Nessun* Norma! Leggi la piattaforma – Pride Torino 28/6/2018

Pubblichiamo il testo di lancio di Nessun* Norma!, il Pride che si terrà il 28 giugno a Torino (evento Facebook: https://www.facebook.com/events/258372824719599/)

nell’europa civile e democratica dei diritti e del libero scambio, per qualcun* le frontiere sono sempre più presidiate, recintate, militarizzate. il prezzo che si paga per superarle è scomparire in mare, attraversare le montagne o essere rinchius* in moderni lager. l’antirazzismo che vogliamo agire non è la commozione perbenista, voyeuristica o assistenziale che alimenta rapporti di potere asimmetrici e neo-coloniali fondati su un’idea d’integrazione lavorista schiacciata sui civilissimi modelli sociali, economici e politici europei. ci disgusta la narrazione di un occidente libero ed emancipato. esprimiamo solidarietà, complicità e mutualismo a chi cerca di abbattere le frontiere con i propri corpi e vissuti non conformi.

leviamo la nostra voce contro le istituzioni benevole, le forze dell’ordine rassicuranti, le componenti normalizzanti, che mentre sfilano in questo pride sono anche al governo con salvini e la lega. non ci allineiamo con le istanze del movimento lgbt mainstream che per poter essere riconosciuto dalla norma ne perpetra i metodi. Non vogliamo che i nostri culi vengano brandizzati e strumentalizzati elettoralmente. le stesse istituzioni torinesi che oggi si autocelebrano, bonificano a tavolino quartieri, sovradeterminando corpi e desideri, sgomberano spazi sociali e campi rom nel nome della legalità e del decoro. non partecipiamo felici al rifacimento di quartieri da cui ci avete sbattuto fuori. non vogliamo attraversare spensierate i boulevard sabaudi barricati, non abbiamo intenzione di partecipare al vostro party esclusivo ma soprattutto escludente.

siamo trans*, vacche transumanti, antifasciste, lelle, infette, transfemminist*, psiconaute, frocie, punk, antisessiste, precarie, frochattare, antispeciste, queer, queen, squinzie, disokkupate, shampiste, cagne e sorche, mutanti.

ci prendiamo spazi in cui debordare, in cui vivere, mangiare, dormire e godere; luoghi in cui accogliamo e siamo accolte, in cui scambiamo, fluiamo ed espandiamo le nostre reti. siamo le creature dei parchi e delle frasche, pronte a risplendere da quegli angoli bui in cui ci volete relegare. il più alto dei grattacieli o la più cupa delle vostre nuvole non getterà mai ombra sulle nostre r-esistenze.

rifiutiamo le categorie socialmente imposte, viviamo nelle intersezioni, nei confini, nei meticciamenti. non vogliamo incastrarci e ghettizzarci nei binarismi medicalizzati e psicologizzati: i nostri corpi e le nostre sessualità li attraversano, eccedono, deragliano. vomitiamo glitter su ogni tipo di norma. siamo orgogliose di altro e di essere altre. siamo ovunque – veniamo ovunque.

siamo frocie incazzate contro le frontiere, contro il decoro, contro la normalizzazione dei nostri corpi e desideri tutt* liber* di circolare ed autodeterminarsi!

il 28 giugno ci riprendiamo le strade e le piazze dalle quali avete voluto cacciarci: partiremo da piazza palazzo di città alle 17:30 e sfileremo fino a parco dora dove allestiremo lo spazio per un queerparty!
Tutto il ricavato della festa sarà benefit Chez Jesus – Rifugio Autogestito

AhSqueerTo, LaSt – Laboratorio Studentesco, SI – Studenti Indipendenti, Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito, NUDM – Non Una Di Meno Torino, Identità Unite – Collettivo LGBT Università di Torino, Senza Frontiere, BTB – Break The Borders

Siamo tutti/e indisponibili

Nella piazza del primo maggio torinese, mentre i sindacati confederali e i partiti responsabili e complici delle disastrose riforme di questi anni facevano la loro tradizionale sfilata, nello stesso momento lo spezzone precario degli/delle indisponibili ha vissuto un’importante giornata di lotta, portando in piazza le rivendicazioni di chi, dall’alternanza scuola-lavoro alla ricerca universitaria, dal food-delivery alle cooperative sociali, è quotidianamente sfruttato, sottopagato, ricattato e non tutelato.

