Con la cultura non si mangia (più) – sui licenziamenti della fondazione Torino Musei!

Durante la giornata di sabato, la Fondazione Torino Musei ha comunicato, tramite mezzo stampa, la chiusura dei servizi relativi a Borgo Medievale, Biblioteca d’Arte, Archivio Fotografico e Museo Diffuso della Resistenza, avviando la procedura di licenziamento collettivo per 28 lavoratrici e lavoratori ( 13 al Borgo Medievale, 6 Biblioteca d’Arte Gam, 6 Fototeca, 3 in distacco al Museo Diffuso della Resistenza). I licenziamenti potrebbero decorrere già dal prossimo 28 dicembre e gettano nell’improvvisa disperazione le vite quotidiane di 28 persone. La modalità con cui questi sono condotti offende ancor di più la dignità del loro lavoro e quella di tutto il lavoro culturale della nostra città: ignorando le contrattazioni sindacali, sono stati comunicati attraverso i giornali, con una sola settimana di anticipo, senza alcuna garanzia reale di ricollocamento per i 28 dipendenti. Le responsabilità di questa vicenda sono in egual misura da attribuire alla Fondazione Torino musei e al Comune di Torino. La prima decide di tagliare in maniera sostanziosa sull’organico, lasciando 28 dipendenti privi di un lavoro e di un reddito, senza alcun preavviso. D’altra parte la città di Torino, con i suoi recenti tagli al settore della cultura, ha avviato un processo di smantellamento dei diritti dei lavoratori nel settore della cultura. Il vanto che le istituzioni locali sfoggiano, disegnando una Torino come capitale culturale e artistica, è ridicolo e suona come una vergognosa beffa a fronte di scelte politiche che vanno nella direzione contraria, disinvestendo sulla cultura e scaricando le conseguenze su lavoratrici e lavoratori. Infatti, a Torino come nel resto d’Italia, il turismo cresce e i dipendenti diminuiscono, incentiva il lavoro gratuito e volontario rispetto alle assunzioni a tempo indeterminato di dipendenti professionali e qualificati. Nel settore culturale assistiamo a una sostituzione del lavoro qualificato e retribuito con forme di volontariato che abbattono la professionalità del lavoro culturale, favorendo la deprofessionalizzazione e la diffusione del lavoro nero. Come studenti medi, universitari e giovani precari di questa città esprimiamo massima solidarietà verso i 28 dipendenti museali e ci impegneremo nei prossimi giorni, ancor più del solito, a difendere i loro diritti, la loro la dignità e la professionalità. I loro diritti sono i nostri stessi diritti. Vogliamo dalla Fondazione l’immediato ritiro dei licenziamenti e dal Comune un reinvestimento sostanzioso nel campo della cultura torinese. Tuttavia, stando alle dichiarazioni di queste ore da parte delle sopracitate istituzioni, non ci illudiamo che possa piovere dal cielo alcun ritiro dei licenziamenti, né alcuna certezza reale di riassorbimento dei lavoratori, ma solo soluzioni parziali e incerte o promesse ipocrite ed elettoralistiche (ad esempio da parte della Regione Piemonte). Di fronte a un attacco così vigliacco, e a una situazione così drammatica in cui vengono a trovarsi 28 lavoratrici e lavoratori, crediamo sia urgente la convocazione di un’assemblea, alla quale i lavoratori e lavoratrici possano prendere direttamente parola e autodeterminare forme e pratiche della mobilitazione, e alla quale prenderemo, se possibile, volentieri parte anche noi come “esterni” solidali, in modo che il nostro sostegno possa tradursi in forza materiale a fianco delle e dei licenziati. Ma soprattutto, ci pare necessaria la convocazione di uno sciopero sin dai prossimi giorni, nel cuore delle vacanze natalizie, che metta al muro i responsabili di questa vicenda, sottragga loro la maschera dell’ “era necessario, non potevamo fare altrimenti” e li obblighi a ritornare sin da subito sui loro passi.

LaSt – Laboratorio Studentesco

SI – Studenti Indipendenti

Manituana – Laboratorio culturale autogestito

“FINE PENA MAI” – APPELLO PER LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E CONTRO L’USO MANICHEO DELLA STORIA.

Riprendiamo da effimera quest’appello che condividiamo e ci sentiamo di sottoscrivere – Manituana – Laboratorio Cuturale Autogestito.

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivoOfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista  Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

Manituana ha una nuova casa – Ci cacciano dall’università, ci prendiamo la città!

