Sul Maria Adelaide. Salute, emergenza sanitaria e cambiamento sociale.

Oggi 7 aprile ricorre la giornata mondiale della salute.
Una ricorrenza che la pandemia di covid19 carica di significati e riflessioni sempre più urgenti. Riflessioni che sentiamo l’esigenza di condividere e rilanciare.

Mentre le ex Officine Grandi Riparazioni vengono trasformate in “ospedale da campo” con 100 nuovi posti letto di terapia intensiva e si ipotizza di fare lo stesso al Lingotto, assistiamo all’esplosione delle tante contraddizioni accumulate dal sistema sanitario regionale negli ultimi decenni.

Partiamo dall’Amedeo di Savoia, ospedale che avrebbe dovuto essere chiuso e che ora invece è diventato la “prima linea” contro l’epidemia per tutta la provincia. All’Amedeo è stato individuato il paziente 1, vengono praticati circa la metà dei test virologici dell’intera Regione e sono stati velocemente raddoppiati i posti letto, raggiungendo quota 100, come alle OGR. Come hanno titolato molti giornali, l’ospedale di corso Svizzera avrebbe, in teoria, dovuto essere chiuso, causa tagli e razionalizzazioni, con molti reparti già trasferiti ed altri in fase di trasferimento. Per fortuna il processo di smantellamento non è stato portato a termine nei tempi previsti e alla città è rimasto un presidio fondamentale, anche nella lotta contro il coronavirus.
È bene ricordarsi che se l’Amedeo di Savoia è ad oggi aperto è solo grazie ad un caso fortuito.

Spostandosi un po’ a sud il nostro sguardo è finito rapidamente sul Maria Adelaide.

Foto dall’internet

Nonostante in queste settimane le attività di Manituana siano state sospese, non abbiamo abbandonato il quartiere in cui tanti e tante di noi abitano, vivono e lavorano. Soprattutto, non abbiamo dimenticato le contraddizioni che il quartiere continua a vivere e che l’emergenza sanitaria ha fortemente acuito. Su tutte, la mancanza di un presidio sanitario importante.

La riapertura dell’ospedale, in queste settimane, è stata chiesta da quegli stessi politici che ne auspicavano la vendita (si parla di febbraio 2019, la chiusura risale al 2016) in cambio di pochi milioni di euro da investire in apparecchiature mediche.

La sua chiusura, contrastata tanto dal personale sanitario che ci lavorava quanto dai cittadini, rappresentò un perfetto esempio di svendita del patrimonio sanitario pubblico per far cassa e favorire la concentrazione dei servizi sanitari nel mastodontico progetto di Città della salute.

Il tutto con il patrocinio di quel centrosinistra che ora rilancia petizioni per chiederne la riapertura, alimentando ancora una sterile polemica, circoscritta a soli membri di partito. Difficile distinguerli dalla controparte, il centrodestra di Alberto Cirio.

Pensiamo per esempio all’ospedale di Verduno, aperto in un tripudio mediatico, senza far alcun cenno ai limiti strutturali, già stati affrontati sulle pagine dell’Espresso nel 2013, e la cui costruzione e apertura a beneficio di telecamere difficilmente potranno risolvere i problemi della sanità del basso Piemonte, falcidiato dalla chiusura, ad esempio, dell’ospedale di Alba, passata invece sotto silenzio.

Lo stesso si pensi anche per il Maria Adelaide, la cui riapertura è stata infine rilanciata (e dire che per la maggioranza in consiglio regionale non era fattibile fino alla settimana scorsa!) per accogliere in via emergenziale le persone senza fissa dimora positive o malate di covid19, dopo che i dormitori comunali, in condizioni di rischio per operatori e operatrici oltre che per ospiti, hanno fatto da incubatori del contagio. A emergenza finita cosa accadrà a queste persone? Verranno ributtate in strada a tirare a campare? E cosa accadrà del Maria Adelaide? Verrà richiuso?

Il nostro Paese si è trovato a dover affrontare un’emergenza sanitaria devastante e improvvisa. Il cigno nero che si pensava inesistente si manifesta ancora oggi e il sistema sanitario si è trovato per quasi un mese tutt’altro che pronto a fronteggiarlo.
Di fronte a questa situazione, è quanto mai necessaria un’analisi critica che sappia chiarirne le responsabilità politiche: essa è pura e semplice conseguenza di come sono state gestite fino ad adesso la formazione del personale, gli investimenti nella ricerca di base, l’organizzazione, o meglio la distruzione, del comparto sanitario e delle sue strutture.

