Vento di grecale: dentro la lotta dei pastori #2.

Un aggiornamento dalla Sardegna e dalla lotta dei pastori, alla vigilia delle elezioni regionali.

Leggi qui la prima parte.

La Sardegna si è svegliata sotto le raffiche di un vento di grecale che scuote i rami degli alberi e imbianca di schiuma il mare. Sono passate due settimane dall’inizio delle mobilitazioni dei pastori per l’aumento del prezzo del latte di pecora.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.

Questo giovedì gli industriali delle aziende casearie hanno disertato il tavolo convocato a Roma dal ministero delle Politiche agricole. Solo uno di loro si è presentato all’incontro: il direttore generale di Assolatte Massimo Fiorino, che ha riferito la decisione dei suoi colleghi e cioè il rifiuto totale di qualsiasi forma di contrattazione sull’ultimo prezzo da loro proposto, 72 centesimi. Questa manovra degli industriali ha il sapore di una vera e propria dichiarazione di guerra, e così è stata percepita.

L’ultima proposta dei pastori era di soli 8 centesimi in più rispetto a quella degli industriali. Durante un’assemblea tenutasi questo martedì a Torpè, con una votazione unanime per alzata di mano e dopo un lungo dibattito tra più di mille allevatori arrivati da tutta l’Isola, il movimento autorganizzato aveva infatti deciso di contrattare al ribasso, modificando la propria richiesta da 1 euro più IVA – com’era stato fino alla settimana scorsa – a 80 centesimi al litro. Ma solo a fronte di alcune importanti garanzie, come il calcolo del prezzo del latte sulla base delle quotazioni del formaggio e l’aumento progressivo per arrivare a un euro a regime, quando i 50 milioni messi a disposizione da Regione e Governo per smaltire il pecorino romano invenduto sortiranno i loro effetti facendo risalire le quotazioni e, indirettamente, anche quelle del latte.

Alle condizioni imposte dagli industriali gli eventuali aumenti oltre i 72 centesimi sarebbero solo ipotizzati, mentre è sicuro che gli industriali – e non i pastori – sarebbero i destinatari dei 50 milioni stanziati per smaltire le eccedenze di pecorino accumulate nei magazzini. Secondo la bozza dell’accordo discusso la settimana scorsa a Cagliari, la prima verifica sul prezzo non sarebbe comunque prevista prima di maggio, e la seconda soltanto a novembre; nel frattempo i pastori non avrebbero nessuna garanzia di veder effettivamente aumentare il prezzo del latte, mentre gli industriali si arricchirebbero ulteriormente sulle coperture statali e regionali.

Ma il rifiuto degli industriali ad aprirsi a qualsiasi confronto avrà le sue conseguenze: in Sardegna si respira un’aria sempre più tesa e sembra che la reazione dei pastori non potrà che essere di alzare il conflitto della lotta. Con 72 centesimi al litro, infatti, i pastori non riescono neanche a coprire la spesa necessaria per produrre il latte, figuriamoci ricavarne un guadagno.

le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

L’enorme disparità economica tra industriali e pastori può essere chiarita con alcune stime: ogni pastore produce una media di 100 litri di latte al giorno. Dall’inizio delle proteste ad oggi sono stati sversati a terra circa 3 milioni di litri di latte. I pastori, senza calcolare il latte perduto, hanno visto ridursi la produttività a 90 litri al giorno, a causa della necessità di essere presenti a blocchi e presidi: si tratta di una perdita del 10%.  Con 10 litri di latte (dai cui i pastori attualmente guadagnano 6 euro circa) si producono due chili di pecorino romano D.O.P. – che, tra tutti i formaggi prodotti, è quello che in proporzione ha il valore di mercato più basso ed è, non a caso, anche quello su cui gli industriali hanno calcolato la quotazione del prezzo del latte – più la ricotta. Un chilo di pecorino viene venduto a 17 euro.

Ciò vuol dire che le aziende guadagnano una media di 40 euro dal formaggio prodotto con 10 litri di latte, a fronte di una spesa di soli 6 euro. Peraltro, alcune aziende che oggi esercitano un monopolio a livello regionale come il caseificio Pinna di Thiesi hanno costruito, negli anni, i propri profitti anche sullo sfruttamento delle piccole e medie aziende locali che versavano in difficoltà economiche, comprandone l’invenduto a prezzi bassissimi.