Studenti e studentesse che si vedono costretti a fornire manodopera gratuita alle multinazionali in nome di una presunta formazione; studenti- lavoratori che devono accettare impieghi malpagati, spesso in nero e a totale discrezione del datore di lavoro, per pagarsi le tasse universitarie; dottorandi/e che, contro lo scempio del “dottorato senza borsa”, richiedono la totale copertura delle borse di dottorato; ricercatori e ricercatrici in lotta per la stabilizzazione della proprio posto di lavoro attraverso investimenti e assunzioni; specializzandi/e e studenti di medicina che chiedono più borse di specialità e protestano contro lo sfruttamento dei neoabilitati, pagati a giornata o direttamente a cottimo, uno o due euro a prelievo di sangue, in attesa di vincere una borsa; rider in mobilitazione per il riconoscimento della subordinazione del rapporto di lavoro e di un salario degno; lavoratori e le lavoratrici delle cooperative contro le esternalizzazioni dei servizi pubblici, che non hanno fatto risparmiare nulla alle casse dello Stato, regalando invece guadagni d’oro ai direttori delle cooperative e delle fondazioni e precarizzando il lavoro dei cooperativisti, appeso periodicamente al cappio del cambio appalto. Nello spezzone degli indisponibili hanno trovato voce e visibilità i/le precari/e colpiti da vent’anni di contro-riforme, conclusesi con il Jobs Act, che hanno progressivamente smantellato diritti e tutele, flessibilizzato il mercato del lavoro al solo fine di abbassarne il costo e, per ultimo, legittimato il lavoro gratuito attraverso la promessa che la formazione e l’esperienza di oggi saranno ripagate domani.

Prima ancora che lo spezzone sociale e quello precario muovessero i primi passi su via Po, le compagne di Non una di meno tentavano di stendere dei fili da bucato davanti agli spezzone di Cgil, Cisl e Uil, per denunciare come la violenza di genere sia un elemento strutturale di una società che scarica sulle donne la maggior parte dei lavori di cura e riproduttivi, come se fosse una cosa naturale. Lo smantellamento e la privatizzazione di importanti settori di welfare, dagli asili nido agli ospedali, rende ancora più assidue e onerose quelle mansioni. La reazione dei servizi d’ordine dei tre sindacati confederali, che sin dall’8 marzo 2017 boicottano esplicitamente il movimento di Non di una meno, è stata immediatamente violenta e assistita dai loro colleghi della Digos e del reparto celere.

Poco dopo, durante il percorso del corteo, su via Po abbiamo sanzionato la sede del Rettorato dell’Università di Torino, dove baroni e amministratori dell’università scelgono di destinare gli investimenti del sistema universitario agli avanzamenti di carriera dei docenti prima che alla stabilizzazione dei precari, bloccando i piani di reclutamento dei/delle precari/e, e di impedire il libero accesso all’istruzione, attraverso l’introduzione di nuovi numeri chiusi.

 

Entrati/e in piazza Castello, abbiamo deviato dal percorso tradizionale del corteo e ci siamo diretti verso Piazza Solferino, per sanzionare la sede di Eataly recentemente aperta. Naturalmente Eataly, come molte altre catene commerciali, il 1 maggio è aperta e costringe i suoi dipendenti a lavorare. Non appena siamo arrivati di fronte a Eataly, i gestori del punto vendita hanno abbassato la saracinesca e sono stati costretti a chiudere il locale. Una serie di interventi, mettendo in luce le tante ombre del colosso guidato da Oscar Farinetti, ha fatto sì che il presidio rimanesse a lungo piantato di fronte alla saracinesche di Eataly. Non volevano chiudere, ma li abbiamo obbligati a farlo, e questo è già un punto di partenza.

Eataly ha anche sottoscritto un patto con il Miur per diventare l’ennesima azienda legittimata a sfruttare studenti e studentesse in alternanza scuola-lavoro. Nascondendosi, dietro al buon nome del “made in Italy” Eataly promette un’alternanza di qualità. Siamo andati sotto le loro finestre a chiedere dove sia il valore formativo delle esperienze di alternanza che propongono, dove siano le tutele dei lavoratori e l’eticità dell’azienda, dove siano i valori aggiunti ricavabili da un’esperienza didattica. La risposta a queste domande, però, arriva tutti i giorni con lo sfruttamento dei lavoratori e l’applicazione di logiche competitive e aziendalistiche nei percorsi di alternanza, la risposta arriva tutti i giorni e non fa che rendere Eataly una delle tante eccellenze dello sfruttamento.

