COMPAGNA E SORELLA, DISTRUGGIAMO IL SISTEMA!

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.

L’8 marzo è arrivato. Ancora una volta oggi ci ritroveremo per contarci e per lottare insieme. Non può esserci momento migliore di questo per chiederci che strumenti abbiamo per le mani e come vediamo il mondo che vogliamo costruire. Questo è un testo bellissimo e urgente, scritto da una donna la cui memoria ci accompagnerà sempre. Sehid Ceren Güneş, internazionalista turca morta combattendo sul fronte di Tell Tamer in Rojava pochi mesi fa contro l’invasione dell’esercito turco-jihadista. Era comandante dell’IFB, International Freedom Battalion ovvero il gruppo militare internazionalista ricreato per resistere all’offensiva turca accanto ad altri gruppi come le YPG/YPJ, ed era una compagna femminista che come tante altre aveva lasciato tutto per dedicarsi interamente alla lotta per difendere la rivoluzione femminista, ecologista e socialista in Siria del Nord. Questo testo parla di tante cose che ci riguardano da vicino come femministe, che ci premono ogni volta che ci chiediamo come agire per combattere la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, ogni volta che ci contiamo sperando di non aver perso nessuna per strada, ogni volta che ci sentiamo impotenti e sole anche quando siamo insieme. Per Ceren e per le sue compagne, di fronte alla violenza del sistema che subiamo ogni giorno l’unica risposta può essere la contro-violenza delle donne, non solo come strumento di autodifesa ma come percorso necessario per costruire un mondo nuovo.Non dobbiamo dimenticare che la testa e l’anima che ha saputo scrivere queste parole non esiste più, e non per cause provvidenziali ma perché una mano precisa ha causato la sua morte, la stessa mano che opprime le donne e le soggettività non conformi in tutte le parti del mondo, quella del fascismo e del patriarcato. Ceren è morta ma le sue idee sono le nostre: è nostro dovere assumerle, ricordarle e anche dibatterle, ancor di più in una giornata come questa.
Facciamo sì che queste parole viaggino per il mondo, attreversino le frontiere e gli Stati che ci opprimono come li attraversa la lotta femminista internazionalista che ci unisce tutte nello stesso respiro.

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema


Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte.1

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul2. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne3. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa. 

Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.

Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente. 

Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 

Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione. 

Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne

Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne. 

La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 

Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo. 

Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.

È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata. 

Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare. 

Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa. 

Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico. 

Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale

Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.

Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.

Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali. 

E oggi…

Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…

Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:

Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”


Ceren Güneş4 – 30 settembre 2019

1 Da Etica Hacker, Pekka Himanen

2 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.

3Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN

4 La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).

Oltre Dora antifascista: appunti dal nostro 25 aprile!

Il 24 aprile abbiamo voluto attraversare i quartieri Aurora e Barriera di Milano a cavallo delle nostre bici per festeggiare la Liberazione dal nazifascismo. Di seguito alcuni degli interventi scritti collettivamente e letti durante il percorso.

Locandina della pedalata

Il testo di lancio del 24A
Il 24 aprile il Comune organizza la consueta fiaccolata commemorativa della Resistenza. Per tante e tanti di noi quella ricorrenza va perdendo di senso da anni.
Vogliamo muoverci in corteo per le strade della nostra città per festeggiare l’anniversario della Liberazione, toglierlo dalle mani di quelle istituzioni che plaudono alla repressione, e vogliamo farlo su due ruote!
In questi mesi, in questi anni, abbiamo assistito ad un progressivo spostamento a destra di tutte le forze politiche, allo sdoganamento delle posizioni più affini al fascismo nel discorso pubblico, all’ascesa al potere di una classe dirigente che, da destra a sinistra, si nasconde dietro la lotta partigiana per giustificare la propria sopravvivenza, e la sopravvivenza di un sistema politico, economico e sociale che non si fa scrupoli nel tagliare i servizi alle persone, nel devastare l’ambiente, nell’agire violenza contro chi dissente e contro chi è marginalizzato, nell’ignorare o nel criminalizzare qualsiasi esperienza di autogestione e di opposizione.
Per questo, come gli scorsi anni, abbiamo deciso non solo di non partecipare alle iniziative istituzionali, ma di convocare una nuova piazza che sappia unire la memoria della Resistenza con la necessità di azione contro ogni violenza e ogni sopruso.
Abbiamo deciso di riempire le strade che attraversiamo ogni giorno, lontane dal centro vetrina, con le nostre bici!
La bicicletta ha svolto un ruolo chiave durante la Resistenza, in particolare in città. In bicicletta giovani uomini e donne hanno mantenuto i collegamenti tra le formazioni partigiane e passato informazioni e materiali essenziali alla prosecuzione della lotta al regime. Si sono violati posti di blocco e si sono scardinati i piani di controllo del territorio del nemico.
Anche oggi nella nostra città la bicicletta assume un peso politico importante: è lo strumento di lavoro di molte e molti giovani, come i rider del food-delivery, sfruttati e sottopagati. È un mezzo di locomozione che per sua stessa natura rivendica una città a misura di persona e non di automobile o di industria.
È il veicolo che più di tutti, oggi come ieri, sfugge alle logiche di controllo e permette il libero esercizio della fantasia, tanto importante quando si decide di praticare un obiettivo politico contrario ad un sistema ingessato e fondato sul ritualismo.
La bicicletta inoltre ci libera da una narrazione esclusivamente militare, virilista ed eroica della Resistenza, restituendo pari dignità a chiunque abbia preso parte alla liberazione dall’oppressione fascista: uomini o donne che per anni hanno subito l’oppressione politica di un regime che aveva nella discriminazione di genere e nella predeterminazione dei ruoli sociali in base al sesso uno dei suoi punti di forza.
L’antifascismo corre su due ruote!

