Dentro la lotta dei pastori: un contributo dalla Sardegna.

Pubblichiamo un contributo da una nostra compagna. Dalla Sardegna un report del blocco che i pastori sardi stanno portando avanti contro le grandi industrie casearie!

15 febbraio. Sono le 4.30 del mattino al porto di Arbatax. È ancora buio e nell’aria fresca e limpida si vedono distintamente le luci e la sagoma della nave che ha appena ormeggiato in banchina. È una grande nave proveniente da Civitavecchia, una delle tante che trasportano prodotti alimentari importandoli in Sardegna dall’Italia e da altri Paesi.

I pastori iniziano a radunarsi presso il muro e le finestre cieche della Stazione Marittima, edificio costruito trent’anni fa che avrebbe dovuto essere la punta di diamante del Borgo marinaro di Arbatax, mai inaugurato e oggi in stato di totale abbandono, in attesa di un finanziamento regionale di 400mila euro che tarda ad arrivare. I pastori sono più di quaranta e sono arrivati da ogni parte dell’Ogliastra. Alcuni di loro sono giovanissimi.

I carichi provenienti da porti italiani arrivano la mattina molto presto, ed è necessario bloccarli direttamente all’uscita del porto, prima che raggiungano le strade provinciali e vengano immessi nel circuito della grande distribuzione. Tutti i pastori, dopo il blocco, all’alba, torneranno ai rispettivi paesi perché “is signorinas”, come un pastore chiama scherzosamente le sue bestie, hanno bisogno di essere munte ogni giorno, mattino e sera. Anche le pecore iniziano a risentire della lotta: alcuni pastori, che producevano 100 litri di latte al giorno, raccontano di essere scesi a 90 litri. Una perdita molto consistente, causata dalla lontananza dei pastori dal gregge per poter presidiare le strade, i porti e le aziende individuate come strategiche; come il caseificio Pinna di Thiesi (leader del settore industriale caseario in Sardegna, con un fatturato di 50 milioni e una consolidata presenza nei mercati nazionali e internazionali, in particolare negli USA) dove un presidio permanente blocca da sette giorni tutte le fasi del processo produttivo.

 

Quello del pastore è un lavoro durissimo che richiede grandi sacrifici, non prevede giorni di vacanza o di malattia, non ha tutele e in Sardegna, ormai da decenni, è sancito dalla negoziazione al ribasso del prezzo della materia prima, gestito dalle aziende che comprano il latte, lo rilavorano e immettono il prodotto finito sul mercato guadagnando più del doppio rispetto alla spesa iniziale. Anche la trattativa con le aziende organizzata da Salvini al Viminale è fallita. Gli industriali hanno offerto 0.72, molto lontani dall’euro più IVA al litro che i pastori chiedono. Ieri l’incontro industriali-allevatori aperto dal ministro dell’Agricoltura Centinaio si è concluso con la decisione di stabilire una tregua di tre giorni dalla mobilitazione, durante la quale i pastori valuteranno quest’ultima proposta. Questi lunghi giorni di faticosi blocchi e presidi hanno mostrato agli occhi del mondo intero le schifose dinamiche di sfruttamento del mondo agropastorale da parte di un sistema economico che su di esso si regge, nonché l’impossibilità umana di poter continuare a produrre a queste condizioni; la risposta delle aziende, trincerate dentro le loro torri d’avorio, è di un aumento di dieci centesimi rispetto al prezzo stabilito. Dieci centesimi: questo è quanto valgono la vita e il lavoro di migliaia di uomini e donne.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento

Da lontano vediamo le guardie aprire il cancello e i primi mezzi uscire dal porto e dirigersi verso di noi: auto private, un paio di passeggeri a piedi con le valigie. Alcuni autisti, passando, rivolgono ai pastori cenni di saluto, sorrisi e brevi grida d’incoraggiamento. Qualcuno ha aperto una grande bandiera con i quattro mori e la tiene sollevata. Il primo furgone viene bloccato, aperto, i bollini controllati: dentro ci sono verdure, e si decide di permettergli di proseguire. Nel frattempo un’automobile dei carabinieri ha parcheggiato dietro l’angolo e un agente si dirige verso il gruppo di pastori, la maggior parte dei quali si muove con il volto completamente scoperto. Il secondo furgone viene bloccato e aperto: si scopre vuoto e viene fatto ripartire.