Eataly è, poi, una delle tante multinazionali che si appoggia alle piattaforme del food delivery e che ha incrementato non di poco i profitti sul territorio da quando non occorre più uscire di casa per poter giovare delle sue prelibatezze, grazie a generose truppe di fattorini che consegnano on demand cibo a domicilio. Eataly, come tutti i piccoli o grandi ristoratori che si associano per propria convenienza alle piattaforme, finiscono per rendersi complici delle condizioni neofeudali in cui si trovano a lavorare i fattorini. Sono considerati collaboratori autonomi, perché basta una app a comunicarti tempi e luoghi di lavoro per mascherare la subordinazione e aggirare le norme vigenti in materia di contratti, salario, sicurezza, tutele e privacy. Lavorano a cottimo o per 5 euro l’ora, senza alcuna tutela in caso di incidenti e senza alcuna partecipazione dell’azienda alla manutenzione delle biciclette, ma ai manager di Eataly questo naturalmente non interessa.

Sanzionare Eataly è stata, infine, l’occasione di mandare un messaggio chiaro a colui che ne è a comando, il renzianissimo Farinetti. Costui, vantandosi della qualità dei prodotti di Eataly e della grande tradizione enogastronomica del nostro paese, in realtà si garantisce profitti annui miliardari grazie allo sfruttamento di lavoro sempre più povero e ricattato. I lavoratori di Eataly sono tutti dipendenti a termine, pagati poco più di 1.000 euro al mese per un contratto full-time, assunti con un contratto e poi demansionati, percepiscono straordinari forfettari e non pagati. L’insistenza mediatica di Farinetti sui dogmi del Jobs Act – la flessibilità assoluta in entrata (apprendistati di sei mesi, che si trasformano poi in contratti a tutele crescenti interrompibili in qualsiasi momento) e in uscita (licenziamenti senza giusta causa) come modello di organizzazione del lavoro parla da sè. Se il Jobs Act doveva aumentare gli occupati, la realtà è ben un’altra: aumentano, come in Eataly, i dipendenti con contratti di 6 mesi, che proprio il Jobs Act ha consentito di prolungare per ben 5 volte in tre anni. L’avanzata di Eataly è la migliore rappresentazione dell’ideologia renziana dell’innovazione, dove innovazione non significa altro che la valorizzazione di merci prelibate e costose, accessibili a una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di lavoratrici e lavoratori.

Dopo l’azione a Eataly abbiamo raggiunto lo spezzone sociale che, nel frattempo, aveva conquistato il palco di Piazza San Carlo. Da lì i rider in lotta hanno preso nuovamente parola, raccontando alle tante persone concentrate in quella piazza lo stato dell’arte delle proprie mobilitazioni e indicando i prossimi appuntamenti.

Con lo spezzone precario, questo primo maggio abbiamo detto chiaramente che non esistono lavoretti, esperienze formative volontarie, vocazioni o collaborazioni occasionali: il nostro è lavoro e come tale va riconosciuto, contrattualizzato, pagato e tutelato. Non siamo più disponibili a lavorare per 5 euro l’ora, senza i diritti e le tutele fondamentali, senza veri contratti di lavoro, come accade non soltanto ai rider ma a un’intera generazione sottopagata; vogliamo un salario minimo per ogni tipo di lavoro, subordinato, a chiamata, a progetto che sia. Non siamo più disponibili a essere considerati collaboratori occasionali e autonomi e assunti a partita iva, quando il nostro lavoro è comandato ed eterodiretto; vogliamo il riconoscimento della subordinazione dove c’è lavoro subordinato. Non siamo più disponibili a percorsi di formazione che si rovesciano in pura estorsione di lavoro gratuito, giustificati attraverso la promessa domani; vogliamo subito ciò che ci spetta, un reddito di base e incondizionato che ci permetta di non dover accettare ricatti, di non dover lavorare gratis o in nero, di non accettare lavori che non vorremmo fare.

Di fronte al tentativo di nascondere il lavoro dietro agli artifici retorici della “flessibilità”, “opportunità”, “lavoretto” e “formazione”, per autodeterminare le nostre vite vogliamo salario minimo, reddito di base, tutele, diritti e investimenti per la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e di tutte le categorie.

Camera del Lavoro – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i precari/e (Clap)

Studenti Indipendenti (SI)

Laboratorio Studentesco (Last)

Ricerca Precaria

Associazione Dottorandi Italiana (Adi)

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestione

Foodora: la mobilitazione dei riders arriva in tribunale

 

di Camera del Lavoro Torino – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i e Precari/e

Le mobilitazioni dei fattorini di Foodora, esplose a Torino nell’autunno del 2016, segnarono l’alba di un ciclo transazionale di lotte nel settore del food-delivery, capaci di denunciare le profonde contraddizioni dell’intero sistema della Gig Economy, sospeso tra tecnologie avanzate di organizzazione del lavoro attraverso le piattaforme digitali e condizioni neo-feudali dei lavoratori (paghe a cottimo, assenza delle garanzie minime, arroganza dell’azienda). Quelle lotte hanno saputo catturare l’attenzione mediatica e sviluppare un’indignazione diffusa rispetto allo sfruttamento esasperato a cui i riders sono sottoposti.