Seguendo una logica improntata alla razionalizzazione, all’economicità, alla sistematica demolizione di un sistema sanitario che è frutto delle lotte sociali del passato siamo arrivati a dover contare un impressionante numero di morti e malati, anche e prima di tutto tra il personale sanitario, di persone colpite nella propria salute fisica e psicologica, nei propri affetti, come mai avremmo pensato fosse possibile.

Su tutto pesa l’egoismo di quei decisori politici che piangono miseria e rivendicano azioni dovute e tardive come se fossero grandi atti di eroismo.

Non possiamo inoltre non guardare con disgusto alla santificazione di quel personale medico sanitario nella realtà è invece fondamentalmente abbandonato a se stesso nella gestione della crisi. Se c’è qualcosa nell’epidemia che assomiglia ad una guerra è il trattamento riservato a chi si trova ad operare in condizioni di grave depauperamento: li chiamano eroi mentre li mandano al macello.

Puntiamo dunque il dito contro chi per anni ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, riducendo il personale e rendendolo precario, tagliando gli stipendi, chiudendo strutture all’avanguardia e presidi territoriali, disinvestendo e stornando fondi essenziali. Semplicemente, non sono state ascoltate le voci di chi metteva in guardia dal liberalizzare e introdurre dinamiche aziendali in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Uno striscione sul Maria Adelaide, un paio di settimane fa

Tornando al Maria Adelaide, chiediamo con forza che esso venga riaperto e non solo rispetto alla situazione emergenziale. Vogliamo che torni a fornire prestazioni mediche essenziali e di qualità, nell’ottica di riattivare presidi sanitari diffusi sul territorio.

Inoltre, vorremmo riuscire ad ampliare la riflessione e guardare alla pandemia non come una crisi momentanea, ma come un evento che si ripeterà: quante ondate di ritorno del Covid-19 avremo, o quali nuove malattie ci troveremo ad affrontare?

La situazione in cui ci troviamo oggi non è un caso o una fatalità ma è diretta conseguenza di quanto fatto e deciso in passato, errori che non dovremo più ripetere in futuro.

Cosa ci dice questa crisi del nostro presente?
Stanno emergendo in maniera sempre più drammatica le condizioni insostenibili in cui versano le persone disabili e i loro familiari, le donne che vivono situazioni di violenza domestica e i loro figli e figlie, le persone affette da disturbi psicologici e psichiatrici o da patologie pregresse.

Tutte situazioni che non si risolveranno col finire della crisi, ma che anzi andranno ad aggravarsi ed esploderanno, trascinando con sé altri nuclei familiari.
Inoltre, la sospensione di moltissimi esami di screening, dei controlli e servizi di routine, come impatterà sul sistema sanitario?

Passata l’emergenza ci si troverà di fronte ad un sovraccarico generale del già precario e oberato SSN e di chi vi lavora e, senza un’accurata prevenzione, moltissime persone si troveranno ad affrontare malattie diagnosticate in ritardo.
Tutto questo richiederà, come minimo, che le strutture predisposte per la pandemia da Coronavirus rimangano aperte e vengano implementate e rafforzate.

Ma non sarà sufficiente. La dura messa alla prova del SSN e la velocità con cui invece si sono moltiplicati posti letto indicando chiaramente che dopo l’emergenza non sarà possibile continuare con le politiche di tagli e chiusura degli ospedali, ma si dovrà invece intraprendere la strada opposta. Anche mantenendo e riaprendo i presidi diffusi sui territori.

Non ci si potrà più nascondere dietro la creazione di grandi poli sanitari, fondamentali ma non sufficienti a rispondere alle esigenze della popolazione. La prevenzione e la cura diffusa saranno strumento indispensabile per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute, sia fisica che psicologica.

A prescindere dall’appartenenza politica poi,  sia il centrodestra che il centrosinistra continuano a operare nell’ottica dell’emergenza, accentuando i toni propagandistici e distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo, contestualmente alla richiesta di riaprire l’Ospedale Maria Adelaide, vogliamo sottolineare l’importanza che rivestono gli ospedali delle Valli e nelle piccole cittadine, da anni sotto attacco e che in alcuni casi sono stati chiusi. La creazione di poli di eccellenza non può più escludere il mantenimento di strutture sui territori, che non vanno abbandonati a se stessi


Oltre a voler prendere parola, vorremmo che si avviasse un confronto pubblico, ora necessario più che mai. I tempi e i modi di questo confronto sono ancora tutti da immaginare, e vorremmo immaginarli insieme.

