SALUTE GARANTITA PER TUTTU? MA QUALE SALUTE? E PER CHI?

“Questa è la nostra vera condizione: quella che ci rende incapaci di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. È la condizione che ci è più congeniale e tuttavia quella più contraria alla nostra inclinazione: ardiamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e una base che ci permetta di edificare una torre che si elevi all’infinito; ma le nostre fondamenta scricchiolano e la terra si apre fino agli abissi”.

(Pascal in Pensieri) 

Nelle ultime settimane in molti abbiamo sentito l’esigenza di ragionare intorno al concetto di salute. Parlare di malattia in relazione all’emergenza legata alla pandemia del Covid-19 è diventata una dimensione totalizzante per le nostre vite. Riteniamo importante però partire da una riflessione a riguardo: di quale salute si sta parlando?

La crisi che stiamo affrontando ci mostra con evidenza come attualmente il concetto di salute sia fortemente ancorato ad un’accezione meramente biologica: salute come assenza di malattia.
Uno stato di “benessere” che permette ad un corpo sano – non infetto da un virus – di condurre la propria vita, portare avanti le proprie abitudini quotidiane e rispondere alle incombenze ordinarie. In fin dei conti, un corpo sano il necessario per andare a lavorare…

Mentre la modernità in qualche modo ci fa assumere la complessità, le istituzioni invisibilizzano ciò che non è facilmente risolvibile.  Ormai diamo per scontato che la salute – così come la malattia – sia un costrutto complesso nella sua dinamicità e sistematicità, frutto di processi sociali, culturali, economici e politici dipendenti tra loro.

La concettualizzazione della salute assume questa complessità – almeno in linea teorica – declinandola in uno stato di completo benessere fisico, ma anche psicologico e sociale. Dimensioni imprescindibili le une dalle altre, che però nella quotidianità della vita prescindono eccome.

L’attacco di un virus che sfugge al nostro sapere e la quarantena collettiva che ne è seguita, ci fanno invece interrogare su quanto la condizione umana sia precaria e fallace nonostante la narrazione di un occidente all’avanguardia. Un virus il cui contagio avviene principalmente attraverso il contatto più o meno stretto con una persona malata, che implica l’isolamento, la paralisi relazionale, la fobia sociale.

I sintomi possono risultare impercettibili, la trasmissione brutale, l’incubazione lenta e la prevenzione impossibile: nessun vaccino, solo la condizione umana in tutta la sua precarietà.

La malattia diventa dunque un evento sfortunato che minaccia o modifica irrimediabilmente la nostra vita individuale, e al contempo un disastro collettivo dalle conseguenze difficilmente prevedibili, almeno in parte.

Le misure restrittive necessarie per arginare il contagio richiedono la quarantena, come isolamento forzato nell’ottica di limitare fortemente i movimenti e i contatti delle persone e tra le persone. Sono necessarie prese di posizione da parte delle istituzioni nella direzione di ridurre la probabilità del rischio di infezione e di diffusione del contagio, che devono garantire la salvaguardia della salute collettiva. 

In questa condizione di quarantena necessaria a tutelare la salute, sembra tuttavia che nessuno o quasi si preoccupi della potenziale ed inevitabile esacerbazione della sofferenza psichica. Sofferenza psichica come dimensione strettamente congiunta a quella biologica e sociale. Sofferenza psichica come rischio sistemico – tra i tanti – per le soggettività, le collettività e per gli individui più fragili, oggi più di ieri.

Una distruzione della quotidianità che di fatto interrompe i servizi di base alla persona, servizi socio-assistenziali fondamentali per molti. Facendo cadere nuovamente la responsabilità sui singoli e il peso dell’assistenza sempre di più sulle famiglie, traducendosi in forme di frustrazione incontenibili che possono sfociare in inutili ricoveri coatti.

L’impennata dei  Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) è allarmante, a Torino assistiamo da giorni ad un costante aumento, il dato del 20 marzo nel capoluogo piemontese è di nove TSO, a fronte di una media inferiore ad uno al giorno.

Cosa vuol dire per una persona in cura essere costretta alla reclusione casalinga? Significa vedersi negare il supporto dei servizi sanitari e socio-assistenziali territoriali essenziali, interrompendo di fatto quella continuità terapeutica alla quale non viene data nessuna importanza. Non poter accedere ai servizi e ai centri diurni per disabili non autosufficienti e anziani, utenti psichiatrici minori e adulti, alla riabilitazione estensiva o di mantenimento.


Misure che se da un lato sono senz’altro necessarie per il contenimento del contagio virale e la salvaguardia della salute delle persone fragili, degli operatori e della società tutta, dall’altro dovrebbero tener conto di questa sofferenza sommersa ignorata fino a questo momento, e dai decreti stessi che di fatto non forniscono disposizioni chiare e valide su tutto il territorio nazionale neanche durante un’emergenza.

La priorità, per l’ennesima volta, non solo non viene data alla prevenzione e al sostegno dei soggetti più fragili, ma non viene nemmeno presa in considerazione quell’ottica globale all’interno della quale dovremmo guardare alla salute collettiva.