Il terzo camion mostra il carico più interessante. È a doppia cella, rispettivamente frigorifera e per il surgelamento. I pastori riescono ad aprire solo la cella frigorifera e la trovano piena fino all’orlo di carne impacchettata: polli, tacchini, agnelli. Qualcuno controlla la provenienza nei bollini: India, Pakistan. Mentre si decide il da farsi, una volante della polizia parcheggia a qualche metro di distanza dal furgone e due poliziotti si avvicinano al blocco. Uno di loro tocca in modo brusco il volto di un pastore che indossa il passamontagna e gli chiede perché se lo sia messo. Un altro si frappone tra i pastori e il furgone e chiede loro aggressivamente: “È carne! Vi interessa!?” Ma evidentemente a lui non interessa la risposta perché subito dopo tira fuori il telefonino e inizia a riprendere  la scena, puntando la luce sul volto dei presidianti. Il portellone viene richiuso, il furgone viene fatto ripartire.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento. Una denuncia e la minaccia del carcere non sono poca cosa, soprattutto per chi vive in condizioni economiche precarie e non può prendersi il carico di nessuna spesa processuale. Per questo alcuni pastori indossano il passamontagna, altri si coprono il viso con sciarpe e cappucci; ma la maggior parte è a volto scoperto, perché c’è la percezione fortissima che si tratti di uno sciopero corale, una protesta che coinvolge la Sardegna tutta e le comunità di cui i pastori fanno parte.

Sappiamo che dentro il porto è rimasto ancora un furgone con un carico di prodotti agroalimentari, probabilmente verdure, ma i cancelli vengono richiusi e nessun altro automezzo viene più fatto uscire. Più tardi scopriamo che il porto mercantile rimarrà chiuso per tutta la giornata: temono di non riuscire ad eludere la sorveglianza dei pastori, che questi intercettino i camion e gettino il carico per strada. C’è tra i pastori la consapevolezza della propria forza collettiva, di come finalmente la paura stia cambiando campo e che gli industriali stiano iniziando a temere seriamente i blocchi e le perdite economiche che da essi derivano. Questa mattina non si è ottenuto niente ma al prossimo blocco l’organizzazione migliorerà. Ci sono vedette e osservatori in ogni angolo del territorio, che tengono alta l’attenzione, lanciano i presidi e mantengono i contatti con gli altri pastori.

La protesta dei pastori sardi. ANSA/FABIO MURRU

Ci si coordina a livello provinciale e regionale grazie ai gruppi Facebook e alle chat su Whatsapp. Le chiamate per i blocchi sono ormai frequentissime e solitamente arrivano poche ore prima o la notte prima del blocco; questa chiamata in particolare ci è arrivata ieri notte e avvisava di un carico di latte e carne proveniente dal continente che doveva essere intercettato e controllato.  Le nuove tecnologie permettono questo tipo di coordinazione e la gestione di una lotta popolare che rifiuta qualsiasi tipo di rappresentanza o di organizzazione dall’alto.

Si depit sciri ca sa genti giai iddu est, dice un pastore: Si deve sapere che la gente c’è. Anche qui in Ogliastra, un’ex provincia storica isolata dalla mancanza di collegamenti, vessata da anni di cattiva amministrazione, spopolata dall’emigrazione giovanile e dalla disoccupazione, la gente c’è. La cosa bellissima di questa lotta, che la distingue da tutte le precedenti, è che per la prima volta is giovunus mutint is babus: i giovani chiamano i padri, dicono loro di lasciare il gregge e di andare a presidiare le strade. I padri dicono: ma noi l’abbiamo già fatta anni fa questa lotta, e non è servita a niente. E i figli rispondono: Imoi est un atra cosa. Custa est s’ora. Ora è diverso, è arrivato il momento.