Abbiamo appreso infatti con preoccupazione delle dichiarazioni del Presidente della Regione sulle nuove restrizioni che intenderebbe porre in essere. Ad Alberto Cirio, il 25 marzo e ancora a inizio aprile, è bastato un giro in macchina per confermare la sua sensazione. “Venendo a Torino ho visto ancora troppa gente in giro”.

Ci chiediamo fino a quando si vorrà dispiegare l’esercito nelle strade, al netto di tutto attraversate da persone che, com’era prevedibile, sono attente al rispetto del distanziamento sociale, essenziale nella fase iniziale di ogni epidemia per tutelare la salute propria e delle e dei propri cari.

E fino a quando si vorrà ricorrere ai contatti personali tra politici, imprenditori e militari?
Ricordate le mascherine prodotte dalla Miroglio di Alba grazie all’intervento del governatore? Nei reparti ospedalieri non si sono viste. E la realizzazione dell’ospedale da campo alle OGR, frutto di un accordo personale tra il governatore e il genio dell’aeronautica militare?

Chi governa la crisi procede secondo i propri gusti personali, ansioso di farsi notare e senza capacità di pianificare e coinvolgere la popolazione e chi lavora in ambito sanitario.

Cittadine e cittadini, così come medici, infermieri, operatori e personale sanitario, che, nonostante chiedano maggiore attenzione e più investimenti nella sanità pubblica, sia in ottica emergenziale che per il futuro, non ricevono risposte.

I vari piani di realizzazione della Città della salute vanno nella direzione di una sanità sempre più concentrata geograficamente, a scapito dei servizi territoriali. La sanità viene venduta pezzo a pezzo alle fondazioni private per le quali la salute è una merce e che in queste settimane cercano di ingraziarsi il favore del pubblico mettendo a disposizione qualche posto letto. Il libero accesso alle professioni sanitarie è ancora contingentato dal numero programmato, che non viene messo in discussione nonostante sia evidente la logica autodistruttiva, classista ed elitaria alle sue origini.

Quando invece si interverrà per aprire nuove assunzioni, nuovi presidi sanitari sul territorio, nuovi e più larghi criteri di reclutamento del personale, la fine delle esternalizzazioni dei servizi e la fine della precarietà?

L’interno del Maria Adelaide in uno scatto di Samuele Silva

Non possiamo accettare che una tematica così importante e così sentita nel nostro quartiere, nella nostra città e nella nostra regione venga ancora ignorata.
Non si possono più avallare la dismissione e poi la svendita – o peggio ancora, l’abbandono- di ospedali come il Maria Adelaide, ad oggi chiuso ma per cui, oltretutto, si spendono decine e decine di migliaia di euro l’anno per il servizio di vigilanza di un edificio vuoto.
Crediamo che non si possa risolvere un problema che ha visto l’attivazione – anche se per ora comprensibilmente confinata alla sfera del digitale – di migliaia di persone, con qualche dichiarazione di parte.

Le reazioni a caldo dei politici sull’opportunità e sulla fattibilità non bastano. Anche alla luce dell’emergenza sanitaria in atto crediamo sia necessario ripensare il coinvolgimento della popolazione su questo tema.

Non possiamo più pensare di delegare a una ristretta cerchia di membri di partito il dibattito. Questo dev’essere portato a tutti i livelli della società. Il confronto pubblico che chiediamo va in questa direzione: le decisioni sulla sanità devono tornare patrimonio pubblico e non possono più essere subite in silenzio senza potervi incidere né partecipare.

Se le competenze tecniche sono essenziali è altrettanto essenziale che quelle competenze vengano condivise e che favoriscano una presa di parola e riflessione collettiva.


Le politiche sanitarie, intese come parte dell’organizzazione della società, devono tessere patrimonio della comunità. Questo è il nostro invito: con ogni mezzo possibile e necessario, prendiamo collettivamente parola per ogni servizio sospeso, per ogni ospedale chiuso!

TU CHIAMALI, SE VUOI, “SGOMBERI SOFT”

Nel mese di maggio 2019 la giunta comunale ha deliberato l’approvazione di un nuovo regolamento dei beni comuni per la città elaborato con la collaborazione del professor Ugo Mattei dell’università di Torino, che, prima di diventare ufficiale a tutti gli effetti, dovrà essere approvato dal consiglio comunale.

Negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, abbiamo visto concretizzarsi e prendere forma diversi tasselli di un progetto più complessivo di trasformazione della città. Alcuni sono falliti, come le Olimpiadi, altri vanno avanti, altri ancora come il Balon vedono tutt’ora in atto forme di resistenza.

Intanto vengono annunciate dalle pagine dei giornali le prossime aree papabili per nuove trasformazioni. La lunga mano della speculazione, dopo Porta Palazzo e Aurora, guada il Po e si allunga sul pre-collina e, di nuovo, sul parco Michelotti. Infine risale la corrente verso il Valentino appena liberato dal Salone dell’Auto e agguanta anche la vecchia Porta Susa.

In parallelo si sono concretizzate e proseguono le privatizzazioni delle ex municipalizzate come Iren, GTT, Smat, con un aumento dei costi e un peggioramento dei servizi. Una continuità neoliberista nella gestione della città in cui si faticano a rintracciare le differenze tra l’attuale amministrazione comunale e quelle precedenti.

Quello che ci troviamo ad affrontare è un processo di trasformazione in atto da anni e che alcune persone definiscono gentrificazione. Nella nostra città ha assunto nel tempo forme sempre più raffinate, affiancando, ovunque necessario, interventi istituzionali e polizieschi che sostenessero o peggio ancora che attivassero processi di allontanamento delle persone dai quartieri in cui vivono. 

Questi sgomberi in alcuni casi, come l’Ex-MOI, hanno raggiunto l’obiettivo senza eccessiva difficoltà, in altri, come l’Asilo di via Alessandria, trovando resistenza, hanno dovuto mostrare il loro vero volto e tutta la loro violenza. In ogni caso sono serviti a fare spazio a nuove speculazioni finanziarie e immobiliari.

Ultimo pezzo di questo puzzle la Cavallerizza, quasi interamente sgomberata senza colpo ferire, consegnando quegli enormi e magnifici spazi alla speculazione di Cassa Depositi e Prestiti, con cui la sindaca aveva stipulato un patto d’acciaio ad inizio settembre. Dopo l’ennesimo incendio doloso, scoppiato sotto la pioggia battente di ottobre, la macchina mediatica si è messa rapidissimamente in moto, affiancata fin da subito da Questura e Prefettura. In parallelo l’assessore Iaria rabbonisce gli animi della parte più malneabile degli occupanti, gli “artisti”, che, con una delegazione capitanata dall’ex vicesindaco Montanari e dal prof. Mattei, firmano un accordo sul nulla con il comune e la prefettura, dando il via libero allo sgombero definitivo. Le voci contrarie all’accordo semplicemente vengono zittite non concedendo spazio nelle assemblee e nelle delegazioni.

Così il 19 novembre la sindaca Appendino ha potuto brindare all’ennesima promessa elettorale non mantenuta, ovvero non privatizzare il complesso, insieme alla solita cricca di speculatori formata da banche, fondi immobiliari e costruttori/benpensati da sempre avversi alle occupazioni. Si è fatta marcia indietro sull’uso civico e sulla volontà di toglierlo alla società di cartolarizzazione CCT, a cui l’aveva ceduta l’amministrazione Fassino con un’operazione appoggiata e finanziata da Banca Intesa e Unicredit. Alla collettività rimangono le briciole, resta pubblico soltanto il 14% dell’intera area.

Una delle voci che si sono levate dalla Cavallerizza per contrastare la narrazione rose e fiori di quanto stava avvenendo, è stata quella dei e delle riders. La resistenza allo sgombero delle lavoratrici e dei lavoratori del food delivery ha rotto il silenzio e l’omertà su quanto stava accadendo, restituendo almeno in parte un’altra versione dei fatti: quella di uno sgombero coatto, che ha messo in campo diversi tipi di violenza per ripristinare il potere di banche e fondazioni sulla città, terminato infine con il dispiegamento della celere.

Il tentativo di media e istituzioni di raccontare la resistenza di Casa Rider come negativo non ci stupisce, non è la prima volta che l’autorganizzazione di chi lotta veniva attaccata all’interno. Al contrario le e i ciclofattorini hanno smascherato le intenzioni di chi è disposto a firmare accordi normalizzanti e ad accontentarsi delle briciole pur di mantenere una piccola fetta di potere.

