Oltre Dora antifascista: appunti dal nostro 25 aprile!

Il 24 aprile abbiamo voluto attraversare i quartieri Aurora e Barriera di Milano a cavallo delle nostre bici per festeggiare la Liberazione dal nazifascismo. Di seguito alcuni degli interventi scritti collettivamente e letti durante il percorso.

Locandina della pedalata

Il testo di lancio del 24A
Il 24 aprile il Comune organizza la consueta fiaccolata commemorativa della Resistenza. Per tante e tanti di noi quella ricorrenza va perdendo di senso da anni.
Vogliamo muoverci in corteo per le strade della nostra città per festeggiare l’anniversario della Liberazione, toglierlo dalle mani di quelle istituzioni che plaudono alla repressione, e vogliamo farlo su due ruote!
In questi mesi, in questi anni, abbiamo assistito ad un progressivo spostamento a destra di tutte le forze politiche, allo sdoganamento delle posizioni più affini al fascismo nel discorso pubblico, all’ascesa al potere di una classe dirigente che, da destra a sinistra, si nasconde dietro la lotta partigiana per giustificare la propria sopravvivenza, e la sopravvivenza di un sistema politico, economico e sociale che non si fa scrupoli nel tagliare i servizi alle persone, nel devastare l’ambiente, nell’agire violenza contro chi dissente e contro chi è marginalizzato, nell’ignorare o nel criminalizzare qualsiasi esperienza di autogestione e di opposizione.
Per questo, come gli scorsi anni, abbiamo deciso non solo di non partecipare alle iniziative istituzionali, ma di convocare una nuova piazza che sappia unire la memoria della Resistenza con la necessità di azione contro ogni violenza e ogni sopruso.
Abbiamo deciso di riempire le strade che attraversiamo ogni giorno, lontane dal centro vetrina, con le nostre bici!
La bicicletta ha svolto un ruolo chiave durante la Resistenza, in particolare in città. In bicicletta giovani uomini e donne hanno mantenuto i collegamenti tra le formazioni partigiane e passato informazioni e materiali essenziali alla prosecuzione della lotta al regime. Si sono violati posti di blocco e si sono scardinati i piani di controllo del territorio del nemico.
Anche oggi nella nostra città la bicicletta assume un peso politico importante: è lo strumento di lavoro di molte e molti giovani, come i rider del food-delivery, sfruttati e sottopagati. È un mezzo di locomozione che per sua stessa natura rivendica una città a misura di persona e non di automobile o di industria.
È il veicolo che più di tutti, oggi come ieri, sfugge alle logiche di controllo e permette il libero esercizio della fantasia, tanto importante quando si decide di praticare un obiettivo politico contrario ad un sistema ingessato e fondato sul ritualismo.
La bicicletta inoltre ci libera da una narrazione esclusivamente militare, virilista ed eroica della Resistenza, restituendo pari dignità a chiunque abbia preso parte alla liberazione dall’oppressione fascista: uomini o donne che per anni hanno subito l’oppressione politica di un regime che aveva nella discriminazione di genere e nella predeterminazione dei ruoli sociali in base al sesso uno dei suoi punti di forza.
L’antifascismo corre su due ruote!

Disegno di Eleonora Bechis

Intervento davanti all’Ex-fabbrica Pastore incrocio tra via Perugia e corso Novara.

La prima tappa della biciclettata è davanti alla ex fabbrica Pastore, immobile a pochi passi da Manituana;  oggi un cantiere, in cui da alcuni mesi si sta realizzando un progetto che dovrebbe dar nuova vita all’edificio. Questo progetto comprende una residenza universitaria, spazi di co-working e l’ennesimo supermercato in zona. La cosa più interessante è scoprire chi sono i finanziatori del progetto. Infatti, la residenzialità sarà sotto il marchio di Camplus, il brand che la fondazione Falciola ha dato ai suoi progetti in tale campo d’investimento. Non solo già a Torino in zona Lingotto, ma anche in molte altre città italiane. Tutte le altre sedi hanno dimostrato che sono servizi destinati a una élite della popolazione studentesca, che può permettersi di sostenere alti prezzi e i requisiti meritocratici richiesti da queste strutture. Questo andando ad ingrossare il portafoglio e a soddisfare le brame di potere di Comunione e Liberazione, di cui Falciola è uno dei rami operanti nell’università.

Il supermercato, a pochi passi da due Lidl e da un Basko, invece, sarà gestito dalla cooperativa NovaCoop. Buffa deriva democristiana quella delle cooperative rosse, che tanto amano ripulirsi la coscienza con un antifascismo di facciata, come con i fiori marchiati Coop che incontreremo nelle targhe lungo il nostro percorso.

