Sul Maria Adelaide. Salute, emergenza sanitaria e cambiamento sociale.

Oggi 7 aprile ricorre la giornata mondiale della salute.
Una ricorrenza che la pandemia di covid19 carica di significati e riflessioni sempre più urgenti. Riflessioni che sentiamo l’esigenza di condividere e rilanciare.

Mentre le ex Officine Grandi Riparazioni vengono trasformate in “ospedale da campo” con 100 nuovi posti letto di terapia intensiva e si ipotizza di fare lo stesso al Lingotto, assistiamo all’esplosione delle tante contraddizioni accumulate dal sistema sanitario regionale negli ultimi decenni.

Partiamo dall’Amedeo di Savoia, ospedale che avrebbe dovuto essere chiuso e che ora invece è diventato la “prima linea” contro l’epidemia per tutta la provincia. All’Amedeo è stato individuato il paziente 1, vengono praticati circa la metà dei test virologici dell’intera Regione e sono stati velocemente raddoppiati i posti letto, raggiungendo quota 100, come alle OGR. Come hanno titolato molti giornali, l’ospedale di corso Svizzera avrebbe, in teoria, dovuto essere chiuso, causa tagli e razionalizzazioni, con molti reparti già trasferiti ed altri in fase di trasferimento. Per fortuna il processo di smantellamento non è stato portato a termine nei tempi previsti e alla città è rimasto un presidio fondamentale, anche nella lotta contro il coronavirus.
È bene ricordarsi che se l’Amedeo di Savoia è ad oggi aperto è solo grazie ad un caso fortuito.

Spostandosi un po’ a sud il nostro sguardo è finito rapidamente sul Maria Adelaide.

Foto dall’internet

Nonostante in queste settimane le attività di Manituana siano state sospese, non abbiamo abbandonato il quartiere in cui tanti e tante di noi abitano, vivono e lavorano. Soprattutto, non abbiamo dimenticato le contraddizioni che il quartiere continua a vivere e che l’emergenza sanitaria ha fortemente acuito. Su tutte, la mancanza di un presidio sanitario importante.

La riapertura dell’ospedale, in queste settimane, è stata chiesta da quegli stessi politici che ne auspicavano la vendita (si parla di febbraio 2019, la chiusura risale al 2016) in cambio di pochi milioni di euro da investire in apparecchiature mediche.

La sua chiusura, contrastata tanto dal personale sanitario che ci lavorava quanto dai cittadini, rappresentò un perfetto esempio di svendita del patrimonio sanitario pubblico per far cassa e favorire la concentrazione dei servizi sanitari nel mastodontico progetto di Città della salute.

Il tutto con il patrocinio di quel centrosinistra che ora rilancia petizioni per chiederne la riapertura, alimentando ancora una sterile polemica, circoscritta a soli membri di partito. Difficile distinguerli dalla controparte, il centrodestra di Alberto Cirio.

Pensiamo per esempio all’ospedale di Verduno, aperto in un tripudio mediatico, senza far alcun cenno ai limiti strutturali, già stati affrontati sulle pagine dell’Espresso nel 2013, e la cui costruzione e apertura a beneficio di telecamere difficilmente potranno risolvere i problemi della sanità del basso Piemonte, falcidiato dalla chiusura, ad esempio, dell’ospedale di Alba, passata invece sotto silenzio.

Lo stesso si pensi anche per il Maria Adelaide, la cui riapertura è stata infine rilanciata (e dire che per la maggioranza in consiglio regionale non era fattibile fino alla settimana scorsa!) per accogliere in via emergenziale le persone senza fissa dimora positive o malate di covid19, dopo che i dormitori comunali, in condizioni di rischio per operatori e operatrici oltre che per ospiti, hanno fatto da incubatori del contagio. A emergenza finita cosa accadrà a queste persone? Verranno ributtate in strada a tirare a campare? E cosa accadrà del Maria Adelaide? Verrà richiuso?

Il nostro Paese si è trovato a dover affrontare un’emergenza sanitaria devastante e improvvisa. Il cigno nero che si pensava inesistente si manifesta ancora oggi e il sistema sanitario si è trovato per quasi un mese tutt’altro che pronto a fronteggiarlo.
Di fronte a questa situazione, è quanto mai necessaria un’analisi critica che sappia chiarirne le responsabilità politiche: essa è pura e semplice conseguenza di come sono state gestite fino ad adesso la formazione del personale, gli investimenti nella ricerca di base, l’organizzazione, o meglio la distruzione, del comparto sanitario e delle sue strutture.

