Una storia disonesta. Sullo sgombero dell’Asilo

Si discuteva sui problemi dello Stato, s’andò a finire sull’Asilo sgomberato, e casa mia pareva quasi un parlamento: erano in quindici, ma mi parevan cento!

Io che dicevo “Be’ ragazzi, andiamo piano, la repressione non è mai un partito sano”, e il Cinque Stelle mi rispose un po’ stonato, e in canzonetta lui polemizzò così:

“Che bello, Baricco la Lavazza e il manganello, e la questura giusta che ci sta!”

Stefano Rosso – Una storia disonesta

Intorno alle cinque di mattina di giovedì scorso Torino ha avuto un brusco risveglio.
Un esercito di mezzi della Polizia di Stato, con tanto di reparti venuti da tutto il Nord Italia, a sirene spiegate, attraversava il centro per dirigersi verso l’Asilo occupato di via Alessandria, per sgomberarlo e arrestare sei persone. In breve tempo, il quartiere si trovava sotto assedio. La polizia formava un perimetro di lampeggianti che da Corso Giulio Cesare si estende ancora oggi fino al lato di Corso Brescia che arriva alla Dora.

La quotidianità è stata sospesa e sostituita da un nuovo ordine militare, e ci inorridisce che nessuno abbia niente da dire su quanto continua ad accadere.


Un imponente dispositivo fatto di camionette, posti di blocco e agenti in divisa e in borghese, impiegato con lo scopo di indurre il panico e procurare allarme. Tutto ciò per sgomberare uno spazio sociale storico, da sempre luogo di resistenza e solidarietà tra i quartieri di Porta Palazzo e Aurora, un’area che, in decenni di norme degradanti e abbandono istituzionale, ha visto mutare la sua identità e la sua quotidianità, venendo investita da una retorica piena di parole catchy: riqualificazione, trasformazione, bonifica. Categorie che servono soltanto a mascherare la crescente mercificazione e speculazione di quella parte di città. Ad Aurora hanno comportato, infatti, un costante aumento degli affitti, l’appropriazione di interi isolati da parte dei capitali privati nonostante l’assenza di servizi pubblici adeguati, arrivando fino alla recente costruzione del polo Lavazza e al tentativo di spostamento del “balonaccio” da Porta Palazzo, al quale in tante e tanti continuano ad opporsi.

Quella che sta avvenendo è una vera e propria “pulizia” del quartiere, fondata sull’espulsione delle categorie sociali indesiderate: le persone povere, quelle straniere e migranti, attraverso un connubio di militarizzazione e investimenti speculativi. E’ a questi processi che gli spazi sociali si sono da sempre opposti, analizzandoli, monitorandoli e contrastandoli. Lo sgombero dell’Asilo, descritto in questi giorni come un covo sovversivo, non può che essere letto come un ulteriore passo in questa direzione: l’identificazione dei “nemici pubblici” diventa un’autentica caccia alle streghe, utile grimaldello per accelerare la messa a valore del territorio.

In questi giorni, abbiamo sentito la Sindaca Appendino e l’intero 5 Stelle torinese sostenere che un’occupazione fosse la principale ragione delle difficoltà economiche di Aurora e dell’insediamento in quartiere di attività microcriminali. Ma veramente possiamo credere che le contraddizioni che attraversano un quartiere così vivo, multietnico e al tempo stesso problematico possano essere attribuite all’esistenza di uno spazio occupato? Davvero l’amministrazione che su Aurora e altre periferie si è solo riempita la bocca di slogan arraffa consenso, e non ha fatto altro che moltiplicare telecamere, pattuglie e installazioni artistiche ha il coraggio di sostenere una tesi del genere?

È talmente assurdo questo tentativo di ricondurre all’Asilo la difficoltà economica di un quartiere periferico della nostra città, talmente grottesco da mettere bene a nudo la logica con cui la Giunta comunale ha deciso di procedere: l’identificazione di un capro espiatorio, in opposizione al quale legittimare i prossimi interventi di gentrificazione, a favore dei più ricchi e in contrasto ai residenti più poveri del quartiere. Negli anni, abbiamo già visto all’opera questa logica durante i processi farsa per reprimere la lotta No TAV.  Ma questo gioco è reso ancora più pericoloso dalla fase politica nazionale che stiamo attraversando, nella quale magistratura e polizia, di fatto aficionados del ministro degli Interni, hanno carta bianca (e portafoglio illimitato) per intervenire contro chi dissente.

