Cariche sulla CM. Le nostre bici più forti dei loro blindati

Scriviamo a caldo, ancora in preda a rabbia ed adrenalina. Vale la pena una piccola cronaca di ieri sera.
Doveva essere una pedalata per la città, una critical mass come molte altre, un momento in cui riprendersi le strade in quella che, va ricordato, è una delle città più inquinate non dell’Italia ma del mondo.

Così, coi polmoni infiammati dallo SMOG dell’ora di punta ma felici di correre per i viali della città, condividendo la gioia di una pedalata collettiva, siamo stati invece protagonist* di un episodio mai avvenuto nella storia di questa iniziativa.

La reazione “dadaista” delle forze dell’ordine è un indizio chiaro: le lotte ambientaliste vanno bene se rimangono sul tracciato.

Non ci vergognamo di dire che non ce l’aspettavamo. La solita polizia in borghese e in moto, infastiditi e aggressivi, ma nulla di nuovo.
Certo, la presenza di diverse camionette dell’antisommossa che tentavano l’inseguimento nel traffico avrebbe dovuto metterci in allerta.

L’identificazione de* pericolos* ciclist*

Così, in un attimo, dal nulla, ci hanno attaccato alle spalle: scesi al volo dalle camionette caricando a freddo biciclette e persone mentre pedalavano, d’improvviso, senza nessun motivo. Hanno rovesciato le bici, manganellato le mani che stringevano i manubri, ci hanno spint* a terra ed hanno infierito sulle teste e sulle costole, a calci, ripetutamente.

Non ce l’aspettavamo, così come non ci aspettavamo la seconda e la terza carica, la celere impazzita tra biciclette, la caccia al ciclista, le botte su chiunque tentasse di frapporsi tra i manganelli e le persone a terra.

Hanno approfittato della sorpresa, ma soprattutto hanno approfittato dell’affetto verso le nostre bici. Difficile staccarsi da quella che è la quotidiana compagna delle nostre corse attraverso la città, difficile abbandonarla in preda ai celerini, difficile lasciare lì ciò che per molte persone è strumento di lavoro, l’unico mezzo che ci permette di arrivare a fine mese.

La reazione “dadaista” delle forze dell’ordine è un indizio chiaro: le lotte ambientaliste vanno bene se rimangono sul tracciato, se invece tentano di saldarsi con altre lotte, se mettono in dubbio il “sistema”, contaminandosi con pratiche e soggetti di mobilitazione differenti, non sono più tollerabili. Il modello di sviluppo che ci sta portando al collasso è sacro e intoccabile.

La critical è una pratica di lotta intelligente, veloce e difficilmente controllabile, in altre parole non è accettabile. Il braccio armato del potere ha il dovere di spezzare ogni possibile legame tra attivazione ecologista e lotte storicamente radicate e maturate nella nostra città, la polizia ha il dovere di sedare possibili convergenze di massa.

In questo senso i pestaggi e i fermi di ieri per noi sono di una chiarezza politica assoluta: ad essere colpit* sono stat* riders e attivist*, soggetti da sedare, isolare e punire senza motivo.
Quest’episodio di gestione scellerata dell’ordine pubblico è l’ultimo di un’escalation forse infinita che anima la città da due mesi.
Con la retorica della sicurezza e di pericolosità sociali varie ed eventuali, tutto è gestito sotto il segno di una repressione violenta, impulsiva ed immediata.

Siamo abituati alla violenza quotidiana del traffico, ci attrezzeremo anche per questa. Non riuscirete a fermarci, non riuscirete ad intimidirci.

Lunga vita!

Una furia evidente, capace di scatenare le reazioni opposte a quelle sperate dalla questura: una fortissima ed immediata solidarietà trasversale tra le lotte ed una vivace voglia di opporsi quotidianamente con i propri corpi.

