elaborazione e radicalizzare le lotte rimangono quelli dello smascheramento e distruzione della frontiera come concetto da risignificare in senso più ampio e da distruggere con pratiche intersezionali.
Ci troviamo a fronteggiare un sistema capitalistico parastatale di valorizzazione economica del sistema di accoglienza (il cosiddetto business dell’accoglienza), tutto a vantaggio di alcune grandi cooperative e di piccoli o grandi palazzinari.

La discriminazione tra “richiedenti asilo” e “migranti economici” ha determinato una moltiplicazione delle strutture logistiche in cui la merce-migrante viene spostata e “accolta”, concedendo ai primi le forme più umanitarie e ai secondi quelle più repressive e liberticide di un sistema unitario di accoglienza-controllo-detenzione. Oggi, lungo la linea della cittadinanza e della razza, si decide la vita e la morte delle persone: superare la frontiera significa rischiare la vita (o l’arresto) nell’attraversamento; non provarci nemmeno significa vivere sotto il controllo paternalistico dei paesi d’accoglienza. I percorsi futuri verso i nostri Pride non chiederanno di aprire i porti per accogliere i migranti, ma di aprire i porti e tutte le frontiere oggi chiuse, per non dover accogliere nè infantilizzare nessun* e lasciare ciascun* liber* di scegliere le proprie prospettive e la propria meta.

Ancora, l’altra grande frontiera su cui incrementare lo scontro è quella della rifamilizzazione della cura e della riproduzione sociale, che scarica come sempre sulle donne la cura della casa e della famiglia. Non a caso, la governance in questo decennio ha, in forme diverse, sempre riaffermato la centralità e la normatività della famiglia tradizionale, etero-patriarcale e mononucleare. La violenza strutturale di genere sui corpi delle donne viene dalla base binaria stessa del concetto di genere: è violenza del genere, l’obbligo forzato a riconoscersi nel maschile o nel femminile e riprodurne ruoli e stereotipi imponibili dall’esterno. Da una prospettiva femminista intersezionale, crediamo che soltanto lotte e alleanze non identitarie possano effettivamente liberare tutte le differenze, tutte le identità, rompere la gabbia oppressiva del binarismo di genere in quanto tale, e da questo ripartiremo.

DELLA FESTA, DEL CONSENSO
In conclusione, va fatta una disamina rispetto a ciò che significa rendere libero e attraversabile da tutt* lo spazio collettivo, i momenti di conflitto e di festa. Quest’anno, terminato il Nessun* Norma Pride, si è organizzata una festa al Parco del Valentino, luogo pubblico di cui ci si è appropriati per una sera con l’obiettivo di festeggiare e ricavare un benefit economico per l’esperienza di autogestione e conflitto del rifugio Chez Jesus a Clavière, in continuità con i temi e gli obiettivi della giornata.

Tra le priorità, oltre all’elemento dell’autofinanziamento, è rimasto l’obiettivo profondamente politico della messa in pratica della liberazione dei corpi e dell’attraversabilità dello spazio collettivo al di fuori delle solite logiche consumistiche, lucrative, reificanti e prevaricatrici tra i soggetti partecipanti. Tuttavia, il primo enorme scoglio con il quale ci si è dovuti raffrontare è stato quello di rendere sicuri spazi che appartengono a un mondo intriso di molestie e violenze di ogni tipo.

Se da una parte la retorica dominante rispetto al tema della sicurezza si appiattisce attorno alla necessità della militarizzazione e del controllo poliziesco figli proprio di quei sistemi di dominio e repressione che noi aborriamo in tutto e per tutto, la nostra azione è stata rivolta alla creazione di un contesto di auto-determinazione, riconoscimento e rispetto di ogni forma di espressività del momento di festa. In termini concreti, ciò si è tradotto in una serie di pratiche volte alla prevenzione e comunicazione della volontà di non tollerare qualsivoglia soggetto e azione dai caratteri molesti o violenti. Si sono realizzate aree limitrofe alla dance-hall nelle quali confrontarsi sul tema del consenso, sull’uso di sostanze in prospettiva anti-proibizionista e sulla liberazione dei corpi.