Da oltre quattro mesi, al Laboratorio Culturale Autogestito Manituana, ubicato in via Sant’Ottavio 19 bis, è stata data comunicazione da parte dell’Università di Torino, proprietaria dell’immobile, che importanti lavori di ristrutturazione avrebbero reso inagibili i suoi spazi. Fino ad oggi abbiamo resistito alle minacce. Con la ricchezza delle nostre attività sociali e culturali e la gioia della nostra quotidianità comunitaria, abbiamo posticipato colpo dopo colpo l’inizio dei lavori stessi. Questa condizione non era, tuttavia, ulteriormente sostenibile, di fronte alla necessità dello svolgimento delle ristrutturazioni e della messa in sicurezza dei nostri locali.

Abbiamo così pensato che fosse venuto il momento giusto, l’occasione di rilanciarci e di espanderci. La grandiosa partecipazione attiva e solidale che si è generata in questi mesi intorno a Manituana, oltrepassando ogni aspettativa, ci ha consegnato una sfida affascinante, che abbiamo deciso di raccogliere senza presunzione. Non si tratta soltanto delle oltre mille firme digitali, raccolte in poche settimane a sostegno del nostro appello, provenienti da donne e uomini, dal mondo accademico, associazionistico, sindacale, politico e da tantissime compagne e compagni dei movimenti sociali. Le esperienze e le soggettività eterogenee che, nello spazio comune di Manituana, hanno saputo intrecciarsi, collaborare in forme di decisione e autogestione collettiva, talvolta caotiche ma profondamente orizzontali, rigorosamente libere da gerarchie e campanilismi interni.

Manituana: i seminari autogestiti di letteratura, filosofia e psicanalisi, che, contro l’attuale miseria del mondo accademico, all’insegna dell’interdisciplinarietà e della condivisione dei saperi, si pongono l’obiettivo di sviluppare pensiero critico e confronto aperto a tutte e tutti; il gruppo di teatro, il collettivo artistico, i concerti, le jam sessions e una vasta programmazione di dibattiti e presentazioni di libri, per autoprodurre cultura collettivamente e fuori dai circuiti di mercificazione. Manituana: una ciclofficina e un Gruppo di Acquisto Solidale, attraverso cui tanti giovani e studenti, costruendo strumenti di mutuo-aiuto, agiscono per un modello alternativo di mobilità, di consumo, in collaborazione con chi attua sui territori pratiche alternative di produzione alimentare e di salvaguardia dell’ambiente. Manituana: gli sforzi e gli esperimenti, in connessione con altre realtà, di mutualismo e autorganizzazione di lavoratrici e lavoratori precari/e e autonomi/e, la cui vita oscilla tra sottooccupazione e disoccupazione, tra esclusione dal mercato del lavoro e sfruttamento, privi di tutele, diritti e assistenze; i laboratori di approfondimento e intervento politico nei (e per i) movimenti a difesa dell’università pubblica, dei diritti sociali e dei territori, contro le discriminazioni e le violenze di razza e di genere. Manituana: un’aula studio, uno spazio per mangiare e una biblioteca virtuale contro le mancanze del welfare studentesco; uno spazio sociale dove tanti e tante si incontrano e condividono il proprio tempo libero, come il luogo mitico della tradizione Cherokee in cui gli indiani si rifugiano per sfuggire ai coloni bianchi, dove creano una comunità fondata su rapporti paritari, solidarietà e autogestione

Attraverso la contaminazione di pratiche e discorsi differenti, Manituana ha accumulato in questi anni una forza eccedente rispetto alla nostra esistenza attuale. Abbiamo visto crescere spontaneamente questa molteplicità di esperienze e pensiamo che oggi questa abbia molto da proporre a tutta la città e da riceverne in cambio. Negli ultimi dieci anni di crisi, a Torino, sotto il ricatto del debito, abbiamo assistito allo smantellamento dei servizi fondamentali, del welfare e della cultura, che ha impoverito e desertificato intere aree popolari della metropoli, per poi consegnarle alle forze della speculazione e della riqualificazione urbana. Alcuni quartieri sono stati “riqualificati” attraverso una proliferazione selvaggia delle attività commerciali e delle sedi aziendali, la svendita di patrimonio pubblico a grandi imprese o singoli colossi del mercato immobiliare privato e un aumento generalizzato dei costi e degli affitti. Questi fenomeni, combinandosi con la disoccupazione dilagante, lo smantellamento di tutele, assistenza, servizi pubblici fondamentali e continuità di reddito, gravano anzitutto sulla popolazione “storica” dei quartieri in questione.