Disegno di Eleonora Bechis

Intervento davanti all’Ex-fabbrica Pastore incrocio tra via Perugia e corso Novara.

La prima tappa della biciclettata è davanti alla ex fabbrica Pastore, immobile a pochi passi da Manituana;  oggi un cantiere, in cui da alcuni mesi si sta realizzando un progetto che dovrebbe dar nuova vita all’edificio. Questo progetto comprende una residenza universitaria, spazi di co-working e l’ennesimo supermercato in zona. La cosa più interessante è scoprire chi sono i finanziatori del progetto. Infatti, la residenzialità sarà sotto il marchio di Camplus, il brand che la fondazione Falciola ha dato ai suoi progetti in tale campo d’investimento. Non solo già a Torino in zona Lingotto, ma anche in molte altre città italiane. Tutte le altre sedi hanno dimostrato che sono servizi destinati a una élite della popolazione studentesca, che può permettersi di sostenere alti prezzi e i requisiti meritocratici richiesti da queste strutture. Questo andando ad ingrossare il portafoglio e a soddisfare le brame di potere di Comunione e Liberazione, di cui Falciola è uno dei rami operanti nell’università.

Il supermercato, a pochi passi da due Lidl e da un Basko, invece, sarà gestito dalla cooperativa NovaCoop. Buffa deriva democristiana quella delle cooperative rosse, che tanto amano ripulirsi la coscienza con un antifascismo di facciata, come con i fiori marchiati Coop che incontreremo nelle targhe lungo il nostro percorso.

Di fatto nulla di nuovo in uno scenario cittadino in cui le amministrazioni comunali continuano a delegare ai privati gli interventi di sviluppo urbano, con quanto ne deriva per i cittadini. Un nuovo supermercato è quello che serve nel vicinato? Di sicuro la nuova residenza per privilegiati non risponde ai bisogni della popolazione studentesca come denunciato da quei compagni e quelle compagne che da anni nelle università si battono per il diritto allo studio, né a quelli delle persone che si trovano in una situazione di disagio abitativo.

Attraverseremo luoghi che testimoniano una resistenza passata, ma nel nostro percorso ricorderemo anche quei luoghi in cui c’è bisogno di resistenza oggi per evitare che ci prendano tutto. 
Ma noi saremo i giovani che guarderanno questo cantiere.