Dopo le cariche selvagge tra i dehors in Santa Giulia, le cariche sul tram in via Milano, la carica sullo sciopero dell’8 marzo, i rastrellamenti violenti che avvengono tutti i giorni nelle nostre strade, sui treni e nelle scuole, viene solo da chiedersi quale sarà la prossima mossa. Cosa si inventeranno la prossima volta per militarizzare questa città? Quale sublimi apici raggiungerà chi gestisce l’ordine pubblico torinese?

In questo momento di passaggio di consegne tra questori, a pochi giorni dall’insediamento di De Matteis, le forze dell’ordine hanno agito secondo quella che ormai possiamo chiamare “la scuola Torino”. Coerenza e mentalità.

Ma non funzionerà. Siamo abituati alla violenza quotidiana del traffico, ci attrezzeremo anche per questa. Non riuscirete a fermarci, non riuscirete ad intimidirci.

Le strade sono nostre e ce le riprenderemo tutte le volte che sarà necessario.
Alla prossima!


Contributi – Ma quindi siamo tutti terroristi?

Riceviamo e condividiamo un racconto di tre settimane di militarizzazione in Aurora e della risposta che gli abitanti e le abitanti del quartiere hanno voluto dare alle prepotenze delle forze dell’ordine.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero dell’Asilo – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni

“Ma quindi siamo tutti terroristi?” non è uno slogan, ma una domanda che nasce spontanea dalla perplessità dei due bambini, raffigurati nell’immagine, per il fatto di mostrare i propri documenti per tornare o uscire di casa e per andare a scuola. Questa vicenda non ha luogo in zone lontane dal nostro interesse quotidiano, ma è ciò che accade oggi a Torino nel quartiere di Aurora dove è stato sgomberato l’Asilo Occupato.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni. Da un lato infatti vediamo i grandi interessi economici e politici della sindaca Chiara Appendino e del Ministro degli Interni Matteo Salvini: parlano di giustizia, di un’operazione di pubblica sicurezza (detta “operazione scintilla”), e ringraziano l’elevato numero di agenti di polizia dispiegato per lo sgombero di uno spazio sociale, esistente da più di 20 anni e che ha più volte offerto sostegno non solo a realtà emarginate dalla società ma anche a famiglie, vittime delle conseguenze negative della riqualificazione delle zone di Aurora e Porta Palazzo. Lo sgombero non ha infatti solo infierito sulle vite dei cosiddetti anarco- insurrezionalisti, ma anche sull’esistenza di un intero quartiere che ancora oggi vive in un clima di terrore, in ostaggio delle forze dell’ordine che hanno creato una vera e propria zona rossa, decorata da enormi checkpoint che chiudono Via Alessandria e camionette, idranti e volanti ad ogni angolo. È impossibile non notare la presenza costante di luci blu. Oltre ai gate stabili dove avvengono identificazioni di chiunque passi anche per sbaglio nei paraggi, giorno e notte, risulta pesante il comportamento spesso arrogante ed aggressivo degli agenti che passeggiano per le strade o bevono un caffè nei bar della zona; molte sono infatti le testimonianze di abitanti del quartiere che si lamentano dei loro comportamenti prevaricatori e di come sia ormai impossibile vivere una quotidianità tranquilla o “normale”. Il paradosso è che con questa  richiesta di normalità dal quartiere, la nostra sindaca abbia giustificato la cementificazione di uno spazio che sostiene di aver liberato dagli anarchici, definiti terroristi, e restituito alla città. Ed è proprio per arrestare questi “terroristi”, magari anche ornati di piercing e tatuaggi, riconosciuti attraverso comparazioni antropometriche di dubbia attendibilità, che è stato dato il via allo sgombero. Gli arrestati sono infatti ritenuti responsabili di presunti attentati nel contesto di azioni politiche contro i CPR (centri di permanenza per i rimpatri) del 2016. Tali azioni erano volte a proteggere gli immigrati dalla privazione della libertà personale, da un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite, di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale (cit. meltingpot.org) e dai trattamenti disumani che continuano a subire all’interno di queste strutture. È piuttosto facile quindi individuare, nascosti dietro i fatti attuali, gli interessi politici di chi non si limita a prendere le distanze dall’ideologia anarchica; è evidente infatti che la volontà non sia semplicemente quella di liberare questi spazi da chi li occupa ma di liberarsi dell’impatto socio-politico delle loro azioni, palesemente contro la politica xenofoba e razzista del nostro Ministro degli Interni.