La diserzione degli industriali si configura come un tentativo di delegittimazione politica del movimento autorganizzato perché è un rifiuto a priori del confronto con la controparte. Di fronte a questo arroccamento dei potenti nei propri privilegi la lotta autorganizzata non si ferma, anzi prosegue con più forza di prima.

Mentre i pastori sottraggono al lavoro ore preziose rovesciando sull’asfalto il frutto sudato della loro fatica, con la passione e la rabbia di chi non ha nessuna alternativa, il teatrino dei politicanti continua per le vie e le piazze della Sardegna, tra dichiarazioni altisonanti, menzogne belle e buone e battutine al vetriolo rivolte agli avversari politici.

Salvini, oltre a mostrare la sua faccia su migliaia di volantini e locandine appese nei paesi per propagandare il candidato-burattino della destra (Cristian Solinas del Partito Sardo d’Azione), fa la sua apparizione sul palco e in televisione con indosso una maglietta dei quattro mori mentre, tra una dichiarazione pro-TAV e l’altra, afferma convinto che le trattative sono a buon punto e difende gli industriali per le loro capacità di mediazione. Di Maio attacca Salvini senza nominarlo con un commento acido dalla sala conferenze del T Hotel di Cagliari. Il PD, Fratelli d’Italia, persino Berlusconi si profondono in dichiarazioni a favore dei pastori.

In questa zuffa tragicomica per accaparrarsi l’ultimo spazio di propaganda prima del silenzio elettorale, emerge soltanto un chiaro e totale disinteresse verso questa lotta, l’estremo sciacallaggio di una classe dirigente corrotta, incapace di dialogare con le e i cittadini fuori dalla logica della propaganda di partito.

La macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha intanto iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne. I primi fascicoli che indagano su blocchi e sversamenti della prima settimana di mobilitazione sono stati aperti questo lunedì, in perfetta coincidenza con l’inizio della “tolleranza zero” dichiarata da Matteo Salvini, e le Procure stanno acquisendo anche il materiale video e audio raccolto dalla Digos nei giorni scorsi.

Il Ministro dell’Interno però afferma “Mai manganelli sui pastori”: forse Salvini ha scelto una via più sottile per reprimere il dissenso, anche se al tavolo del ministero è appena approdata una richiesta di rinforzi da parte delle questure sarde, e due reparti mobili di Celere provenienti dalla penisola sono già in arrivo in Sardegna, presumibilmente per vigilare sulle elezioni regionali di questa domenica 24 febbraio.

La stretta repressiva si è percepita anche nell’ultimo grande blocco di mercoledì sulla SS131, all’altezza del bivio per Posada. Un ingente spiegamento di forze dell’ordine – una decina tra volanti della polizia e dei carabinieri e automobili della Digos, nonché una camionetta con una ventina di celerini in tenuta antisommossa – ha presidiato il luogo, prima impedendo ad un gruppo costituito da un centinaio di pastori, famiglie e solidali, di radunarsi sull’autostrada e poi deviando il traffico quando i pastori si sono disposti sul cavalcavia che sovrasta la statale e hanno sversato il latte dall’alto.

Intanto la macchina della repressione, irrobustita dal Decreto sicurezza, ha iniziato a muoversi e sono già arrivate le prime denunce, alcune con imputazioni pesantissime e immotivate, come il reato di violenza privata nei confronti degli autotrasportatori che, secondo le astruse ricostruzioni dell’Fdo, avrebbero ricevuto minacce per costringerli ad aprire le cisterne.

Nel frattempo i mezzi di comunicazione concorrono a delegittimare la protesta, costruendo narrazioni falsate. Al blocco di Posada il giornalista di Videolina ha concluso la sua intervista ai pastori raccontando un episodio di cronaca: il ritrovamento di un ordigno artigianale inesploso in una sede elettorale di Torpè, accanto a scritte inneggianti la rivolta e l’astensione dalle elezioni. I pastori hanno subito protestato duramente e hanno chiesto al giornalista di mandare in onda una seconda intervista: “Noi ci dissociamo da quanto accaduto a Torpè. Non siamo stati noi a piazzare l’ordigno: stiamo facendo blocchi pacifici da due settimane. Sappiamo che si tratta di un tentativo di screditare i pastori di fronte all’opinione pubblica.”