Questa volta is pastoris ant pediu de azerai is sindacaus: hanno chiesto di cancellare i sindacati. Numerosi sono infatti i contrasti con la Coldiretti così come con l’MPS, Movimento Pastori Sardi che si era assunto la gestione delle trattative con i politici nelle lotte dei pastori di dieci anni fa, conclusesi con un nulla di fatto, che adesso sono stati completamente delegittimati dai pastori stessi.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

Il rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza, e quindi la cancellazione del passaggio intermedio di interlocuzione con i politici, si accompagna stavolta ad un attacco diretto alle aziende. Queste sono nelle mani di padroni e padroncini che fanno parte di un élite economica e sociale che, assumendo il controllo su di sé, può ottenere profitti altissimi abbassando il costo della materia prima o procurandosene scadente (ad esempio, il latte in polvere): infatti ci sono dei casi in cui gli stessi proprietari delle aziende che forniscono prodotti a marchio D.O.P. sono poi le stesse persone che si occupano della certificazione dei prodotti D.O.P., come i fratelli Andrea e Pierluigi Pinna della già nominata azienda di Thiesi nel sassarese che sono rispettivamente presidente del Consorzio di tutela del Pecorino sardo e consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità del formaggio.

L’Antitrust ha aperto un’istruttoria nei confronti del Consorzio e di 32 imprese di trasformazione ad esso aderenti, tutte con sede in Sardegna, per verificare se abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte sardo di pecora destinato alla produzione di pecorino romano D.O.P. al di sotto dei costi medi di produzione. Ma il problema non è puntuale o vertenziale, bensì di tutto il sistema. È evidente la matrice anticapitalista di questa mobilitazione popolare, che punta il dito sul fallimento completo del sistema economico liberista e sulla ribellione come unico possibile vettore di cambiamento.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

“C’è chi dice che i pastori stessi dovrebbero produrre il formaggio” racconta una pastora. “A parte il fatto che legalmente non possono farlo, ma perché dovrebbero? Il problema è una mancanza totale di conoscenza su come funziona la produzione nel settore agropastorale e che la specializzazione di un pastore non è la stessa di un produttore caseario. Il pastore è specializzato nella produzione di latte. Perché la soluzione dovrebbe essere obbligarlo a fare un lavoro che non gli compete?”

 

La lotta dei pastori è una lotta popolare di tutte e tutti, perché molte sono anche le pastore, così come le persone solidali in una ribellione che sta muovendo la società tutta. La battaglia non è più solo sul prezzo del latte ma si sta estendendo a tutti i settori agropastorali: latticini e prodotti caseari, frutta, verdura, bestiame.

Alle 7 del mattino di oggi era previsto anche un blocco nel porto di Golfo Aranci, organizzato dai porcari per intercettare e controllare un carico di maiali vivi proveniente dal continente.  Il controllo della merce funziona con la lettura del bollino, dove è indicata la provenienza e la destinazione del prodotto: se i maiali sono destinati alla macellazione e alla vendita diretta, i porcai si approprieranno del carico. In questo momento si sta anche svolgendo un’assemblea regionale a Pratobello.

Pratobello, località nelle campagne di Orgosolo in cui, esattamente cinquant’anni fa (il 19 giugno ricorre l’anniversario) un’altra rivolta popolare, antimilitarista, si oppose all’occupazione dell’esercito italiano e impedì che nei terreni di pascolo sottratti ai pastori venisse impiantato un poligono di tiro permanente. Oggi come allora, le comunità trainano la ribellione.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

I pastori non vogliono parlare di ministri, dei partiti o dei vari politicanti che si sono schierati pubblicamente a loro favore negli ultimi giorni. Hanno individuato una rivendicazione comune per la quale hanno posto una forte rigidità ovvero il rifiuto di qualsiasi contrattazione al ribasso, e ritengono che il dialogo con la politica debba servire solo nella misura in cui è strumentale per raggiungere quest’obiettivo. I pastori sanno bene che l’interesse dei politici è subordinato alle elezioni regionali previste per il 24 di questo mese e che ogni sigla partitica vuole mettere il cappello sulla loro battaglia per ottenere un tornaconto in termini elettorali.