Seguendo una logica improntata alla razionalizzazione, all’economicità, alla sistematica demolizione di un sistema sanitario che è frutto delle lotte sociali del passato siamo arrivati a dover contare un impressionante numero di morti e malati, anche e prima di tutto tra il personale sanitario, di persone colpite nella propria salute fisica e psicologica, nei propri affetti, come mai avremmo pensato fosse possibile.

Su tutto pesa l’egoismo di quei decisori politici che piangono miseria e rivendicano azioni dovute e tardive come se fossero grandi atti di eroismo.

Non possiamo inoltre non guardare con disgusto alla santificazione di quel personale medico sanitario nella realtà è invece fondamentalmente abbandonato a se stesso nella gestione della crisi. Se c’è qualcosa nell’epidemia che assomiglia ad una guerra è il trattamento riservato a chi si trova ad operare in condizioni di grave depauperamento: li chiamano eroi mentre li mandano al macello.

Puntiamo dunque il dito contro chi per anni ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, riducendo il personale e rendendolo precario, tagliando gli stipendi, chiudendo strutture all’avanguardia e presidi territoriali, disinvestendo e stornando fondi essenziali. Semplicemente, non sono state ascoltate le voci di chi metteva in guardia dal liberalizzare e introdurre dinamiche aziendali in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Uno striscione sul Maria Adelaide, un paio di settimane fa

Tornando al Maria Adelaide, chiediamo con forza che esso venga riaperto e non solo rispetto alla situazione emergenziale. Vogliamo che torni a fornire prestazioni mediche essenziali e di qualità, nell’ottica di riattivare presidi sanitari diffusi sul territorio.

Inoltre, vorremmo riuscire ad ampliare la riflessione e guardare alla pandemia non come una crisi momentanea, ma come un evento che si ripeterà: quante ondate di ritorno del Covid-19 avremo, o quali nuove malattie ci troveremo ad affrontare?

La situazione in cui ci troviamo oggi non è un caso o una fatalità ma è diretta conseguenza di quanto fatto e deciso in passato, errori che non dovremo più ripetere in futuro.

Cosa ci dice questa crisi del nostro presente?
Stanno emergendo in maniera sempre più drammatica le condizioni insostenibili in cui versano le persone disabili e i loro familiari, le donne che vivono situazioni di violenza domestica e i loro figli e figlie, le persone affette da disturbi psicologici e psichiatrici o da patologie pregresse.

Tutte situazioni che non si risolveranno col finire della crisi, ma che anzi andranno ad aggravarsi ed esploderanno, trascinando con sé altri nuclei familiari.
Inoltre, la sospensione di moltissimi esami di screening, dei controlli e servizi di routine, come impatterà sul sistema sanitario?

Passata l’emergenza ci si troverà di fronte ad un sovraccarico generale del già precario e oberato SSN e di chi vi lavora e, senza un’accurata prevenzione, moltissime persone si troveranno ad affrontare malattie diagnosticate in ritardo.
Tutto questo richiederà, come minimo, che le strutture predisposte per la pandemia da Coronavirus rimangano aperte e vengano implementate e rafforzate.

Ma non sarà sufficiente. La dura messa alla prova del SSN e la velocità con cui invece si sono moltiplicati posti letto indicando chiaramente che dopo l’emergenza non sarà possibile continuare con le politiche di tagli e chiusura degli ospedali, ma si dovrà invece intraprendere la strada opposta. Anche mantenendo e riaprendo i presidi diffusi sui territori.

Non ci si potrà più nascondere dietro la creazione di grandi poli sanitari, fondamentali ma non sufficienti a rispondere alle esigenze della popolazione. La prevenzione e la cura diffusa saranno strumento indispensabile per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute, sia fisica che psicologica.

A prescindere dall’appartenenza politica poi,  sia il centrodestra che il centrosinistra continuano a operare nell’ottica dell’emergenza, accentuando i toni propagandistici e distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo, contestualmente alla richiesta di riaprire l’Ospedale Maria Adelaide, vogliamo sottolineare l’importanza che rivestono gli ospedali delle Valli e nelle piccole cittadine, da anni sotto attacco e che in alcuni casi sono stati chiusi. La creazione di poli di eccellenza non può più escludere il mantenimento di strutture sui territori, che non vanno abbandonati a se stessi


Oltre a voler prendere parola, vorremmo che si avviasse un confronto pubblico, ora necessario più che mai. I tempi e i modi di questo confronto sono ancora tutti da immaginare, e vorremmo immaginarli insieme.

