Contributi – Ma quindi siamo tutti terroristi?

Riceviamo e condividiamo un racconto di tre settimane di militarizzazione in Aurora e della risposta che gli abitanti e le abitanti del quartiere hanno voluto dare alle prepotenze delle forze dell’ordine.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero dell’Asilo – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni

“Ma quindi siamo tutti terroristi?” non è uno slogan, ma una domanda che nasce spontanea dalla perplessità dei due bambini, raffigurati nell’immagine, per il fatto di mostrare i propri documenti per tornare o uscire di casa e per andare a scuola. Questa vicenda non ha luogo in zone lontane dal nostro interesse quotidiano, ma è ciò che accade oggi a Torino nel quartiere di Aurora dove è stato sgomberato l’Asilo Occupato.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni. Da un lato infatti vediamo i grandi interessi economici e politici della sindaca Chiara Appendino e del Ministro degli Interni Matteo Salvini: parlano di giustizia, di un’operazione di pubblica sicurezza (detta “operazione scintilla”), e ringraziano l’elevato numero di agenti di polizia dispiegato per lo sgombero di uno spazio sociale, esistente da più di 20 anni e che ha più volte offerto sostegno non solo a realtà emarginate dalla società ma anche a famiglie, vittime delle conseguenze negative della riqualificazione delle zone di Aurora e Porta Palazzo. Lo sgombero non ha infatti solo infierito sulle vite dei cosiddetti anarco- insurrezionalisti, ma anche sull’esistenza di un intero quartiere che ancora oggi vive in un clima di terrore, in ostaggio delle forze dell’ordine che hanno creato una vera e propria zona rossa, decorata da enormi checkpoint che chiudono Via Alessandria e camionette, idranti e volanti ad ogni angolo. È impossibile non notare la presenza costante di luci blu. Oltre ai gate stabili dove avvengono identificazioni di chiunque passi anche per sbaglio nei paraggi, giorno e notte, risulta pesante il comportamento spesso arrogante ed aggressivo degli agenti che passeggiano per le strade o bevono un caffè nei bar della zona; molte sono infatti le testimonianze di abitanti del quartiere che si lamentano dei loro comportamenti prevaricatori e di come sia ormai impossibile vivere una quotidianità tranquilla o “normale”. Il paradosso è che con questa  richiesta di normalità dal quartiere, la nostra sindaca abbia giustificato la cementificazione di uno spazio che sostiene di aver liberato dagli anarchici, definiti terroristi, e restituito alla città. Ed è proprio per arrestare questi “terroristi”, magari anche ornati di piercing e tatuaggi, riconosciuti attraverso comparazioni antropometriche di dubbia attendibilità, che è stato dato il via allo sgombero. Gli arrestati sono infatti ritenuti responsabili di presunti attentati nel contesto di azioni politiche contro i CPR (centri di permanenza per i rimpatri) del 2016. Tali azioni erano volte a proteggere gli immigrati dalla privazione della libertà personale, da un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite, di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale (cit. meltingpot.org) e dai trattamenti disumani che continuano a subire all’interno di queste strutture. È piuttosto facile quindi individuare, nascosti dietro i fatti attuali, gli interessi politici di chi non si limita a prendere le distanze dall’ideologia anarchica; è evidente infatti che la volontà non sia semplicemente quella di liberare questi spazi da chi li occupa ma di liberarsi dell’impatto socio-politico delle loro azioni, palesemente contro la politica xenofoba e razzista del nostro Ministro degli Interni.