Questa lotta popolare è nata da singoli lavoratori che si coordinano dal basso e rifiutano qualsiasi tipo di rappresentanza sindacale perché hanno fatto esperienza dell’inutilità della gestione tramite delega, e sono, piuttosto, consci della capacità della rappresentanza di spegnere la forza della lotta collettiva, chiudendola nelle stanze dorate della politica e consegnando il potere di una mobilitazione comune nelle mani di singole persone: e il potere nelle mani di singoli si trasforma in favoritismi, omertà, interessi personali, corruzione.

Questi lavoratori disillusi nei confronti della politica e fermi nell’opporsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione della propria lotta da parte dei potenti; che si coordinano a livello territoriale, nelle comunità in cui vivono e che attraversano, passandosi le notizie l’un l’altro, bloccando le strade nel cuore della notte, aprendo i camion e rovesciando quel latte frutto del loro lavoro – così come il latte, la carne, le verdure surgelate e importate dall’estero che formano le trame di un’economia di libero scambio che soffoca la piccola produzione e riduce alla fame il settore agropastorale locale – questi lavoratori perfettamente consapevoli della portata collettiva dello sciopero, che sono nati e cresciuti in un territorio abbandonato, sfruttato e vessato dalle industrie e dallo Stato italiano, inquinato dalle basi militari, schiavizzato dal turismo di lusso massificato, privato dei suoi mezzi di sostentamento; questi pastori che parlano la loro lingua con naturalezza sebbene non l’abbiano mai imparata nelle scuole e nonostante in Italia vi sia ancora chi la considera un dialetto: questi lavoratori che sono l’”altro”, il marginale, l’ultimo gradino della catena di produzione dell’ultima comunità dell’ultimo territorio sono la scintilla di una fiamma che sta divampando.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

Ainnantis sa lota de is pastoris!

Una storia disonesta. Sullo sgombero dell’Asilo

Si discuteva sui problemi dello Stato, s’andò a finire sull’Asilo sgomberato, e casa mia pareva quasi un parlamento: erano in quindici, ma mi parevan cento!

Io che dicevo “Be’ ragazzi, andiamo piano, la repressione non è mai un partito sano”, e il Cinque Stelle mi rispose un po’ stonato, e in canzonetta lui polemizzò così:

“Che bello, Baricco la Lavazza e il manganello, e la questura giusta che ci sta!”

Stefano Rosso – Una storia disonesta

Intorno alle cinque di mattina di giovedì scorso Torino ha avuto un brusco risveglio.
Un esercito di mezzi della Polizia di Stato, con tanto di reparti venuti da tutto il Nord Italia, a sirene spiegate, attraversava il centro per dirigersi verso l’Asilo occupato di via Alessandria, per sgomberarlo e arrestare sei persone. In breve tempo, il quartiere si trovava sotto assedio. La polizia formava un perimetro di lampeggianti che da Corso Giulio Cesare si estende ancora oggi fino al lato di Corso Brescia che arriva alla Dora.

La quotidianità è stata sospesa e sostituita da un nuovo ordine militare, e ci inorridisce che nessuno abbia niente da dire su quanto continua ad accadere.


Un imponente dispositivo fatto di camionette, posti di blocco e agenti in divisa e in borghese, impiegato con lo scopo di indurre il panico e procurare allarme. Tutto ciò per sgomberare uno spazio sociale storico, da sempre luogo di resistenza e solidarietà tra i quartieri di Porta Palazzo e Aurora, un’area che, in decenni di norme degradanti e abbandono istituzionale, ha visto mutare la sua identità e la sua quotidianità, venendo investita da una retorica piena di parole catchy: riqualificazione, trasformazione, bonifica. Categorie che servono soltanto a mascherare la crescente mercificazione e speculazione di quella parte di città. Ad Aurora hanno comportato, infatti, un costante aumento degli affitti, l’appropriazione di interi isolati da parte dei capitali privati nonostante l’assenza di servizi pubblici adeguati, arrivando fino alla recente costruzione del polo Lavazza e al tentativo di spostamento del “balonaccio” da Porta Palazzo, al quale in tante e tanti continuano ad opporsi.