Questo modus operandi fatto di una narrazione mistificante di partecipazione e inclusione sui media, alla quale invece si affiancano nei fatti repressione e polizia, continua a mietere spazi sociali ed esperienze non conformi: chi non è disposto a chinare la testa per farsi normalizzare e assorbire in progetti per la messa a profitto degli spazi e delle esperienze viene etichettato come pericoloso e facinoroso, da marginalizzare, reprimere e se necessario infine sgomberare.

La retorica della lotta senza quartiere al degrado e all’illegalità è il grimaldello ormai ampiamente collaudato di un’amministrazione che sta utilizzando il grande contenitore del bene comune per attuare politiche di esclusione, repressione e controllo della città e delle sue esperienze autorganizzate.

Cavallerizza e il nuovo regolamento dei beni comuni rappresentano una nuova via per la normalizzazione e la distruzione degli spazi sociali: un progetto che vorrebbero calare dall’alto sulla città, un progetto che ci trova contrari e su cui continueremo a costruire opposizione e resistenza. 

Chi occupa spazi per dare vita ad esperienze di lotta, di mutuo aiuto e di solidarietà sa perfettamente che la vera innovazione ed energia nascono proprio dalla possibilità di autogestirsi e autodeterminarsi, ed è questa la strada, difficile e bellissima, che va intrapresa insieme. 

CSOA Gabrio

Laboratorio Culturale Autogestito Manituana

Oltre Dora antifascista: appunti dal nostro 25 aprile!

Il 24 aprile abbiamo voluto attraversare i quartieri Aurora e Barriera di Milano a cavallo delle nostre bici per festeggiare la Liberazione dal nazifascismo. Di seguito alcuni degli interventi scritti collettivamente e letti durante il percorso.

Locandina della pedalata

Il testo di lancio del 24A
Il 24 aprile il Comune organizza la consueta fiaccolata commemorativa della Resistenza. Per tante e tanti di noi quella ricorrenza va perdendo di senso da anni.
Vogliamo muoverci in corteo per le strade della nostra città per festeggiare l’anniversario della Liberazione, toglierlo dalle mani di quelle istituzioni che plaudono alla repressione, e vogliamo farlo su due ruote!
In questi mesi, in questi anni, abbiamo assistito ad un progressivo spostamento a destra di tutte le forze politiche, allo sdoganamento delle posizioni più affini al fascismo nel discorso pubblico, all’ascesa al potere di una classe dirigente che, da destra a sinistra, si nasconde dietro la lotta partigiana per giustificare la propria sopravvivenza, e la sopravvivenza di un sistema politico, economico e sociale che non si fa scrupoli nel tagliare i servizi alle persone, nel devastare l’ambiente, nell’agire violenza contro chi dissente e contro chi è marginalizzato, nell’ignorare o nel criminalizzare qualsiasi esperienza di autogestione e di opposizione.
Per questo, come gli scorsi anni, abbiamo deciso non solo di non partecipare alle iniziative istituzionali, ma di convocare una nuova piazza che sappia unire la memoria della Resistenza con la necessità di azione contro ogni violenza e ogni sopruso.
Abbiamo deciso di riempire le strade che attraversiamo ogni giorno, lontane dal centro vetrina, con le nostre bici!
La bicicletta ha svolto un ruolo chiave durante la Resistenza, in particolare in città. In bicicletta giovani uomini e donne hanno mantenuto i collegamenti tra le formazioni partigiane e passato informazioni e materiali essenziali alla prosecuzione della lotta al regime. Si sono violati posti di blocco e si sono scardinati i piani di controllo del territorio del nemico.
Anche oggi nella nostra città la bicicletta assume un peso politico importante: è lo strumento di lavoro di molte e molti giovani, come i rider del food-delivery, sfruttati e sottopagati. È un mezzo di locomozione che per sua stessa natura rivendica una città a misura di persona e non di automobile o di industria.
È il veicolo che più di tutti, oggi come ieri, sfugge alle logiche di controllo e permette il libero esercizio della fantasia, tanto importante quando si decide di praticare un obiettivo politico contrario ad un sistema ingessato e fondato sul ritualismo.
La bicicletta inoltre ci libera da una narrazione esclusivamente militare, virilista ed eroica della Resistenza, restituendo pari dignità a chiunque abbia preso parte alla liberazione dall’oppressione fascista: uomini o donne che per anni hanno subito l’oppressione politica di un regime che aveva nella discriminazione di genere e nella predeterminazione dei ruoli sociali in base al sesso uno dei suoi punti di forza.
L’antifascismo corre su due ruote!