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici. Ma chi sono i terroristi? Il terrorista è letteralmente colui che produce e diffonde terrore attraverso atti o minacce di violenza. Sulla base di questa definizione, appare chiaro come ad oggi i terroristi non siano gli arabi o i musulmani, né tanto meno gli anarchici, che hanno bruciato qualche cassonetto. Consideriamo inoltre che il pensiero anarchico non è reato, a differenza dell’apologia del fascismo. Eppure non si riscontra lo stesso entusiasmo da parte delle istituzioni nel contrastare realtà come  Forza Nuova, o peggio Casapound, che non solo è riuscito a raccogliere abbastanza consenso da candidarsi alle elezioni politiche dello scorso anno, ma porta anche avanti diverse occupazioni sul territorio nazionale. L’anarchia è un progetto politico che propone valori come la pacifica condivisione e collaborazione tra donne e uomini ed è spesso invece confusa con atti di violenza che si sono manifestati in piazza non in nome dell’anarchismo ma guidati dal semplice e profondo sentimento di rabbia nei confronti della situazione attuale. Sono quindi le stesse istituzioni, che impiegano il loro apparato difensivo, a seminare terrore psicologico in un quartiere che si trova a vivere nell’ansia senza capirne le ragioni. Quelle forze dell’ordine che dovrebbero difenderci ed invece ci aggrediscono verbalmente, ci controllano per strada guardandoci come potenziali criminali, lanciano lacrimogeni urticanti (nel resto d’Europa illegali) sulle masse e sui balconi di Corso San Maurizio e caricano sul 4. Inoltre parliamo di un grande  investimento monetario volto a mantenere permanente il dispiegamento di agenti di polizia che controllano le zone più visibili e prossime al centro della città. Nel mirino della strategia sociale, che prevede l’allontanamento dei poveri e dei loro disagi, vi sono proprio i quartieri di Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano, soggetti a tutti gli effetti negativi della parola “riqualificazione”. Esempi di questo fenomeno sono la tentata cacciata dei balonari, la zona rossa e i continui sfratti che si ritrovano a far parte di una cornice di un progetto ben più grande di estetica. Un progetto che non risolve i problemi che pullulano nelle strade di queste zone, ma attua un ulteriore emarginazione e soppressione di individui, dipinti spesso come pericolosi, attraverso ciò che viene chiamata pubblica sicurezza. Le domande relative allo stato di assedio di Aurora sorgono quindi spontanee. Da chi e da che cosa stavolta ci devono difendere? Perché, dopo ormai tre settimane dalla cacciata dei presunti terroristi anarchici dal quartiere, gli agenti di polizia con le loro camionette vengono pagati per controllarci?  

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici

È da questa serie di domande che nasce la nostra necessità di ricevere delle risposte coerenti e non frasi fatte sui Social Media che proteggono la faccia di chi dice di stare dalla parte delle persone comuni. L’obiettivo è quello di far calare le maschere, di mettere queste facce in difficoltà davanti a tutti coloro che ancora si illudono di essere da loro rappresentati e rispettati. Con questa idea sono state realizzate varie iniziative nei paraggi della zona rossa per andare a rompere questo clima di stato di emergenza e per far rivivere in tranquillità le strade dagli stessi abitanti del quartiere. Ma neanche questi piccoli ritagli di normalità sono stati rispettati dalle forze dell’ordine che hanno dovuto ricorrere a schieramenti di celere per ricordarci della loro incessante presenza.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità

Domenica 24 febbraio 2019 si è tenuta una merenda solidale nel quartiere di Aurora, tuttora assediato dalle forze dell’ordine. Alle ore 14 di questa giornata, quindi ben due ore prima dell’evento, per una presunta ordinanza, si sono piazzate ben quattro camionette su ogni piazzale di Largo Brescia, cercando di ostacolare l’organizzazione della merenda ed intimidire le persone che avessero voluto partecipare. Alle ore 16 , 8 persone tra ragazz*, adulti e bambin* hanno subito un’identificazione dagli agenti della Digos che li hanno minacciati di portarli in questura se non avessero acconsentito ad essere scortati dalla celere all’angolo con Via Bologna. Malgrado ciò ed in compagnia di digossini e celerini, la merenda si è tenuta ugualmente: sono stati montati i tavoli, è stato allestito il cibo da tutti portato e condiviso e si è mangiato e socializzato al suono di musiche popolari e commerciali. Molti sono stati gli interventi al megafono, non solo da parte degli organizzatori ma anche da parte di famiglie del quartiere che testimoniano la loro partecipazione, la loro opposizione verso la continua militarizzazione e dispiego di inutili forze dell’ordine anche in eventi pacifici e sociali come questo. “Noi non sentiamo il bisogno di essere difesi, non abbiamo paura se non della quantità di polizia armata che popola il quartiere da settimane, quindi ci piacerebbe capire da cosa ci state difendendo e per quanto ancora questa storia debba andare avanti”, sono le parole di persone comuni offese dalle istituzioni, che si servono di discutibili e false giustificazioni per nascondere questa palese  manovra mediatica e politica. È arrivata anche, da alcuni cittadini, la richiesta di chiarimenti riguardo la quantità di soldi impiegata per mantenere questo assedio per tutto questo tempo. Molte famiglie e bambin* che volevano anch’essi partecipare alla merenda sono stati intimiditi dalla presenza dello schieramento della celere proprio davanti al tavolo del cibo, ragion per cui molti, dopo essere arrivati in Largo Brescia, hanno deciso di tornare a casa. Colpisce infatti la testimonianza di un papà che ha deciso di partecipare alla merenda con la figlia di 6 anni, spaventata dagli agenti armati che si è trovata di fronte per prendere la nutella; “Sono prepotenti anche di fronte ai bambini”- afferma il padre guardando sua figlia – “[…] Il suo volto all’altezza di un’arma da fuoco! Non si possono chiamare forze dell’ordine, hanno portato disordini mai visti prima in questo quartiere e la mia più grande paura è che ci si abitui a tutto questo. Non dobbiamo assolutamente permetterlo”.  

L’idea di questa merenda  è stata ampiamente condivisa ed apprezzata. 150 circa sono stati i partecipanti tra adulti ed allegri bambin* a sgranocchiare cibo e bere thè, ritenuti talmente pericolosi per il quartiere da necessitare una tale difesa da parte delle istituzioni.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità; infatti, dopo aver riportato le entusiaste dichiarazioni pubbliche di  Appendino e Salvini in merito ai primi fatti riguardanti lo sgombero dell’Asilo, le notizie si sono limitate a parlare esclusivamente di un movimento anarco-insurrezionalista, della sua violenza di piazza e delle accuse di terrorismo, senza dar spazio a tutto ciò che vi è dietro la protesta, per poi dimenticarsi di informare i cittadini e le cittadine che è quasi un mese che il quartiere di Aurora è sotto assedio e che le persone sono stanche di essere prese in giro dalle false promesse dei nostri cari amici politici.  

Una storia disonesta. Sullo sgombero dell’Asilo

Si discuteva sui problemi dello Stato, s’andò a finire sull’Asilo sgomberato, e casa mia pareva quasi un parlamento: erano in quindici, ma mi parevan cento!

Io che dicevo “Be’ ragazzi, andiamo piano, la repressione non è mai un partito sano”, e il Cinque Stelle mi rispose un po’ stonato, e in canzonetta lui polemizzò così:

“Che bello, Baricco la Lavazza e il manganello, e la questura giusta che ci sta!”

Stefano Rosso – Una storia disonesta

Intorno alle cinque di mattina di giovedì scorso Torino ha avuto un brusco risveglio.
Un esercito di mezzi della Polizia di Stato, con tanto di reparti venuti da tutto il Nord Italia, a sirene spiegate, attraversava il centro per dirigersi verso l’Asilo occupato di via Alessandria, per sgomberarlo e arrestare sei persone. In breve tempo, il quartiere si trovava sotto assedio. La polizia formava un perimetro di lampeggianti che da Corso Giulio Cesare si estende ancora oggi fino al lato di Corso Brescia che arriva alla Dora.