Nello specifico, l’operazione giuridica e semantica volta a creare un legame tra la “sovversione dello Stato” e lotta contro gli indegni centri di detenzione per migranti ci sembra l’esempio lampante della sfacciataggine con la quale si svolge questa offensiva. Quando nel dibattito pubblico anche il vincitore del festival di Sanremo diventa il simbolo dell’antirazzismo e dell’opposizione al governo, fa sorridere come negli stessi giorni le persone che si sono attivamente spese per la libertà di movimento e di scelta dei migranti vengano imprigionate e processate con gravi capi d’accusa.

Per quanto riguarda la presunta violenza della mobilitazione della scorsa settimana, ci domandiamo come possa suscitare più indignazione un cassonetto bruciato rispetto alla violenza esercitata quotidianamente dagli apparati di potere sulle persone. Persone, quelle che muoiono cercando di attraversare le frontiere, sotto la neve o in mezzo al mare; poveri e senza tetto; lavoratrici e lavoratori sfruttati/e e precari/e; donne e soggettività non conformi, che oggi si vedono private di diritti guadagnati faticosamente, con lotte lunghe e durissime. È contro questa violenza materiale e simbolica che gli spazi sociali nascono e si affermano, e nessuna presunta “eccezionalità” o “caso specifico” può autorizzare ad intervenire con la forza per sopprimerli.

 

La caccia alle streghe è poi proseguita nei giorni successivi allo sgombero fino alle scene da far west durante il presidio di oggi  sotto il comune, ed è giusto ricordare i luoghi e i modi in cui si è svolta. Parliamo di solidali inseguiti, picchiati, accerchiati per ore, fermati sui marciapiede ogni qualvolta provassero a scendere in strada. Gli abusi in divisa sono proseguiti anche su quelli che sono stati definiti “prigionieri”, dando prova della mentalità militare che sottende la gestione dell’ordine pubblico. Persone solidali, arrestate in una folle caccia all’uomo durante il corteo, sono state malmenate per il solo fatto di essere state presenti. Oggi sono state tutte rilasciate con l’obbligo di firma quotidiana, che di fatto limiterà la loro libertá e controllerá la loro vita..

Contro le fantasiose ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, tese a fare dei “centri sociali” uno strano oggetto di studio, ad alienarli dalla realtà nella quale invece sono ben radicati, non possiamo che ribadire che i veri crimini sono quelli compiuti alla luce del sole da chi si muove protetto da leggi ingiuste, disseminando sofferenza, precarietà e paura. Non intendiamo prestarci alle divisioni strumentali tra buoni e cattivi, spazi desiderabili e spazi indesiderabili. La Giunta pentastellata, e in particolare il suo vice-sindaco Montanari, hanno insistito in questo continuo tentativo di dividere gli spazi sociali della città. Uno di essi viene oggi dato in pasto alla cronaca come il male assoluto di un quartiere, mentre gli altri vengono decantati durante il Consiglio Comunale come importanti esperienze di solidarietà e mutuo soccorso. Chi siete voi per dire come uno spazio sociale dovrebbe organizzarsi e muoversi? Rifiutiamo, nelle parole e nei fatti, questi goffi tentativi di divisione, frutto di un modello di governance della città confuso, pieno di contraddizioni, regolato dal tentativo di raccogliere consenso un po’ di qui e un po’ di là. Per non farsi mancare nulla, abbiamo inoltre sentito un infame esponente politico locale permettersi di evocare l’episodio della mattanza alla scuola Diaz durante il G8 di Genova come modello di gestione dell’ordine pubblico, mentre il capo della polizia della città interveniva nel dibattito giornalistico vestendo il ruolo di politico fatto e finito. Sono provocazioni, queste, che non possiamo che rispedire al mittente, ai grandi ciceroni di questi giorni: sindaca, questore, ministro degli interni e compagnia cantante.  

Davvero chi gestisce l’ordine e la disciplina sperava che tra esperienze nate dal basso non ci fosse un legame più forte delle differenze nell’orizzonte, nelle pratiche e nei percorsi intrapresi? Crediamo di no. Sarebbe stato strano piuttosto il contrario, ovvero se la solidarietà non si fosse messa in moto per difendere uno spazio presente da decenni nella nostra città. Dentro quel corteo, dietro quello striscione, a difendere gli spazi sociali e a lottare contro la gentrificazione selvaggia, c’eravamo tutte e tutti.

Gli spazi sociali non si toccano!

 

LARRY, SILVIA, NICCO, BEPPE, GIADA, ANTONIO, ANTONELLO, IRENE, GIULIA, FULVIO, GIULIA, CATERINA, MARTINA, CARLO, FRANCESCO E ANDREA LIBERI!

TUTTI LIBERI, LIBERI SUBITO!

 

I vostri deserti, le nostre mille isole… Manituana è tornata!