Abbiamo oggi liberato gli spazi in via Cagliari 34/C, uno spazio abbandonato da più di cinque anni, a poche centinaia di metri dal nuovo Campus Luigi Einaudi, nel pieno della vita universitaria. Si tratta di un’area della città in cui si stanno condensando, ogni anno di più, fette considerevoli della popolazione universitaria, esercizi commerciali, palazzi di grandi imprese multinazionali, conseguenti e repentini effetti di carovita e caroaffitti e in cui si registra un’assoluta carenza di alcuni servizi fondamentali. Non è presente una sola aula studio, non c’è un cinema, mancano gli spazi dell’aggregazione in cui i giovani, ma non solo, possano riunirsi, confrontarsi e stare insieme fuori dalle logiche del consumo. Le poche realtà e associazioni presenti sul quartiere non possono da sole alimentare una rete di attivazione sociale adeguata a questi bisogni. Vogliamo realizzare un’aula studio e, insieme, uno spazio di elaborazione, di socialità, aggregazione, di autorganzzazione del mondo del lavoro. Vogliamo aprire uno spazio che sappia vivere nel quartiere, intrecciando le energie creative della composizione studentesca e giovanile di cui facciamo parte con le esigenze e le abitudini delle famiglie e dei residenti storici della zona. Vogliamo una città strutturata a partire dai nostri bisogni e non dalle logiche di profitto.

Il nostro orizzonte è quello di costruire dal basso, intorno a uno spazio liberato, in forma partecipata e aperta a tutt*, servizi essenziali oggi mancanti, integrazione autonoma tra studenti e residenti; favorire autoproduzione culturale e creativa per non lasciare che qui, alle spalle del nuovo Campus, cultura, pensiero e arte possano essere sussunti dagli interessi privati e organizzati in una dimensione di accumulazione e mercificazione. Crediamo che per questo quartiere e per questa città uno spazio del genere non solo sia necessario, ma sia una vera e propria priorità. Rivendichiamo il valore fondamentale delle pratiche di liberazione e autogestione collettiva degli spazi sociali che costruiscono nei quartieri reti di solidarietà, integrazione e autodeterminazione, difendendo diritti e dignità per tutte e tutti.

DA OGGI CI TROVATE IN VIA CAGLIARI 34/C.

DENTRO E CONTRO LA GENTRIFICAZIONE! LIBERIAMO GLI SPAZI PER LIBERARE SAPERI!

Manituana – Laboratorio culturale autogestito

Quale spazio per queer e gender studies?

Mercoledì 25 ottobre @Làadan (Centro culturale e sociale delle donne) via Vanchiglia 3, Torino.

H. 20.00 Aperitivo e Cena

H. 21.00 Discussione sul tema “Quali spazi per gender e queer studies?”
Intervengono anche:
– Elena Petricola
– Christian Loiacono
– Maddalena Cannito
– Chiara Inaudi
– Ferdinanda Vigliani
– Natascia De Matteis

Gli studi di genere e queer faticano tutt’ora a trovare spazio e legittimità all’interno del mondo istituzionale e continuano ad essere legati ad alcuni ambiti disciplinari moto specifici, ad esempio l’antropologia, senza che si riconosca loro il potenziale di fornire una prospettiva completa sui saperi, che superi il fintamente neutro ed universale sapere maschile, bianco, eterosessuale. A fronte di questa situazione nell’Accademia, nella quale sono ovviamente presenti numerose eccezioni che emergono con fatica, gender e queer studies trovano spazi altri, nell’associazionismo, nel movimento, nella ricerca indipendente, attraverso i quali è possibile portare avanti percorsi di studio e praticare la condivisione dei saperi tramite contatti ed intersezioni con il tessuto sociale locale. Questo tipo di realtà apre una serie di interrogativi e contraddizioni sui rapporti con i luoghi di costruzione del sapere, sugli intrecci tra lavoro e militanza politica, tra punto di vista situato e scientificità della ricerca, tra sapere intellettuale e prassi politica.
Quali spazi rispondono a questa necessità? E’ possibile che nascano all’interno delle istituzioni, universitarie e non, oppure un sapere critico per sua natura vive nelle esperienze di autoorganizzazione e viene depotenziato della propria carica di rottura da ogni forma di istituzionalizzazione?

Contro il G7 : nascono le camere del lavoro autonomo e precario!

A Torino durante le giornate di mobilitazione contro il G7 nascono le CLAP // camere del lavoro autonomo e  precario.

