COMPAGNA E SORELLA, DISTRUGGIAMO IL SISTEMA!

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.

L’8 marzo è arrivato. Ancora una volta oggi ci ritroveremo per contarci e per lottare insieme. Non può esserci momento migliore di questo per chiederci che strumenti abbiamo per le mani e come vediamo il mondo che vogliamo costruire. Questo è un testo bellissimo e urgente, scritto da una donna la cui memoria ci accompagnerà sempre. Sehid Ceren Güneş, internazionalista turca morta combattendo sul fronte di Tell Tamer in Rojava pochi mesi fa contro l’invasione dell’esercito turco-jihadista. Era comandante dell’IFB, International Freedom Battalion ovvero il gruppo militare internazionalista ricreato per resistere all’offensiva turca accanto ad altri gruppi come le YPG/YPJ, ed era una compagna femminista che come tante altre aveva lasciato tutto per dedicarsi interamente alla lotta per difendere la rivoluzione femminista, ecologista e socialista in Siria del Nord. Questo testo parla di tante cose che ci riguardano da vicino come femministe, che ci premono ogni volta che ci chiediamo come agire per combattere la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, ogni volta che ci contiamo sperando di non aver perso nessuna per strada, ogni volta che ci sentiamo impotenti e sole anche quando siamo insieme. Per Ceren e per le sue compagne, di fronte alla violenza del sistema che subiamo ogni giorno l’unica risposta può essere la contro-violenza delle donne, non solo come strumento di autodifesa ma come percorso necessario per costruire un mondo nuovo.Non dobbiamo dimenticare che la testa e l’anima che ha saputo scrivere queste parole non esiste più, e non per cause provvidenziali ma perché una mano precisa ha causato la sua morte, la stessa mano che opprime le donne e le soggettività non conformi in tutte le parti del mondo, quella del fascismo e del patriarcato. Ceren è morta ma le sue idee sono le nostre: è nostro dovere assumerle, ricordarle e anche dibatterle, ancor di più in una giornata come questa.
Facciamo sì che queste parole viaggino per il mondo, attreversino le frontiere e gli Stati che ci opprimono come li attraversa la lotta femminista internazionalista che ci unisce tutte nello stesso respiro.

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema


Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte.1

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul2. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne3. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa. 

Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.

Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente. 

Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 

Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione. 

Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne

Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne. 

La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 

Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo. 

Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.

È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata. 

Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare. 

Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa. 

Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico. 

Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale

Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.

Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.

Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali. 

E oggi…

Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…

Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:

Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”


Ceren Güneş4 – 30 settembre 2019

1 Da Etica Hacker, Pekka Himanen

2 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.

3Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN

4 La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).

Dentro la lotta dei pastori: un contributo dalla Sardegna.

Pubblichiamo un contributo da una nostra compagna. Dalla Sardegna un report del blocco che i pastori sardi stanno portando avanti contro le grandi industrie casearie!

15 febbraio. Sono le 4.30 del mattino al porto di Arbatax. È ancora buio e nell’aria fresca e limpida si vedono distintamente le luci e la sagoma della nave che ha appena ormeggiato in banchina. È una grande nave proveniente da Civitavecchia, una delle tante che trasportano prodotti alimentari importandoli in Sardegna dall’Italia e da altri Paesi.

I pastori iniziano a radunarsi presso il muro e le finestre cieche della Stazione Marittima, edificio costruito trent’anni fa che avrebbe dovuto essere la punta di diamante del Borgo marinaro di Arbatax, mai inaugurato e oggi in stato di totale abbandono, in attesa di un finanziamento regionale di 400mila euro che tarda ad arrivare. I pastori sono più di quaranta e sono arrivati da ogni parte dell’Ogliastra. Alcuni di loro sono giovanissimi.

I carichi provenienti da porti italiani arrivano la mattina molto presto, ed è necessario bloccarli direttamente all’uscita del porto, prima che raggiungano le strade provinciali e vengano immessi nel circuito della grande distribuzione. Tutti i pastori, dopo il blocco, all’alba, torneranno ai rispettivi paesi perché “is signorinas”, come un pastore chiama scherzosamente le sue bestie, hanno bisogno di essere munte ogni giorno, mattino e sera. Anche le pecore iniziano a risentire della lotta: alcuni pastori, che producevano 100 litri di latte al giorno, raccontano di essere scesi a 90 litri. Una perdita molto consistente, causata dalla lontananza dei pastori dal gregge per poter presidiare le strade, i porti e le aziende individuate come strategiche; come il caseificio Pinna di Thiesi (leader del settore industriale caseario in Sardegna, con un fatturato di 50 milioni e una consolidata presenza nei mercati nazionali e internazionali, in particolare negli USA) dove un presidio permanente blocca da sette giorni tutte le fasi del processo produttivo.