Più di sei mesi fa, senza la minima avvisaglia o tentativo di negoziazione, gli spazi del Laboratorio Manituana in Via Cagliari venivano sgomberati da un ingente dispiegamento di polizia. Con scudi e manganelli, la governance cittadina provava a cancellare un’esperienza autorganizzata giovane e innovativa, fatta di appropriazione dal basso e messa in comune di saperi e pratiche collettive. L’amministrazione era così convinta di aver eliminato un ostacolo alla messa a valore dei quartieri che da Borgo Rossini si estendono fino a Barriera di Milano, zone impoverite dalla crisi, prive di servizi pubblici adeguati e sufficienti luoghi di socialità, pronte dunque ad entrare nella spirale di speculazione immobiliare e gentrificazione. Nelle ore immediatamente successive allo sgombero, un corteo spontaneo di centinaia di persone aveva tuttavia lanciato un messaggio chiaro: le mille isole di libertà e autonomia costruite in tre anni di sperimentazione non cederanno facilmente ai deserti dell’ordine e del decoro.

Quella promessa è stata mantenuta. In questi mesi, le nostre isole hanno vissuto nella molteplicità di esperienze che rompono la solitudine, l’indifferenza e la paura nell’Italia del pentaleghismo. Dalle iniziative nel quartiere e dai vari interventi locali fino alle mobilitazioni nazionali femministe, antirazziste e contro le grandi opere inutili, Manituana ha attraversato e contribuito alle lotte contro la tempesta di merda che investe quotidianamente le nostre vite nel mondo di Trump, Bolsonaro e Macron, e nell’Italia dell’apartheid securitario, sessista e lavorista. Non senza difficoltà, il nostro arcipelago ha saputo resistere all’inabissamento, diffondendosi nella città e sprofondando soltanto per riemergere con più forza.

Oggi Manituana è tornata, liberando l’ex deposito Amiat di Largo Maurizio Vitale, uno spazio sfitto di proprietà del comune di Torino, destinato all’abbandono e all’incuria. Torniamo nello stesso quartiere e con i medesimi obiettivi, ricche/i di percorsi consolidati e nuovi progetti. Tra queste mura, intendiamo impiantare e ampliare la rete di corpi e idee che costituisce la nostra realtà. Apriamo qui un cantiere per intrecciare relazioni e pratiche di conflitto, per difendersi ed attaccare – una nuova istituzione comune, come nella mitica esperienza irochese, in cui gli indiani si rifugiano per sfuggire ai coloni bianchi, dove creano una comunità fondata su rapporti paritari, solidarietà e autogestione. Manituana: i seminari autogestiti di letteratura, filosofia e psicanalisi, contro la miseria del mondo accademico e per sviluppare pensiero critico tramite il confronto orizzontale; il gruppo di teatro, il collettivo artistico, i concerti e le jam sessions, i dibattiti e le presentazioni di libri, il festival “Braccia rubate all’agricoltura”, per autoprodurre cultura fuori dai circuiti tradizionali. Manituana: la ciclofficina e il gruppo di acquisto solidale, per un modello alternativo di mobilità e di consumo. Marijtuana: collettivo antiproibizionista, per l’educazione e la sensibilizzazione sulle sostanze. Manituana: gli esperimenti di mutualismo e autorganizzazione di lavoratrici e lavoratori precarie/i e autonome/i, dalle ricercatrici e dai ricercatori non strutturate/i alle e ai riders della micrologistica del Food Delivery. Manituana: la lotta contro ogni frontiera, gli sforzi per costruire un coordinamento antirazzista metropolitano permanente e per sostenere l’accoglienza autogestita. Manituana: un’aula studio, uno spazio per mangiare e una biblioteca virtuale contro le mancanze del welfare cittadino e universitario.

Ma alle somiglianze con il passato si articolano le differenze del presente: in sei mesi le cose cambiano, e di molto. Sappiamo bene che aprire oggi uno spazio sociale significa lanciare una sfida politica importante e difficile, ed intendiamo percorrerla con tutta la determinazione di cui siamo capaci. Dopo la firma del “contratto di governo”, poveri/e, migranti, donne e soggettività non conformi sono state messe al centro dell’offensiva nazional-liberista di Salvini e Di Maio. Allo sfruttamento e alla precarizzazione si sono allora accompagnati disciplina ed autorità patriarcale. La proprietà dei confini e dell’identità nazionale consolida la proprietà economica: l’austerità si rafforza tramite l’inasprimento degli sgomberi delle occupazioni abitative, il sessismo di Stato, il respingimento delle/i migranti e la messa al bando delle ONG. Da nord a sud, non mancano però resistenze e lotte inedite. Mentre la Francia si tinge di giallo e insorge contro l’aristocrazia neoliberale e il suo monarca, in Italia donne e migranti, precarie/i e studentesse/i, sindaci recalcitranti, ribelli mediterranee/i ed alpine/i si oppongono al governo, rivendicando un radicale cambiamento di rotta. In questa situazione, pensiamo che Torino non possa soltanto restare a guardare ma debba a sua volta mobilitarsi, disobbedire alle direttive del governo, ed in primo luogo rifiutare materialmente il “decreto immigrazione e sicurezza”. La nuova Manituana è allora un piccolo passo in questa direzione, capace di tessere bisogni e desideri, aprendo grandi contraddizioni. L’inizio del 2019 lo festeggiamo così, con una settimana di ritardo, in nuovo spazio sociale, per una Torino diversa, aperta e solidale.