Nelle zone del parco dove si è tenuto l’evento, inoltre, si sono adottate una serie di “armi improprie” con l’obiettivo di provocare scandalo fra gli eventuali soggetti dagli intenti razzisti e omotransfobici. Si tratta di semplici strumenti quali glitter, adesivi con slogan sui temi del Nessun* Norma Pride, bigliettini con spunti di riflessione sul tema del consenso, dildo e trucchi di ogni genere. Qualora ci fossero state reazioni repulsive immediatamente riconducibili a disgusto o disapprovazione, si sarebbe affrontata la situazione spiegando le finalità della festa e il clima che voleva animarla, invitando a lasciare l’area qualora non si fosse stati disposti a mettersi in discussione.

In ottica preventiva, pur consapevoli che si trattasse di una sperimentazione non priva di limiti, questi strumenti hanno senza dubbio svolto una funzione determinante nella buona riuscita dell’evento. Tuttavia, se si parte dal presupposto che i luoghi sicuri li facciano le persone che li attraversano, va da sé che i luoghi pubblici o aperti al pubblico attraggano necessariamente persone che si uniscono all’evento come se fosse l’ennesima iniziativa di un qualsiasi locale della città, e che non sempre possono essere contenute e respinte attraverso azioni di prevenzione, facendo venir meno, di conseguenza, ogni certezza rispetto al possibile verificarsi di eventi indesiderati. Fin dall’inizio, perciò, nell’organizzare la festa, ci si è interrogat* a lungo sul forte rischio di situazioni prevaricatorie e violente da risolvere senza fare ricorso alla replica becera degli stessi schemi machisti, muscolari e prevaricatori contro i quali ci battiamo costantemente.

Nella maggior parte dei casi, i fenomeni di molestia sono stati tentati d’essere gestiti grazie alla comunicazione tra le persone partecipanti, le quali tempestivamente si adoperavano affinché gli agenti delle molestie si allontanassero dalla festa. Tuttavia, in almeno due frangenti, gli episodi sono stati di una gravità tale da rendere molto più complessa la risoluzione rapida ed efficace degli stessi, comportando, giustamente, sia l’interruzione dell’evento sia l’attivazione collettiva volta a respingere gli agenti violenti, che però hanno impiegato diverso tempo ed energie prima di allontanarsi dal parco. Anche qui l’esperienza in sé, con i limiti che l’hanno accompagnata, non deve risolversi nella presa d’atto di un fallimento, ma deve costituire un punto di partenza per sviluppare, migliorare e ulteriormente riflettere riguardo alle modalità di costruzione e gestione di una dimensione di svago sicura e non escludente.

Non dobbiamo quindi scoraggiarci, ma continuare e rendere pratiche delle riflessioni che, sulla scorta di quanto successo, possano portarci a riesaminare incessantemente la questione ribadendo le esigenze e le finalità che l’hanno sorretta fin dall’inizio. Per questo è fondamentale riconoscere il fatto che, pur avendole precedentemente considerate, abbiamo sottovalutato alcune condizioni di partenza – come, per esempio, l’estrema permeabilità e dispersione del contesto della festa in uno spazio come il parco del Valentino – che hanno ecceduto il piano di costruzione e di intervento di uno spazio sicuro per come ce lo eravamo immaginat* nel percorso che ha preceduto e costruito la festa.

Nel restituire queste prime impressioni, ribadiamo infine come la giornata del 28 giugno di Nessun* Norma, il corteo, le azioni pomeridiane e la festa conclusiva, la gioia e l’entusiasmo dei nostri corpi, non siano un’esperienza chiusa e archiviabile ma la prima concretizzazione di un percorso che ancora ha molto da condividere, migliorare e incidere. Proprio per questo invitiamo chiunque voglia contribuire con stimoli e spunti di riflessione a scrivere e condividere le proprie percezioni personali o aneddoti ed episodi utili a porre interrogativi su come proseguire e arricchire quest’esperienza di lotta e liberazione collettiva.