A parziali ma importanti vittorie ottenute (in particolare, la paga oraria ha progressivamente sostituito quella a cottimo, pur attestandosi su cifre troppo basse per essere considerate dignitose), seguì una dura reazione da parte dell’azienda, che non rinnovò il contratto ai lavoratori più esposti nelle mobilitazioni e diede avvio a un’attenta gestione del personale e della sua composizione sociale, tesa a neutralizzare un possibile riaccendersi delle iniziative rivolte contro di essa. Oggi quella lotta è arrivata in tribunale, grazie alla perseveranza di quei lavoratori che, seppur licenziati, hanno voluto portare sino in fondo la loro promessa: riscattare le condizioni di sfruttamento acuto a cui i fattorini devono sottostare e conquistare diritti, tutele e contratti regolari nell’ambito del food-delivery.

Già nell’aprile del 2016, durante la prima assemblea autoconvocata, più della metà dei lavoratori stesero una lista di rivendicazioni minime (l’equiparazione del compenso tra Torino e altre città, la convenzione con ciclofficine, l’aumento della paga nei giorni festivi e il rimborso per le spese telefoniche). L’azienda chiuse sin da subito l’apertura di ogni tavolo di trattativa, comminando sanzioni disciplinari (sospensione dai turni) ai lavoratori coinvolti, chiudendo la chat aziendale da cui i lavoratori potevano accedere ai contatti dei colleghi e, d’altra parte, insistendo su un aumento immediato delle assunzioni, con cui fu favorita la concorrenza interna tra i lavoratori e arginato il dissenso interno verso la dirigenza della piattaforma.

I “foodorini” torinesi risposero con un autunno di grandi mobilitazioni, dove si intrecciarono forme di sciopero tradizionali (rifiuto degli ordini e interruzione collettiva delle consegne) a forme invece innovative di sciopero metropolitano e sociale, che puntavano a colpire radicalmente l’immagine pubblica dell’azienda e ad accumulare forza attraverso la partecipazione diretta della cittadinanza solidale.

Guadagnato consenso e protagonismo nel dibattito pubblico, il collettivo dei riders in lotta decise di ricorrere alle vie legali per portare fino a fondo la propria battaglia e attaccare, anche dal punto di vista giuslavorista, le effettive modalità di svolgimento del rapporto di lavoro basate sull’algoritmo, che, trasfigurando un rapporto di subordinazione e di comando in “collaborazione autonoma”, aggira i codici del diritto del lavoro in materia di diritti e di tutele dei lavoratori e di garanzia della privacy.

La prestazione lavorativa dei fattorini del food-delivery riproduce tutte le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Sono infatti tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro decisi dall’azienda e comunicati attraverso la app; quando ricevono un ordine di consegna, devono dirigersi prima verso il ristorante a ritirarlo e poi verso l’indirizzo del consumatore, senza alcun limite all’estensione metropolitana in cui lo spostamento può essere richiesto. I turni, per i quali ciascun fattorino dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori con la discrezione di aumentare o ridurre l’orario della fascia lavorativa a seconda delle proprie esigenze; anche i luoghi di partenza sono predefiniti dall’azienda. A ben vedere, ogni fase del processo lavorativo del rider – dal blocco di partenza, all’ordine ricevuto, alla consegna da svolgere e dunque la conseguente distanza da percorrere tra punto di partenza, ristorante e destinatario – è sottoposto al comando dell’azienda-piattaforma e non concede alcun margine di autonomia al lavoratore.

La paga indegna in questo settore lavorativo (che sia a cottimo o paga oraria fissa) è stata costantemente giustificata, in questi anni, con la retorica che quello del rider sia soltanto un “riempitivo”, un “lavoretto”, un modo per arrotondare. Lo ripetono in continuazione i direttori di Foodora, così come anche i loro avvocati difensori. Tutto al contrario, l’organizzazione dei turni impone una disponibilità costante da parte del lavoratore, costretto a contendersi l’assegnazione dei turni con i suoi colleghi, e trovandosi così in difficoltà a programmare e svolgere serenamente altre attività durante la settimana.