Disegno di Eleonora Bechis

Intervento davanti all’Ex-fabbrica Pastore incrocio tra via Perugia e corso Novara.

La prima tappa della biciclettata è davanti alla ex fabbrica Pastore, immobile a pochi passi da Manituana;  oggi un cantiere, in cui da alcuni mesi si sta realizzando un progetto che dovrebbe dar nuova vita all’edificio. Questo progetto comprende una residenza universitaria, spazi di co-working e l’ennesimo supermercato in zona. La cosa più interessante è scoprire chi sono i finanziatori del progetto. Infatti, la residenzialità sarà sotto il marchio di Camplus, il brand che la fondazione Falciola ha dato ai suoi progetti in tale campo d’investimento. Non solo già a Torino in zona Lingotto, ma anche in molte altre città italiane. Tutte le altre sedi hanno dimostrato che sono servizi destinati a una élite della popolazione studentesca, che può permettersi di sostenere alti prezzi e i requisiti meritocratici richiesti da queste strutture. Questo andando ad ingrossare il portafoglio e a soddisfare le brame di potere di Comunione e Liberazione, di cui Falciola è uno dei rami operanti nell’università.

Il supermercato, a pochi passi da due Lidl e da un Basko, invece, sarà gestito dalla cooperativa NovaCoop. Buffa deriva democristiana quella delle cooperative rosse, che tanto amano ripulirsi la coscienza con un antifascismo di facciata, come con i fiori marchiati Coop che incontreremo nelle targhe lungo il nostro percorso.

Di fatto nulla di nuovo in uno scenario cittadino in cui le amministrazioni comunali continuano a delegare ai privati gli interventi di sviluppo urbano, con quanto ne deriva per i cittadini. Un nuovo supermercato è quello che serve nel vicinato? Di sicuro la nuova residenza per privilegiati non risponde ai bisogni della popolazione studentesca come denunciato da quei compagni e quelle compagne che da anni nelle università si battono per il diritto allo studio, né a quelli delle persone che si trovano in una situazione di disagio abitativo.

Attraverseremo luoghi che testimoniano una resistenza passata, ma nel nostro percorso ricorderemo anche quei luoghi in cui c’è bisogno di resistenza oggi per evitare che ci prendano tutto. 
Ma noi saremo i giovani che guarderanno questo cantiere.

Intervento davanti alla scuola elementare Lessona, sui fatti di Padova

Ci siamo fermat* davanti a una scuola, luogo dell’istruzione e luogo in cui dovrebbe conservarsi e tramandarsi il ricordo di cosa è stato il fascismo e il prezzo che è stato pagato da partigiane e partigiani per riconquistare la propria – e la nostra – libertà. Dovrebbe, perché oggi non è più così. Questa è l’Italia in cui il Ministro dell’Interno può permettersi di dire che il 25 aprile non parteciperà a nessun corteo perché non gli interessa “il derby fascisti-comunisti”! Ma non è neanche solo Matteo Salvini – che sappiamo essere un fascista e da cui non ci aspettiamo niente di diverso – a operare una mistificazione ragionata sulla memoria del fascismo. I governi precedenti, anche quelli che si definivano di sinistra, non sono stati da meno, e così tutto l’apparato del potere, che ogni giorno punisce la militanza antifascista con una repressione pesantissima e il 25 aprile si riscopre antifascista, giusto il tempo di fare la solita sfilata per le strade del Paese. Noi vogliamo ricordare cosa ti succede in Italia, oggi, se sei antifascista. Poche settimane fa, a Padova, un corteo antifascista che voleva opporsi al raduno Forza Nuova viene caricato pesantemente dalla polizia e un’insegnante viene tratta in arresto. La vita di questa compagna, una donna, antifascista e pure femminista – tutte cose, queste, che la inquadrano come il perfetto nemico dello Stato di oggi – viene scandagliata minuziosamente ed esposta al pubblico ludibrio su decine di quotidiani locali e nazionali. Stessa cosa era successa nel febbraio del 2018 ad una compagna torinese, maestra elementare, fotografata e filmata durante il corteo contro Casapound e licenziata in tronco dopo che l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con un intervento in televisione, aveva chiesto espressamente che venisse allontanata dall’incarico. Questi omuncoli potenti, pronti a banchettare come avvoltoi sui fatti di cronaca per racimolare qualche voto in più; questi giornalisti anzi giornalai, che godono della possibilità di denigrare, avvilire e violare l’intimità e la vita delle donne ogni volta che ne hanno l’occasione; le forze dell’ordine, legittimate nel loro potere, che manganellano e massacrano di botte chi esprime dissenso e poi diventano vittime innocenti quando qualcun* si permette di alzare la voce contro di loro. Tutti questi personaggi grotteschi che inneggiano alla democrazia fingono di dimenticarsi che il compito delle insegnanti e degli insegnanti nelle scuole è proprio quello di essere antifasciste e antifascisti, di schierarsi politicamente, di educare le nuove generazioni alla memoria e alla capacità critica, ad opporsi, a distinguere tra “legale” e giusto, affinché non accada più che, come oggi, ci ritroviamo i fascisti al governo. La repressione di Stato è strumentale alla criminalizzazione dell’antifascismo e allo sdoganamento del fascismo, istituzionale e non. Ma l’antifascismo non si arresta e non si arresterà, siamo nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole. Ieri eravamo partigiane, oggi siamo antifasciste!