I mezzi di comunicazione parlano di “guerra del latte”, coniando un altro termine vendibile e non eccessivamente conflittuale per raccontare questa mobilitazione. Ma anche la famosa “tregua”, parola d’ordine rimbalzata da televisioni e giornali nei giorni scorsi, non è in realtà mai esistita ed è stata lanciata proprio dai mezzi di comunicazione sull’onda delle dichiarazioni di Centinaio al termine del tavolo cagliaritano di sabato scorso: i pastori hanno mantenuto i presidi (tra cui quello davanti all’azienda Pinna di Thiesi) e i blocchi (come lo sversamento di un’autocisterna a Sanluri e un’altra nell’oristanese) e, nonostante l’attendismo dei media, la mobilitazione non si è mai fermata.

Oggi il vento si è levato e nuvole bianche corrono nel cielo. Alle 11 di questa mattina è prevista un’assemblea degli allevatori a Tramatza: i pastori si riuniranno e decideranno se domani bloccheranno le elezioni regionali. Un popolo intero è con loro. La nostra lotta è appena cominciata.

 

Appello al mondo della musica e della cultura – Reclaim The Street

Musica e cultura contro disuguaglianze, confini e decreti razzisti

Leggi il testo di lancio della reclaim.

Sentiamo la necessità di attivarci, metterci insieme e dire ad alta voce che le cose non possono
continuare in questo modo, vogliamo usare la nostra musica e le nostre parole per combattere il
razzismo dilagante nel nostro paese. Crediamo che l’arte sia un mezzo di
liberazione e non di oppressione.

Reclaim the street

In Italia e in Europa assistiamo, da tempo, ai violenti effetti prodotti dalla propaganda contro chi
migra: le frontiere vengono usate come arma di controllo per fomentare un clima di odio, i confini
segnano chi può essere accettato e chi no. Chi migra diventa colpevole delle condizioni di povertà
e precarietà della popolazione italiana e proprio su questo il Governo ha fondato la propria azione.
Lega e 5Stelle hanno dichiarato guerra contro chi è povero, contro chi è sfruttato e contro chi è
diverso. Dopo sei mesi dalla firma del “contratto di governo”, è diventato chiaro che i
respingimenti e i sequestri delle navi operati da Salvini nel Mediterraneo vanno di pari passo con
la riduzione delle promesse “sociali” dei 5Stelle.
A perderci sono sempre le stesse persone: migranti sequestrat* in mare ed espuls* dall’Italia;
milioni di persone precarie che non percepiranno alcun reddito di cittadinanza; occupanti di case
che, in caso di sgombero, non avranno alcuna ricollocazione e saranno costrette a rimanere in
strada; donne e soggetti LGBTQI contro cui si scagliano le politiche bigotte e familiste del ministro
Fontana e del ddl Pillon.
La prepotenza del razzismo, dell’autoritarismo e del maschilismo negli orientamenti del governo è
confermata dal “decreto immigrazione e sicurezza” proposto da Salvini, approvato dal consiglio
dei ministri e firmato dal presidente della Repubblica.
Il confinamento dei migranti e di tutti coloro i/le quali non risultano conformi alla loro idea di
“decoro pubblico” è il contenuto principale del decreto, introducendo delle misure che richiamano
da vicino il modello dell’apartheid. La cancellazione della protezione umanitaria per i rifugiati, la
revoca del diritto d’asilo per una condanna in primo grado di qualsiasi tipo e l’inasprimento delle
pene contro le manifestazioni di dissenso sono alcuni dei tratti principali del regime razziale e
repressivo che il governo vuole imporre.
La repressione spacciata per sicurezza tocca anche il tema delle sostanze, disegnando altri
confini, come quelli immaginari fra sostanze legali e illegali, definendo i limiti entro cui possiamo
divertirci e ponendo come unica soluzione quella fallimentare del proibizionismo più becero e
bigotto.
Non possiamo restare in silenzio, vogliamo usare la nostra musica per dirvi con chiarezza che noi
non ci stiamo, che siamo pronti e pronte a mobilitarci e riprendersi le strade in una metropoli
come Torino diventa ormai essenziale.
Ci vogliono normat*, ordinat* e silenzios* nella loro malata idea di decoro, prigione ideologica
fatta di finta legalità e perbenismo nel cui nome viene ormai sdoganata e perpetrata qualsivoglia
forma di violenza.
Non ci avrete mai come volete voi!
Ci vediamo sabato 27 ottobre, alle ore 15, con ritrovo al Ponte Mosca (Balon, Fermata Borgo
Dora): un corteo musicale, meticcio e solidale sarà la nostra risposta.
Contro disegueglianze e confini, No al Decreto Salvini!