Alla lotta dura contronatura!
Nessun* Norma

28 giugno: Pride è rivolta! Verso una giornata di intersezionalità delle lotte

Il prossimo giovedì 28 giugno attraverseremo le strade di Torino con un Pride indecoroso e antirazzista, contro l’eteronormatività, gli stereotipi di genere e tutte le frontiere che dividono e discriminano gli esseri umani. Scenderemo in piazza per rivendicare l’autodeterminazione dei nostri corpi, delle nostre vite e dei nostri spazi. Vogliamo piena libertà di movimento e di espressione per tutte le persone; pieni ed eguali diritti indipendentemente dall’identità di genere, dall’orientamento sessuale, dalla cittadinanza nazionale o dall’occupazione lavorativa. Vogliamo riappropriarci dello spazio pubblico, contro le ordinanze per il decoro urbano e per la sicurezza, contro la militarizzazione e la repressione. Vogliamo farne uno spazio di liberazione collettiva a partire da noi, dalle singolarità, dalle infinite diversità di ciascun* e dalla ricchezza delle relazioni interpersonali genuine e non normalizzate.

Sarà l’anniversario della rivolta dello Stonewall Inn, quando il 28 giugno del 1969 le soggettività lgbt reagirono alle provocazioni della polizia all’interno del noto locale newyorkese, rifiutarono il ruolo di vittime designate e affermarono collettivamente il diritto a essere se stess* ovunque, dagli spazi pubblici ai luoghi di lavoro alla famiglia. Sin dall’origine Pride è rivolta.

Da quella memoria sentiamo l’esigenza di una giornata di lotta, autorganizzata e autoconvocata. Non abbiamo ritenuto più sufficiente soltanto la piazza indetta dal Coordinamento Torino Pride, aperta da discutibili istituzioni locali, attraversata da moltissimi esercizi commerciali e sorvegliata da addetti alla sicurezza privata. Nella cappa familista, omofobica e razzista che attanaglia il dibattito pubblico del nostro Paese, crediamo che come soggettività transfemministe, queer e LGBT*TIQA, precarie e migranti si avverta l’urgenza di riprendere la parola e iniziativa in prima persona, senza nessun tipo di ambiguità, senza che qualcuno pretenda di raccogliere voti e consensi rappresentando alcune nostre rivendicazioni (e tradendone un’infinità di altre), senza che qualcuno sia retribuito e armato per difenderci, senza che qualcuno lucri sui nostri orientamenti e sulla nostra socialità.

 

La governance neoliberale ha sfoderato il suo volto brutale, violento e autoritario. Ci ha impoveriti e abbandonati a noi stessi, legalizzando condizioni di lavoro neo-schiaviste, smantellando i diritti sociali, sottoponendoci a una vita di ricatti e scatenando una guerra tra poveri per le briciole della ricchezza sociale. Come precari* attraverseremo il Pride per ribadire che la ricchezza sociale è di chi la produce; vogliamo riappropriarci di salari dignitosi che non obblighino nessuno a lavorare per 5€ l’ora o persino gratuitamente, vogliamo luoghi di lavoro sicuri e un welfare universale, individuale e incondizionato. La governance ha chiuso e le frontiere interne ed esterne dell’Europa, militarizzato le stazioni e i quartieri razzializzati delle nostre città, e lucrando sulla vita dei migranti. Si è sviluppato un sistema capitalistico parastatale di valorizzazione economica del sistema di accoglienza (il cosiddetto business dell’accoglienza), tutto a vantaggio di alcune grandi cooperative e di piccoli o grandi palazzinari. La discriminazione tra “richiedenti asilo” e “migranti economici” ha determinato una moltiplicazione delle strutture logistiche in cui la merce-migrante viene spostata e “accolta”, concedendo ai primi le forme più umanitarie e ai secondi quelle più repressive e liberticide di un sistema unitario di accoglienza-controllo-detenzione. Oggi, lungo la linea della cittadinanza e della razza, si decide la vita e la morte delle persone: superare la frontiera significa rischiare la vita (o l’arresto) nell’attraversamento; non provarci nemmeno significa vivere sotto il controllo paternalistico dei paesi d’accoglienza. Il nostro Pride non chiederà aprire i porti per accogliere i migranti, ma di aprire i porti e tutte le frontiere oggi chiuse, per non dover accogliere nè infantilizzare nessun* e lasciare ciascun* liber* di scegliere le proprie prospettive e la propria meta.