Abbiamo appreso infatti con preoccupazione delle dichiarazioni del Presidente della Regione sulle nuove restrizioni che intenderebbe porre in essere. Ad Alberto Cirio, il 25 marzo e ancora a inizio aprile, è bastato un giro in macchina per confermare la sua sensazione. “Venendo a Torino ho visto ancora troppa gente in giro”.

Ci chiediamo fino a quando si vorrà dispiegare l’esercito nelle strade, al netto di tutto attraversate da persone che, com’era prevedibile, sono attente al rispetto del distanziamento sociale, essenziale nella fase iniziale di ogni epidemia per tutelare la salute propria e delle e dei propri cari.

E fino a quando si vorrà ricorrere ai contatti personali tra politici, imprenditori e militari?
Ricordate le mascherine prodotte dalla Miroglio di Alba grazie all’intervento del governatore? Nei reparti ospedalieri non si sono viste. E la realizzazione dell’ospedale da campo alle OGR, frutto di un accordo personale tra il governatore e il genio dell’aeronautica militare?

Chi governa la crisi procede secondo i propri gusti personali, ansioso di farsi notare e senza capacità di pianificare e coinvolgere la popolazione e chi lavora in ambito sanitario.

Cittadine e cittadini, così come medici, infermieri, operatori e personale sanitario, che, nonostante chiedano maggiore attenzione e più investimenti nella sanità pubblica, sia in ottica emergenziale che per il futuro, non ricevono risposte.

I vari piani di realizzazione della Città della salute vanno nella direzione di una sanità sempre più concentrata geograficamente, a scapito dei servizi territoriali. La sanità viene venduta pezzo a pezzo alle fondazioni private per le quali la salute è una merce e che in queste settimane cercano di ingraziarsi il favore del pubblico mettendo a disposizione qualche posto letto. Il libero accesso alle professioni sanitarie è ancora contingentato dal numero programmato, che non viene messo in discussione nonostante sia evidente la logica autodistruttiva, classista ed elitaria alle sue origini.

Quando invece si interverrà per aprire nuove assunzioni, nuovi presidi sanitari sul territorio, nuovi e più larghi criteri di reclutamento del personale, la fine delle esternalizzazioni dei servizi e la fine della precarietà?

L’interno del Maria Adelaide in uno scatto di Samuele Silva

Non possiamo accettare che una tematica così importante e così sentita nel nostro quartiere, nella nostra città e nella nostra regione venga ancora ignorata.
Non si possono più avallare la dismissione e poi la svendita – o peggio ancora, l’abbandono- di ospedali come il Maria Adelaide, ad oggi chiuso ma per cui, oltretutto, si spendono decine e decine di migliaia di euro l’anno per il servizio di vigilanza di un edificio vuoto.
Crediamo che non si possa risolvere un problema che ha visto l’attivazione – anche se per ora comprensibilmente confinata alla sfera del digitale – di migliaia di persone, con qualche dichiarazione di parte.

Le reazioni a caldo dei politici sull’opportunità e sulla fattibilità non bastano. Anche alla luce dell’emergenza sanitaria in atto crediamo sia necessario ripensare il coinvolgimento della popolazione su questo tema.

Non possiamo più pensare di delegare a una ristretta cerchia di membri di partito il dibattito. Questo dev’essere portato a tutti i livelli della società. Il confronto pubblico che chiediamo va in questa direzione: le decisioni sulla sanità devono tornare patrimonio pubblico e non possono più essere subite in silenzio senza potervi incidere né partecipare.

Se le competenze tecniche sono essenziali è altrettanto essenziale che quelle competenze vengano condivise e che favoriscano una presa di parola e riflessione collettiva.


Le politiche sanitarie, intese come parte dell’organizzazione della società, devono tessere patrimonio della comunità. Questo è il nostro invito: con ogni mezzo possibile e necessario, prendiamo collettivamente parola per ogni servizio sospeso, per ogni ospedale chiuso!

