Foodora: la mobilitazione dei riders arriva in tribunale

 

di Camera del Lavoro Torino – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i e Precari/e

Le mobilitazioni dei fattorini di Foodora, esplose a Torino nell’autunno del 2016, segnarono l’alba di un ciclo transazionale di lotte nel settore del food-delivery, capaci di denunciare le profonde contraddizioni dell’intero sistema della Gig Economy, sospeso tra tecnologie avanzate di organizzazione del lavoro attraverso le piattaforme digitali e condizioni neo-feudali dei lavoratori (paghe a cottimo, assenza delle garanzie minime, arroganza dell’azienda). Quelle lotte hanno saputo catturare l’attenzione mediatica e sviluppare un’indignazione diffusa rispetto allo sfruttamento esasperato a cui i riders sono sottoposti.

A parziali ma importanti vittorie ottenute (in particolare, la paga oraria ha progressivamente sostituito quella a cottimo, pur attestandosi su cifre troppo basse per essere considerate dignitose), seguì una dura reazione da parte dell’azienda, che non rinnovò il contratto ai lavoratori più esposti nelle mobilitazioni e diede avvio a un’attenta gestione del personale e della sua composizione sociale, tesa a neutralizzare un possibile riaccendersi delle iniziative rivolte contro di essa. Oggi quella lotta è arrivata in tribunale, grazie alla perseveranza di quei lavoratori che, seppur licenziati, hanno voluto portare sino in fondo la loro promessa: riscattare le condizioni di sfruttamento acuto a cui i fattorini devono sottostare e conquistare diritti, tutele e contratti regolari nell’ambito del food-delivery.

Già nell’aprile del 2016, durante la prima assemblea autoconvocata, più della metà dei lavoratori stesero una lista di rivendicazioni minime (l’equiparazione del compenso tra Torino e altre città, la convenzione con ciclofficine, l’aumento della paga nei giorni festivi e il rimborso per le spese telefoniche). L’azienda chiuse sin da subito l’apertura di ogni tavolo di trattativa, comminando sanzioni disciplinari (sospensione dai turni) ai lavoratori coinvolti, chiudendo la chat aziendale da cui i lavoratori potevano accedere ai contatti dei colleghi e, d’altra parte, insistendo su un aumento immediato delle assunzioni, con cui fu favorita la concorrenza interna tra i lavoratori e arginato il dissenso interno verso la dirigenza della piattaforma.

I “foodorini” torinesi risposero con un autunno di grandi mobilitazioni, dove si intrecciarono forme di sciopero tradizionali (rifiuto degli ordini e interruzione collettiva delle consegne) a forme invece innovative di sciopero metropolitano e sociale, che puntavano a colpire radicalmente l’immagine pubblica dell’azienda e ad accumulare forza attraverso la partecipazione diretta della cittadinanza solidale.

Guadagnato consenso e protagonismo nel dibattito pubblico, il collettivo dei riders in lotta decise di ricorrere alle vie legali per portare fino a fondo la propria battaglia e attaccare, anche dal punto di vista giuslavorista, le effettive modalità di svolgimento del rapporto di lavoro basate sull’algoritmo, che, trasfigurando un rapporto di subordinazione e di comando in “collaborazione autonoma”, aggira i codici del diritto del lavoro in materia di diritti e di tutele dei lavoratori e di garanzia della privacy.

La prestazione lavorativa dei fattorini del food-delivery riproduce tutte le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Sono infatti tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro decisi dall’azienda e comunicati attraverso la app; quando ricevono un ordine di consegna, devono dirigersi prima verso il ristorante a ritirarlo e poi verso l’indirizzo del consumatore, senza alcun limite all’estensione metropolitana in cui lo spostamento può essere richiesto. I turni, per i quali ciascun fattorino dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori con la discrezione di aumentare o ridurre l’orario della fascia lavorativa a seconda delle proprie esigenze; anche i luoghi di partenza sono predefiniti dall’azienda. A ben vedere, ogni fase del processo lavorativo del rider – dal blocco di partenza, all’ordine ricevuto, alla consegna da svolgere e dunque la conseguente distanza da percorrere tra punto di partenza, ristorante e destinatario – è sottoposto al comando dell’azienda-piattaforma e non concede alcun margine di autonomia al lavoratore.

