Dentro la lotta dei pastori: un contributo dalla Sardegna.

Pubblichiamo un contributo da una nostra compagna. Dalla Sardegna un report del blocco che i pastori sardi stanno portando avanti contro le grandi industrie casearie!

15 febbraio. Sono le 4.30 del mattino al porto di Arbatax. È ancora buio e nell’aria fresca e limpida si vedono distintamente le luci e la sagoma della nave che ha appena ormeggiato in banchina. È una grande nave proveniente da Civitavecchia, una delle tante che trasportano prodotti alimentari importandoli in Sardegna dall’Italia e da altri Paesi.

I pastori iniziano a radunarsi presso il muro e le finestre cieche della Stazione Marittima, edificio costruito trent’anni fa che avrebbe dovuto essere la punta di diamante del Borgo marinaro di Arbatax, mai inaugurato e oggi in stato di totale abbandono, in attesa di un finanziamento regionale di 400mila euro che tarda ad arrivare. I pastori sono più di quaranta e sono arrivati da ogni parte dell’Ogliastra. Alcuni di loro sono giovanissimi.

I carichi provenienti da porti italiani arrivano la mattina molto presto, ed è necessario bloccarli direttamente all’uscita del porto, prima che raggiungano le strade provinciali e vengano immessi nel circuito della grande distribuzione. Tutti i pastori, dopo il blocco, all’alba, torneranno ai rispettivi paesi perché “is signorinas”, come un pastore chiama scherzosamente le sue bestie, hanno bisogno di essere munte ogni giorno, mattino e sera. Anche le pecore iniziano a risentire della lotta: alcuni pastori, che producevano 100 litri di latte al giorno, raccontano di essere scesi a 90 litri. Una perdita molto consistente, causata dalla lontananza dei pastori dal gregge per poter presidiare le strade, i porti e le aziende individuate come strategiche; come il caseificio Pinna di Thiesi (leader del settore industriale caseario in Sardegna, con un fatturato di 50 milioni e una consolidata presenza nei mercati nazionali e internazionali, in particolare negli USA) dove un presidio permanente blocca da sette giorni tutte le fasi del processo produttivo.

 

Quello del pastore è un lavoro durissimo che richiede grandi sacrifici, non prevede giorni di vacanza o di malattia, non ha tutele e in Sardegna, ormai da decenni, è sancito dalla negoziazione al ribasso del prezzo della materia prima, gestito dalle aziende che comprano il latte, lo rilavorano e immettono il prodotto finito sul mercato guadagnando più del doppio rispetto alla spesa iniziale. Anche la trattativa con le aziende organizzata da Salvini al Viminale è fallita. Gli industriali hanno offerto 0.72, molto lontani dall’euro più IVA al litro che i pastori chiedono. Ieri l’incontro industriali-allevatori aperto dal ministro dell’Agricoltura Centinaio si è concluso con la decisione di stabilire una tregua di tre giorni dalla mobilitazione, durante la quale i pastori valuteranno quest’ultima proposta. Questi lunghi giorni di faticosi blocchi e presidi hanno mostrato agli occhi del mondo intero le schifose dinamiche di sfruttamento del mondo agropastorale da parte di un sistema economico che su di esso si regge, nonché l’impossibilità umana di poter continuare a produrre a queste condizioni; la risposta delle aziende, trincerate dentro le loro torri d’avorio, è di un aumento di dieci centesimi rispetto al prezzo stabilito. Dieci centesimi: questo è quanto valgono la vita e il lavoro di migliaia di uomini e donne.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento

Da lontano vediamo le guardie aprire il cancello e i primi mezzi uscire dal porto e dirigersi verso di noi: auto private, un paio di passeggeri a piedi con le valigie. Alcuni autisti, passando, rivolgono ai pastori cenni di saluto, sorrisi e brevi grida d’incoraggiamento. Qualcuno ha aperto una grande bandiera con i quattro mori e la tiene sollevata. Il primo furgone viene bloccato, aperto, i bollini controllati: dentro ci sono verdure, e si decide di permettergli di proseguire. Nel frattempo un’automobile dei carabinieri ha parcheggiato dietro l’angolo e un agente si dirige verso il gruppo di pastori, la maggior parte dei quali si muove con il volto completamente scoperto. Il secondo furgone viene bloccato e aperto: si scopre vuoto e viene fatto ripartire.