Siamo lavoratori e lavoratrici precari e autonomi. Lavoriamo nella cultura, nella conoscenza, nell’informazione, nei servizi di cura alla persona, nell’intrattenimento, nella ristorazione, nei servizi in generale. Siamo giovani e meno giovani che fanno dei «lavoretti» a 3 euro l’ora per pagarsi un affitto o aiutare a casa . Il nostro contratto di lavoro scade tra qualche settimana o tra qualche mese, e non sappiamo cosa succederà dopo; alcuni di noi il contratto proprio non ce l’hanno e lavorano in nero. Le ferie, la maternità, la mutua sono una fortuna per pochi e chi non ne ha diritto è costretto ad adattarsi nella rassegnazione di non poter trovare di meglio e di essere facilmente sostituibile. Continue reading

“INDIANI ORGANIZZATI, DIRITTO DI GIOCARE, NELLE RISERVE NON CI VOGLIAMO STARE!” – Appello per la difesa di Manituana.

Invito a sottoscrivere e a diffondere l’appello per il sostegno e la difesa Manituana – Laboratorio Culturale Autogestito.

A fine luglio ci è stato comunicato che dal 15 settembre Manituana sarà interessata da “importanti lavori di ristrutturazione”. Dopo aver eluso ogni momento di confronto proposto da* occupanti, questa notizia ci è stata comunicata tramite un avviso affisso fuori dall’ingresso dei locali di via Sant’Ottavio 19 bis. Il piano dell’amministrazione dell’Università, proprietaria dell’immobile, è quello di conferire una nuova destinazione d’uso ad uno spazio lasciato in stato di completo abbandono prima della riapertura e della rimessa in funzione avvenuta grazie all’occupazione dell’aprile 2015. Tutto questo per fare di Manituana un’aula studio. La stessa aula studio che a* studenti di Palazzo Nuovo, in gran parte ancora chiuso in seguito allo scandalo amianto, è sempre stata negata, insieme ad altri spazi dove mangiare e riunirsi. Continue reading

Verranno al contrattacco con elmo ed armi nuove! Manituana non si tocca!

È di pochi giorni fa la notizia che dal 30 luglio Manituana sarà interessata da “importanti lavori di ristrutturazione”. In applicazione di un non meglio precisato “nuovo piano di miglioramento energetico”, si presenteranno alla nostra porta dei muratori, che ci inviteranno a uscire dallo spazio per non farci rientrare mai più. Il piano dell’amministrazione dell’Università è quello di procedere a una ristrutturazione e a una nuova destinazione di locali, lasciati in stato di completo abbandono ben prima dell’inizio della loro occupazione e autogestione a partire dall’aprile 2015. Tutto questo per fare di Manituana  – udite udite! – un’aula studio. La stessa aula studio che agli studenti di Palazzo Nuovo, in gran parte ancora chiuso in seguito allo scandalo amianto, è sempre stata negata, come tante altre cose. Continue reading

Appunti da Laboratorio. Per reagire alla securizzazione.

Durante le ultime settimane, nel soffocante clima politico torinese, il tema della repressione sembra essere entrato con prepotenza nel dibattito pubblico. Pensiamo sia necessario porre alcune questioni per riuscire a scardinare la narrazione mainstream che parla della stretta repressiva come di un’ovvia e comprensibile risposta ad una presunta “emergenza sicurezza”. Uno dei punti di partenza obbligati è la connessione organica tra l’offensiva repressiva, il processo di securizzazione di ogni ambito della società e la tendenza autoritaria imboccata negli ultimi anni da parte delle istituzioni di governance dei maggiori paesi a capitalismo avanzato. Il tema è indubbiamente complesso, ma crediamo sia importante provare a sviscerarlo facendo emergere i vari livelli su cui si articola il fenomeno, senza che queste poche righe abbiano un obiettivo diverso da quello di offrire alcuni spunti di riflessione. Continue reading

Appunti da laboratorio. Sullo sciopero sociale femminista, ripartiamo da noi per sottrarci alla precarietà

Sono passati quasi quattro mesi dall’8 marzo e ci sembra giunta l’ora, a mente fredda, di soffermarci su alcuni elementi che, durante alcuni  momenti di confronto collettivo, sono emersi come particolarmente importanti, non tanto per un’analisi della giornata, su cui è già stato scritto tanto, ma più che altro come spunti per continuare un percorso che interroga molte delle contraddizioni e delle questioni aperte del nostro tempo. Continue reading