Sul Maria Adelaide. Salute, emergenza sanitaria e cambiamento sociale.

Oggi 7 aprile ricorre la giornata mondiale della salute.
Una ricorrenza che la pandemia di covid19 carica di significati e riflessioni sempre più urgenti. Riflessioni che sentiamo l’esigenza di condividere e rilanciare.

Mentre le ex Officine Grandi Riparazioni vengono trasformate in “ospedale da campo” con 100 nuovi posti letto di terapia intensiva e si ipotizza di fare lo stesso al Lingotto, assistiamo all’esplosione delle tante contraddizioni accumulate dal sistema sanitario regionale negli ultimi decenni.

Partiamo dall’Amedeo di Savoia, ospedale che avrebbe dovuto essere chiuso e che ora invece è diventato la “prima linea” contro l’epidemia per tutta la provincia. All’Amedeo è stato individuato il paziente 1, vengono praticati circa la metà dei test virologici dell’intera Regione e sono stati velocemente raddoppiati i posti letto, raggiungendo quota 100, come alle OGR. Come hanno titolato molti giornali, l’ospedale di corso Svizzera avrebbe, in teoria, dovuto essere chiuso, causa tagli e razionalizzazioni, con molti reparti già trasferiti ed altri in fase di trasferimento. Per fortuna il processo di smantellamento non è stato portato a termine nei tempi previsti e alla città è rimasto un presidio fondamentale, anche nella lotta contro il coronavirus.
È bene ricordarsi che se l’Amedeo di Savoia è ad oggi aperto è solo grazie ad un caso fortuito.

Spostandosi un po’ a sud il nostro sguardo è finito rapidamente sul Maria Adelaide.

Foto dall’internet

Nonostante in queste settimane le attività di Manituana siano state sospese, non abbiamo abbandonato il quartiere in cui tanti e tante di noi abitano, vivono e lavorano. Soprattutto, non abbiamo dimenticato le contraddizioni che il quartiere continua a vivere e che l’emergenza sanitaria ha fortemente acuito. Su tutte, la mancanza di un presidio sanitario importante.

La riapertura dell’ospedale, in queste settimane, è stata chiesta da quegli stessi politici che ne auspicavano la vendita (si parla di febbraio 2019, la chiusura risale al 2016) in cambio di pochi milioni di euro da investire in apparecchiature mediche.

La sua chiusura, contrastata tanto dal personale sanitario che ci lavorava quanto dai cittadini, rappresentò un perfetto esempio di svendita del patrimonio sanitario pubblico per far cassa e favorire la concentrazione dei servizi sanitari nel mastodontico progetto di Città della salute.

Il tutto con il patrocinio di quel centrosinistra che ora rilancia petizioni per chiederne la riapertura, alimentando ancora una sterile polemica, circoscritta a soli membri di partito. Difficile distinguerli dalla controparte, il centrodestra di Alberto Cirio.

Pensiamo per esempio all’ospedale di Verduno, aperto in un tripudio mediatico, senza far alcun cenno ai limiti strutturali, già stati affrontati sulle pagine dell’Espresso nel 2013, e la cui costruzione e apertura a beneficio di telecamere difficilmente potranno risolvere i problemi della sanità del basso Piemonte, falcidiato dalla chiusura, ad esempio, dell’ospedale di Alba, passata invece sotto silenzio.

Lo stesso si pensi anche per il Maria Adelaide, la cui riapertura è stata infine rilanciata (e dire che per la maggioranza in consiglio regionale non era fattibile fino alla settimana scorsa!) per accogliere in via emergenziale le persone senza fissa dimora positive o malate di covid19, dopo che i dormitori comunali, in condizioni di rischio per operatori e operatrici oltre che per ospiti, hanno fatto da incubatori del contagio. A emergenza finita cosa accadrà a queste persone? Verranno ributtate in strada a tirare a campare? E cosa accadrà del Maria Adelaide? Verrà richiuso?