La quotidianità è stata sospesa e sostituita da un nuovo ordine militare, e ci inorridisce che nessuno abbia niente da dire su quanto continua ad accadere.


Un imponente dispositivo fatto di camionette, posti di blocco e agenti in divisa e in borghese, impiegato con lo scopo di indurre il panico e procurare allarme. Tutto ciò per sgomberare uno spazio sociale storico, da sempre luogo di resistenza e solidarietà tra i quartieri di Porta Palazzo e Aurora, un’area che, in decenni di norme degradanti e abbandono istituzionale, ha visto mutare la sua identità e la sua quotidianità, venendo investita da una retorica piena di parole catchy: riqualificazione, trasformazione, bonifica. Categorie che servono soltanto a mascherare la crescente mercificazione e speculazione di quella parte di città. Ad Aurora hanno comportato, infatti, un costante aumento degli affitti, l’appropriazione di interi isolati da parte dei capitali privati nonostante l’assenza di servizi pubblici adeguati, arrivando fino alla recente costruzione del polo Lavazza e al tentativo di spostamento del “balonaccio” da Porta Palazzo, al quale in tante e tanti continuano ad opporsi.

Quella che sta avvenendo è una vera e propria “pulizia” del quartiere, fondata sull’espulsione delle categorie sociali indesiderate: le persone povere, quelle straniere e migranti, attraverso un connubio di militarizzazione e investimenti speculativi. E’ a questi processi che gli spazi sociali si sono da sempre opposti, analizzandoli, monitorandoli e contrastandoli. Lo sgombero dell’Asilo, descritto in questi giorni come un covo sovversivo, non può che essere letto come un ulteriore passo in questa direzione: l’identificazione dei “nemici pubblici” diventa un’autentica caccia alle streghe, utile grimaldello per accelerare la messa a valore del territorio.

In questi giorni, abbiamo sentito la Sindaca Appendino e l’intero 5 Stelle torinese sostenere che un’occupazione fosse la principale ragione delle difficoltà economiche di Aurora e dell’insediamento in quartiere di attività microcriminali. Ma veramente possiamo credere che le contraddizioni che attraversano un quartiere così vivo, multietnico e al tempo stesso problematico possano essere attribuite all’esistenza di uno spazio occupato? Davvero l’amministrazione che su Aurora e altre periferie si è solo riempita la bocca di slogan arraffa consenso, e non ha fatto altro che moltiplicare telecamere, pattuglie e installazioni artistiche ha il coraggio di sostenere una tesi del genere?

È talmente assurdo questo tentativo di ricondurre all’Asilo la difficoltà economica di un quartiere periferico della nostra città, talmente grottesco da mettere bene a nudo la logica con cui la Giunta comunale ha deciso di procedere: l’identificazione di un capro espiatorio, in opposizione al quale legittimare i prossimi interventi di gentrificazione, a favore dei più ricchi e in contrasto ai residenti più poveri del quartiere. Negli anni, abbiamo già visto all’opera questa logica durante i processi farsa per reprimere la lotta No TAV.  Ma questo gioco è reso ancora più pericoloso dalla fase politica nazionale che stiamo attraversando, nella quale magistratura e polizia, di fatto aficionados del ministro degli Interni, hanno carta bianca (e portafoglio illimitato) per intervenire contro chi dissente.

Nello specifico, l’operazione giuridica e semantica volta a creare un legame tra la “sovversione dello Stato” e lotta contro gli indegni centri di detenzione per migranti ci sembra l’esempio lampante della sfacciataggine con la quale si svolge questa offensiva. Quando nel dibattito pubblico anche il vincitore del festival di Sanremo diventa il simbolo dell’antirazzismo e dell’opposizione al governo, fa sorridere come negli stessi giorni le persone che si sono attivamente spese per la libertà di movimento e di scelta dei migranti vengano imprigionate e processate con gravi capi d’accusa.