Di fatto nulla di nuovo in uno scenario cittadino in cui le amministrazioni comunali continuano a delegare ai privati gli interventi di sviluppo urbano, con quanto ne deriva per i cittadini. Un nuovo supermercato è quello che serve nel vicinato? Di sicuro la nuova residenza per privilegiati non risponde ai bisogni della popolazione studentesca come denunciato da quei compagni e quelle compagne che da anni nelle università si battono per il diritto allo studio, né a quelli delle persone che si trovano in una situazione di disagio abitativo.

Attraverseremo luoghi che testimoniano una resistenza passata, ma nel nostro percorso ricorderemo anche quei luoghi in cui c’è bisogno di resistenza oggi per evitare che ci prendano tutto. 
Ma noi saremo i giovani che guarderanno questo cantiere.

Intervento davanti alla scuola elementare Lessona, sui fatti di Padova

Ci siamo fermat* davanti a una scuola, luogo dell’istruzione e luogo in cui dovrebbe conservarsi e tramandarsi il ricordo di cosa è stato il fascismo e il prezzo che è stato pagato da partigiane e partigiani per riconquistare la propria – e la nostra – libertà. Dovrebbe, perché oggi non è più così. Questa è l’Italia in cui il Ministro dell’Interno può permettersi di dire che il 25 aprile non parteciperà a nessun corteo perché non gli interessa “il derby fascisti-comunisti”! Ma non è neanche solo Matteo Salvini – che sappiamo essere un fascista e da cui non ci aspettiamo niente di diverso – a operare una mistificazione ragionata sulla memoria del fascismo. I governi precedenti, anche quelli che si definivano di sinistra, non sono stati da meno, e così tutto l’apparato del potere, che ogni giorno punisce la militanza antifascista con una repressione pesantissima e il 25 aprile si riscopre antifascista, giusto il tempo di fare la solita sfilata per le strade del Paese. Noi vogliamo ricordare cosa ti succede in Italia, oggi, se sei antifascista. Poche settimane fa, a Padova, un corteo antifascista che voleva opporsi al raduno Forza Nuova viene caricato pesantemente dalla polizia e un’insegnante viene tratta in arresto. La vita di questa compagna, una donna, antifascista e pure femminista – tutte cose, queste, che la inquadrano come il perfetto nemico dello Stato di oggi – viene scandagliata minuziosamente ed esposta al pubblico ludibrio su decine di quotidiani locali e nazionali. Stessa cosa era successa nel febbraio del 2018 ad una compagna torinese, maestra elementare, fotografata e filmata durante il corteo contro Casapound e licenziata in tronco dopo che l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con un intervento in televisione, aveva chiesto espressamente che venisse allontanata dall’incarico. Questi omuncoli potenti, pronti a banchettare come avvoltoi sui fatti di cronaca per racimolare qualche voto in più; questi giornalisti anzi giornalai, che godono della possibilità di denigrare, avvilire e violare l’intimità e la vita delle donne ogni volta che ne hanno l’occasione; le forze dell’ordine, legittimate nel loro potere, che manganellano e massacrano di botte chi esprime dissenso e poi diventano vittime innocenti quando qualcun* si permette di alzare la voce contro di loro. Tutti questi personaggi grotteschi che inneggiano alla democrazia fingono di dimenticarsi che il compito delle insegnanti e degli insegnanti nelle scuole è proprio quello di essere antifasciste e antifascisti, di schierarsi politicamente, di educare le nuove generazioni alla memoria e alla capacità critica, ad opporsi, a distinguere tra “legale” e giusto, affinché non accada più che, come oggi, ci ritroviamo i fascisti al governo. La repressione di Stato è strumentale alla criminalizzazione dell’antifascismo e allo sdoganamento del fascismo, istituzionale e non. Ma l’antifascismo non si arresta e non si arresterà, siamo nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole. Ieri eravamo partigiane, oggi siamo antifasciste!