Il nostro Paese si è trovato a dover affrontare un’emergenza sanitaria devastante e improvvisa. Il cigno nero che si pensava inesistente si manifesta ancora oggi e il sistema sanitario si è trovato per quasi un mese tutt’altro che pronto a fronteggiarlo.
Di fronte a questa situazione, è quanto mai necessaria un’analisi critica che sappia chiarirne le responsabilità politiche: essa è pura e semplice conseguenza di come sono state gestite fino ad adesso la formazione del personale, gli investimenti nella ricerca di base, l’organizzazione, o meglio la distruzione, del comparto sanitario e delle sue strutture.

Seguendo una logica improntata alla razionalizzazione, all’economicità, alla sistematica demolizione di un sistema sanitario che è frutto delle lotte sociali del passato siamo arrivati a dover contare un impressionante numero di morti e malati, anche e prima di tutto tra il personale sanitario, di persone colpite nella propria salute fisica e psicologica, nei propri affetti, come mai avremmo pensato fosse possibile.

Su tutto pesa l’egoismo di quei decisori politici che piangono miseria e rivendicano azioni dovute e tardive come se fossero grandi atti di eroismo.

Non possiamo inoltre non guardare con disgusto alla santificazione di quel personale medico sanitario nella realtà è invece fondamentalmente abbandonato a se stesso nella gestione della crisi. Se c’è qualcosa nell’epidemia che assomiglia ad una guerra è il trattamento riservato a chi si trova ad operare in condizioni di grave depauperamento: li chiamano eroi mentre li mandano al macello.

Puntiamo dunque il dito contro chi per anni ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, riducendo il personale e rendendolo precario, tagliando gli stipendi, chiudendo strutture all’avanguardia e presidi territoriali, disinvestendo e stornando fondi essenziali. Semplicemente, non sono state ascoltate le voci di chi metteva in guardia dal liberalizzare e introdurre dinamiche aziendali in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Uno striscione sul Maria Adelaide, un paio di settimane fa

Tornando al Maria Adelaide, chiediamo con forza che esso venga riaperto e non solo rispetto alla situazione emergenziale. Vogliamo che torni a fornire prestazioni mediche essenziali e di qualità, nell’ottica di riattivare presidi sanitari diffusi sul territorio.

Inoltre, vorremmo riuscire ad ampliare la riflessione e guardare alla pandemia non come una crisi momentanea, ma come un evento che si ripeterà: quante ondate di ritorno del Covid-19 avremo, o quali nuove malattie ci troveremo ad affrontare?

La situazione in cui ci troviamo oggi non è un caso o una fatalità ma è diretta conseguenza di quanto fatto e deciso in passato, errori che non dovremo più ripetere in futuro.

Cosa ci dice questa crisi del nostro presente?
Stanno emergendo in maniera sempre più drammatica le condizioni insostenibili in cui versano le persone disabili e i loro familiari, le donne che vivono situazioni di violenza domestica e i loro figli e figlie, le persone affette da disturbi psicologici e psichiatrici o da patologie pregresse.

Tutte situazioni che non si risolveranno col finire della crisi, ma che anzi andranno ad aggravarsi ed esploderanno, trascinando con sé altri nuclei familiari.
Inoltre, la sospensione di moltissimi esami di screening, dei controlli e servizi di routine, come impatterà sul sistema sanitario?

Passata l’emergenza ci si troverà di fronte ad un sovraccarico generale del già precario e oberato SSN e di chi vi lavora e, senza un’accurata prevenzione, moltissime persone si troveranno ad affrontare malattie diagnosticate in ritardo.
Tutto questo richiederà, come minimo, che le strutture predisposte per la pandemia da Coronavirus rimangano aperte e vengano implementate e rafforzate.

Ma non sarà sufficiente. La dura messa alla prova del SSN e la velocità con cui invece si sono moltiplicati posti letto indicando chiaramente che dopo l’emergenza non sarà possibile continuare con le politiche di tagli e chiusura degli ospedali, ma si dovrà invece intraprendere la strada opposta. Anche mantenendo e riaprendo i presidi diffusi sui territori.