Per quanto riguarda la presunta violenza della mobilitazione della scorsa settimana, ci domandiamo come possa suscitare più indignazione un cassonetto bruciato rispetto alla violenza esercitata quotidianamente dagli apparati di potere sulle persone. Persone, quelle che muoiono cercando di attraversare le frontiere, sotto la neve o in mezzo al mare; poveri e senza tetto; lavoratrici e lavoratori sfruttati/e e precari/e; donne e soggettività non conformi, che oggi si vedono private di diritti guadagnati faticosamente, con lotte lunghe e durissime. È contro questa violenza materiale e simbolica che gli spazi sociali nascono e si affermano, e nessuna presunta “eccezionalità” o “caso specifico” può autorizzare ad intervenire con la forza per sopprimerli.

 

La caccia alle streghe è poi proseguita nei giorni successivi allo sgombero fino alle scene da far west durante il presidio di oggi  sotto il comune, ed è giusto ricordare i luoghi e i modi in cui si è svolta. Parliamo di solidali inseguiti, picchiati, accerchiati per ore, fermati sui marciapiede ogni qualvolta provassero a scendere in strada. Gli abusi in divisa sono proseguiti anche su quelli che sono stati definiti “prigionieri”, dando prova della mentalità militare che sottende la gestione dell’ordine pubblico. Persone solidali, arrestate in una folle caccia all’uomo durante il corteo, sono state malmenate per il solo fatto di essere state presenti. Oggi sono state tutte rilasciate con l’obbligo di firma quotidiana, che di fatto limiterà la loro libertá e controllerá la loro vita..

Contro le fantasiose ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, tese a fare dei “centri sociali” uno strano oggetto di studio, ad alienarli dalla realtà nella quale invece sono ben radicati, non possiamo che ribadire che i veri crimini sono quelli compiuti alla luce del sole da chi si muove protetto da leggi ingiuste, disseminando sofferenza, precarietà e paura. Non intendiamo prestarci alle divisioni strumentali tra buoni e cattivi, spazi desiderabili e spazi indesiderabili. La Giunta pentastellata, e in particolare il suo vice-sindaco Montanari, hanno insistito in questo continuo tentativo di dividere gli spazi sociali della città. Uno di essi viene oggi dato in pasto alla cronaca come il male assoluto di un quartiere, mentre gli altri vengono decantati durante il Consiglio Comunale come importanti esperienze di solidarietà e mutuo soccorso. Chi siete voi per dire come uno spazio sociale dovrebbe organizzarsi e muoversi? Rifiutiamo, nelle parole e nei fatti, questi goffi tentativi di divisione, frutto di un modello di governance della città confuso, pieno di contraddizioni, regolato dal tentativo di raccogliere consenso un po’ di qui e un po’ di là. Per non farsi mancare nulla, abbiamo inoltre sentito un infame esponente politico locale permettersi di evocare l’episodio della mattanza alla scuola Diaz durante il G8 di Genova come modello di gestione dell’ordine pubblico, mentre il capo della polizia della città interveniva nel dibattito giornalistico vestendo il ruolo di politico fatto e finito. Sono provocazioni, queste, che non possiamo che rispedire al mittente, ai grandi ciceroni di questi giorni: sindaca, questore, ministro degli interni e compagnia cantante.  

Davvero chi gestisce l’ordine e la disciplina sperava che tra esperienze nate dal basso non ci fosse un legame più forte delle differenze nell’orizzonte, nelle pratiche e nei percorsi intrapresi? Crediamo di no. Sarebbe stato strano piuttosto il contrario, ovvero se la solidarietà non si fosse messa in moto per difendere uno spazio presente da decenni nella nostra città. Dentro quel corteo, dietro quello striscione, a difendere gli spazi sociali e a lottare contro la gentrificazione selvaggia, c’eravamo tutte e tutti.

Gli spazi sociali non si toccano!

 

LARRY, SILVIA, NICCO, BEPPE, GIADA, ANTONIO, ANTONELLO, IRENE, GIULIA, FULVIO, GIULIA, CATERINA, MARTINA, CARLO, FRANCESCO E ANDREA LIBERI!