Intervento davanti alla scuola elementare Lessona, sui fatti di Padova

Ci siamo fermat* davanti a una scuola, luogo dell’istruzione e luogo in cui dovrebbe conservarsi e tramandarsi il ricordo di cosa è stato il fascismo e il prezzo che è stato pagato da partigiane e partigiani per riconquistare la propria – e la nostra – libertà. Dovrebbe, perché oggi non è più così. Questa è l’Italia in cui il Ministro dell’Interno può permettersi di dire che il 25 aprile non parteciperà a nessun corteo perché non gli interessa “il derby fascisti-comunisti”! Ma non è neanche solo Matteo Salvini – che sappiamo essere un fascista e da cui non ci aspettiamo niente di diverso – a operare una mistificazione ragionata sulla memoria del fascismo. I governi precedenti, anche quelli che si definivano di sinistra, non sono stati da meno, e così tutto l’apparato del potere, che ogni giorno punisce la militanza antifascista con una repressione pesantissima e il 25 aprile si riscopre antifascista, giusto il tempo di fare la solita sfilata per le strade del Paese. Noi vogliamo ricordare cosa ti succede in Italia, oggi, se sei antifascista. Poche settimane fa, a Padova, un corteo antifascista che voleva opporsi al raduno Forza Nuova viene caricato pesantemente dalla polizia e un’insegnante viene tratta in arresto. La vita di questa compagna, una donna, antifascista e pure femminista – tutte cose, queste, che la inquadrano come il perfetto nemico dello Stato di oggi – viene scandagliata minuziosamente ed esposta al pubblico ludibrio su decine di quotidiani locali e nazionali. Stessa cosa era successa nel febbraio del 2018 ad una compagna torinese, maestra elementare, fotografata e filmata durante il corteo contro Casapound e licenziata in tronco dopo che l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con un intervento in televisione, aveva chiesto espressamente che venisse allontanata dall’incarico. Questi omuncoli potenti, pronti a banchettare come avvoltoi sui fatti di cronaca per racimolare qualche voto in più; questi giornalisti anzi giornalai, che godono della possibilità di denigrare, avvilire e violare l’intimità e la vita delle donne ogni volta che ne hanno l’occasione; le forze dell’ordine, legittimate nel loro potere, che manganellano e massacrano di botte chi esprime dissenso e poi diventano vittime innocenti quando qualcun* si permette di alzare la voce contro di loro. Tutti questi personaggi grotteschi che inneggiano alla democrazia fingono di dimenticarsi che il compito delle insegnanti e degli insegnanti nelle scuole è proprio quello di essere antifasciste e antifascisti, di schierarsi politicamente, di educare le nuove generazioni alla memoria e alla capacità critica, ad opporsi, a distinguere tra “legale” e giusto, affinché non accada più che, come oggi, ci ritroviamo i fascisti al governo. La repressione di Stato è strumentale alla criminalizzazione dell’antifascismo e allo sdoganamento del fascismo, istituzionale e non. Ma l’antifascismo non si arresta e non si arresterà, siamo nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole. Ieri eravamo partigiane, oggi siamo antifasciste!

Davanti al cantiere Falciola-NovaCOOP in via Amalfi

Intervento nei pressi dell’Area Delta – Ex Gondrand
Nel 1973 l’amministrazione comunale di Torino allora in carica concedeva alla società multinazionale di autotrasporti Delta una licenza edilizia per la costruzione di un fabbricato industriale che sarebbe dovuto sorgere in via Cigna 209, dove siamo noi adesso.
Il terreno in questione, era da anni richiesto dai cittadini che vivevano nel quartiere di Barriera e di Aurora, quartieri di matrice operaia, che furono fondati dalle industrie della Fiat, divorando il paesaggio della  campagna e abbattendo le cascine che abbracciavano la città.
Nonostante questa richiesta e malgrado il Piano regolatore della città prevedesse la destinazione di quel terreno a verde pubblico, la licenza edilizia venne ugualmente concessa.
Questa è la città del neoliberalismo. Stretta nella tenaglia degli interessi economici privati che speculano sul territorio, spesso in accordo con le istituzioni.
Questo modo di vedere la città uccide lo spazio pubblico, facendolo diventare un mero conto economico.
Ma dopo circa tre anni di lotta e mobilitazione dei cittadini e dei lavoratori della Barriera di Milano l’area è stata definitivamente restituita alla città.
Si legge su un comunicato, scritto dai comitati del quartiere, pubblicato sulla stampa nel 1976:
“L’impegno politico per questa lotta è stata la costatazione dell’assoluta mancanza di verde nel nostro quartiere  e di conseguenza la difesa di quel poco terreno che restava da destinare a verde pubblico.
Lo ricordiamo ancora una volta che alla Barriera di Milano il verde pubblico disponibile attualmente è di 0,42 mq per abitante contro i 9 mq previsti dai decreti urbanistici.”
Quando ci sono città divise, che si esprimono con interessi centrali e periferici e dove l’amministrazione pubblica tutela gli interessi di poche parti della città, dove esiste l’urbanistica contratta, c’è bisogno di resistenza. Perché Il diritto alla città è un’idea di cittadinanza intesa come diritto alla presenza in uno spazio pubblico, insieme.