Non ci si potrà più nascondere dietro la creazione di grandi poli sanitari, fondamentali ma non sufficienti a rispondere alle esigenze della popolazione. La prevenzione e la cura diffusa saranno strumento indispensabile per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute, sia fisica che psicologica.

A prescindere dall’appartenenza politica poi,  sia il centrodestra che il centrosinistra continuano a operare nell’ottica dell’emergenza, accentuando i toni propagandistici e distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo, contestualmente alla richiesta di riaprire l’Ospedale Maria Adelaide, vogliamo sottolineare l’importanza che rivestono gli ospedali delle Valli e nelle piccole cittadine, da anni sotto attacco e che in alcuni casi sono stati chiusi. La creazione di poli di eccellenza non può più escludere il mantenimento di strutture sui territori, che non vanno abbandonati a se stessi


Oltre a voler prendere parola, vorremmo che si avviasse un confronto pubblico, ora necessario più che mai. I tempi e i modi di questo confronto sono ancora tutti da immaginare, e vorremmo immaginarli insieme.

Abbiamo appreso infatti con preoccupazione delle dichiarazioni del Presidente della Regione sulle nuove restrizioni che intenderebbe porre in essere. Ad Alberto Cirio, il 25 marzo e ancora a inizio aprile, è bastato un giro in macchina per confermare la sua sensazione. “Venendo a Torino ho visto ancora troppa gente in giro”.

Ci chiediamo fino a quando si vorrà dispiegare l’esercito nelle strade, al netto di tutto attraversate da persone che, com’era prevedibile, sono attente al rispetto del distanziamento sociale, essenziale nella fase iniziale di ogni epidemia per tutelare la salute propria e delle e dei propri cari.

E fino a quando si vorrà ricorrere ai contatti personali tra politici, imprenditori e militari?
Ricordate le mascherine prodotte dalla Miroglio di Alba grazie all’intervento del governatore? Nei reparti ospedalieri non si sono viste. E la realizzazione dell’ospedale da campo alle OGR, frutto di un accordo personale tra il governatore e il genio dell’aeronautica militare?

Chi governa la crisi procede secondo i propri gusti personali, ansioso di farsi notare e senza capacità di pianificare e coinvolgere la popolazione e chi lavora in ambito sanitario.

Cittadine e cittadini, così come medici, infermieri, operatori e personale sanitario, che, nonostante chiedano maggiore attenzione e più investimenti nella sanità pubblica, sia in ottica emergenziale che per il futuro, non ricevono risposte.

I vari piani di realizzazione della Città della salute vanno nella direzione di una sanità sempre più concentrata geograficamente, a scapito dei servizi territoriali. La sanità viene venduta pezzo a pezzo alle fondazioni private per le quali la salute è una merce e che in queste settimane cercano di ingraziarsi il favore del pubblico mettendo a disposizione qualche posto letto. Il libero accesso alle professioni sanitarie è ancora contingentato dal numero programmato, che non viene messo in discussione nonostante sia evidente la logica autodistruttiva, classista ed elitaria alle sue origini.

Quando invece si interverrà per aprire nuove assunzioni, nuovi presidi sanitari sul territorio, nuovi e più larghi criteri di reclutamento del personale, la fine delle esternalizzazioni dei servizi e la fine della precarietà?

L’interno del Maria Adelaide in uno scatto di Samuele Silva

Non possiamo accettare che una tematica così importante e così sentita nel nostro quartiere, nella nostra città e nella nostra regione venga ancora ignorata.
Non si possono più avallare la dismissione e poi la svendita – o peggio ancora, l’abbandono- di ospedali come il Maria Adelaide, ad oggi chiuso ma per cui, oltretutto, si spendono decine e decine di migliaia di euro l’anno per il servizio di vigilanza di un edificio vuoto.
Crediamo che non si possa risolvere un problema che ha visto l’attivazione – anche se per ora comprensibilmente confinata alla sfera del digitale – di migliaia di persone, con qualche dichiarazione di parte.