Quella che sta avvenendo è una vera e propria “pulizia” del quartiere, fondata sull’espulsione delle categorie sociali indesiderate: le persone povere, quelle straniere e migranti, attraverso un connubio di militarizzazione e investimenti speculativi. E’ a questi processi che gli spazi sociali si sono da sempre opposti, analizzandoli, monitorandoli e contrastandoli. Lo sgombero dell’Asilo, descritto in questi giorni come un covo sovversivo, non può che essere letto come un ulteriore passo in questa direzione: l’identificazione dei “nemici pubblici” diventa un’autentica caccia alle streghe, utile grimaldello per accelerare la messa a valore del territorio.

In questi giorni, abbiamo sentito la Sindaca Appendino e l’intero 5 Stelle torinese sostenere che un’occupazione fosse la principale ragione delle difficoltà economiche di Aurora e dell’insediamento in quartiere di attività microcriminali. Ma veramente possiamo credere che le contraddizioni che attraversano un quartiere così vivo, multietnico e al tempo stesso problematico possano essere attribuite all’esistenza di uno spazio occupato? Davvero l’amministrazione che su Aurora e altre periferie si è solo riempita la bocca di slogan arraffa consenso, e non ha fatto altro che moltiplicare telecamere, pattuglie e installazioni artistiche ha il coraggio di sostenere una tesi del genere?

È talmente assurdo questo tentativo di ricondurre all’Asilo la difficoltà economica di un quartiere periferico della nostra città, talmente grottesco da mettere bene a nudo la logica con cui la Giunta comunale ha deciso di procedere: l’identificazione di un capro espiatorio, in opposizione al quale legittimare i prossimi interventi di gentrificazione, a favore dei più ricchi e in contrasto ai residenti più poveri del quartiere. Negli anni, abbiamo già visto all’opera questa logica durante i processi farsa per reprimere la lotta No TAV.  Ma questo gioco è reso ancora più pericoloso dalla fase politica nazionale che stiamo attraversando, nella quale magistratura e polizia, di fatto aficionados del ministro degli Interni, hanno carta bianca (e portafoglio illimitato) per intervenire contro chi dissente.

Nello specifico, l’operazione giuridica e semantica volta a creare un legame tra la “sovversione dello Stato” e lotta contro gli indegni centri di detenzione per migranti ci sembra l’esempio lampante della sfacciataggine con la quale si svolge questa offensiva. Quando nel dibattito pubblico anche il vincitore del festival di Sanremo diventa il simbolo dell’antirazzismo e dell’opposizione al governo, fa sorridere come negli stessi giorni le persone che si sono attivamente spese per la libertà di movimento e di scelta dei migranti vengano imprigionate e processate con gravi capi d’accusa.

Per quanto riguarda la presunta violenza della mobilitazione della scorsa settimana, ci domandiamo come possa suscitare più indignazione un cassonetto bruciato rispetto alla violenza esercitata quotidianamente dagli apparati di potere sulle persone. Persone, quelle che muoiono cercando di attraversare le frontiere, sotto la neve o in mezzo al mare; poveri e senza tetto; lavoratrici e lavoratori sfruttati/e e precari/e; donne e soggettività non conformi, che oggi si vedono private di diritti guadagnati faticosamente, con lotte lunghe e durissime. È contro questa violenza materiale e simbolica che gli spazi sociali nascono e si affermano, e nessuna presunta “eccezionalità” o “caso specifico” può autorizzare ad intervenire con la forza per sopprimerli.

 

La caccia alle streghe è poi proseguita nei giorni successivi allo sgombero fino alle scene da far west durante il presidio di oggi  sotto il comune, ed è giusto ricordare i luoghi e i modi in cui si è svolta. Parliamo di solidali inseguiti, picchiati, accerchiati per ore, fermati sui marciapiede ogni qualvolta provassero a scendere in strada. Gli abusi in divisa sono proseguiti anche su quelli che sono stati definiti “prigionieri”, dando prova della mentalità militare che sottende la gestione dell’ordine pubblico. Persone solidali, arrestate in una folle caccia all’uomo durante il corteo, sono state malmenate per il solo fatto di essere state presenti. Oggi sono state tutte rilasciate con l’obbligo di firma quotidiana, che di fatto limiterà la loro libertá e controllerá la loro vita..