La paga indegna in questo settore lavorativo (che sia a cottimo o paga oraria fissa) è stata costantemente giustificata, in questi anni, con la retorica che quello del rider sia soltanto un “riempitivo”, un “lavoretto”, un modo per arrotondare. Lo ripetono in continuazione i direttori di Foodora, così come anche i loro avvocati difensori. Tutto al contrario, l’organizzazione dei turni impone una disponibilità costante da parte del lavoratore, costretto a contendersi l’assegnazione dei turni con i suoi colleghi, e trovandosi così in difficoltà a programmare e svolgere serenamente altre attività durante la settimana.

Non contenta di retribuzioni da fame, l’azienda non si fa carico di alcuna tutela circa le condizioni di salute e di sicurezza del rider, giustificandosi attraverso lo statuto autonomo del suo lavoro, che scarica sul lavoratore ogni responsabilità assicurativa e anti-infortunistica. Eppure, i riders sono esposti, nel loro tempo di lavoro, a uno sforzo fisico sfibrante, ai pericoli continui del traffico stradale e a condizioni climatiche e atmosferiche spesso avverse durante l’anno. Le piattaforme, come detto, non garantiscono alcun controllo della salute dei fattorini, alcuna verifica della loro conoscenza del codice stradale, alcuna formazione specifica per la sicurezza sulla strada. Manco a dirlo, non è svolto nessun controllo sull’affidabilità delle bicilette utilizzate, che sono di proprietà del lavoratore e di cui l’azienda si disinteressa completamente. Quando, come purtroppo talvolta accade, il fattorino subisce un incidente, un infortunio, uno stress fisico eccessivo o un danno alla bicicletta, la piattaforma è estranea a tutto ciò, si limiterà a sostituire quel rider con un altro per i successivi turni.

In terzo luogo, la violazione della privacy personale risulta un ulteriore elemento profondamente iniquo nel rapporto di lavoro che lega la piattaforma ai suoi “collaboratori”. L’applicazione attraverso cui è organizzata Foodora richiede l’accesso, infatti, ad alcune informazioni personali depositate nella memoria del cellulare, dalla casella mail sino alla propria posizione. La geolocalizzazione è continuativa durante tutta la durata dell’attività ed è attentamente tracciata dalla piattaforma per valutare la affidabilità e la velocità del lavoratore, costituendo nei fatti uno strumento tanto di sorveglianza, quanto di valutazione e di classificazione dell’efficienza dei lavoratori. La consapevolezza di essere sotto costante osservazione cronometrica spinge il lavoratore a comportamenti spesso pericolosi sulla strada, che ne minacciano la sicurezza, al fine di migliorare i propri parametri d’efficienza ed essere riconfermati nei turni successivi. Se i tratti d’autonomia del lavoratore del food-delivery sono circoscritti alla libertà di segnarsi in questo o quel turno, i meccanismi di controllo e competizione interna per l’assegnazione dei turni sono in realtà così pervasivi da rovesciare quell’autonomia in dispositivo di costrizione continua sulla forza-lavoro.

 

La portata dell’intero ciclo di lotte all’interno del food-delivery, ivi compreso il suo prossimo e decisivo passaggio in tribunale, è, senza eccessi, storica. Si tratta del primo processo, in Italia, alle piattaforme della Gig Economy, che, concedendo iniziali tratti d’autonomia ai suoi lavoratori e mascherando il loro comando tipicamente padronale dietro il funzionamento di un algoritmo, riconfigurano segmenti tipicamente subordinati del lavoro in finte collaborazioni autonome prive di garanzie salariali, tutele, coperture e, ca va sans dire, rappresentanza sindacale. A essere accusata in questo processo non è soltanto Foodora, né soltanto le altre piattaforme del food-delivery che, dopo la ribalta mediatica delle lotte all’interno di Foodora, si sono proposte sul mercato in alternativa a essa, proponendo condizioni di retribuzione e di lavoro leggermente migliori, per poi cancellare pian piano quelle concessioni minime e ripristinare condizioni feudali di lavoro (tra gli altri, è il caso di Deliveroo, che, concessa in un primo momento la paga oraria in alternativa al cottimo di Foodora, ha ora avviato una conversione al cottimo di tutti i contratti dei suoi riders).