Il terzo camion mostra il carico più interessante. È a doppia cella, rispettivamente frigorifera e per il surgelamento. I pastori riescono ad aprire solo la cella frigorifera e la trovano piena fino all’orlo di carne impacchettata: polli, tacchini, agnelli. Qualcuno controlla la provenienza nei bollini: India, Pakistan. Mentre si decide il da farsi, una volante della polizia parcheggia a qualche metro di distanza dal furgone e due poliziotti si avvicinano al blocco. Uno di loro tocca in modo brusco il volto di un pastore che indossa il passamontagna e gli chiede perché se lo sia messo. Un altro si frappone tra i pastori e il furgone e chiede loro aggressivamente: “È carne! Vi interessa!?” Ma evidentemente a lui non interessa la risposta perché subito dopo tira fuori il telefonino e inizia a riprendere  la scena, puntando la luce sul volto dei presidianti. Il portellone viene richiuso, il furgone viene fatto ripartire.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento. Una denuncia e la minaccia del carcere non sono poca cosa, soprattutto per chi vive in condizioni economiche precarie e non può prendersi il carico di nessuna spesa processuale. Per questo alcuni pastori indossano il passamontagna, altri si coprono il viso con sciarpe e cappucci; ma la maggior parte è a volto scoperto, perché c’è la percezione fortissima che si tratti di uno sciopero corale, una protesta che coinvolge la Sardegna tutta e le comunità di cui i pastori fanno parte.

Sappiamo che dentro il porto è rimasto ancora un furgone con un carico di prodotti agroalimentari, probabilmente verdure, ma i cancelli vengono richiusi e nessun altro automezzo viene più fatto uscire. Più tardi scopriamo che il porto mercantile rimarrà chiuso per tutta la giornata: temono di non riuscire ad eludere la sorveglianza dei pastori, che questi intercettino i camion e gettino il carico per strada. C’è tra i pastori la consapevolezza della propria forza collettiva, di come finalmente la paura stia cambiando campo e che gli industriali stiano iniziando a temere seriamente i blocchi e le perdite economiche che da essi derivano. Questa mattina non si è ottenuto niente ma al prossimo blocco l’organizzazione migliorerà. Ci sono vedette e osservatori in ogni angolo del territorio, che tengono alta l’attenzione, lanciano i presidi e mantengono i contatti con gli altri pastori.

La protesta dei pastori sardi. ANSA/FABIO MURRU

Ci si coordina a livello provinciale e regionale grazie ai gruppi Facebook e alle chat su Whatsapp. Le chiamate per i blocchi sono ormai frequentissime e solitamente arrivano poche ore prima o la notte prima del blocco; questa chiamata in particolare ci è arrivata ieri notte e avvisava di un carico di latte e carne proveniente dal continente che doveva essere intercettato e controllato.  Le nuove tecnologie permettono questo tipo di coordinazione e la gestione di una lotta popolare che rifiuta qualsiasi tipo di rappresentanza o di organizzazione dall’alto.

Si depit sciri ca sa genti giai iddu est, dice un pastore: Si deve sapere che la gente c’è. Anche qui in Ogliastra, un’ex provincia storica isolata dalla mancanza di collegamenti, vessata da anni di cattiva amministrazione, spopolata dall’emigrazione giovanile e dalla disoccupazione, la gente c’è. La cosa bellissima di questa lotta, che la distingue da tutte le precedenti, è che per la prima volta is giovunus mutint is babus: i giovani chiamano i padri, dicono loro di lasciare il gregge e di andare a presidiare le strade. I padri dicono: ma noi l’abbiamo già fatta anni fa questa lotta, e non è servita a niente. E i figli rispondono: Imoi est un atra cosa. Custa est s’ora. Ora è diverso, è arrivato il momento.