Invitiamo tutte e tutti a venire a conoscere e sostenere il nuovo spazio. Il pomeriggio sarà dedicato alla pulizia e ai primi lavori. Per un primo aperitivo, ci vediamo stasera, h18, in Largo Maurizio Vitale 113 (Borgo Rossini, 10 minuti dal Campus Einaudi).

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito, Torino

Appello al mondo della musica e della cultura – Reclaim The Street

Musica e cultura contro disuguaglianze, confini e decreti razzisti

Leggi il testo di lancio della reclaim.

Sentiamo la necessità di attivarci, metterci insieme e dire ad alta voce che le cose non possono
continuare in questo modo, vogliamo usare la nostra musica e le nostre parole per combattere il
razzismo dilagante nel nostro paese. Crediamo che l’arte sia un mezzo di
liberazione e non di oppressione.

Reclaim the street

In Italia e in Europa assistiamo, da tempo, ai violenti effetti prodotti dalla propaganda contro chi
migra: le frontiere vengono usate come arma di controllo per fomentare un clima di odio, i confini
segnano chi può essere accettato e chi no. Chi migra diventa colpevole delle condizioni di povertà
e precarietà della popolazione italiana e proprio su questo il Governo ha fondato la propria azione.
Lega e 5Stelle hanno dichiarato guerra contro chi è povero, contro chi è sfruttato e contro chi è
diverso. Dopo sei mesi dalla firma del “contratto di governo”, è diventato chiaro che i
respingimenti e i sequestri delle navi operati da Salvini nel Mediterraneo vanno di pari passo con
la riduzione delle promesse “sociali” dei 5Stelle.
A perderci sono sempre le stesse persone: migranti sequestrat* in mare ed espuls* dall’Italia;
milioni di persone precarie che non percepiranno alcun reddito di cittadinanza; occupanti di case
che, in caso di sgombero, non avranno alcuna ricollocazione e saranno costrette a rimanere in
strada; donne e soggetti LGBTQI contro cui si scagliano le politiche bigotte e familiste del ministro
Fontana e del ddl Pillon.
La prepotenza del razzismo, dell’autoritarismo e del maschilismo negli orientamenti del governo è
confermata dal “decreto immigrazione e sicurezza” proposto da Salvini, approvato dal consiglio
dei ministri e firmato dal presidente della Repubblica.
Il confinamento dei migranti e di tutti coloro i/le quali non risultano conformi alla loro idea di
“decoro pubblico” è il contenuto principale del decreto, introducendo delle misure che richiamano
da vicino il modello dell’apartheid. La cancellazione della protezione umanitaria per i rifugiati, la
revoca del diritto d’asilo per una condanna in primo grado di qualsiasi tipo e l’inasprimento delle
pene contro le manifestazioni di dissenso sono alcuni dei tratti principali del regime razziale e
repressivo che il governo vuole imporre.
La repressione spacciata per sicurezza tocca anche il tema delle sostanze, disegnando altri
confini, come quelli immaginari fra sostanze legali e illegali, definendo i limiti entro cui possiamo
divertirci e ponendo come unica soluzione quella fallimentare del proibizionismo più becero e
bigotto.
Non possiamo restare in silenzio, vogliamo usare la nostra musica per dirvi con chiarezza che noi
non ci stiamo, che siamo pronti e pronte a mobilitarci e riprendersi le strade in una metropoli
come Torino diventa ormai essenziale.
Ci vogliono normat*, ordinat* e silenzios* nella loro malata idea di decoro, prigione ideologica
fatta di finta legalità e perbenismo nel cui nome viene ormai sdoganata e perpetrata qualsivoglia
forma di violenza.
Non ci avrete mai come volete voi!
Ci vediamo sabato 27 ottobre, alle ore 15, con ritrovo al Ponte Mosca (Balon, Fermata Borgo
Dora): un corteo musicale, meticcio e solidale sarà la nostra risposta.
Contro disegueglianze e confini, No al Decreto Salvini!