Contro le fantasiose ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, tese a fare dei “centri sociali” uno strano oggetto di studio, ad alienarli dalla realtà nella quale invece sono ben radicati, non possiamo che ribadire che i veri crimini sono quelli compiuti alla luce del sole da chi si muove protetto da leggi ingiuste, disseminando sofferenza, precarietà e paura. Non intendiamo prestarci alle divisioni strumentali tra buoni e cattivi, spazi desiderabili e spazi indesiderabili. La Giunta pentastellata, e in particolare il suo vice-sindaco Montanari, hanno insistito in questo continuo tentativo di dividere gli spazi sociali della città. Uno di essi viene oggi dato in pasto alla cronaca come il male assoluto di un quartiere, mentre gli altri vengono decantati durante il Consiglio Comunale come importanti esperienze di solidarietà e mutuo soccorso. Chi siete voi per dire come uno spazio sociale dovrebbe organizzarsi e muoversi? Rifiutiamo, nelle parole e nei fatti, questi goffi tentativi di divisione, frutto di un modello di governance della città confuso, pieno di contraddizioni, regolato dal tentativo di raccogliere consenso un po’ di qui e un po’ di là. Per non farsi mancare nulla, abbiamo inoltre sentito un infame esponente politico locale permettersi di evocare l’episodio della mattanza alla scuola Diaz durante il G8 di Genova come modello di gestione dell’ordine pubblico, mentre il capo della polizia della città interveniva nel dibattito giornalistico vestendo il ruolo di politico fatto e finito. Sono provocazioni, queste, che non possiamo che rispedire al mittente, ai grandi ciceroni di questi giorni: sindaca, questore, ministro degli interni e compagnia cantante.  

Davvero chi gestisce l’ordine e la disciplina sperava che tra esperienze nate dal basso non ci fosse un legame più forte delle differenze nell’orizzonte, nelle pratiche e nei percorsi intrapresi? Crediamo di no. Sarebbe stato strano piuttosto il contrario, ovvero se la solidarietà non si fosse messa in moto per difendere uno spazio presente da decenni nella nostra città. Dentro quel corteo, dietro quello striscione, a difendere gli spazi sociali e a lottare contro la gentrificazione selvaggia, c’eravamo tutte e tutti.

Gli spazi sociali non si toccano!

 

LARRY, SILVIA, NICCO, BEPPE, GIADA, ANTONIO, ANTONELLO, IRENE, GIULIA, FULVIO, GIULIA, CATERINA, MARTINA, CARLO, FRANCESCO E ANDREA LIBERI!

TUTTI LIBERI, LIBERI SUBITO!

 

I vostri deserti, le nostre mille isole… Manituana è tornata!

Più di sei mesi fa, senza la minima avvisaglia o tentativo di negoziazione, gli spazi del Laboratorio Manituana in Via Cagliari venivano sgomberati da un ingente dispiegamento di polizia. Con scudi e manganelli, la governance cittadina provava a cancellare un’esperienza autorganizzata giovane e innovativa, fatta di appropriazione dal basso e messa in comune di saperi e pratiche collettive. L’amministrazione era così convinta di aver eliminato un ostacolo alla messa a valore dei quartieri che da Borgo Rossini si estendono fino a Barriera di Milano, zone impoverite dalla crisi, prive di servizi pubblici adeguati e sufficienti luoghi di socialità, pronte dunque ad entrare nella spirale di speculazione immobiliare e gentrificazione. Nelle ore immediatamente successive allo sgombero, un corteo spontaneo di centinaia di persone aveva tuttavia lanciato un messaggio chiaro: le mille isole di libertà e autonomia costruite in tre anni di sperimentazione non cederanno facilmente ai deserti dell’ordine e del decoro.

Quella promessa è stata mantenuta. In questi mesi, le nostre isole hanno vissuto nella molteplicità di esperienze che rompono la solitudine, l’indifferenza e la paura nell’Italia del pentaleghismo. Dalle iniziative nel quartiere e dai vari interventi locali fino alle mobilitazioni nazionali femministe, antirazziste e contro le grandi opere inutili, Manituana ha attraversato e contribuito alle lotte contro la tempesta di merda che investe quotidianamente le nostre vite nel mondo di Trump, Bolsonaro e Macron, e nell’Italia dell’apartheid securitario, sessista e lavorista. Non senza difficoltà, il nostro arcipelago ha saputo resistere all’inabissamento, diffondendosi nella città e sprofondando soltanto per riemergere con più forza.