Davanti al cantiere Falciola-NovaCOOP in via Amalfi

Intervento nei pressi dell’Area Delta – Ex Gondrand
Nel 1973 l’amministrazione comunale di Torino allora in carica concedeva alla società multinazionale di autotrasporti Delta una licenza edilizia per la costruzione di un fabbricato industriale che sarebbe dovuto sorgere in via Cigna 209, dove siamo noi adesso.
Il terreno in questione, era da anni richiesto dai cittadini che vivevano nel quartiere di Barriera e di Aurora, quartieri di matrice operaia, che furono fondati dalle industrie della Fiat, divorando il paesaggio della  campagna e abbattendo le cascine che abbracciavano la città.
Nonostante questa richiesta e malgrado il Piano regolatore della città prevedesse la destinazione di quel terreno a verde pubblico, la licenza edilizia venne ugualmente concessa.
Questa è la città del neoliberalismo. Stretta nella tenaglia degli interessi economici privati che speculano sul territorio, spesso in accordo con le istituzioni.
Questo modo di vedere la città uccide lo spazio pubblico, facendolo diventare un mero conto economico.
Ma dopo circa tre anni di lotta e mobilitazione dei cittadini e dei lavoratori della Barriera di Milano l’area è stata definitivamente restituita alla città.
Si legge su un comunicato, scritto dai comitati del quartiere, pubblicato sulla stampa nel 1976:
“L’impegno politico per questa lotta è stata la costatazione dell’assoluta mancanza di verde nel nostro quartiere  e di conseguenza la difesa di quel poco terreno che restava da destinare a verde pubblico.
Lo ricordiamo ancora una volta che alla Barriera di Milano il verde pubblico disponibile attualmente è di 0,42 mq per abitante contro i 9 mq previsti dai decreti urbanistici.”
Quando ci sono città divise, che si esprimono con interessi centrali e periferici e dove l’amministrazione pubblica tutela gli interessi di poche parti della città, dove esiste l’urbanistica contratta, c’è bisogno di resistenza. Perché Il diritto alla città è un’idea di cittadinanza intesa come diritto alla presenza in uno spazio pubblico, insieme.

Copertina dell’evento Facebook

Intervento in via Moncrivello 1, case ATC, residenza della famiglia Arduino

Libera e vera Arduino sono figlie di una famiglia operaia come tante nella Torino degli anni 40. Povertà, politica e antifascismo sono il pane quotidiano della resistenza nei quartieri proletari di quegli anni. Libera e Vera hanno forza, determinazione… voglia, dopo la liberazione, di costruire un mondo migliore: senza dittatura, senza allarmi che suonano di notte, senza oppressione dell’uomo sulla donna. Vera ha 16 anni una ragazza adolescente, militante del gruppo di difesa della donna a barriera di milano, un gruppo di azione partigiana legato al pci e ai giustizia e libertà. Libera 18 anni, con il suo nome teoricamente vietato dalle leggi fasciste del 1935, è staffetta: porta notizie dai gap di barriera fino alla montagna. “La sera del 12 marzo 1945 una squadra di fascisti prelevò dalla loro casa di via Moncrivello 1, Gaspare Arduino, operaio delle Acciaierie Fiat antifascista, le sue due figlie, Libera e Vera insieme ad alcuni loro ospiti.” Stavano facendo una riunione diranno alcuni testimoni dopo la liberazione, già perchè alla liberazione manca davvero poco, ma Libera e Vera non la vedranno “Gli uomini, prima vennero torturati poi trucidati la notte stessa nei pressi dell’abitazione, in corso Belgio angolo via Lessolo. Vera, e Libera, furono trucidate nei pressi del canale della Pellerina”. “Per il funerale delle Arduino alcune fabbriche hanno mandato delegazioni, altre durante i funerali si sono fermate. Alla Paracchi una ragazza è salita sul tetto e ha messo la bandiera rossa. Un compagno elettricista, che era nelle SAP, aveva staccato tutti i fili d’allarme perché i fascisti non chiamassero i rinforzi. – «Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi!» – Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne”.” Libera e vera Arduino sono state uccise, trucidate e violentate dai fascisti. Ma la loro memoria viene infangata quotidianamente e con loro la memoria della resistenza. Viene infangata la loro memoria tutte le volte che la resistenza viene ricordata come cosa da uomini, tutte le volte che sentiamo e diciamo che le donne vanno protette perché sono il sesso debole, tutte le volte che viene negato loro (per una pretesa di femminilità) la possibilità di agire violenza, tutte le volte che assecondiamo il dominio patriarcale per comodità, per scelta o per rassegnazione. A Libera, a Vera, a Giorgiana Masi, a tutte le militanti comuniste, femministe e antifasciste dimenticate dalla storiografia e dai movimenti va questa nostra azione: un panuelo rosa per dire che la vostra lotta, la nostra lotta non è finita nel ’45, ma continua oggi insieme a noi contro ogni forma di oppressione e dominio.

Panuelos sul cippo dedicato a Vera e Libera

Intervento sulla trasformazione di ATC – Agenzia Territoriale Casa in fondazione privata, via Moncrivello 1 Siamo qui per dare visibilità al progetto ATC di costituire una Fondazione con le Banche e altri soggetti privati. Un’iniziativa denunciata dalle attiviste e dagli attivisti di Assemblea21, avviata dall’ATC all’insaputa del Comune di Torino, che è il proprietario di quell’ingente patrimonio residenziale e fondiario pubblico e che sulla destinazione e sulla gestione di quei beni ha compiti e responsabilità.

L’intenzione del Consiglio di Amministrazione di ATC – a loro detta – sarebbe quella di associarsi ai privati per “opere di bene” verso i più derelitti ospiti delle case popolari.