27 ottobre Reclaim the street!

In Italia e in Europa assistiamo, da tempo, ai violenti effetti prodotti dalla propaganda contro chi migra e a favore della difesa militare dei confini: le frontiere vengono usate come arma di controllo e repressione fomentando un clima di odio che sfocia in violenze quotidiane contro migranti e più deboli.

I confini segnano chi può essere accettato e chi no.

La cosiddetta “accoglienza” poggia su un sistema basato su una selezione di chi è degno di potersi spostare dal proprio paese. Viene distinto il/la migrante meritevole da quello non meritevole, destinat@ ad essere espuls@ o a essere sfruttato@ nel lavoro a basso costo.

I/le poch@ a cui viene riconosciuto lo status di rifugiato sono obbligat@ a rimanere nel Paese, spesso alla mercè di cooperative che guadagnano riducendo al minimo salario e diritti, senza potersi muovere liberamente e costretti a entrare nel circuito del capolarato.

A chi si vede negata la domanda di asilo tocca un destino peggiore: essere rimpatriati in paesi dove regnano povertà e guerre o diventare clandestin@, rischiando di rimanere intrappolat@ in traffici illeciti, tratte umane e manodopera in nero. I/le migranti possono essere differenziat@ e etichettat@ diversamente, ma il loro corpo è destinato a essere sfruttato.

I confini vengono utilizzati per generare paura, additando il migrante come diverso e colpevole delle condizioni di povertà e precarietà della popolazione italiana. Il migrante diviene un pericolo per i diritti di chi ha la pelle bianca: il risultato è una guerra fra poveri voluta dai ricchi e dai potenti.

Ma oggi, se possibile, la situazione è ancor più grave. La Lega e i 5 Stelle, dopo aver cavalcato la giusta rabbia contro la crisi e le politiche d’austerità ed essere così giunti al governo, hanno dichiarato guerra a pover@, divers@ e sfruttat@, qualunque sia il colore della loro pelle.

A sei mesi dalla firma del “contratto di governo”, è diventato chiaro che i respingimenti e i sequestri delle navi operati nel Mediterraneo e la retorica razzista e sessista del Governo, vanno di pari passo con la riduzione delle promesse “sociali” dei 5 Stelle. Lo sgombero delle occupazioni abitative e l’introduzione di nuovi strumenti di controllo e repressione per la polizia, si accompagnano alla riduzione del “reddito di cittadinanza” ad una misura di sostegno alla povertà, né universale né incondizionato, in cambio della quale sarà oltretutto estorto lavoro gratuito.

A perderci sono sempre gli/le stess@: migranti sequestrat@ in mare ed espuls@ dall’Italia; milioni di precar@ che non percepiranno alcun reddito di cittadinanza; occupant@ di case che, in caso di sgombero, non avranno diritto ad alcuna ricollocazione; donne e soggettività LGBTQI contro cui si scagliano con violenza le politiche demografiche, misogine e familiste del ministro Fontana e del ddl Pillon.

Anche il genere e i corpi sono diventati luoghi sui quali decidere e ratificare: Verona è diventata ufficialmente città pro-vita, rendendo ancora più difficile alle donne la possibilità di accedere alla possibilità di abortire (già messa a repentaglio dall’obiezione di coscienza), mentre a livello nazionale le soggettività LGBT e queer vengono attaccate e stigmatizzate dal governo.

Il “decreto immigrazione e sicurezza” proposto da Salvini conferma la preponderanza del razzismo, dell’autoritarismo e del patriarcato negli orientamenti del governo. Il confinamento dei corpi migranti e di tutt@ coloro i/le quali non risultano conformi al “decoro pubblico” è il contenuto principale del decreto, introducendo misure che richiamano da vicino un modello di apartheid.