Oggi Manituana è tornata, liberando l’ex deposito Amiat di Largo Maurizio Vitale, uno spazio sfitto di proprietà del comune di Torino, destinato all’abbandono e all’incuria. Torniamo nello stesso quartiere e con i medesimi obiettivi, ricche/i di percorsi consolidati e nuovi progetti. Tra queste mura, intendiamo impiantare e ampliare la rete di corpi e idee che costituisce la nostra realtà. Apriamo qui un cantiere per intrecciare relazioni e pratiche di conflitto, per difendersi ed attaccare – una nuova istituzione comune, come nella mitica esperienza irochese, in cui gli indiani si rifugiano per sfuggire ai coloni bianchi, dove creano una comunità fondata su rapporti paritari, solidarietà e autogestione. Manituana: i seminari autogestiti di letteratura, filosofia e psicanalisi, contro la miseria del mondo accademico e per sviluppare pensiero critico tramite il confronto orizzontale; il gruppo di teatro, il collettivo artistico, i concerti e le jam sessions, i dibattiti e le presentazioni di libri, il festival “Braccia rubate all’agricoltura”, per autoprodurre cultura fuori dai circuiti tradizionali. Manituana: la ciclofficina e il gruppo di acquisto solidale, per un modello alternativo di mobilità e di consumo. Marijtuana: collettivo antiproibizionista, per l’educazione e la sensibilizzazione sulle sostanze. Manituana: gli esperimenti di mutualismo e autorganizzazione di lavoratrici e lavoratori precarie/i e autonome/i, dalle ricercatrici e dai ricercatori non strutturate/i alle e ai riders della micrologistica del Food Delivery. Manituana: la lotta contro ogni frontiera, gli sforzi per costruire un coordinamento antirazzista metropolitano permanente e per sostenere l’accoglienza autogestita. Manituana: un’aula studio, uno spazio per mangiare e una biblioteca virtuale contro le mancanze del welfare cittadino e universitario.

Ma alle somiglianze con il passato si articolano le differenze del presente: in sei mesi le cose cambiano, e di molto. Sappiamo bene che aprire oggi uno spazio sociale significa lanciare una sfida politica importante e difficile, ed intendiamo percorrerla con tutta la determinazione di cui siamo capaci. Dopo la firma del “contratto di governo”, poveri/e, migranti, donne e soggettività non conformi sono state messe al centro dell’offensiva nazional-liberista di Salvini e Di Maio. Allo sfruttamento e alla precarizzazione si sono allora accompagnati disciplina ed autorità patriarcale. La proprietà dei confini e dell’identità nazionale consolida la proprietà economica: l’austerità si rafforza tramite l’inasprimento degli sgomberi delle occupazioni abitative, il sessismo di Stato, il respingimento delle/i migranti e la messa al bando delle ONG. Da nord a sud, non mancano però resistenze e lotte inedite. Mentre la Francia si tinge di giallo e insorge contro l’aristocrazia neoliberale e il suo monarca, in Italia donne e migranti, precarie/i e studentesse/i, sindaci recalcitranti, ribelli mediterranee/i ed alpine/i si oppongono al governo, rivendicando un radicale cambiamento di rotta. In questa situazione, pensiamo che Torino non possa soltanto restare a guardare ma debba a sua volta mobilitarsi, disobbedire alle direttive del governo, ed in primo luogo rifiutare materialmente il “decreto immigrazione e sicurezza”. La nuova Manituana è allora un piccolo passo in questa direzione, capace di tessere bisogni e desideri, aprendo grandi contraddizioni. L’inizio del 2019 lo festeggiamo così, con una settimana di ritardo, in nuovo spazio sociale, per una Torino diversa, aperta e solidale.

Invitiamo tutte e tutti a venire a conoscere e sostenere il nuovo spazio. Il pomeriggio sarà dedicato alla pulizia e ai primi lavori. Per un primo aperitivo, ci vediamo stasera, h18, in Largo Maurizio Vitale 113 (Borgo Rossini, 10 minuti dal Campus Einaudi).

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito, Torino