Ma non c’è ragione alcuna per costituire una Fondazione pubblico-privato a scopo di ricevere finanziamenti, visto che per statuto basta l’accordo del CdA. Cosa invece può motivare un progetto di Fondazione in partecipazione pubblico privato?

I 30’000 appartamenti del Comune di Torino, affidati alla gestione di ATC, potrebbero in tal modo diventare la polpa di un enorme business immobiliare impostato dagli attuali Consiglieri di amministrazione ATC con le Fondazioni Bancarie che vedrebbe ATC, indebitata fino all’osso, metterci il suo patrimonio e le Fondazioni quei soldi che ATC non ha. Siamo dunque di fronte all’ennesimo tentativo di usare una povertà creata dalla precarizzazione del lavoro e dal depauperamento e privatizzazione del welfare pubblico e per portare avanti un suo ulteriore smantellamento – come nel caso dell’introduzione di una flat tax – o e della sua trasformazione di un sistema di controllo delle nostre vite – ultimo esempio, il cosiddetto Reddito di Cittadinanza.

Vento di grecale: dentro la lotta dei pastori #2.

Un aggiornamento dalla Sardegna e dalla lotta dei pastori, alla vigilia delle elezioni regionali.

Leggi qui la prima parte.

La Sardegna si è svegliata sotto le raffiche di un vento di grecale che scuote i rami degli alberi e imbianca di schiuma il mare. Sono passate due settimane dall’inizio delle mobilitazioni dei pastori per l’aumento del prezzo del latte di pecora.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.

Questo giovedì gli industriali delle aziende casearie hanno disertato il tavolo convocato a Roma dal ministero delle Politiche agricole. Solo uno di loro si è presentato all’incontro: il direttore generale di Assolatte Massimo Fiorino, che ha riferito la decisione dei suoi colleghi e cioè il rifiuto totale di qualsiasi forma di contrattazione sull’ultimo prezzo da loro proposto, 72 centesimi. Questa manovra degli industriali ha il sapore di una vera e propria dichiarazione di guerra, e così è stata percepita.

L’ultima proposta dei pastori era di soli 8 centesimi in più rispetto a quella degli industriali. Durante un’assemblea tenutasi questo martedì a Torpè, con una votazione unanime per alzata di mano e dopo un lungo dibattito tra più di mille allevatori arrivati da tutta l’Isola, il movimento autorganizzato aveva infatti deciso di contrattare al ribasso, modificando la propria richiesta da 1 euro più IVA – com’era stato fino alla settimana scorsa – a 80 centesimi al litro. Ma solo a fronte di alcune importanti garanzie, come il calcolo del prezzo del latte sulla base delle quotazioni del formaggio e l’aumento progressivo per arrivare a un euro a regime, quando i 50 milioni messi a disposizione da Regione e Governo per smaltire il pecorino romano invenduto sortiranno i loro effetti facendo risalire le quotazioni e, indirettamente, anche quelle del latte.

Alle condizioni imposte dagli industriali gli eventuali aumenti oltre i 72 centesimi sarebbero solo ipotizzati, mentre è sicuro che gli industriali – e non i pastori – sarebbero i destinatari dei 50 milioni stanziati per smaltire le eccedenze di pecorino accumulate nei magazzini. Secondo la bozza dell’accordo discusso la settimana scorsa a Cagliari, la prima verifica sul prezzo non sarebbe comunque prevista prima di maggio, e la seconda soltanto a novembre; nel frattempo i pastori non avrebbero nessuna garanzia di veder effettivamente aumentare il prezzo del latte, mentre gli industriali si arricchirebbero ulteriormente sulle coperture statali e regionali.

Ma il rifiuto degli industriali ad aprirsi a qualsiasi confronto avrà le sue conseguenze: in Sardegna si respira un’aria sempre più tesa e sembra che la reazione dei pastori non potrà che essere di alzare il conflitto della lotta. Con 72 centesimi al litro, infatti, i pastori non riescono neanche a coprire la spesa necessaria per produrre il latte, figuriamoci ricavarne un guadagno.

le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

L’enorme disparità economica tra industriali e pastori può essere chiarita con alcune stime: ogni pastore produce una media di 100 litri di latte al giorno. Dall’inizio delle proteste ad oggi sono stati sversati a terra circa 3 milioni di litri di latte. I pastori, senza calcolare il latte perduto, hanno visto ridursi la produttività a 90 litri al giorno, a causa della necessità di essere presenti a blocchi e presidi: si tratta di una perdita del 10%.  Con 10 litri di latte (dai cui i pastori attualmente guadagnano 6 euro circa) si producono due chili di pecorino romano D.O.P. – che, tra tutti i formaggi prodotti, è quello che in proporzione ha il valore di mercato più basso ed è, non a caso, anche quello su cui gli industriali hanno calcolato la quotazione del prezzo del latte – più la ricotta. Un chilo di pecorino viene venduto a 17 euro.