TUTTI LIBERI, LIBERI SUBITO!

 

Sullo “sgombero soft” di una palazzina dell’Ex Moi

Riportiamo la riflessione de* compagn* del CSOA Gabrio sullo sgombero definito “soft” dai giornali di una delle palazzine occupate dell’Ex Moi a Torino. L’Ex Moi è occupato dal 2013 da diversi migranti, singoli e famiglie. La volontà dell’amministrazione pentastellata torinese è quella di procedere “umanitariamente” alla “liberazione” di tutte le palazzine (cinque) occupate entro la fine del mandato (2021).

 

Fonte: Gabrio

 

“CRONACA DI UNO SGOMBERO DOLCE
Ieri i quotidiani ci raccontavano con aria trionfalistica dello Sgombero dolce in salsa Torinese, ma il dolce a volte provoca carie e nausea. Per tutto il weekend si sono susseguiti segnali che indicavano Lunedì come il “gran giorno” , tra messaggi anonimi , voci di occupanti avvertiti per telefono e la presunta convocazione di 5 mediatori per il lunedì alle 5,00. Data l’insistenza delle voci alcuni occupanti hanno fatto le valigie e si sono trasferiti nelle altre palazzine , altri se ne sono andati del tutto, qualcuno si é chiuso in stanza . Alcuni invece hanno passato la notte dandosi i turni davanti alla porta della palazzina, evitando però di barricarsi dentro ,come avevano già deciso nelle assemblee degli ultimi giorni. Alle ora 6,00 di Lunedì,confermando quanto dicevano le voci ,si sono presentate una decina di dolcissime camionette di celere e una sessantina di dolcissimi Digos, che travolgendo abitanti e solidali davanti all’ingresso hanno fatto irruzione nella palazzina. Tutta l’area è stata circondata da anti sommossa e invasa da scientifica, cinofila , funzionari e giornalisti .Solo dopo è arrivato il gruppo di mediatori e ancora più tardi il tristemente noto Project Manager dello “sgombero umanitario” ,ovvero il personaggio che ha fatto arrestare ben 4 occupanti nei mesi scorsi ,con accuse ridicole. Una prova muscolare che di dolce e soft non aveva nulla , probabilmente si aspettavano un po’ più di resistenza.
Poco dopo l’irruzione alcune persone , per lo più anziani e donne con bambini ,sono scese con le valigie già pronte , lasciandoci pensare che già sapevano , altr* invece non hanno aperto le porte all’insistente bussare , molti non erano in casa al momento dell’irruzione e il cordone di celere non li faceva accedere a prendere i loro averi ,se non dopo lunghe discussioni (in tarda serata arrivavano ancora persone che scoprivano che gli era stata murata la casa) In totale si parla di un ottantina di persone sgomberate e portate all’ Hub di Settimo, per essere poi smistate nei prossimi giorni nelle soluzioni abitative della cooperativa BABEL (ex Terra del fuoco), vincitrice del primo lotto di carne umana . L’unica voce confortante è che le famiglie verranno tenute insieme,staremo a vedere . In ogni caso 80 persone non rispecchiano la capacità della palazzina , molti come già detto si erano spostati negli altri palazzi , molti di più tra uomini e donne invece in questo periodo sono a Saluzzo e nel foggiano a fare i braccianti .Alcuni di questi ultimi infatti chiamavano preoccupati chiedendo dove sarebbero andati ad abitare una volta tornati a Torino. C’è da scommettere che queste persone hanno perso la casa e quanto gli è stato murato dentro e non essendo presenti in queste settimane e non potendo esserlo nelle prossime ,non avranno neanche una ricollocazione all’ interno del progetto . Stando ai numeri da una palazzina che nei periodi invernali offre riparo a 180 persone ,solo 80 sono state sgomberate e inserite nel progetto di Compagnia di San Paolo,non capiamo come davanti a questi dati i fautori dello sgombero possano cantare vittoria. Un particolare interessante è che i funzionari del Progetto abbiano distribuito i tanto agognati titoli di viaggio ai Somali presenti nella palazzina , diritto che la prefettura di Torino negava senza un perché da 5 anni . Probabilmente la promessa dei documenti ha fatto sì che in molti e molte si siano in fine rassegnati allo sgombero e al reinserimento nell’ennesimo ed inutile percorso di accoglienza con durata di un anno senza opporre grande resistenza,rendere ricattabili le persone negando dei diritti fondamentali ha dato i propri frutti. In conclusione ora sono tutti contenti, San Paolo, Appendino, Salvini, il questore e le cooperative. Fra un anno invece le persone sgomberate si troveranno di nuovo in mezzo a una strada, ma chissà che con i titoli di viaggio non vadano a portare il problema altrove in Europa”.
CSOA Gabrio
Di seguito una nostra riflessione su un’immagine dello sgombero che -speriamo- non faccia il giro del mondo e non diventi simbolo di qualcosa che non c’è.