Le lotte all’interno di Foodora e delle altre piattaforme hanno avuto, negli ultimi due anni, la grande di forza di attaccare una tendenza generale e crescente delle nuove forme di sfruttamento del lavoro, vale a dire, la trasformazione del lavoro salariato tradizionale in lavoro autonomo on demand, retribuito soltanto per le prestazioni effettivamente elargite (sia una consegna o un qualsiasi altro servizio) e privato dei diritti e delle tutele conquistate storicamente sul terreno del lavoro subordinazione. Le rivendicazioni che, oggi, 6 ex-dipendenti di Foodora portano in un’aula di tribunale sono le rivendicazioni di un’intera generazione che intravede, di fronte a sé, un futuro di “autonomia coatta”, sottopagata, sfruttata, fasulla. La sentenza di questo processo riguarderà tutti i settori della Gig Economy e le condi

 

zioni di lavoro, presenti e future, di tutte e tutti noi.

Mobilitiamoci tutti insieme in occasione di questo processo dalla portata così generale. L’appuntamento è, dunque, per mercoledì 11 aprile di fronte al Tribunale di Torino, alle ore 9, per assistere collettivamente all’udienza in aula e affermare concretamente che in gioco in questa causa, sono i diritti sul posto di lavoro di tutti.

Link dell’Evento

Appunti da Laboratorio. La democrazia è fascista, il dissenso è reato, il precariato è libertà


Dopo la straordinaria mobilitazione popolare di Macerata, si sono moltiplicate in tutto il paese, in queste ultime settimane di campagna elettorale, iniziative antifasciste spontanee, autorganizzate dal basso e piuttosto partecipate, che hanno affermato una posizione chiara e determinata: nessuna agibilità politica e diritto di parola pubblica per le organizzazioni neo-fasciste.

In tale contesto, le forze politiche istituzionali – in primis il Partito Democratico, a capo del governo – hanno prima tentato di vietare e neutralizzare le mobilitazioni (come noto, Minniti fece di tutto per non autorizzare il corteo di Macerata), poi le ha violentemente attaccate e represse, dimostrando una tacita complicità verso l’avanzata delle organizzazioni neofasciste. Queste sono state opportunamente sdoganate sui mass- media, e tutelate dalle forze dell’ordine per consentire il restyilng elettoralistico dell’immagine antifascista delle forze politiche liberali e progressiste. La criminalizzazione dell’antifascismo militante, e i massicci interventi repressivi della Questura nei confronti delle recenti mobilitazioni, si inseriscono dunque nel preciso disegno elettorale di rappresentare i fascisti e gli antifascisti come equidistanti ed egualmente violenti. I principali quotidiani nazionali, le televisioni di Stato, alcun* presunti intellettuali, che forse sarebbe meglio definire giullari di corte, hanno sostenuto la volontà politica istituzionale di combattere il movimento antifascista. Così è cominciato l’attacco mediatico: la tentata strage razzista di Traini è stata narrata come il gesto di un singolo uomo folle di fronte a cui raccogliersi in silenzio, occultando l’origine e la difesa fascista di quell’azione; l’enorme manifestazione di Macerata è stata oscurata poiché non ha fatto alcuna notizia utile alla sua criminalizzazione; le aggressioni fasciste nelle scuole e nelle città sono state taciute e trattate come casi di cronaca; le sollevazioni antifasciste sono state ridotte a guerra fra bande.

Malgrado il clima terroristico e repressivo costruito intorno a noi, le mobilitazioni di queste settimane riflettono la vitalità delle energie antifasciste diffuse sui territori del nostro Paese. D’altro lato riscontriamo e riflettiamo sul riprodursi, anche da parte nostra, di linguaggi, immaginari e pratiche dell’antifascismo – “staniamo Di Stefano!”, “appendiamo i fasci a testa in giù” – troppo settari ed escludenti, spesso legati a prove di forza muscolari, poco aperti alle differenze, in cui non tutt* vi si possono riconoscere facilmente. Questi frenano in più di un caso l’espansività del sentimento antifascista che va accompagnandosi spontaneamente all’avanzata delle nuove destre e si prestano, spesso inconsapevolmente, alle strumentalizzazioni e falsificazioni nell’opinione pubblica. Certamente la prima costruzione mediatica da denunciare e smontare è la strumentale distinzione tra “antifascisti buoni” e “antifascisti cattivi”, classica mossa per dividere e neutralizzare l’antifascismo militante. Queste distinzioni fanno comodo a chi ci vorrebbe divis* e incapaci di rispondere alle provocazioni; ci dispiace che strutture politiche, sindacali e associazionistiche del nostro Paese, pur dichiarandosi antifasciste, non siano disposte a capirlo. Nelle piazze, in questi anni, abbiamo sempre cantato “siamo tutt* antifascist*” e questo è l’unico tipo di antifascismo che riconosciamo e su cui vogliamo insistere a partire dal 5 marzo: quello di tutti e tutte.