Ciò vuol dire che le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

La diserzione degli industriali si configura come un tentativo di delegittimazione politica del movimento autorganizzato perché è un rifiuto a priori del confronto con la controparte. Di fronte a questo arroccamento dei potenti nei propri privilegi la lotta autorganizzata non si ferma, anzi prosegue con più forza di prima.

Mentre i pastori sottraggono al lavoro ore preziose rovesciando sull’asfalto il frutto sudato della loro fatica, con la passione e la rabbia di chi non ha nessuna alternativa, il teatrino dei politicanti continua per le vie e le piazze della Sardegna, tra dichiarazioni altisonanti, menzogne belle e buone e battutine al vetriolo rivolte agli avversari politici.

Salvini, oltre a mostrare la sua faccia su migliaia di volantini e locandine appese nei paesi per propagandare il candidato-burattino della destra (Cristian Solinas del Partito Sardo d’Azione), fa la sua apparizione sul palco e in televisione con indosso una maglietta dei quattro mori mentre, tra una dichiarazione pro-TAV e l’altra, afferma convinto che le trattative sono a buon punto e difende gli industriali per le loro capacità di mediazione. Di Maio attacca Salvini senza nominarlo con un commento acido dalla sala conferenze del T Hotel di Cagliari. Il PD, Fratelli d’Italia, persino Berlusconi si profondono in dichiarazioni a favore dei pastori.

In questa zuffa tragicomica per accaparrarsi l’ultimo spazio di propaganda prima del silenzio elettorale, emerge soltanto un chiaro e totale disinteresse verso questa lotta, l’estremo sciacallaggio di una classe dirigente corrotta, incapace di dialogare con le e i cittadini fuori dalla logica della propaganda di partito.

La macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha intanto iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne. I primi fascicoli che indagano su blocchi e sversamenti della prima settimana di mobilitazione sono stati aperti questo lunedì, in perfetta coincidenza con l’inizio della “tolleranza zero” dichiarata da Matteo Salvini, e le Procure stanno acquisendo anche il materiale video e audio raccolto dalla Digos nei giorni scorsi.

Il Ministro dell’Interno però afferma “Mai manganelli sui pastori”: forse Salvini ha scelto una via più sottile per reprimere il dissenso, anche se al tavolo del ministero è appena approdata una richiesta di rinforzi da parte delle questure sarde, e due reparti mobili di Celere provenienti dalla penisola sono già in arrivo in Sardegna, presumibilmente per vigilare sulle elezioni regionali di questa domenica 24 febbraio.

La stretta repressiva si è percepita anche nell’ultimo grande blocco di mercoledì sulla SS131, all’altezza del bivio per Posada. Un ingente spiegamento di forze dell’ordine – una decina tra volanti della polizia e dei carabinieri e automobili della Digos, nonché una camionetta con una ventina di celerini in tenuta antisommossa – ha presidiato il luogo, prima impedendo ad un gruppo costituito da un centinaio di pastori, famiglie e solidali, di radunarsi sull’autostrada e poi deviando il traffico quando i pastori si sono disposti sul cavalcavia che sovrasta la statale e hanno sversato il latte dall’alto.

Intanto la macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne.

Nel frattempo i mezzi di comunicazione concorrono a delegittimare la protesta, costruendo narrazioni falsate. Al blocco di Posada il giornalista di Videolina ha concluso la sua intervista ai pastori raccontando un episodio di cronaca: il ritrovamento di un ordigno artigianale inesploso in una sede elettorale di Torpè, accanto a scritte inneggianti la rivolta e l’astensione dalle elezioni. I pastori hanno subito protestato duramente e hanno chiesto al giornalista di mandare in onda una seconda intervista: “Noi ci dissociamo da quanto accaduto a Torpè. Non siamo stati noi a piazzare l’ordigno: stiamo facendo blocchi pacifici da due settimane. Sappiamo che si tratta di un tentativo di screditare i pastori di fronte all’opinione pubblica.”

I mezzi di comunicazione parlano di “guerra del latte”, coniando un altro termine vendibile e non eccessivamente conflittuale per raccontare questa mobilitazione. Ma anche la famosa “tregua”, parola d’ordine rimbalzata da televisioni e giornali nei giorni scorsi, non è in realtà mai esistita ed è stata lanciata proprio dai mezzi di comunicazione sull’onda delle dichiarazioni di Centinaio al termine del tavolo cagliaritano di sabato scorso: i pastori hanno mantenuto i presidi (tra cui quello davanti all’azienda Pinna di Thiesi) e i blocchi (come lo sversamento di un’autocisterna a Sanluri e un’altra nell’oristanese) e, nonostante l’attendismo dei media, la mobilitazione non si è mai fermata.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.