Questa volta is pastoris ant pediu de azerai is sindacaus: hanno chiesto di cancellare i sindacati. Numerosi sono infatti i contrasti con la Coldiretti così come con l’MPS, Movimento Pastori Sardi che si era assunto la gestione delle trattative con i politici nelle lotte dei pastori di dieci anni fa, conclusesi con un nulla di fatto, che adesso sono stati completamente delegittimati dai pastori stessi.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

Il rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza, e quindi la cancellazione del passaggio intermedio di interlocuzione con i politici, si accompagna stavolta ad un attacco diretto alle aziende. Queste sono nelle mani di padroni e padroncini che fanno parte di un élite economica e sociale che, assumendo il controllo su di sé, può ottenere profitti altissimi abbassando il costo della materia prima o procurandosene scadente (ad esempio, il latte in polvere): infatti ci sono dei casi in cui gli stessi proprietari delle aziende che forniscono prodotti a marchio D.O.P. sono poi le stesse persone che si occupano della certificazione dei prodotti D.O.P., come i fratelli Andrea e Pierluigi Pinna della già nominata azienda di Thiesi nel sassarese che sono rispettivamente presidente del Consorzio di tutela del Pecorino sardo e consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità del formaggio.

L’Antitrust ha aperto un’istruttoria nei confronti del Consorzio e di 32 imprese di trasformazione ad esso aderenti, tutte con sede in Sardegna, per verificare se abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte sardo di pecora destinato alla produzione di pecorino romano D.O.P. al di sotto dei costi medi di produzione. Ma il problema non è puntuale o vertenziale, bensì di tutto il sistema. È evidente la matrice anticapitalista di questa mobilitazione popolare, che punta il dito sul fallimento completo del sistema economico liberista e sulla ribellione come unico possibile vettore di cambiamento.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

“C’è chi dice che i pastori stessi dovrebbero produrre il formaggio” racconta una pastora. “A parte il fatto che legalmente non possono farlo, ma perché dovrebbero? Il problema è una mancanza totale di conoscenza su come funziona la produzione nel settore agropastorale e che la specializzazione di un pastore non è la stessa di un produttore caseario. Il pastore è specializzato nella produzione di latte. Perché la soluzione dovrebbe essere obbligarlo a fare un lavoro che non gli compete?”

 

La lotta dei pastori è una lotta popolare di tutte e tutti, perché molte sono anche le pastore, così come le persone solidali in una ribellione che sta muovendo la società tutta. La battaglia non è più solo sul prezzo del latte ma si sta estendendo a tutti i settori agropastorali: latticini e prodotti caseari, frutta, verdura, bestiame.

Alle 7 del mattino di oggi era previsto anche un blocco nel porto di Golfo Aranci, organizzato dai porcari per intercettare e controllare un carico di maiali vivi proveniente dal continente.  Il controllo della merce funziona con la lettura del bollino, dove è indicata la provenienza e la destinazione del prodotto: se i maiali sono destinati alla macellazione e alla vendita diretta, i porcai si approprieranno del carico. In questo momento si sta anche svolgendo un’assemblea regionale a Pratobello.

Pratobello, località nelle campagne di Orgosolo in cui, esattamente cinquant’anni fa (il 19 giugno ricorre l’anniversario) un’altra rivolta popolare, antimilitarista, si oppose all’occupazione dell’esercito italiano e impedì che nei terreni di pascolo sottratti ai pastori venisse impiantato un poligono di tiro permanente. Oggi come allora, le comunità trainano la ribellione.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

I pastori non vogliono parlare di ministri, dei partiti o dei vari politicanti che si sono schierati pubblicamente a loro favore negli ultimi giorni. Hanno individuato una rivendicazione comune per la quale hanno posto una forte rigidità ovvero il rifiuto di qualsiasi contrattazione al ribasso, e ritengono che il dialogo con la politica debba servire solo nella misura in cui è strumentale per raggiungere quest’obiettivo. I pastori sanno bene che l’interesse dei politici è subordinato alle elezioni regionali previste per il 24 di questo mese e che ogni sigla partitica vuole mettere il cappello sulla loro battaglia per ottenere un tornaconto in termini elettorali.