 

Quello del pastore è un lavoro durissimo che richiede grandi sacrifici, non prevede giorni di vacanza o di malattia, non ha tutele e in Sardegna, ormai da decenni, è sancito dalla negoziazione al ribasso del prezzo della materia prima, gestito dalle aziende che comprano il latte, lo rilavorano e immettono il prodotto finito sul mercato guadagnando più del doppio rispetto alla spesa iniziale. Anche la trattativa con le aziende organizzata da Salvini al Viminale è fallita. Gli industriali hanno offerto 0.72, molto lontani dall’euro più IVA al litro che i pastori chiedono. Ieri l’incontro industriali-allevatori aperto dal ministro dell’Agricoltura Centinaio si è concluso con la decisione di stabilire una tregua di tre giorni dalla mobilitazione, durante la quale i pastori valuteranno quest’ultima proposta. Questi lunghi giorni di faticosi blocchi e presidi hanno mostrato agli occhi del mondo intero le schifose dinamiche di sfruttamento del mondo agropastorale da parte di un sistema economico che su di esso si regge, nonché l’impossibilità umana di poter continuare a produrre a queste condizioni; la risposta delle aziende, trincerate dentro le loro torri d’avorio, è di un aumento di dieci centesimi rispetto al prezzo stabilito. Dieci centesimi: questo è quanto valgono la vita e il lavoro di migliaia di uomini e donne.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento

Da lontano vediamo le guardie aprire il cancello e i primi mezzi uscire dal porto e dirigersi verso di noi: auto private, un paio di passeggeri a piedi con le valigie. Alcuni autisti, passando, rivolgono ai pastori cenni di saluto, sorrisi e brevi grida d’incoraggiamento. Qualcuno ha aperto una grande bandiera con i quattro mori e la tiene sollevata. Il primo furgone viene bloccato, aperto, i bollini controllati: dentro ci sono verdure, e si decide di permettergli di proseguire. Nel frattempo un’automobile dei carabinieri ha parcheggiato dietro l’angolo e un agente si dirige verso il gruppo di pastori, la maggior parte dei quali si muove con il volto completamente scoperto. Il secondo furgone viene bloccato e aperto: si scopre vuoto e viene fatto ripartire.

Il terzo camion mostra il carico più interessante. È a doppia cella, rispettivamente frigorifera e per il surgelamento. I pastori riescono ad aprire solo la cella frigorifera e la trovano piena fino all’orlo di carne impacchettata: polli, tacchini, agnelli. Qualcuno controlla la provenienza nei bollini: India, Pakistan. Mentre si decide il da farsi, una volante della polizia parcheggia a qualche metro di distanza dal furgone e due poliziotti si avvicinano al blocco. Uno di loro tocca in modo brusco il volto di un pastore che indossa il passamontagna e gli chiede perché se lo sia messo. Un altro si frappone tra i pastori e il furgone e chiede loro aggressivamente: “È carne! Vi interessa!?” Ma evidentemente a lui non interessa la risposta perché subito dopo tira fuori il telefonino e inizia a riprendere  la scena, puntando la luce sul volto dei presidianti. Il portellone viene richiuso, il furgone viene fatto ripartire.

Il timore delle ripercussioni legali c’è ed è molto sentito in un territorio in cui la mano della legge ha sempre pesato duramente e le forze dell’ordine sono guardate con diffidenza e malcontento. Una denuncia e la minaccia del carcere non sono poca cosa, soprattutto per chi vive in condizioni economiche precarie e non può prendersi il carico di nessuna spesa processuale. Per questo alcuni pastori indossano il passamontagna, altri si coprono il viso con sciarpe e cappucci; ma la maggior parte è a volto scoperto, perché c’è la percezione fortissima che si tratti di uno sciopero corale, una protesta che coinvolge la Sardegna tutta e le comunità di cui i pastori fanno parte.