Fonte: La Repubblica Torino

Speravamo che la sindaca Appendino collegandosi dalla sua pagina facebook ci spiegasse cosa si intende con la dicitura “sgombero dolce” della palazzina marrone dell’ex MOI. Speravamo che i giornali che così hanno definito l’operazione di polizia di stamattina lo chiarissero. Ci sarebbe piaciuto sapere come può uno sgombero essere “dolce”, essendo uno sgombero per definizione un atto di forza e violenza. Subdola forse, ma sempre di violenza si parla, violenza anestetizzante.
Nel frattempo scorriamo i titoli dei giornali con un moto di schifo e ribrezzo. La narrazione mediatica sul MOI raggiunge in queste ore livelli disgustosi. Oltre alla nuova definizione di sgombero soft, che nessuno sa esattamente cosa sia ma che assomiglia tanto a qualsiasi altro sgombero altamente mediatizzato e ammantato di buoni sentimenti e politicamente corretto, anche i funzionari di polizia non mancano di sfilare sulla passerella delle celebrità. Tra tutti Ferrara della DIGOS, che non è nuovo all’insulto e alla provocazione a danno dei manifestanti (https://youtu.be/EPXHUxBO6dI qui una chicca che lo ritrae nei panni di un novello Tex Willer intento ad amministrare la giustizia a suon di sganassoni gratuiti), che a Torino in tante e tanti hanno avuto modo di incontrare senza un obiettivo fotografico a mediare. Come il poliziotto che a Roma i giornali ebbero cura di schiaffare su tutte le prime pagine per giorni mentre “accarezzava” una migrante sgomberata, e che venne poi ripreso nel solerte adempimento del dovere (leggi “rincorrere migranti manganello alla mano”), anche a Torino non si manca di lodare silenziosamente i funzionari di polizia per la loro “umanità” prontamente esibita davanti agli obiettivi delle fotocamere. Ora una bambina oltre ad essere stata sbattuta per strada subisce l’ennesima violenza mediatica, diventando suo malgrado simbolo di qualcosa che non esiste, che è pura ideologia, volgare e ipocrita narrazione senza alcun contatto con la realtà. Simbolo di una società in cui vigono la pace e l’integrazione.

Che cos’è uno sgombero dolce? Azzardiamo un’ipotesi: è sbattere gente per strada irrompendo nelle loro case alle cinque del mattino, murare gli ingressi, blindare una strada, filmare solidal* e fare gli smargiassi dietro occhiali da sole a specchio forti dell’impunità assoluta, mentre i giornali parlano di situazione tranquilla, ragionevolezza degli occupanti, concordia di tutti gli attori istituzionali coinvolti, che ottengono tutti la loro fetta di torta alla celebrità.
Col sorriso esibito alla bisogna.

Solidarietà alle persone sgomberate dell’ex MOI.