Questa lotta popolare è nata da singoli lavoratori che si coordinano dal basso e rifiutano qualsiasi tipo di rappresentanza sindacale perché hanno fatto esperienza dell’inutilità della gestione tramite delega, e sono, piuttosto, consci della capacità della rappresentanza di spegnere la forza della lotta collettiva, chiudendola nelle stanze dorate della politica e consegnando il potere di una mobilitazione comune nelle mani di singole persone: e il potere nelle mani di singoli si trasforma in favoritismi, omertà, interessi personali, corruzione.

Questi lavoratori disillusi nei confronti della politica e fermi nell’opporsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione della propria lotta da parte dei potenti; che si coordinano a livello territoriale, nelle comunità in cui vivono e che attraversano, passandosi le notizie l’un l’altro, bloccando le strade nel cuore della notte, aprendo i camion e rovesciando quel latte frutto del loro lavoro – così come il latte, la carne, le verdure surgelate e importate dall’estero che formano le trame di un’economia di libero scambio che soffoca la piccola produzione e riduce alla fame il settore agropastorale locale – questi lavoratori perfettamente consapevoli della portata collettiva dello sciopero, che sono nati e cresciuti in un territorio abbandonato, sfruttato e vessato dalle industrie e dallo Stato italiano, inquinato dalle basi militari, schiavizzato dal turismo di lusso massificato, privato dei suoi mezzi di sostentamento; questi pastori che parlano la loro lingua con naturalezza sebbene non l’abbiano mai imparata nelle scuole e nonostante in Italia vi sia ancora chi la considera un dialetto: questi lavoratori che sono l’”altro”, il marginale, l’ultimo gradino della catena di produzione dell’ultima comunità dell’ultimo territorio sono la scintilla di una fiamma che sta divampando.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

Ainnantis sa lota de is pastoris!

I vostri deserti, le nostre mille isole… Manituana è tornata!

Più di sei mesi fa, senza la minima avvisaglia o tentativo di negoziazione, gli spazi del Laboratorio Manituana in Via Cagliari venivano sgomberati da un ingente dispiegamento di polizia. Con scudi e manganelli, la governance cittadina provava a cancellare un’esperienza autorganizzata giovane e innovativa, fatta di appropriazione dal basso e messa in comune di saperi e pratiche collettive. L’amministrazione era così convinta di aver eliminato un ostacolo alla messa a valore dei quartieri che da Borgo Rossini si estendono fino a Barriera di Milano, zone impoverite dalla crisi, prive di servizi pubblici adeguati e sufficienti luoghi di socialità, pronte dunque ad entrare nella spirale di speculazione immobiliare e gentrificazione. Nelle ore immediatamente successive allo sgombero, un corteo spontaneo di centinaia di persone aveva tuttavia lanciato un messaggio chiaro: le mille isole di libertà e autonomia costruite in tre anni di sperimentazione non cederanno facilmente ai deserti dell’ordine e del decoro.

Quella promessa è stata mantenuta. In questi mesi, le nostre isole hanno vissuto nella molteplicità di esperienze che rompono la solitudine, l’indifferenza e la paura nell’Italia del pentaleghismo. Dalle iniziative nel quartiere e dai vari interventi locali fino alle mobilitazioni nazionali femministe, antirazziste e contro le grandi opere inutili, Manituana ha attraversato e contribuito alle lotte contro la tempesta di merda che investe quotidianamente le nostre vite nel mondo di Trump, Bolsonaro e Macron, e nell’Italia dell’apartheid securitario, sessista e lavorista. Non senza difficoltà, il nostro arcipelago ha saputo resistere all’inabissamento, diffondendosi nella città e sprofondando soltanto per riemergere con più forza.