SALUTE GARANTITA PER TUTTU? MA QUALE SALUTE? E PER CHI?

“Questa è la nostra vera condizione: quella che ci rende incapaci di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. È la condizione che ci è più congeniale e tuttavia quella più contraria alla nostra inclinazione: ardiamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e una base che ci permetta di edificare una torre che si elevi all’infinito; ma le nostre fondamenta scricchiolano e la terra si apre fino agli abissi”.

(Pascal in Pensieri) 

Nelle ultime settimane in molti abbiamo sentito l’esigenza di ragionare intorno al concetto di salute. Parlare di malattia in relazione all’emergenza legata alla pandemia del Covid-19 è diventata una dimensione totalizzante per le nostre vite. Riteniamo importante però partire da una riflessione a riguardo: di quale salute si sta parlando?

La crisi che stiamo affrontando ci mostra con evidenza come attualmente il concetto di salute sia fortemente ancorato ad un’accezione meramente biologica: salute come assenza di malattia.
Uno stato di “benessere” che permette ad un corpo sano – non infetto da un virus – di condurre la propria vita, portare avanti le proprie abitudini quotidiane e rispondere alle incombenze ordinarie. In fin dei conti, un corpo sano il necessario per andare a lavorare…

Mentre la modernità in qualche modo ci fa assumere la complessità, le istituzioni invisibilizzano ciò che non è facilmente risolvibile.  Ormai diamo per scontato che la salute – così come la malattia – sia un costrutto complesso nella sua dinamicità e sistematicità, frutto di processi sociali, culturali, economici e politici dipendenti tra loro.

La concettualizzazione della salute assume questa complessità – almeno in linea teorica – declinandola in uno stato di completo benessere fisico, ma anche psicologico e sociale. Dimensioni imprescindibili le une dalle altre, che però nella quotidianità della vita prescindono eccome.

L’attacco di un virus che sfugge al nostro sapere e la quarantena collettiva che ne è seguita, ci fanno invece interrogare su quanto la condizione umana sia precaria e fallace nonostante la narrazione di un occidente all’avanguardia. Un virus il cui contagio avviene principalmente attraverso il contatto più o meno stretto con una persona malata, che implica l’isolamento, la paralisi relazionale, la fobia sociale.

I sintomi possono risultare impercettibili, la trasmissione brutale, l’incubazione lenta e la prevenzione impossibile: nessun vaccino, solo la condizione umana in tutta la sua precarietà.

La malattia diventa dunque un evento sfortunato che minaccia o modifica irrimediabilmente la nostra vita individuale, e al contempo un disastro collettivo dalle conseguenze difficilmente prevedibili, almeno in parte.

Le misure restrittive necessarie per arginare il contagio richiedono la quarantena, come isolamento forzato nell’ottica di limitare fortemente i movimenti e i contatti delle persone e tra le persone. Sono necessarie prese di posizione da parte delle istituzioni nella direzione di ridurre la probabilità del rischio di infezione e di diffusione del contagio, che devono garantire la salvaguardia della salute collettiva. 

In questa condizione di quarantena necessaria a tutelare la salute, sembra tuttavia che nessuno o quasi si preoccupi della potenziale ed inevitabile esacerbazione della sofferenza psichica. Sofferenza psichica come dimensione strettamente congiunta a quella biologica e sociale. Sofferenza psichica come rischio sistemico – tra i tanti – per le soggettività, le collettività e per gli individui più fragili, oggi più di ieri.

Una distruzione della quotidianità che di fatto interrompe i servizi di base alla persona, servizi socio-assistenziali fondamentali per molti. Facendo cadere nuovamente la responsabilità sui singoli e il peso dell’assistenza sempre di più sulle famiglie, traducendosi in forme di frustrazione incontenibili che possono sfociare in inutili ricoveri coatti.

L’impennata dei  Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) è allarmante, a Torino assistiamo da giorni ad un costante aumento, il dato del 20 marzo nel capoluogo piemontese è di nove TSO, a fronte di una media inferiore ad uno al giorno.

Cosa vuol dire per una persona in cura essere costretta alla reclusione casalinga? Significa vedersi negare il supporto dei servizi sanitari e socio-assistenziali territoriali essenziali, interrompendo di fatto quella continuità terapeutica alla quale non viene data nessuna importanza. Non poter accedere ai servizi e ai centri diurni per disabili non autosufficienti e anziani, utenti psichiatrici minori e adulti, alla riabilitazione estensiva o di mantenimento.