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici. Ma chi sono i terroristi? Il terrorista è letteralmente colui che produce e diffonde terrore attraverso atti o minacce di violenza. Sulla base di questa definizione, appare chiaro come ad oggi i terroristi non siano gli arabi o i musulmani, né tanto meno gli anarchici, che hanno bruciato qualche cassonetto. Consideriamo inoltre che il pensiero anarchico non è reato, a differenza dell’apologia del fascismo. Eppure non si riscontra lo stesso entusiasmo da parte delle istituzioni nel contrastare realtà come  Forza Nuova, o peggio Casapound, che non solo è riuscito a raccogliere abbastanza consenso da candidarsi alle elezioni politiche dello scorso anno, ma porta anche avanti diverse occupazioni sul territorio nazionale. L’anarchia è un progetto politico che propone valori come la pacifica condivisione e collaborazione tra donne e uomini ed è spesso invece confusa con atti di violenza che si sono manifestati in piazza non in nome dell’anarchismo ma guidati dal semplice e profondo sentimento di rabbia nei confronti della situazione attuale. Sono quindi le stesse istituzioni, che impiegano il loro apparato difensivo, a seminare terrore psicologico in un quartiere che si trova a vivere nell’ansia senza capirne le ragioni. Quelle forze dell’ordine che dovrebbero difenderci ed invece ci aggrediscono verbalmente, ci controllano per strada guardandoci come potenziali criminali, lanciano lacrimogeni urticanti (nel resto d’Europa illegali) sulle masse e sui balconi di Corso San Maurizio e caricano sul 4. Inoltre parliamo di un grande  investimento monetario volto a mantenere permanente il dispiegamento di agenti di polizia che controllano le zone più visibili e prossime al centro della città. Nel mirino della strategia sociale, che prevede l’allontanamento dei poveri e dei loro disagi, vi sono proprio i quartieri di Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano, soggetti a tutti gli effetti negativi della parola “riqualificazione”. Esempi di questo fenomeno sono la tentata cacciata dei balonari, la zona rossa e i continui sfratti che si ritrovano a far parte di una cornice di un progetto ben più grande di estetica. Un progetto che non risolve i problemi che pullulano nelle strade di queste zone, ma attua un ulteriore emarginazione e soppressione di individui, dipinti spesso come pericolosi, attraverso ciò che viene chiamata pubblica sicurezza. Le domande relative allo stato di assedio di Aurora sorgono quindi spontanee. Da chi e da che cosa stavolta ci devono difendere? Perché, dopo ormai tre settimane dalla cacciata dei presunti terroristi anarchici dal quartiere, gli agenti di polizia con le loro camionette vengono pagati per controllarci?  

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici

È da questa serie di domande che nasce la nostra necessità di ricevere delle risposte coerenti e non frasi fatte sui Social Media che proteggono la faccia di chi dice di stare dalla parte delle persone comuni. L’obiettivo è quello di far calare le maschere, di mettere queste facce in difficoltà davanti a tutti coloro che ancora si illudono di essere da loro rappresentati e rispettati. Con questa idea sono state realizzate varie iniziative nei paraggi della zona rossa per andare a rompere questo clima di stato di emergenza e per far rivivere in tranquillità le strade dagli stessi abitanti del quartiere. Ma neanche questi piccoli ritagli di normalità sono stati rispettati dalle forze dell’ordine che hanno dovuto ricorrere a schieramenti di celere per ricordarci della loro incessante presenza.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità

Domenica 24 febbraio 2019 si è tenuta una merenda solidale nel quartiere di Aurora, tuttora assediato dalle forze dell’ordine. Alle ore 14 di questa giornata, quindi ben due ore prima dell’evento, per una presunta ordinanza, si sono piazzate ben quattro camionette su ogni piazzale di Largo Brescia, cercando di ostacolare l’organizzazione della merenda ed intimidire le persone che avessero voluto partecipare. Alle ore 16 , 8 persone tra ragazz*, adulti e bambin* hanno subito un’identificazione dagli agenti della Digos che li hanno minacciati di portarli in questura se non avessero acconsentito ad essere scortati dalla celere all’angolo con Via Bologna. Malgrado ciò ed in compagnia di digossini e celerini, la merenda si è tenuta ugualmente: sono stati montati i tavoli, è stato allestito il cibo da tutti portato e condiviso e si è mangiato e socializzato al suono di musiche popolari e commerciali. Molti sono stati gli interventi al megafono, non solo da parte degli organizzatori ma anche da parte di famiglie del quartiere che testimoniano la loro partecipazione, la loro opposizione verso la continua militarizzazione e dispiego di inutili forze dell’ordine anche in eventi pacifici e sociali come questo. “Noi non sentiamo il bisogno di essere difesi, non abbiamo paura se non della quantità di polizia armata che popola il quartiere da settimane, quindi ci piacerebbe capire da cosa ci state difendendo e per quanto ancora questa storia debba andare avanti”, sono le parole di persone comuni offese dalle istituzioni, che si servono di discutibili e false giustificazioni per nascondere questa palese  manovra mediatica e politica. È arrivata anche, da alcuni cittadini, la richiesta di chiarimenti riguardo la quantità di soldi impiegata per mantenere questo assedio per tutto questo tempo. Molte famiglie e bambin* che volevano anch’essi partecipare alla merenda sono stati intimiditi dalla presenza dello schieramento della celere proprio davanti al tavolo del cibo, ragion per cui molti, dopo essere arrivati in Largo Brescia, hanno deciso di tornare a casa. Colpisce infatti la testimonianza di un papà che ha deciso di partecipare alla merenda con la figlia di 6 anni, spaventata dagli agenti armati che si è trovata di fronte per prendere la nutella; “Sono prepotenti anche di fronte ai bambini”- afferma il padre guardando sua figlia – “[…] Il suo volto all’altezza di un’arma da fuoco! Non si possono chiamare forze dell’ordine, hanno portato disordini mai visti prima in questo quartiere e la mia più grande paura è che ci si abitui a tutto questo. Non dobbiamo assolutamente permetterlo”.  

L’idea di questa merenda  è stata ampiamente condivisa ed apprezzata. 150 circa sono stati i partecipanti tra adulti ed allegri bambin* a sgranocchiare cibo e bere thè, ritenuti talmente pericolosi per il quartiere da necessitare una tale difesa da parte delle istituzioni.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità; infatti, dopo aver riportato le entusiaste dichiarazioni pubbliche di  Appendino e Salvini in merito ai primi fatti riguardanti lo sgombero dell’Asilo, le notizie si sono limitate a parlare esclusivamente di un movimento anarco-insurrezionalista, della sua violenza di piazza e delle accuse di terrorismo, senza dar spazio a tutto ciò che vi è dietro la protesta, per poi dimenticarsi di informare i cittadini e le cittadine che è quasi un mese che il quartiere di Aurora è sotto assedio e che le persone sono stanche di essere prese in giro dalle false promesse dei nostri cari amici politici.  

Vento di grecale: dentro la lotta dei pastori #2.

Un aggiornamento dalla Sardegna e dalla lotta dei pastori, alla vigilia delle elezioni regionali.

Leggi qui la prima parte.

La Sardegna si è svegliata sotto le raffiche di un vento di grecale che scuote i rami degli alberi e imbianca di schiuma il mare. Sono passate due settimane dall’inizio delle mobilitazioni dei pastori per l’aumento del prezzo del latte di pecora.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.