Oggi Manituana è tornata, liberando l’ex deposito Amiat di Largo Maurizio Vitale, uno spazio sfitto di proprietà del comune di Torino, destinato all’abbandono e all’incuria. Torniamo nello stesso quartiere e con i medesimi obiettivi, ricche/i di percorsi consolidati e nuovi progetti. Tra queste mura, intendiamo impiantare e ampliare la rete di corpi e idee che costituisce la nostra realtà. Apriamo qui un cantiere per intrecciare relazioni e pratiche di conflitto, per difendersi ed attaccare – una nuova istituzione comune, come nella mitica esperienza irochese, in cui gli indiani si rifugiano per sfuggire ai coloni bianchi, dove creano una comunità fondata su rapporti paritari, solidarietà e autogestione. Manituana: i seminari autogestiti di letteratura, filosofia e psicanalisi, contro la miseria del mondo accademico e per sviluppare pensiero critico tramite il confronto orizzontale; il gruppo di teatro, il collettivo artistico, i concerti e le jam sessions, i dibattiti e le presentazioni di libri, il festival “Braccia rubate all’agricoltura”, per autoprodurre cultura fuori dai circuiti tradizionali. Manituana: la ciclofficina e il gruppo di acquisto solidale, per un modello alternativo di mobilità e di consumo. Marijtuana: collettivo antiproibizionista, per l’educazione e la sensibilizzazione sulle sostanze. Manituana: gli esperimenti di mutualismo e autorganizzazione di lavoratrici e lavoratori precarie/i e autonome/i, dalle ricercatrici e dai ricercatori non strutturate/i alle e ai riders della micrologistica del Food Delivery. Manituana: la lotta contro ogni frontiera, gli sforzi per costruire un coordinamento antirazzista metropolitano permanente e per sostenere l’accoglienza autogestita. Manituana: un’aula studio, uno spazio per mangiare e una biblioteca virtuale contro le mancanze del welfare cittadino e universitario.

Ma alle somiglianze con il passato si articolano le differenze del presente: in sei mesi le cose cambiano, e di molto. Sappiamo bene che aprire oggi uno spazio sociale significa lanciare una sfida politica importante e difficile, ed intendiamo percorrerla con tutta la determinazione di cui siamo capaci. Dopo la firma del “contratto di governo”, poveri/e, migranti, donne e soggettività non conformi sono state messe al centro dell’offensiva nazional-liberista di Salvini e Di Maio. Allo sfruttamento e alla precarizzazione si sono allora accompagnati disciplina ed autorità patriarcale. La proprietà dei confini e dell’identità nazionale consolida la proprietà economica: l’austerità si rafforza tramite l’inasprimento degli sgomberi delle occupazioni abitative, il sessismo di Stato, il respingimento delle/i migranti e la messa al bando delle ONG. Da nord a sud, non mancano però resistenze e lotte inedite. Mentre la Francia si tinge di giallo e insorge contro l’aristocrazia neoliberale e il suo monarca, in Italia donne e migranti, precarie/i e studentesse/i, sindaci recalcitranti, ribelli mediterranee/i ed alpine/i si oppongono al governo, rivendicando un radicale cambiamento di rotta. In questa situazione, pensiamo che Torino non possa soltanto restare a guardare ma debba a sua volta mobilitarsi, disobbedire alle direttive del governo, ed in primo luogo rifiutare materialmente il “decreto immigrazione e sicurezza”. La nuova Manituana è allora un piccolo passo in questa direzione, capace di tessere bisogni e desideri, aprendo grandi contraddizioni. L’inizio del 2019 lo festeggiamo così, con una settimana di ritardo, in nuovo spazio sociale, per una Torino diversa, aperta e solidale.