Misure che se da un lato sono senz’altro necessarie per il contenimento del contagio virale e la salvaguardia della salute delle persone fragili, degli operatori e della società tutta, dall’altro dovrebbero tener conto di questa sofferenza sommersa ignorata fino a questo momento, e dai decreti stessi che di fatto non forniscono disposizioni chiare e valide su tutto il territorio nazionale neanche durante un’emergenza.

La priorità, per l’ennesima volta, non solo non viene data alla prevenzione e al sostegno dei soggetti più fragili, ma non viene nemmeno presa in considerazione quell’ottica globale all’interno della quale dovremmo guardare alla salute collettiva.

I centri di salute mentale restano aperti ma solo per situazioni contingenti ed urgenti sospendendo dunque la loro “attività ordinaria”, ogni realtà territoriale ha deciso per sé in base a disposizioni regionali, dei dipartimenti di salute mentale o dei singoli direttori sanitari.

Molte realtà hanno sospeso le attività per impossibilità di adottare i necessari dispositivi di sicurezza, mentre altre hanno continuato a garantire servizi di cura e assistenza sia nei servizi che a domicilio dei pazienti con le adeguate precauzioni.

Parecchie strutture residenziali per anziani e disabili sono state letteralmente chiuse con i pazienti e gli operatori dentro, vietando le periodiche visite o i ritorni presso il domicilio. Misure restrittive confusionarie e contraddittorie, nella totale incapacità di definire misure adatte ad attenuare l’impatto di un’emergenza.

Come riportato in un articolo di Napoli Monitor, la stessa Gisella Trincas, presidentessa dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, sottolinea: “Siamo fortemente preoccupati da una situazione che potrebbe essere fuori controllo. I servizi di salute mentale già soffrivano di una condizione di grande fragilità e disomogeneità sia nella organizzazione dei servizi che nelle pratiche operative. Nella situazione attuale in cui le persone fragili devono essere semmai maggiormente sostenute, questo comportamento oltre che inaccettabile è ad alto rischio per la salute dei cittadini”.

Tutto questo però è frutto di determinate scelte politiche, che hanno portato a drastici tagli per il sistema sanitario pubblico nazionale, ad un modello che ha visto una crescente ibridazione tra pubblico e privato, sempre a favore di interessi economici e a scapito della salute pubblica. La sanità è diventata sempre più di competenza regionale, espandendo un fenomeno a macchie di leopardo che ha messo a dura prova le realtà territoriali e la loro organizzazione.

In linea con questa tendenza le misure di contenimento del virus, atte alla salvaguardia della salute biologica di tutt@, o quasi – pensiamo alle e agli operai delle filiere non fondamentali – sono finite per peggiorare la condizioni di vita di chi già prima della pandemia si ritrovava nella condizione di dover ricevere e dare le cure.

Come ha sostenuto l’altro giorno David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi: “Non si può pensare che gli aspetti psicologici continuino ad essere affidati al volontariato o alla mobilitazione generosa di tanti psicologi o alle tasche dei cittadini, peraltro sempre più vuote. […] Occorre da subito potenziare e mettere a sistema ciò che esiste in modo tale che emergenza sanitaria e psicologica trovino una comune e coordinata strategia. Tenendo conto che l’emergenza psicologica avrà caratteri strutturali e conseguenze non brevi che vanno messe in conto”.

Senza una reale salvaguardia dei servizi di cura e assistenza alla persona c’è il reale rischio che il contenimento del virus faccia slatentizzare disturbi finora tenuti sotto controllo e mandi in burn-out chi di loro si occupa.

L’impatto psicologico della quarantena forzata, che prevede un deterioramento della salute mentale, la riduzione dei rapporti sociali e la perdita della solita routine vanno ad influire su angoscia, insicurezza e senso di impotenza. Senza dimenticare che le perdite finanziarie derivate dalla quarantena sono considerate un fattore di rischio rilevante per lo sviluppo di disturbi psichici. 

Comportamenti di evitamento e paranoici si diffondono, e le emozioni si amplificano. Far fronte ad una pandemia globale implica la paura di morire, di perdere i propri cari, del contagio, delle restrizioni della libertà, della povertà, della solitudine e della noia.