 

Dentro la lotta dei pastori: un contributo dalla Sardegna.

Pubblichiamo un contributo da una nostra compagna. Dalla Sardegna un report del blocco che i pastori sardi stanno portando avanti contro le grandi industrie casearie!

15 febbraio. Sono le 4.30 del mattino al porto di Arbatax. È ancora buio e nell’aria fresca e limpida si vedono distintamente le luci e la sagoma della nave che ha appena ormeggiato in banchina. È una grande nave proveniente da Civitavecchia, una delle tante che trasportano prodotti alimentari importandoli in Sardegna dall’Italia e da altri Paesi.

I pastori iniziano a radunarsi presso il muro e le finestre cieche della Stazione Marittima, edificio costruito trent’anni fa che avrebbe dovuto essere la punta di diamante del Borgo marinaro di Arbatax, mai inaugurato e oggi in stato di totale abbandono, in attesa di un finanziamento regionale di 400mila euro che tarda ad arrivare. I pastori sono più di quaranta e sono arrivati da ogni parte dell’Ogliastra. Alcuni di loro sono giovanissimi.

I carichi provenienti da porti italiani arrivano la mattina molto presto, ed è necessario bloccarli direttamente all’uscita del porto, prima che raggiungano le strade provinciali e vengano immessi nel circuito della grande distribuzione. Tutti i pastori, dopo il blocco, all’alba, torneranno ai rispettivi paesi perché “is signorinas”, come un pastore chiama scherzosamente le sue bestie, hanno bisogno di essere munte ogni giorno, mattino e sera. Anche le pecore iniziano a risentire della lotta: alcuni pastori, che producevano 100 litri di latte al giorno, raccontano di essere scesi a 90 litri. Una perdita molto consistente, causata dalla lontananza dei pastori dal gregge per poter presidiare le strade, i porti e le aziende individuate come strategiche; come il caseificio Pinna di Thiesi (leader del settore industriale caseario in Sardegna, con un fatturato di 50 milioni e una consolidata presenza nei mercati nazionali e internazionali, in particolare negli USA) dove un presidio permanente blocca da sette giorni tutte le fasi del processo produttivo.

 

Quello del pastore è un lavoro durissimo che richiede grandi sacrifici, non prevede giorni di vacanza o di malattia, non ha tutele e in Sardegna, ormai da decenni, è sancito dalla negoziazione al ribasso del prezzo della materia prima, gestito dalle aziende che comprano il latte, lo rilavorano e immettono il prodotto finito sul mercato guadagnando più del doppio rispetto alla spesa iniziale. Anche la trattativa con le aziende organizzata da Salvini al Viminale è fallita. Gli industriali hanno offerto 0.72, molto lontani dall’euro più IVA al litro che i pastori chiedono. Ieri l’incontro industriali-allevatori aperto dal ministro dell’Agricoltura Centinaio si è concluso con la decisione di stabilire una tregua di tre giorni dalla mobilitazione, durante la quale i pastori valuteranno quest’ultima proposta. Questi lunghi giorni di faticosi blocchi e presidi hanno mostrato agli occhi del mondo intero le schifose dinamiche di sfruttamento del mondo agropastorale da parte di un sistema economico che su di esso si regge, nonché l’impossibilità umana di poter continuare a produrre a queste condizioni; la risposta delle aziende, trincerate dentro le loro torri d’avorio, è di un aumento di dieci centesimi rispetto al prezzo stabilito. Dieci centesimi: questo è quanto valgono la vita e il lavoro di migliaia di uomini e donne.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento

Da lontano vediamo le guardie aprire il cancello e i primi mezzi uscire dal porto e dirigersi verso di noi: auto private, un paio di passeggeri a piedi con le valigie. Alcuni autisti, passando, rivolgono ai pastori cenni di saluto, sorrisi e brevi grida d’incoraggiamento. Qualcuno ha aperto una grande bandiera con i quattro mori e la tiene sollevata. Il primo furgone viene bloccato, aperto, i bollini controllati: dentro ci sono verdure, e si decide di permettergli di proseguire. Nel frattempo un’automobile dei carabinieri ha parcheggiato dietro l’angolo e un agente si dirige verso il gruppo di pastori, la maggior parte dei quali si muove con il volto completamente scoperto. Il secondo furgone viene bloccato e aperto: si scopre vuoto e viene fatto ripartire.