 

 

Lo smantellamento e la privatizzazione neoliberale del welfare, nel decennio della crisi del debito pubblico, si è tradotto nella rifamilizzazione della cura e della riproduzione sociale, che scarica come sempre sulle donne la cura della casa e della famiglia. Non a caso, la governance in questo decennio ha, in forme diverse, sempre riaffermato la centralità e la normatività della famiglia tradizionale, etero-patriarcale e mononucleare.Ben prima dei Salvini e dei Fontana al governo, la legge Cirinnà sulle unioni civili offriva un parziale riconoscimento e avanzamento nei confronti delle soggettività lgbt, ma al tempo stesso riaffermava la famiglia uomo-donna come norma rispetto a cui le unioni civili erano un’eccezione, secondo il tipico movimento di “inclusione differenziale” delle minoranze sessuali.

La struttura alla base della violenza di genere sulle donne e delle discriminazioni omofobiche verso le soggettività non etero e non cis (che non riproducono il proprio sesso biologico) è la stessa: quella della norma eterosessuale binaria. Il binarismo di genere, escludendo ogni possibilità fuori dalla coppia uomo/donna, connette al sesso assegnatoci alla nascita un’identità di genere definita (maschile o femminile) e un ruolo sociale ad essa corrispondente. Da un lato, la logica binaria A/B elimina ogni possibilità di riconoscere C, D, E, F…. Ogni formazione del pensiero, del discorso e della società è irrigidita secondo il principio del terzo escluso. Dall’altro, se l’immagine evocata sembrerebbe quella di due binari che corrono in parallelo, i due poli del genere sono costruiti invece come identità opposte e asimmetriche: il femminile è confinato a un ruolo di subalternità, al genere che deve essere sedotto, conquistato, protetto, tranquillizzato, a cui scaricare la cura della casa e della famiglia. Dall’ambito linguistico a quello lavorativo, passando per ogni livello dell’esistenza sociale, l’asimmetria è palese. Il dato strutturale della violenza (violenza fisica e violenza economica) sulle soggettività femminili viene sistematicamente occultato, riducendo ogni episodio a episodio di cronaca nera. L’identità dominante del maschio eterosessuale riduce, nelle nostre società, le soggettività queer, gay/lesbo, trans e intersex a scarto, a fuori norma, affinché quelle persone alla nascita di sesso femminile siano ricondotte alla femminilità (e idem per il sesso maschile).

Come scrivevamo all’indomani dello sciopero transfemminista dell’8 marzo, la violenza strutturale di genere sui corpi delle donne viene dalla base binaria stessa del concetto di genere: è violenza del genere, l’obbligo forzato a riconoscersi nel maschile o nel femminile e riprodurne ruoli e stereotipi. Da una prospettiva femminista intersezionale, crediamo che soltanto lotte e alleanze non identitarie possano effettivamente liberare tutte le differenze, tutte le identità, rompere la gabbia oppressiva del binarismo di genere in quanto tale. Ci avviciniamo a questo Pride in continuità con le riflessioni con cui abbiamo attraversato le mobilitazioni femministe più recenti. Pensiamo che per il 28 giugno vada rilanciato lo sciopero dei e dai generi, recuperando alcune delle intuizioni legate a questo pratica di sciopero sociale, attraversandolo come momento in cui ci sottraiamo ai ruoli predefiniti imposti dalla nostra identità di genere, come interruzione della riproduzione dell’ordine binario.

 

Il 28 giugno il Pride partirà da Piazza Palazzo Città, sede del Comune di Torino, perché ci pare utile sottolineare le contraddizioni insanabili e il misero rainbow washing che caratterizzano la giunta comunale pentastellata. Proclamatasi esplicitamente gay friendly sin dal suo insediamento, e istituito persino l’altisonante «assessorato alle famiglie» – fingendo poi che il  Ministero della Famiglia presieduto da un neofascista anti-abortista sia un problema che non la riguarda – la giunta ha tradito in questi due anni gran parte delle domande di emancipazione sociale e di tutele delle cosiddette minoranze che l’avevano portata al governo della città, preoccupandosi invece della piena compatibilità opportunistica con le elites burocratiche ed economiche che governano effettivamente la città.