Non contenta di retribuzioni da fame, l’azienda non si fa carico di alcuna tutela circa le condizioni di salute e di sicurezza del rider, giustificandosi attraverso lo statuto autonomo del suo lavoro, che scarica sul lavoratore ogni responsabilità assicurativa e anti-infortunistica. Eppure, i riders sono esposti, nel loro tempo di lavoro, a uno sforzo fisico sfibrante, ai pericoli continui del traffico stradale e a condizioni climatiche e atmosferiche spesso avverse durante l’anno. Le piattaforme, come detto, non garantiscono alcun controllo della salute dei fattorini, alcuna verifica della loro conoscenza del codice stradale, alcuna formazione specifica per la sicurezza sulla strada. Manco a dirlo, non è svolto nessun controllo sull’affidabilità delle bicilette utilizzate, che sono di proprietà del lavoratore e di cui l’azienda si disinteressa completamente. Quando, come purtroppo talvolta accade, il fattorino subisce un incidente, un infortunio, uno stress fisico eccessivo o un danno alla bicicletta, la piattaforma è estranea a tutto ciò, si limiterà a sostituire quel rider con un altro per i successivi turni.

In terzo luogo, la violazione della privacy personale risulta un ulteriore elemento profondamente iniquo nel rapporto di lavoro che lega la piattaforma ai suoi “collaboratori”. L’applicazione attraverso cui è organizzata Foodora richiede l’accesso, infatti, ad alcune informazioni personali depositate nella memoria del cellulare, dalla casella mail sino alla propria posizione. La geolocalizzazione è continuativa durante tutta la durata dell’attività ed è attentamente tracciata dalla piattaforma per valutare la affidabilità e la velocità del lavoratore, costituendo nei fatti uno strumento tanto di sorveglianza, quanto di valutazione e di classificazione dell’efficienza dei lavoratori. La consapevolezza di essere sotto costante osservazione cronometrica spinge il lavoratore a comportamenti spesso pericolosi sulla strada, che ne minacciano la sicurezza, al fine di migliorare i propri parametri d’efficienza ed essere riconfermati nei turni successivi. Se i tratti d’autonomia del lavoratore del food-delivery sono circoscritti alla libertà di segnarsi in questo o quel turno, i meccanismi di controllo e competizione interna per l’assegnazione dei turni sono in realtà così pervasivi da rovesciare quell’autonomia in dispositivo di costrizione continua sulla forza-lavoro.

 

La portata dell’intero ciclo di lotte all’interno del food-delivery, ivi compreso il suo prossimo e decisivo passaggio in tribunale, è, senza eccessi, storica. Si tratta del primo processo, in Italia, alle piattaforme della Gig Economy, che, concedendo iniziali tratti d’autonomia ai suoi lavoratori e mascherando il loro comando tipicamente padronale dietro il funzionamento di un algoritmo, riconfigurano segmenti tipicamente subordinati del lavoro in finte collaborazioni autonome prive di garanzie salariali, tutele, coperture e, ca va sans dire, rappresentanza sindacale. A essere accusata in questo processo non è soltanto Foodora, né soltanto le altre piattaforme del food-delivery che, dopo la ribalta mediatica delle lotte all’interno di Foodora, si sono proposte sul mercato in alternativa a essa, proponendo condizioni di retribuzione e di lavoro leggermente migliori, per poi cancellare pian piano quelle concessioni minime e ripristinare condizioni feudali di lavoro (tra gli altri, è il caso di Deliveroo, che, concessa in un primo momento la paga oraria in alternativa al cottimo di Foodora, ha ora avviato una conversione al cottimo di tutti i contratti dei suoi riders).

Le lotte all’interno di Foodora e delle altre piattaforme hanno avuto, negli ultimi due anni, la grande di forza di attaccare una tendenza generale e crescente delle nuove forme di sfruttamento del lavoro, vale a dire, la trasformazione del lavoro salariato tradizionale in lavoro autonomo on demand, retribuito soltanto per le prestazioni effettivamente elargite (sia una consegna o un qualsiasi altro servizio) e privato dei diritti e delle tutele conquistate storicamente sul terreno del lavoro subordinazione. Le rivendicazioni che, oggi, 6 ex-dipendenti di Foodora portano in un’aula di tribunale sono le rivendicazioni di un’intera generazione che intravede, di fronte a sé, un futuro di “autonomia coatta”, sottopagata, sfruttata, fasulla. La sentenza di questo processo riguarderà tutti i settori della Gig Economy e le condi

 

zioni di lavoro, presenti e future, di tutte e tutti noi.

Mobilitiamoci tutti insieme in occasione di questo processo dalla portata così generale. L’appuntamento è, dunque, per mercoledì 11 aprile di fronte al Tribunale di Torino, alle ore 9, per assistere collettivamente all’udienza in aula e affermare concretamente che in gioco in questa causa, sono i diritti sul posto di lavoro di tutti.

Link dell’Evento