In questo clima, una maestra elementare, in piazza con noi a Torino durante il corteo contro Casa Pound, ripresa in diretta tv a denunciare l’operato delle forze dell’ordine, è stata trasformata – anzitutto da Renzi, Corriere della sera e Canale 5, poi seguiti dal governo e dalle principali testate giornalistiche – a emblema dei gruppi antifascisti violenti e sguaiati, costruendo un attacco ad personam senza precedenti con il solo fine di “colpirne una per educarne cento”. In quella piazza abbiamo effettivamente assistito ad una gestione sciagurata dell’ordine pubblico che raramente ci era capitato di vedere: venti minuti di gettate di idrante gratuite e “preventive” contro il corteo appena partito, senza alcuna giustificazione, cui seguiranno decine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche chilometriche. Flavia ha reagito e ha gridato contro la Polizia come tutt* noi, come un migliaio di altre persone in quella piazza, come tanti altri dipendenti pubblici. Eravamo tutt* esasperati di fronte a una carica così violenta e gratuita. A chi si sofferma sulle frasi dette, se anche non le condividesse, suggeriamo di guardare il contesto in cui centinaia di persone stavano gridano quelle stesse cose. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare e di sospensione a danno di Flavia, l’ordine di “licenziamento” pronunciato con arroganza tipicamente padronale da parte di Renzi in diretta televisiva, e il linciaggio mediatico di questi giorni dicono però qualcosa di più oltre alla repressione del movimento antifascista.

La prima riguarda la facoltà di giudicare il comportamento di un insegnante al di fuori del suo servizio. Se la sfera del lavoro e quella del non-lavoro sono oggi confuse l’una nell’altra e di fatto indistinguibili, è perché nel privato non deve esserci spazio per il tempo libero, per lo svago e nemmeno per l’attività politica, ma soltanto per la propria formazione continua e la propria auto-valorizzazione. Tutta la vita deve essere messa a valore, la qualità della nostra prestazione lavorativa, la nostra professionalità devono essere sempre, incessantemente, in cima ai nostri pensieri. L’estensione del lavoro e delle sue esigenze specifiche a ogni ambito delle nostre vite, approfondendo la soglia dello sfruttamento del lavoro, determina così una limitazione della libertà di espressione, azione ed autodeterminazione.

Nel caso specifico, notiamo come l’attacco subito da una maestra da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti si inserisca perfettamente nel modello di scuola aziendale cui puntano le riforme dell’ultimo decennio. La “Buona Scuola”, il potenziamento dei poteri dei presidi e i decreti che ne sono susseguiti mirano, d’altronde, a un disciplinamento mirato del corpo insegnante, moralmente responsabile e politicamente vigilato anche al di fuori del suo contesto professionale e lavorativo. La funzione delle Scuola e università, dunque delle e degli insegnanti, non deve essere quello di sviluppare saperi critici e cittadinanza attiva, tutelando la libertà di espressione di tutte e tutti, ma soltanto quello di obbedire alle leggi dello Stato e di veicolarle senza possibilità di critica. La campagna mass-mediatica contro Flavia ha ripetuto sin da subito, non a caso, come un atteggiamento esplicitamente critico verso gli apparati di Stato, disposti a protezione della propaganda fascista, non sia compatibile con un ruolo pedagogico, invocando la responsabilità morale dell’insegnante al di fuori dell’orario di lavoro. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare proveniente dalla ministra Fedeli e dal segretario del Pd Renzi dimostra come oggi i luoghi della formazione siano sempre meno delle comunità aperte e plurali, sempre più servizi aziendali dove vige la parola dello Stato padre e padrone, che può licenziare i propri dipendenti non appena questi non gli obbediscono.