I centri di salute mentale restano aperti ma solo per situazioni contingenti ed urgenti sospendendo dunque la loro “attività ordinaria”, ogni realtà territoriale ha deciso per sé in base a disposizioni regionali, dei dipartimenti di salute mentale o dei singoli direttori sanitari.

Molte realtà hanno sospeso le attività per impossibilità di adottare i necessari dispositivi di sicurezza, mentre altre hanno continuato a garantire servizi di cura e assistenza sia nei servizi che a domicilio dei pazienti con le adeguate precauzioni.

Parecchie strutture residenziali per anziani e disabili sono state letteralmente chiuse con i pazienti e gli operatori dentro, vietando le periodiche visite o i ritorni presso il domicilio. Misure restrittive confusionarie e contraddittorie, nella totale incapacità di definire misure adatte ad attenuare l’impatto di un’emergenza.

Come riportato in un articolo di Napoli Monitor, la stessa Gisella Trincas, presidentessa dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, sottolinea: “Siamo fortemente preoccupati da una situazione che potrebbe essere fuori controllo. I servizi di salute mentale già soffrivano di una condizione di grande fragilità e disomogeneità sia nella organizzazione dei servizi che nelle pratiche operative. Nella situazione attuale in cui le persone fragili devono essere semmai maggiormente sostenute, questo comportamento oltre che inaccettabile è ad alto rischio per la salute dei cittadini”.

Tutto questo però è frutto di determinate scelte politiche, che hanno portato a drastici tagli per il sistema sanitario pubblico nazionale, ad un modello che ha visto una crescente ibridazione tra pubblico e privato, sempre a favore di interessi economici e a scapito della salute pubblica. La sanità è diventata sempre più di competenza regionale, espandendo un fenomeno a macchie di leopardo che ha messo a dura prova le realtà territoriali e la loro organizzazione.

In linea con questa tendenza le misure di contenimento del virus, atte alla salvaguardia della salute biologica di tutt@, o quasi – pensiamo alle e agli operai delle filiere non fondamentali – sono finite per peggiorare la condizioni di vita di chi già prima della pandemia si ritrovava nella condizione di dover ricevere e dare le cure.

Come ha sostenuto l’altro giorno David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi: “Non si può pensare che gli aspetti psicologici continuino ad essere affidati al volontariato o alla mobilitazione generosa di tanti psicologi o alle tasche dei cittadini, peraltro sempre più vuote. […] Occorre da subito potenziare e mettere a sistema ciò che esiste in modo tale che emergenza sanitaria e psicologica trovino una comune e coordinata strategia. Tenendo conto che l’emergenza psicologica avrà caratteri strutturali e conseguenze non brevi che vanno messe in conto”.

Senza una reale salvaguardia dei servizi di cura e assistenza alla persona c’è il reale rischio che il contenimento del virus faccia slatentizzare disturbi finora tenuti sotto controllo e mandi in burn-out chi di loro si occupa.

L’impatto psicologico della quarantena forzata, che prevede un deterioramento della salute mentale, la riduzione dei rapporti sociali e la perdita della solita routine vanno ad influire su angoscia, insicurezza e senso di impotenza. Senza dimenticare che le perdite finanziarie derivate dalla quarantena sono considerate un fattore di rischio rilevante per lo sviluppo di disturbi psichici. 

Comportamenti di evitamento e paranoici si diffondono, e le emozioni si amplificano. Far fronte ad una pandemia globale implica la paura di morire, di perdere i propri cari, del contagio, delle restrizioni della libertà, della povertà, della solitudine e della noia.

La paura gioca da protagonista, un meccanismo di difesa ad un pericolo esterno adattivo che può risultare disfunzionale se non viene correttamente canalizzato: la paura è senza alcun dubbio il vettore del cambiamento ma questo cambiamento può far sì che io mi occupi della mia paura o che me ne preoccupi.

Questa differenza sottile, riportata da Luigi d’Elia nel suo articolo sulla pandemia come Trattamento Sanitario Obbligatorio collettivo, implica una distinzione sostanziale: in un caso mi permette di adottare le misure necessarie a ridurre la probabilità del rischio di ammalarmi, a selezionare informazioni ufficiali e prendere precauzioni sensate, dall’altro vengo divorato in una voragine di angoscia che direziona i miei comportamenti verso tutto ciò che non è funzionale, anzi il più delle volte deleterio.
Tuttavia la reazione può altresì consistere in meccanismi di difesa che permettono di ergere dei muri attorno alle paure provate così da aver maggior controllo su di esse, negandole o direzionandole altrove.

Questa forma di schermatura dal reale, sfocia anche nel cinismo di alcune posizioni, provenienti per esempio dai vari Johnson, Bolsonaro, Confindustria e Confcommercio, difensive dello stile di vita neoliberista.

Uno stile di vita emblematico di un sistema economico e politico che mal distribuisce le proprie risorse, che è ancora fortemente restio ad assumere – per le concezioni di salute e malattia, ma non solo – un modello realmente bio-psico-sociale all’interno di un’ottica proattiva di prevenzione e promozione della salute.

E così lo stile di vita precede la vita stessa, nella totale incapacità di assumere che senza salute mentale non possa esserci salute. L’ennesima negazione che sostiene il realismo capitalista.

  • Illustrations of mental illness and disorders by Shawn Coss