Il terzo camion mostra il carico più interessante. È a doppia cella, rispettivamente frigorifera e per il surgelamento. I pastori riescono ad aprire solo la cella frigorifera e la trovano piena fino all’orlo di carne impacchettata: polli, tacchini, agnelli. Qualcuno controlla la provenienza nei bollini: India, Pakistan. Mentre si decide il da farsi, una volante della polizia parcheggia a qualche metro di distanza dal furgone e due poliziotti si avvicinano al blocco. Uno di loro tocca in modo brusco il volto di un pastore che indossa il passamontagna e gli chiede perché se lo sia messo. Un altro si frappone tra i pastori e il furgone e chiede loro aggressivamente: “È carne! Vi interessa!?” Ma evidentemente a lui non interessa la risposta perché subito dopo tira fuori il telefonino e inizia a riprendere  la scena, puntando la luce sul volto dei presidianti. Il portellone viene richiuso, il furgone viene fatto ripartire.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento. Una denuncia e la minaccia del carcere non sono poca cosa, soprattutto per chi vive in condizioni economiche precarie e non può prendersi il carico di nessuna spesa processuale. Per questo alcuni pastori indossano il passamontagna, altri si coprono il viso con sciarpe e cappucci; ma la maggior parte è a volto scoperto, perché c’è la percezione fortissima che si tratti di uno sciopero corale, una protesta che coinvolge la Sardegna tutta e le comunità di cui i pastori fanno parte.

Sappiamo che dentro il porto è rimasto ancora un furgone con un carico di prodotti agroalimentari, probabilmente verdure, ma i cancelli vengono richiusi e nessun altro automezzo viene più fatto uscire. Più tardi scopriamo che il porto mercantile rimarrà chiuso per tutta la giornata: temono di non riuscire ad eludere la sorveglianza dei pastori, che questi intercettino i camion e gettino il carico per strada. C’è tra i pastori la consapevolezza della propria forza collettiva, di come finalmente la paura stia cambiando campo e che gli industriali stiano iniziando a temere seriamente i blocchi e le perdite economiche che da essi derivano. Questa mattina non si è ottenuto niente ma al prossimo blocco l’organizzazione migliorerà. Ci sono vedette e osservatori in ogni angolo del territorio, che tengono alta l’attenzione, lanciano i presidi e mantengono i contatti con gli altri pastori.

La protesta dei pastori sardi. ANSA/FABIO MURRU

Ci si coordina a livello provinciale e regionale grazie ai gruppi Facebook e alle chat su Whatsapp. Le chiamate per i blocchi sono ormai frequentissime e solitamente arrivano poche ore prima o la notte prima del blocco; questa chiamata in particolare ci è arrivata ieri notte e avvisava di un carico di latte e carne proveniente dal continente che doveva essere intercettato e controllato.  Le nuove tecnologie permettono questo tipo di coordinazione e la gestione di una lotta popolare che rifiuta qualsiasi tipo di rappresentanza o di organizzazione dall’alto.

Si depit sciri ca sa genti giai iddu est, dice un pastore: Si deve sapere che la gente c’è. Anche qui in Ogliastra, un’ex provincia storica isolata dalla mancanza di collegamenti, vessata da anni di cattiva amministrazione, spopolata dall’emigrazione giovanile e dalla disoccupazione, la gente c’è. La cosa bellissima di questa lotta, che la distingue da tutte le precedenti, è che per la prima volta is giovunus mutint is babus: i giovani chiamano i padri, dicono loro di lasciare il gregge e di andare a presidiare le strade. I padri dicono: ma noi l’abbiamo già fatta anni fa questa lotta, e non è servita a niente. E i figli rispondono: Imoi est un atra cosa. Custa est s’ora. Ora è diverso, è arrivato il momento.

Questa volta is pastoris ant pediu de azerai is sindacaus: hanno chiesto di cancellare i sindacati. Numerosi sono infatti i contrasti con la Coldiretti così come con l’MPS, Movimento Pastori Sardi che si era assunto la gestione delle trattative con i politici nelle lotte dei pastori di dieci anni fa, conclusesi con un nulla di fatto, che adesso sono stati completamente delegittimati dai pastori stessi.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

Il rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza, e quindi la cancellazione del passaggio intermedio di interlocuzione con i politici, si accompagna stavolta ad un attacco diretto alle aziende. Queste sono nelle mani di padroni e padroncini che fanno parte di un élite economica e sociale che, assumendo il controllo su di sé, può ottenere profitti altissimi abbassando il costo della materia prima o procurandosene scadente (ad esempio, il latte in polvere): infatti ci sono dei casi in cui gli stessi proprietari delle aziende che forniscono prodotti a marchio D.O.P. sono poi le stesse persone che si occupano della certificazione dei prodotti D.O.P., come i fratelli Andrea e Pierluigi Pinna della già nominata azienda di Thiesi nel sassarese che sono rispettivamente presidente del Consorzio di tutela del Pecorino sardo e consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità del formaggio.