La giunta si è impegnata nell’approvazione di ordinanze anti-movida, che reprimono la libertà di movimento e di espressione dei corpi e della socialità nello spazio pubblico. Assumendo il volto tipicamente paternalistico del potere, questa vorrebbe imporci limiti stringenti alle nostre libertà personali, stabilendo dove possiamo sederci a chiacchierare con una bevanda in mano e dove invece non possiamo farlo. La stessa giunta, d’altronde, ha dato il via libera, durante questi due anni, allo sgombero di alcuni spazi sociali della città (tra cui la stessa Manituana lo scorso 16 maggio), per quegli spazi che non si sono resi disponibili alla regolamentazione civica legalitaria. Il modello applicato alle esperienze autogestite consiste in un aut aut tutto volto alla controllo e alla legalità: o si accetta che quelle esperienze siano ridotte a meri spazi di discussione critica, a luoghi di cultura “alternativa” ma politicamente inoffensivi, oppure verrà chiesto e condotto lo sgombero insieme ai poteri repressivi della città. Ordinanze per il decoro urbano e il silenzio notturno, sgombero degli spazi autogestiti e dei campi rom rivelano il vero volto della giunta Appendino: quello della normalizzazione delle relazioni sociali, dell’imposizione di una “norma” con cui incontrarci e socializzare, quello della securizzazione dello spazio pubblico.

La stessa giunta che entrava a Palazzo Civico sventolando le bandiere NoTav e dichiarandosi nemica delle grandi opere, insiste oggi per la candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026, scatenando sdegno persino all’interno dei suoi stessi militanti e consiglieri. Dopo che le Olimpiadi del 2006 hanno prosciugato le casse pubbliche comunali, generando un debito enorme che ha massacrato i servizi pubblici e qualsiasi possibilità di politica sociale a livello locale, una nuova grande opere olimpica è in via di progettazione per la nostra città. Come ogni grande opera, le Olimpiadi del 2026 porterebbero vantaggi economici immediati a chi si aggiudicherà gli appalti di risistemazione delle strutture, ma effetti negativi per la popolazione sul lungo periodo. Lo abbiamo già visto nel 2006 e non ci lasceremo fregare un’altra volta. Dalle sale del Comune dicono che saranno Olimpiadi low cost, ma dai giornali trapela un preventivo di spesa pubblica compreso tra 1 e 2 miliardi, superiore a quello del 2006 stesso. I 5 Stelle non ci hanno messo molto tempo a imparare, dai loro predecessori, a prenderci in giro. Attraverseremo il Pride contro le grandi opere, contro le Olimpiadi invernali, contro l’allargamento del cantiere in ValSusa, contro la speculazione sui nostri territori: vogliamo servizi per tutt*, asili nido trasporti e musei gratuiti, non vogliamo le Olimpiadi e nessun grande evento.

Il Pride del 28 giugno sarà una giornata molto importante, a cui abbiamo aderito con entusiasmo sin dall’inizio, perchè mette al centro oggi la sfida fondamentale: l’intersezionalità delle lotte, LGBT*TIQA, lotte femministe, lotte precarie, lotte economiche, lotte contro le frontiere, lotte per la libertà della nostre soggettività, contro decoro, stereotipi e ipocrisie. Ci hanno impoveriti e precarizzato; ci stanno facendo regredire a rapporti sociali feudali e a strutture iper-tradizionali della famiglia; hanno chiuso le frontiere per sfruttare indisturbati la forza – lavoro migrante, sottopagata e criminalizzata; stanno sistematicamente attaccando ogni forma di dissenso. Ma non ci hanno vinti. I fronti di lotta sono molteplici, aperti: ci preme che si interconnettano, che si colgano come intersezionali, che si alimentino a vicenda. Ricordando la rivolta di Stonewall, il movimento lgbt ci ha insegnato uno sguardo, un metodo, una pratica non identitaria ma relazionale: quello dell’intersezionalità e delle differenze. Da qui vogliamo ripartire, nell’anniversario di quella giornata.

 

28 giugno 2018

ore 17.30

piazza Palazzo di città

https://www.facebook.com/events/258372824719599/

Pride indecoroso e antirazzista

contro eteronormatività e binarismo di genere

contro le frontiere, quelle nelle città e quelle ai confini

contro decoro, sicurezza e repressione

piena libertà di movimento per tutt*

piena autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite

libertà di essere se stess*

welfare universale e incondizionato