Sappiamo che dentro il porto è rimasto ancora un furgone con un carico di prodotti agroalimentari, probabilmente verdure, ma i cancelli vengono richiusi e nessun altro automezzo viene più fatto uscire. Più tardi scopriamo che il porto mercantile rimarrà chiuso per tutta la giornata: temono di non riuscire ad eludere la sorveglianza dei pastori, che questi intercettino i camion e gettino il carico per strada. C’è tra i pastori la consapevolezza della propria forza collettiva, di come finalmente la paura stia cambiando campo e che gli industriali stiano iniziando a temere seriamente i blocchi e le perdite economiche che da essi derivano. Questa mattina non si è ottenuto niente ma al prossimo blocco l’organizzazione migliorerà. Ci sono vedette e osservatori in ogni angolo del territorio, che tengono alta l’attenzione, lanciano i presidi e mantengono i contatti con gli altri pastori.

La protesta dei pastori sardi. ANSA/FABIO MURRU

Ci si coordina a livello provinciale e regionale grazie ai gruppi Facebook e alle chat su Whatsapp. Le chiamate per i blocchi sono ormai frequentissime e solitamente arrivano poche ore prima o la notte prima del blocco; questa chiamata in particolare ci è arrivata ieri notte e avvisava di un carico di latte e carne proveniente dal continente che doveva essere intercettato e controllato.  Le nuove tecnologie permettono questo tipo di coordinazione e la gestione di una lotta popolare che rifiuta qualsiasi tipo di rappresentanza o di organizzazione dall’alto.

Si depit sciri ca sa genti giai iddu est, dice un pastore: Si deve sapere che la gente c’è. Anche qui in Ogliastra, un’ex provincia storica isolata dalla mancanza di collegamenti, vessata da anni di cattiva amministrazione, spopolata dall’emigrazione giovanile e dalla disoccupazione, la gente c’è. La cosa bellissima di questa lotta, che la distingue da tutte le precedenti, è che per la prima volta is giovunus mutint is babus: i giovani chiamano i padri, dicono loro di lasciare il gregge e di andare a presidiare le strade. I padri dicono: ma noi l’abbiamo già fatta anni fa questa lotta, e non è servita a niente. E i figli rispondono: Imoi est un atra cosa. Custa est s’ora. Ora è diverso, è arrivato il momento.

Questa volta is pastoris ant pediu de azerai is sindacaus: hanno chiesto di cancellare i sindacati. Numerosi sono infatti i contrasti con la Coldiretti così come con l’MPS, Movimento Pastori Sardi che si era assunto la gestione delle trattative con i politici nelle lotte dei pastori di dieci anni fa, conclusesi con un nulla di fatto, che adesso sono stati completamente delegittimati dai pastori stessi.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

Il rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza, e quindi la cancellazione del passaggio intermedio di interlocuzione con i politici, si accompagna stavolta ad un attacco diretto alle aziende. Queste sono nelle mani di padroni e padroncini che fanno parte di un élite economica e sociale che, assumendo il controllo su di sé, può ottenere profitti altissimi abbassando il costo della materia prima o procurandosene scadente (ad esempio, il latte in polvere): infatti ci sono dei casi in cui gli stessi proprietari delle aziende che forniscono prodotti a marchio D.O.P. sono poi le stesse persone che si occupano della certificazione dei prodotti D.O.P., come i fratelli Andrea e Pierluigi Pinna della già nominata azienda di Thiesi nel sassarese che sono rispettivamente presidente del Consorzio di tutela del Pecorino sardo e consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità del formaggio.

L’Antitrust ha aperto un’istruttoria nei confronti del Consorzio e di 32 imprese di trasformazione ad esso aderenti, tutte con sede in Sardegna, per verificare se abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte sardo di pecora destinato alla produzione di pecorino romano D.O.P. al di sotto dei costi medi di produzione. Ma il problema non è puntuale o vertenziale, bensì di tutto il sistema. È evidente la matrice anticapitalista di questa mobilitazione popolare, che punta il dito sul fallimento completo del sistema economico liberista e sulla ribellione come unico possibile vettore di cambiamento.

La produzione agropastorale è il cardine dell’economia di tutta la Sardegna, eppure la sua svalutazione ha fatto sì che si siano persi perfino gli strumenti per ragionare politicamente su di essa.