L’Antitrust ha aperto un’istruttoria nei confronti del Consorzio e di 32 imprese di trasformazione ad esso aderenti, tutte con sede in Sardegna, per verificare se abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte sardo di pecora destinato alla produzione di pecorino romano D.O.P. al di sotto dei costi medi di produzione. Ma il problema non è puntuale o vertenziale, bensì di tutto il sistema. È evidente la matrice anticapitalista di questa mobilitazione popolare, che punta il dito sul fallimento completo del sistema economico liberista e sulla ribellione come unico possibile vettore di cambiamento.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

“C’è chi dice che i pastori stessi dovrebbero produrre il formaggio” racconta una pastora. “A parte il fatto che legalmente non possono farlo, ma perché dovrebbero? Il problema è una mancanza totale di conoscenza su come funziona la produzione nel settore agropastorale e che la specializzazione di un pastore non è la stessa di un produttore caseario. Il pastore è specializzato nella produzione di latte. Perché la soluzione dovrebbe essere obbligarlo a fare un lavoro che non gli compete?”

 

La lotta dei pastori è una lotta popolare di tutte e tutti, perché molte sono anche le pastore, così come le persone solidali in una ribellione che sta muovendo la società tutta. La battaglia non è più solo sul prezzo del latte ma si sta estendendo a tutti i settori agropastorali: latticini e prodotti caseari, frutta, verdura, bestiame.

Alle 7 del mattino di oggi era previsto anche un blocco nel porto di Golfo Aranci, organizzato dai porcari per intercettare e controllare un carico di maiali vivi proveniente dal continente.  Il controllo della merce funziona con la lettura del bollino, dove è indicata la provenienza e la destinazione del prodotto: se i maiali sono destinati alla macellazione e alla vendita diretta, i porcai si approprieranno del carico. In questo momento si sta anche svolgendo un’assemblea regionale a Pratobello.

Pratobello, località nelle campagne di Orgosolo in cui, esattamente cinquant’anni fa (il 19 giugno ricorre l’anniversario) un’altra rivolta popolare, antimilitarista, si oppose all’occupazione dell’esercito italiano e impedì che nei terreni di pascolo sottratti ai pastori venisse impiantato un poligono di tiro permanente. Oggi come allora, le comunità trainano la ribellione.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

I pastori non vogliono parlare di ministri, dei partiti o dei vari politicanti che si sono schierati pubblicamente a loro favore negli ultimi giorni. Hanno individuato una rivendicazione comune per la quale hanno posto una forte rigidità ovvero il rifiuto di qualsiasi contrattazione al ribasso, e ritengono che il dialogo con la politica debba servire solo nella misura in cui è strumentale per raggiungere quest’obiettivo. I pastori sanno bene che l’interesse dei politici è subordinato alle elezioni regionali previste per il 24 di questo mese e che ogni sigla partitica vuole mettere il cappello sulla loro battaglia per ottenere un tornaconto in termini elettorali.

Questa lotta popolare è nata da singoli lavoratori che si coordinano dal basso e rifiutano qualsiasi tipo di rappresentanza sindacale perché hanno fatto esperienza dell’inutilità della gestione tramite delega, e sono, piuttosto, consci della capacità della rappresentanza di spegnere la forza della lotta collettiva, chiudendola nelle stanze dorate della politica e consegnando il potere di una mobilitazione comune nelle mani di singole persone: e il potere nelle mani di singoli si trasforma in favoritismi, omertà, interessi personali, corruzione.

Questi lavoratori disillusi nei confronti della politica e fermi nell’opporsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione della propria lotta da parte dei potenti; che si coordinano a livello territoriale, nelle comunità in cui vivono e che attraversano, passandosi le notizie l’un l’altro, bloccando le strade nel cuore della notte, aprendo i camion e rovesciando quel latte frutto del loro lavoro – così come il latte, la carne, le verdure surgelate e importate dall’estero che formano le trame di un’economia di libero scambio che soffoca la piccola produzione e riduce alla fame il settore agropastorale locale – questi lavoratori perfettamente consapevoli della portata collettiva dello sciopero, che sono nati e cresciuti in un territorio abbandonato, sfruttato e vessato dalle industrie e dallo Stato italiano, inquinato dalle basi militari, schiavizzato dal turismo di lusso massificato, privato dei suoi mezzi di sostentamento; questi pastori che parlano la loro lingua con naturalezza sebbene non l’abbiano mai imparata nelle scuole e nonostante in Italia vi sia ancora chi la considera un dialetto: questi lavoratori che sono l’”altro”, il marginale, l’ultimo gradino della catena di produzione dell’ultima comunità dell’ultimo territorio sono la scintilla di una fiamma che sta divampando.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

Ainnantis sa lota de is pastoris!