Le reazioni a caldo dei politici sull’opportunità e sulla fattibilità non bastano. Anche alla luce dell’emergenza sanitaria in atto crediamo sia necessario ripensare il coinvolgimento della popolazione su questo tema.

Non possiamo più pensare di delegare a una ristretta cerchia di membri di partito il dibattito. Questo dev’essere portato a tutti i livelli della società. Il confronto pubblico che chiediamo va in questa direzione: le decisioni sulla sanità devono tornare patrimonio pubblico e non possono più essere subite in silenzio senza potervi incidere né partecipare.

Se le competenze tecniche sono essenziali è altrettanto essenziale che quelle competenze vengano condivise e che favoriscano una presa di parola e riflessione collettiva.


Le politiche sanitarie, intese come parte dell’organizzazione della società, devono tessere patrimonio della comunità. Questo è il nostro invito: con ogni mezzo possibile e necessario, prendiamo collettivamente parola per ogni servizio sospeso, per ogni ospedale chiuso!

Contributi – Ma quindi siamo tutti terroristi?

Riceviamo e condividiamo un racconto di tre settimane di militarizzazione in Aurora e della risposta che gli abitanti e le abitanti del quartiere hanno voluto dare alle prepotenze delle forze dell’ordine.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero dell’Asilo – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni

“Ma quindi siamo tutti terroristi?” non è uno slogan, ma una domanda che nasce spontanea dalla perplessità dei due bambini, raffigurati nell’immagine, per il fatto di mostrare i propri documenti per tornare o uscire di casa e per andare a scuola. Questa vicenda non ha luogo in zone lontane dal nostro interesse quotidiano, ma è ciò che accade oggi a Torino nel quartiere di Aurora dove è stato sgomberato l’Asilo Occupato.

Il 7 febbraio 2019 – giorno dello sgombero – è una data che ha segnato l’inizio di una catena di fatti che si sono susseguiti, e proseguono tuttora, come un botta e risposta da ambedue le parti coinvolte: le persone comuni e le istituzioni. Da un lato infatti vediamo i grandi interessi economici e politici della sindaca Chiara Appendino e del Ministro degli Interni Matteo Salvini: parlano di giustizia, di un’operazione di pubblica sicurezza (detta “operazione scintilla”), e ringraziano l’elevato numero di agenti di polizia dispiegato per lo sgombero di uno spazio sociale, esistente da più di 20 anni e che ha più volte offerto sostegno non solo a realtà emarginate dalla società ma anche a famiglie, vittime delle conseguenze negative della riqualificazione delle zone di Aurora e Porta Palazzo. Lo sgombero non ha infatti solo infierito sulle vite dei cosiddetti anarco- insurrezionalisti, ma anche sull’esistenza di un intero quartiere che ancora oggi vive in un clima di terrore, in ostaggio delle forze dell’ordine che hanno creato una vera e propria zona rossa, decorata da enormi checkpoint che chiudono Via Alessandria e camionette, idranti e volanti ad ogni angolo. È impossibile non notare la presenza costante di luci blu. Oltre ai gate stabili dove avvengono identificazioni di chiunque passi anche per sbaglio nei paraggi, giorno e notte, risulta pesante il comportamento spesso arrogante ed aggressivo degli agenti che passeggiano per le strade o bevono un caffè nei bar della zona; molte sono infatti le testimonianze di abitanti del quartiere che si lamentano dei loro comportamenti prevaricatori e di come sia ormai impossibile vivere una quotidianità tranquilla o “normale”. Il paradosso è che con questa  richiesta di normalità dal quartiere, la nostra sindaca abbia giustificato la cementificazione di uno spazio che sostiene di aver liberato dagli anarchici, definiti terroristi, e restituito alla città. Ed è proprio per arrestare questi “terroristi”, magari anche ornati di piercing e tatuaggi, riconosciuti attraverso comparazioni antropometriche di dubbia attendibilità, che è stato dato il via allo sgombero. Gli arrestati sono infatti ritenuti responsabili di presunti attentati nel contesto di azioni politiche contro i CPR (centri di permanenza per i rimpatri) del 2016. Tali azioni erano volte a proteggere gli immigrati dalla privazione della libertà personale, da un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite, di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale (cit. meltingpot.org) e dai trattamenti disumani che continuano a subire all’interno di queste strutture. È piuttosto facile quindi individuare, nascosti dietro i fatti attuali, gli interessi politici di chi non si limita a prendere le distanze dall’ideologia anarchica; è evidente infatti che la volontà non sia semplicemente quella di liberare questi spazi da chi li occupa ma di liberarsi dell’impatto socio-politico delle loro azioni, palesemente contro la politica xenofoba e razzista del nostro Ministro degli Interni.