“C’è chi dice che i pastori stessi dovrebbero produrre il formaggio” racconta una pastora. “A parte il fatto che legalmente non possono farlo, ma perché dovrebbero? Il problema è una mancanza totale di conoscenza su come funziona la produzione nel settore agropastorale e che la specializzazione di un pastore non è la stessa di un produttore caseario. Il pastore è specializzato nella produzione di latte. Perché la soluzione dovrebbe essere obbligarlo a fare un lavoro che non gli compete?”

 

La lotta dei pastori è una lotta popolare di tutte e tutti, perché molte sono anche le pastore, così come le persone solidali in una ribellione che sta muovendo la società tutta. La battaglia non è più solo sul prezzo del latte ma si sta estendendo a tutti i settori agropastorali: latticini e prodotti caseari, frutta, verdura, bestiame.

Alle 7 del mattino di oggi era previsto anche un blocco nel porto di Golfo Aranci, organizzato dai porcari per intercettare e controllare un carico di maiali vivi proveniente dal continente.  Il controllo della merce funziona con la lettura del bollino, dove è indicata la provenienza e la destinazione del prodotto: se i maiali sono destinati alla macellazione e alla vendita diretta, i porcai si approprieranno del carico. In questo momento si sta anche svolgendo un’assemblea regionale a Pratobello.

Pratobello, località nelle campagne di Orgosolo in cui, esattamente cinquant’anni fa (il 19 giugno ricorre l’anniversario) un’altra rivolta popolare, antimilitarista, si oppose all’occupazione dell’esercito italiano e impedì che nei terreni di pascolo sottratti ai pastori venisse impiantato un poligono di tiro permanente. Oggi come allora, le comunità trainano la ribellione.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

I pastori non vogliono parlare di ministri, dei partiti o dei vari politicanti che si sono schierati pubblicamente a loro favore negli ultimi giorni. Hanno individuato una rivendicazione comune per la quale hanno posto una forte rigidità ovvero il rifiuto di qualsiasi contrattazione al ribasso, e ritengono che il dialogo con la politica debba servire solo nella misura in cui è strumentale per raggiungere quest’obiettivo. I pastori sanno bene che l’interesse dei politici è subordinato alle elezioni regionali previste per il 24 di questo mese e che ogni sigla partitica vuole mettere il cappello sulla loro battaglia per ottenere un tornaconto in termini elettorali.

Questa lotta popolare è nata da singoli lavoratori che si coordinano dal basso e rifiutano qualsiasi tipo di rappresentanza sindacale perché hanno fatto esperienza dell’inutilità della gestione tramite delega, e sono, piuttosto, consci della capacità della rappresentanza di spegnere la forza della lotta collettiva, chiudendola nelle stanze dorate della politica e consegnando il potere di una mobilitazione comune nelle mani di singole persone: e il potere nelle mani di singoli si trasforma in favoritismi, omertà, interessi personali, corruzione.

Questi lavoratori disillusi nei confronti della politica e fermi nell’opporsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione della propria lotta da parte dei potenti; che si coordinano a livello territoriale, nelle comunità in cui vivono e che attraversano, passandosi le notizie l’un l’altro, bloccando le strade nel cuore della notte, aprendo i camion e rovesciando quel latte frutto del loro lavoro – così come il latte, la carne, le verdure surgelate e importate dall’estero che formano le trame di un’economia di libero scambio che soffoca la piccola produzione e riduce alla fame il settore agropastorale locale – questi lavoratori perfettamente consapevoli della portata collettiva dello sciopero, che sono nati e cresciuti in un territorio abbandonato, sfruttato e vessato dalle industrie e dallo Stato italiano, inquinato dalle basi militari, schiavizzato dal turismo di lusso massificato, privato dei suoi mezzi di sostentamento; questi pastori che parlano la loro lingua con naturalezza sebbene non l’abbiano mai imparata nelle scuole e nonostante in Italia vi sia ancora chi la considera un dialetto: questi lavoratori che sono l’”altro”, il marginale, l’ultimo gradino della catena di produzione dell’ultima comunità dell’ultimo territorio sono la scintilla di una fiamma che sta divampando.

Da questa esperienza di un popolo intero che solidarizza e si unisce contro i soprusi dei potenti, ogni lotta che si dica anticapitalista dovrebbe prendere esempio.

Ainnantis sa lota de is pastoris!