Invitiamo tutte e tutti a venire a conoscere e sostenere il nuovo spazio. Il pomeriggio sarà dedicato alla pulizia e ai primi lavori. Per un primo aperitivo, ci vediamo stasera, h18, in Largo Maurizio Vitale 113 (Borgo Rossini, 10 minuti dal Campus Einaudi).

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito, Torino

Appello al mondo della musica e della cultura – Reclaim The Street

Musica e cultura contro disuguaglianze, confini e decreti razzisti

Leggi il testo di lancio della reclaim.

Sentiamo la necessità di attivarci, metterci insieme e dire ad alta voce che le cose non possono
continuare in questo modo, vogliamo usare la nostra musica e le nostre parole per combattere il
razzismo dilagante nel nostro paese. Crediamo che l’arte sia un mezzo di
liberazione e non di oppressione.

Reclaim the street

In Italia e in Europa assistiamo, da tempo, ai violenti effetti prodotti dalla propaganda contro chi
migra: le frontiere vengono usate come arma di controllo per fomentare un clima di odio, i confini
segnano chi può essere accettato e chi no. Chi migra diventa colpevole delle condizioni di povertà
e precarietà della popolazione italiana e proprio su questo il Governo ha fondato la propria azione.
Lega e 5Stelle hanno dichiarato guerra contro chi è povero, contro chi è sfruttato e contro chi è
diverso. Dopo sei mesi dalla firma del “contratto di governo”, è diventato chiaro che i
respingimenti e i sequestri delle navi operati da Salvini nel Mediterraneo vanno di pari passo con
la riduzione delle promesse “sociali” dei 5Stelle.
A perderci sono sempre le stesse persone: migranti sequestrat* in mare ed espuls* dall’Italia;
milioni di persone precarie che non percepiranno alcun reddito di cittadinanza; occupanti di case
che, in caso di sgombero, non avranno alcuna ricollocazione e saranno costrette a rimanere in
strada; donne e soggetti LGBTQI contro cui si scagliano le politiche bigotte e familiste del ministro
Fontana e del ddl Pillon.
La prepotenza del razzismo, dell’autoritarismo e del maschilismo negli orientamenti del governo è
confermata dal “decreto immigrazione e sicurezza” proposto da Salvini, approvato dal consiglio
dei ministri e firmato dal presidente della Repubblica.
Il confinamento dei migranti e di tutti coloro i/le quali non risultano conformi alla loro idea di
“decoro pubblico” è il contenuto principale del decreto, introducendo delle misure che richiamano
da vicino il modello dell’apartheid. La cancellazione della protezione umanitaria per i rifugiati, la
revoca del diritto d’asilo per una condanna in primo grado di qualsiasi tipo e l’inasprimento delle
pene contro le manifestazioni di dissenso sono alcuni dei tratti principali del regime razziale e
repressivo che il governo vuole imporre.
La repressione spacciata per sicurezza tocca anche il tema delle sostanze, disegnando altri
confini, come quelli immaginari fra sostanze legali e illegali, definendo i limiti entro cui possiamo
divertirci e ponendo come unica soluzione quella fallimentare del proibizionismo più becero e
bigotto.
Non possiamo restare in silenzio, vogliamo usare la nostra musica per dirvi con chiarezza che noi
non ci stiamo, che siamo pronti e pronte a mobilitarci e riprendersi le strade in una metropoli
come Torino diventa ormai essenziale.
Ci vogliono normat*, ordinat* e silenzios* nella loro malata idea di decoro, prigione ideologica
fatta di finta legalità e perbenismo nel cui nome viene ormai sdoganata e perpetrata qualsivoglia
forma di violenza.
Non ci avrete mai come volete voi!
Ci vediamo sabato 27 ottobre, alle ore 15, con ritrovo al Ponte Mosca (Balon, Fermata Borgo
Dora): un corteo musicale, meticcio e solidale sarà la nostra risposta.
Contro disegueglianze e confini, No al Decreto Salvini!