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici. Ma chi sono i terroristi? Il terrorista è letteralmente colui che produce e diffonde terrore attraverso atti o minacce di violenza. Sulla base di questa definizione, appare chiaro come ad oggi i terroristi non siano gli arabi o i musulmani, né tanto meno gli anarchici, che hanno bruciato qualche cassonetto. Consideriamo inoltre che il pensiero anarchico non è reato, a differenza dell’apologia del fascismo. Eppure non si riscontra lo stesso entusiasmo da parte delle istituzioni nel contrastare realtà come  Forza Nuova, o peggio Casapound, che non solo è riuscito a raccogliere abbastanza consenso da candidarsi alle elezioni politiche dello scorso anno, ma porta anche avanti diverse occupazioni sul territorio nazionale. L’anarchia è un progetto politico che propone valori come la pacifica condivisione e collaborazione tra donne e uomini ed è spesso invece confusa con atti di violenza che si sono manifestati in piazza non in nome dell’anarchismo ma guidati dal semplice e profondo sentimento di rabbia nei confronti della situazione attuale. Sono quindi le stesse istituzioni, che impiegano il loro apparato difensivo, a seminare terrore psicologico in un quartiere che si trova a vivere nell’ansia senza capirne le ragioni. Quelle forze dell’ordine che dovrebbero difenderci ed invece ci aggrediscono verbalmente, ci controllano per strada guardandoci come potenziali criminali, lanciano lacrimogeni urticanti (nel resto d’Europa illegali) sulle masse e sui balconi di Corso San Maurizio e caricano sul 4. Inoltre parliamo di un grande  investimento monetario volto a mantenere permanente il dispiegamento di agenti di polizia che controllano le zone più visibili e prossime al centro della città. Nel mirino della strategia sociale, che prevede l’allontanamento dei poveri e dei loro disagi, vi sono proprio i quartieri di Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano, soggetti a tutti gli effetti negativi della parola “riqualificazione”. Esempi di questo fenomeno sono la tentata cacciata dei balonari, la zona rossa e i continui sfratti che si ritrovano a far parte di una cornice di un progetto ben più grande di estetica. Un progetto che non risolve i problemi che pullulano nelle strade di queste zone, ma attua un ulteriore emarginazione e soppressione di individui, dipinti spesso come pericolosi, attraverso ciò che viene chiamata pubblica sicurezza. Le domande relative allo stato di assedio di Aurora sorgono quindi spontanee. Da chi e da che cosa stavolta ci devono difendere? Perché, dopo ormai tre settimane dalla cacciata dei presunti terroristi anarchici dal quartiere, gli agenti di polizia con le loro camionette vengono pagati per controllarci?  

“Terrorismo” è quindi la parola del momento, strumentalmente accostata, in base alle esigenze politiche, all’una o all’altra categoria di persone: arabi e musulmani, fino a poco tempo fa, ed oggi gli anarchici

È da questa serie di domande che nasce la nostra necessità di ricevere delle risposte coerenti e non frasi fatte sui Social Media che proteggono la faccia di chi dice di stare dalla parte delle persone comuni. L’obiettivo è quello di far calare le maschere, di mettere queste facce in difficoltà davanti a tutti coloro che ancora si illudono di essere da loro rappresentati e rispettati. Con questa idea sono state realizzate varie iniziative nei paraggi della zona rossa per andare a rompere questo clima di stato di emergenza e per far rivivere in tranquillità le strade dagli stessi abitanti del quartiere. Ma neanche questi piccoli ritagli di normalità sono stati rispettati dalle forze dell’ordine che hanno dovuto ricorrere a schieramenti di celere per ricordarci della loro incessante presenza.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità

Domenica 24 febbraio 2019 si è tenuta una merenda solidale nel quartiere di Aurora, tuttora assediato dalle forze dell’ordine. Alle ore 14 di questa giornata, quindi ben due ore prima dell’evento, per una presunta ordinanza, si sono piazzate ben quattro camionette su ogni piazzale di Largo Brescia, cercando di ostacolare l’organizzazione della merenda ed intimidire le persone che avessero voluto partecipare. Alle ore 16 , 8 persone tra ragazz*, adulti e bambin* hanno subito un’identificazione dagli agenti della Digos che li hanno minacciati di portarli in questura se non avessero acconsentito ad essere scortati dalla celere all’angolo con Via Bologna. Malgrado ciò ed in compagnia di digossini e celerini, la merenda si è tenuta ugualmente: sono stati montati i tavoli, è stato allestito il cibo da tutti portato e condiviso e si è mangiato e socializzato al suono di musiche popolari e commerciali. Molti sono stati gli interventi al megafono, non solo da parte degli organizzatori ma anche da parte di famiglie del quartiere che testimoniano la loro partecipazione, la loro opposizione verso la continua militarizzazione e dispiego di inutili forze dell’ordine anche in eventi pacifici e sociali come questo. “Noi non sentiamo il bisogno di essere difesi, non abbiamo paura se non della quantità di polizia armata che popola il quartiere da settimane, quindi ci piacerebbe capire da cosa ci state difendendo e per quanto ancora questa storia debba andare avanti”, sono le parole di persone comuni offese dalle istituzioni, che si servono di discutibili e false giustificazioni per nascondere questa palese  manovra mediatica e politica. È arrivata anche, da alcuni cittadini, la richiesta di chiarimenti riguardo la quantità di soldi impiegata per mantenere questo assedio per tutto questo tempo. Molte famiglie e bambin* che volevano anch’essi partecipare alla merenda sono stati intimiditi dalla presenza dello schieramento della celere proprio davanti al tavolo del cibo, ragion per cui molti, dopo essere arrivati in Largo Brescia, hanno deciso di tornare a casa. Colpisce infatti la testimonianza di un papà che ha deciso di partecipare alla merenda con la figlia di 6 anni, spaventata dagli agenti armati che si è trovata di fronte per prendere la nutella; “Sono prepotenti anche di fronte ai bambini”- afferma il padre guardando sua figlia – “[…] Il suo volto all’altezza di un’arma da fuoco! Non si possono chiamare forze dell’ordine, hanno portato disordini mai visti prima in questo quartiere e la mia più grande paura è che ci si abitui a tutto questo. Non dobbiamo assolutamente permetterlo”.  

L’idea di questa merenda  è stata ampiamente condivisa ed apprezzata. 150 circa sono stati i partecipanti tra adulti ed allegri bambin* a sgranocchiare cibo e bere thè, ritenuti talmente pericolosi per il quartiere da necessitare una tale difesa da parte delle istituzioni.

Quello che più ci colpisce in questo momento è il silenzio stampa degli ultimi giorni, che sono stati ricchi di iniziative di protesta da parte della comunità; infatti, dopo aver riportato le entusiaste dichiarazioni pubbliche di  Appendino e Salvini in merito ai primi fatti riguardanti lo sgombero dell’Asilo, le notizie si sono limitate a parlare esclusivamente di un movimento anarco-insurrezionalista, della sua violenza di piazza e delle accuse di terrorismo, senza dar spazio a tutto ciò che vi è dietro la protesta, per poi dimenticarsi di informare i cittadini e le cittadine che è quasi un mese che il quartiere di Aurora è sotto assedio e che le persone sono stanche di essere prese in giro dalle false promesse dei nostri cari amici politici.