La paura gioca da protagonista, un meccanismo di difesa ad un pericolo esterno adattivo che può risultare disfunzionale se non viene correttamente canalizzato: la paura è senza alcun dubbio il vettore del cambiamento ma questo cambiamento può far sì che io mi occupi della mia paura o che me ne preoccupi.

Questa differenza sottile, riportata da Luigi d’Elia nel suo articolo sulla pandemia come Trattamento Sanitario Obbligatorio collettivo, implica una distinzione sostanziale: in un caso mi permette di adottare le misure necessarie a ridurre la probabilità del rischio di ammalarmi, a selezionare informazioni ufficiali e prendere precauzioni sensate, dall’altro vengo divorato in una voragine di angoscia che direziona i miei comportamenti verso tutto ciò che non è funzionale, anzi il più delle volte deleterio.
Tuttavia la reazione può altresì consistere in meccanismi di difesa che permettono di ergere dei muri attorno alle paure provate così da aver maggior controllo su di esse, negandole o direzionandole altrove.

Questa forma di schermatura dal reale, sfocia anche nel cinismo di alcune posizioni, provenienti per esempio dai vari Johnson, Bolsonaro, Confindustria e Confcommercio, difensive dello stile di vita neoliberista.

Uno stile di vita emblematico di un sistema economico e politico che mal distribuisce le proprie risorse, che è ancora fortemente restio ad assumere – per le concezioni di salute e malattia, ma non solo – un modello realmente bio-psico-sociale all’interno di un’ottica proattiva di prevenzione e promozione della salute.

E così lo stile di vita precede la vita stessa, nella totale incapacità di assumere che senza salute mentale non possa esserci salute. L’ennesima negazione che sostiene il realismo capitalista.

  • Illustrations of mental illness and disorders by Shawn Coss

COMPAGNA E SORELLA, DISTRUGGIAMO IL SISTEMA!

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.

L’8 marzo è arrivato. Ancora una volta oggi ci ritroveremo per contarci e per lottare insieme. Non può esserci momento migliore di questo per chiederci che strumenti abbiamo per le mani e come vediamo il mondo che vogliamo costruire. Questo è un testo bellissimo e urgente, scritto da una donna la cui memoria ci accompagnerà sempre. Sehid Ceren Güneş, internazionalista turca morta combattendo sul fronte di Tell Tamer in Rojava pochi mesi fa contro l’invasione dell’esercito turco-jihadista. Era comandante dell’IFB, International Freedom Battalion ovvero il gruppo militare internazionalista ricreato per resistere all’offensiva turca accanto ad altri gruppi come le YPG/YPJ, ed era una compagna femminista che come tante altre aveva lasciato tutto per dedicarsi interamente alla lotta per difendere la rivoluzione femminista, ecologista e socialista in Siria del Nord. Questo testo parla di tante cose che ci riguardano da vicino come femministe, che ci premono ogni volta che ci chiediamo come agire per combattere la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, ogni volta che ci contiamo sperando di non aver perso nessuna per strada, ogni volta che ci sentiamo impotenti e sole anche quando siamo insieme. Per Ceren e per le sue compagne, di fronte alla violenza del sistema che subiamo ogni giorno l’unica risposta può essere la contro-violenza delle donne, non solo come strumento di autodifesa ma come percorso necessario per costruire un mondo nuovo.Non dobbiamo dimenticare che la testa e l’anima che ha saputo scrivere queste parole non esiste più, e non per cause provvidenziali ma perché una mano precisa ha causato la sua morte, la stessa mano che opprime le donne e le soggettività non conformi in tutte le parti del mondo, quella del fascismo e del patriarcato. Ceren è morta ma le sue idee sono le nostre: è nostro dovere assumerle, ricordarle e anche dibatterle, ancor di più in una giornata come questa.
Facciamo sì che queste parole viaggino per il mondo, attreversino le frontiere e gli Stati che ci opprimono come li attraversa la lotta femminista internazionalista che ci unisce tutte nello stesso respiro.

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema


Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte.1

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul2. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne3. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa. 

Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.

Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente. 

Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 

Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione. 

Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne

Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne. 

La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 

Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo. 

Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.

È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata. 

Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare. 

Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa. 

Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico. 

Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale

Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.

Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.

Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali. 

E oggi…

Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…

Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:

Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”


Ceren Güneş4 – 30 settembre 2019

1 Da Etica Hacker, Pekka Himanen

2 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.

3Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN

4 La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).