Questo giovedì gli industriali delle aziende casearie hanno disertato il tavolo convocato a Roma dal ministero delle Politiche agricole. Solo uno di loro si è presentato all’incontro: il direttore generale di Assolatte Massimo Fiorino, che ha riferito la decisione dei suoi colleghi e cioè il rifiuto totale di qualsiasi forma di contrattazione sull’ultimo prezzo da loro proposto, 72 centesimi. Questa manovra degli industriali ha il sapore di una vera e propria dichiarazione di guerra, e così è stata percepita.

L’ultima proposta dei pastori era di soli 8 centesimi in più rispetto a quella degli industriali. Durante un’assemblea tenutasi questo martedì a Torpè, con una votazione unanime per alzata di mano e dopo un lungo dibattito tra più di mille allevatori arrivati da tutta l’Isola, il movimento autorganizzato aveva infatti deciso di contrattare al ribasso, modificando la propria richiesta da 1 euro più IVA – com’era stato fino alla settimana scorsa – a 80 centesimi al litro. Ma solo a fronte di alcune importanti garanzie, come il calcolo del prezzo del latte sulla base delle quotazioni del formaggio e l’aumento progressivo per arrivare a un euro a regime, quando i 50 milioni messi a disposizione da Regione e Governo per smaltire il pecorino romano invenduto sortiranno i loro effetti facendo risalire le quotazioni e, indirettamente, anche quelle del latte.

Alle condizioni imposte dagli industriali gli eventuali aumenti oltre i 72 centesimi sarebbero solo ipotizzati, mentre è sicuro che gli industriali – e non i pastori – sarebbero i destinatari dei 50 milioni stanziati per smaltire le eccedenze di pecorino accumulate nei magazzini. Secondo la bozza dell’accordo discusso la settimana scorsa a Cagliari, la prima verifica sul prezzo non sarebbe comunque prevista prima di maggio, e la seconda soltanto a novembre; nel frattempo i pastori non avrebbero nessuna garanzia di veder effettivamente aumentare il prezzo del latte, mentre gli industriali si arricchirebbero ulteriormente sulle coperture statali e regionali.

Ma il rifiuto degli industriali ad aprirsi a qualsiasi confronto avrà le sue conseguenze: in Sardegna si respira un’aria sempre più tesa e sembra che la reazione dei pastori non potrà che essere di alzare il conflitto della lotta. Con 72 centesimi al litro, infatti, i pastori non riescono neanche a coprire la spesa necessaria per produrre il latte, figuriamoci ricavarne un guadagno.

le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

L’enorme disparità economica tra industriali e pastori può essere chiarita con alcune stime: ogni pastore produce una media di 100 litri di latte al giorno. Dall’inizio delle proteste ad oggi sono stati sversati a terra circa 3 milioni di litri di latte. I pastori, senza calcolare il latte perduto, hanno visto ridursi la produttività a 90 litri al giorno, a causa della necessità di essere presenti a blocchi e presidi: si tratta di una perdita del 10%.  Con 10 litri di latte (dai cui i pastori attualmente guadagnano 6 euro circa) si producono due chili di pecorino romano D.O.P. – che, tra tutti i formaggi prodotti, è quello che in proporzione ha il valore di mercato più basso ed è, non a caso, anche quello su cui gli industriali hanno calcolato la quotazione del prezzo del latte – più la ricotta. Un chilo di pecorino viene venduto a 17 euro.

Ciò vuol dire che le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

La diserzione degli industriali si configura come un tentativo di delegittimazione politica del movimento autorganizzato perché è un rifiuto a priori del confronto con la controparte. Di fronte a questo arroccamento dei potenti nei propri privilegi la lotta autorganizzata non si ferma, anzi prosegue con più forza di prima.

Mentre i pastori sottraggono al lavoro ore preziose rovesciando sull’asfalto il frutto sudato della loro fatica, con la passione e la rabbia di chi non ha nessuna alternativa, il teatrino dei politicanti continua per le vie e le piazze della Sardegna, tra dichiarazioni altisonanti, menzogne belle e buone e battutine al vetriolo rivolte agli avversari politici.