La cancellazione della protezione umanitaria per i rifugiati, la revoca del diritto d’asilo per una condanna in primo grado di qualsiasi tipo e l’inasprimento delle pene contro le manifestazioni di dissenso sono alcuni dei tratti principali del regime razziale e securitario che il governo ci vuole imporre.

Un regime violento in cui la repressione, spacciata per sicurezza, tocca anche il tema delle sostanze, disegnando altri confini immaginari, come quelli fra sostanze legali e illegali, definendo all’interno di quali limiti possiamo o non possiamo divertirci. Vite rovinate e decenni di risorse buttate in inutili guerre alla droga hanno insegnato che le uniche soluzioni al problema sono la liberalizzazione e la depenalizzazione della sostanza, la riduzione del danno e la sensibilizzazione informata.

Davanti a tutto ciò non possiamo restare in silenzio: mentre dai palazzi del potere insistono con l’invenzione di un’invasione, che nei fatti non esiste, accompagnata ad una costante incitazione all’odio, noi continuiamo a voler costruire un mondo libero, aperto ed accogliente.

Vogliamo l’apertura delle frontiere. Vogliamo allargare e intensificare questa ondata di resistenza antirazzista, che da Ventimiglia a Riace, da Macerata a Catania, ha visto scendere in piazza migliaia e migliaia di persone.

Mobilitarsi e riprendersi le strade diventa allora essenziale!

Non solo Torino si trova a pochi passi dalla frontiera francese, dove una rete di solidarietà ed autorganizzazione si è da tempo sviluppata accanto ai migranti respinti alla frontiera, ma in contemporanea i 5 Stelle torinesi risultano oggi in piena continuità con il governo pentaleghista nazionale.

Non hanno soltanto disatteso e tradito tutte le promesse elettorali grazie alle quali conquistarono consenso, arrivando a governare la città, ma si preparano ora ad applicare le direttive di Salvini e Di Maio, procedendo allo sgombero degli spazi sociali e delle occupazioni abitative, cioè attaccando quei “beni comuni” dei quali si vantavano fino a poco tempo fa.

Le ultime notizie trapelate dall’incontro tra Sindaca e Salvini su un possibile sgombero di un’altra palazzina dell’Ex-MOI ne sono l’ennesima dimostrazione. Lo sgombero di Chez Jesus avvenuto ieri all’alba a Claviere, alle soglie dell’inverno, non può che rafforzare i timori che si voglia procedere ad un atto di forza anche per l’Ex-MOI.

Una mobilitazione aperta e trasversale è necessaria per dire che Torino non accetterà il razzismo di Stato, per dire che la nostra città intende rifiutare l’applicazione delle direttive razziste, sessiste e securitarie del Governo, per ribadire che Torino è città aperta e solidale, decisa a schierarsi con chi abbatte confini e frontiere, qualsiasi forma essi assumano.

Facciamo un appello alle reti di solidarietà migrante, alla cultura e all’arte indipendente, alle associazioni, ai centri sociali, ai sindacati, al movimento transfemminista, ai collettivi LGBT, per una grande giornata di opposizione al Governo, una giornata per la libertà di movimento, di espressione, di divertimento.

Non accettiamo, oggi più che mai, di vedere imposti dall’alto confini e barriere al solo scopo di alimentare la guerra tra poveri e di mettere a profitto i nostri corpi. Vogliamo libertà di movimento e di autodeterminazione per tutt@: libertà di scegliere in quale paese progettare un futuro, libertà di accettare o meno un lavoro, libertà di scegliere se e quando fare figl@.

Ci vogliono normat@, ordinat@, ubbiendient@ e silenzios@ nella loro malata idea di decoro, triste prigione ideologica fatta di legalità, moralità e perbenismo.

In questa città le strade e i corpi sono ormai terreno di scontro e noi ci saremo! Non ci avrete mai come volete voi!

Ci vediamo sabato 27 ottobre, alle ore 15.
Ritrovo al Balon in Corso Giulio Cesare, all’altezza di Ponte Mosca – Fermata Borgo Dora.
Sarà un corteo musicale, meticcio, libero e solidale!

Contro razzismo e confini, No al Decreto Salvini!
Riprendiamoci le strade

Condividi l’appello, fai girare l’evento>> https://goo.gl/UZN45j

Reclaim the street – Torino