In questo attacco mediatico ritroviamo, infine, lo stampo sessista che colpisce tutte le donne che non rispettano il ruolo di sottomissione a loro assegnato, non stanno al loro posto, non sono miti, accudenti e composte, ma urlano, si arrabbiano e fanno sentire la loro voce. In particolare, le maestre, lavoro di cura e riproduttivo per eccellenza, non avrebbero il diritto di urlare per strada contro i soprusi polizieschi, ma devono rispettare l’immagine di donna tranquilla e rassicurante, il cui ruolo educativo sarebbe semplicemente quello di assicurare la riproduzione della società così com’è.

Dal segretario Renzi, la gogna mediatica è stata immediatamente recepita dagli esponenti locali del PD. Insieme alla dir poco prevedibile sparata di Stefano Esposito, anche Davide Mattiello, deputato democratico, ha appoggiato la richiesta di provvedimento disciplinare, argomentando che un’insegnante, pur libera di esprimere le proprie idee politiche, è sempre tenuta a rispettare la Costituzione. Se compito dell’insegnate è anche quello di introdurre i ragazzi ai valori della Costituzione, non può essere dunque una buona insegnante colei che ne viola i principi. Un’insegnante che denuncia, con toni forti ed esasperati, l’abuso di violenza da parte delle forze dell’ordine, viene così indegnamente messa sullo stesso piano di un’insegnante che diffonde idee razziste e discriminatorie, come se poi già non ce ne fossero purtroppo moltissimi di casi simili. A chi usa strumentalmente la Costituzione per togliere legittimità all’antifascismo, noi vogliamo chiedere: chi non rispettava la Costituzione giovedì scorso, chi gridava la propria rabbia o la polizia schierata a protezione dei fascisti? Chi non rispettava la Costituzione a Bologna, gli antifascisti o la polizia accorsa a liberare la piazza per Forza Nuova? Chi non rispettava la costituzione, quando le forze dell’ordine minacciano i manifestanti, con insulti sessisti “zecca”, “puttana”, “devi morire”? Perché a restituire una parte della violenza che subiamo costantemente dalle forze dell’ordine e dallo Stato, chi viola la Costituzione saremmo noi?

I media, mentre concedono parola in studio e dirette televisive ai neo-fascisti, considerandoli un partito come gli altri, delegittimano a ogni costo la lotta antifascista, facendola sembrare una guerra tra bande e insistendo sul presunto “fascismo degli antifascisti”. La cosa che ci fa rabbia e che troviamo inaccettabile non è tanto La Repubblica che tuona contro il fascismo quando Forza Nuova sfila sotto la sua sede, né le false lettere dei figli delle forze dell’ordine retoriche e sensazionaliste. Ci fa indignare il fatto che il tritacarne mediatico costruisca questa rappresentazione falsata, viziata da interessi elettorali e di potere ben precisi, sulla pelle di una maestra che grida in piazza contro le ingiustizie e contro i fascismi, che questa persona possa pagare cara la propria indignazione per la malafede di chi, invece di fare informazione, si presta ai soli interessi dei potenti. Ci indigna vivere in un Paese dove a Flavia sono state addossate responsabilità gravissime per il solo fatto di essere finita sotto il tiro della telecamera sbagliata, mentre quotidianamente i fascisti seminano odio seriale e violenza nel silenzio generale, a partire proprio dai luoghi della formazione.

Rilanciamo l’appello, uscito congiuntamente sui siti di Effimera e di Euronomade, in solidarietà per Lavinia Flavia Cassaro, con la convinzione che il suo caso sia paradigmatico di un attacco alla libertà di tutte e tutti e alla democrazia. Ci impegneremo anche noi affinché le istituzioni scolastiche ritirino il provvedimento disciplinare. http://effimera.org/noi-stiamo-con-laviniaee/

Manituana  – Laboratorio Culturale Autogestito

SI – Studenti Indipendenti

LaSt – Laboratorio Studentesco

Sull’articolo della Stampa: di fake news, fango e “giornalismo” di regime

Siamo tutte antifasciste! Siamo tutte Cattive maestre!

 

“FINE PENA MAI” – APPELLO PER LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E CONTRO L’USO MANICHEO DELLA STORIA.

Riprendiamo da effimera quest’appello che condividiamo e ci sentiamo di sottoscrivere – Manituana – Laboratorio Cuturale Autogestito.

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivoOfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)