Salvini, oltre a mostrare la sua faccia su migliaia di volantini e locandine appese nei paesi per propagandare il candidato-burattino della destra (Cristian Solinas del Partito Sardo d’Azione), fa la sua apparizione sul palco e in televisione con indosso una maglietta dei quattro mori mentre, tra una dichiarazione pro-TAV e l’altra, afferma convinto che le trattative sono a buon punto e difende gli industriali per le loro capacità di mediazione. Di Maio attacca Salvini senza nominarlo con un commento acido dalla sala conferenze del T Hotel di Cagliari. Il PD, Fratelli d’Italia, persino Berlusconi si profondono in dichiarazioni a favore dei pastori.

In questa zuffa tragicomica per accaparrarsi l’ultimo spazio di propaganda prima del silenzio elettorale, emerge soltanto un chiaro e totale disinteresse verso questa lotta, l’estremo sciacallaggio di una classe dirigente corrotta, incapace di dialogare con le e i cittadini fuori dalla logica della propaganda di partito.

La macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha intanto iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne. I primi fascicoli che indagano su blocchi e sversamenti della prima settimana di mobilitazione sono stati aperti questo lunedì, in perfetta coincidenza con l’inizio della “tolleranza zero” dichiarata da Matteo Salvini, e le Procure stanno acquisendo anche il materiale video e audio raccolto dalla Digos nei giorni scorsi.

Il Ministro dell’Interno però afferma “Mai manganelli sui pastori”: forse Salvini ha scelto una via più sottile per reprimere il dissenso, anche se al tavolo del ministero è appena approdata una richiesta di rinforzi da parte delle questure sarde, e due reparti mobili di Celere provenienti dalla penisola sono già in arrivo in Sardegna, presumibilmente per vigilare sulle elezioni regionali di questa domenica 24 febbraio.

La stretta repressiva si è percepita anche nell’ultimo grande blocco di mercoledì sulla SS131, all’altezza del bivio per Posada. Un ingente spiegamento di forze dell’ordine – una decina tra volanti della polizia e dei carabinieri e automobili della Digos, nonché una camionetta con una ventina di celerini in tenuta antisommossa – ha presidiato il luogo, prima impedendo ad un gruppo costituito da un centinaio di pastori, famiglie e solidali, di radunarsi sull’autostrada e poi deviando il traffico quando i pastori si sono disposti sul cavalcavia che sovrasta la statale e hanno sversato il latte dall’alto.

Intanto la macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne.

Nel frattempo i mezzi di comunicazione concorrono a delegittimare la protesta, costruendo narrazioni falsate. Al blocco di Posada il giornalista di Videolina ha concluso la sua intervista ai pastori raccontando un episodio di cronaca: il ritrovamento di un ordigno artigianale inesploso in una sede elettorale di Torpè, accanto a scritte inneggianti la rivolta e l’astensione dalle elezioni. I pastori hanno subito protestato duramente e hanno chiesto al giornalista di mandare in onda una seconda intervista: “Noi ci dissociamo da quanto accaduto a Torpè. Non siamo stati noi a piazzare l’ordigno: stiamo facendo blocchi pacifici da due settimane. Sappiamo che si tratta di un tentativo di screditare i pastori di fronte all’opinione pubblica.”

I mezzi di comunicazione parlano di “guerra del latte”, coniando un altro termine vendibile e non eccessivamente conflittuale per raccontare questa mobilitazione. Ma anche la famosa “tregua”, parola d’ordine rimbalzata da televisioni e giornali nei giorni scorsi, non è in realtà mai esistita ed è stata lanciata proprio dai mezzi di comunicazione sull’onda delle dichiarazioni di Centinaio al termine del tavolo cagliaritano di sabato scorso: i pastori hanno mantenuto i presidi (tra cui quello davanti all’azienda Pinna di Thiesi) e i blocchi (come lo sversamento di un’autocisterna a Sanluri e un’altra nell’oristanese) e, nonostante l’attendismo dei media, la mobilitazione non si è mai fermata.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.