Copertina dell’evento Facebook

Intervento in via Moncrivello 1, case ATC, residenza della famiglia Arduino

Libera e vera Arduino sono figlie di una famiglia operaia come tante nella Torino degli anni 40. Povertà, politica e antifascismo sono il pane quotidiano della resistenza nei quartieri proletari di quegli anni. Libera e Vera hanno forza, determinazione… voglia, dopo la liberazione, di costruire un mondo migliore: senza dittatura, senza allarmi che suonano di notte, senza oppressione dell’uomo sulla donna. Vera ha 16 anni una ragazza adolescente, militante del gruppo di difesa della donna a barriera di milano, un gruppo di azione partigiana legato al pci e ai giustizia e libertà. Libera 18 anni, con il suo nome teoricamente vietato dalle leggi fasciste del 1935, è staffetta: porta notizie dai gap di barriera fino alla montagna. “La sera del 12 marzo 1945 una squadra di fascisti prelevò dalla loro casa di via Moncrivello 1, Gaspare Arduino, operaio delle Acciaierie Fiat antifascista, le sue due figlie, Libera e Vera insieme ad alcuni loro ospiti.” Stavano facendo una riunione diranno alcuni testimoni dopo la liberazione, già perchè alla liberazione manca davvero poco, ma Libera e Vera non la vedranno “Gli uomini, prima vennero torturati poi trucidati la notte stessa nei pressi dell’abitazione, in corso Belgio angolo via Lessolo. Vera, e Libera, furono trucidate nei pressi del canale della Pellerina”. “Per il funerale delle Arduino alcune fabbriche hanno mandato delegazioni, altre durante i funerali si sono fermate. Alla Paracchi una ragazza è salita sul tetto e ha messo la bandiera rossa. Un compagno elettricista, che era nelle SAP, aveva staccato tutti i fili d’allarme perché i fascisti non chiamassero i rinforzi. – «Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi!» – Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne”.” Libera e vera Arduino sono state uccise, trucidate e violentate dai fascisti. Ma la loro memoria viene infangata quotidianamente e con loro la memoria della resistenza. Viene infangata la loro memoria tutte le volte che la resistenza viene ricordata come cosa da uomini, tutte le volte che sentiamo e diciamo che le donne vanno protette perché sono il sesso debole, tutte le volte che viene negato loro (per una pretesa di femminilità) la possibilità di agire violenza, tutte le volte che assecondiamo il dominio patriarcale per comodità, per scelta o per rassegnazione. A Libera, a Vera, a Giorgiana Masi, a tutte le militanti comuniste, femministe e antifasciste dimenticate dalla storiografia e dai movimenti va questa nostra azione: un panuelo rosa per dire che la vostra lotta, la nostra lotta non è finita nel ’45, ma continua oggi insieme a noi contro ogni forma di oppressione e dominio.

Panuelos sul cippo dedicato a Vera e Libera

Intervento sulla trasformazione di ATC – Agenzia Territoriale Casa in fondazione privata, via Moncrivello 1 Siamo qui per dare visibilità al progetto ATC di costituire una Fondazione con le Banche e altri soggetti privati. Un’iniziativa denunciata dalle attiviste e dagli attivisti di Assemblea21, avviata dall’ATC all’insaputa del Comune di Torino, che è il proprietario di quell’ingente patrimonio residenziale e fondiario pubblico e che sulla destinazione e sulla gestione di quei beni ha compiti e responsabilità.

L’intenzione del Consiglio di Amministrazione di ATC – a loro detta – sarebbe quella di associarsi ai privati per “opere di bene” verso i più derelitti ospiti delle case popolari.

Ma non c’è ragione alcuna per costituire una Fondazione pubblico-privato a scopo di ricevere finanziamenti, visto che per statuto basta l’accordo del CdA. Cosa invece può motivare un progetto di Fondazione in partecipazione pubblico privato?

I 30’000 appartamenti del Comune di Torino, affidati alla gestione di ATC, potrebbero in tal modo diventare la polpa di un enorme business immobiliare impostato dagli attuali Consiglieri di amministrazione ATC con le Fondazioni Bancarie che vedrebbe ATC, indebitata fino all’osso, metterci il suo patrimonio e le Fondazioni quei soldi che ATC non ha. Siamo dunque di fronte all’ennesimo tentativo di usare una povertà creata dalla precarizzazione del lavoro e dal depauperamento e privatizzazione del welfare pubblico e per portare avanti un suo ulteriore smantellamento – come nel caso dell’introduzione di una flat tax – o e della sua trasformazione di un sistema di controllo delle nostre vite – ultimo esempio, il cosiddetto Reddito di Cittadinanza.