Davanti al cantiere Falciola-NovaCOOP in via Amalfi

Intervento nei pressi dell’Area Delta – Ex Gondrand
Nel 1973 l’amministrazione comunale di Torino allora in carica concedeva alla società multinazionale di autotrasporti Delta una licenza edilizia per la costruzione di un fabbricato industriale che sarebbe dovuto sorgere in via Cigna 209, dove siamo noi adesso.
Il terreno in questione, era da anni richiesto dai cittadini che vivevano nel quartiere di Barriera e di Aurora, quartieri di matrice operaia, che furono fondati dalle industrie della Fiat, divorando il paesaggio della  campagna e abbattendo le cascine che abbracciavano la città.
Nonostante questa richiesta e malgrado il Piano regolatore della città prevedesse la destinazione di quel terreno a verde pubblico, la licenza edilizia venne ugualmente concessa.
Questa è la città del neoliberalismo. Stretta nella tenaglia degli interessi economici privati che speculano sul territorio, spesso in accordo con le istituzioni.
Questo modo di vedere la città uccide lo spazio pubblico, facendolo diventare un mero conto economico.
Ma dopo circa tre anni di lotta e mobilitazione dei cittadini e dei lavoratori della Barriera di Milano l’area è stata definitivamente restituita alla città.
Si legge su un comunicato, scritto dai comitati del quartiere, pubblicato sulla stampa nel 1976:
“L’impegno politico per questa lotta è stata la costatazione dell’assoluta mancanza di verde nel nostro quartiere  e di conseguenza la difesa di quel poco terreno che restava da destinare a verde pubblico.
Lo ricordiamo ancora una volta che alla Barriera di Milano il verde pubblico disponibile attualmente è di 0,42 mq per abitante contro i 9 mq previsti dai decreti urbanistici.”
Quando ci sono città divise, che si esprimono con interessi centrali e periferici e dove l’amministrazione pubblica tutela gli interessi di poche parti della città, dove esiste l’urbanistica contratta, c’è bisogno di resistenza. Perché Il diritto alla città è un’idea di cittadinanza intesa come diritto alla presenza in uno spazio pubblico, insieme.

Copertina dell’evento Facebook

Intervento in via Moncrivello 1, case ATC, residenza della famiglia Arduino

Libera e vera Arduino sono figlie di una famiglia operaia come tante nella Torino degli anni 40. Povertà, politica e antifascismo sono il pane quotidiano della resistenza nei quartieri proletari di quegli anni. Libera e Vera hanno forza, determinazione… voglia, dopo la liberazione, di costruire un mondo migliore: senza dittatura, senza allarmi che suonano di notte, senza oppressione dell’uomo sulla donna. Vera ha 16 anni una ragazza adolescente, militante del gruppo di difesa della donna a barriera di milano, un gruppo di azione partigiana legato al pci e ai giustizia e libertà. Libera 18 anni, con il suo nome teoricamente vietato dalle leggi fasciste del 1935, è staffetta: porta notizie dai gap di barriera fino alla montagna. “La sera del 12 marzo 1945 una squadra di fascisti prelevò dalla loro casa di via Moncrivello 1, Gaspare Arduino, operaio delle Acciaierie Fiat antifascista, le sue due figlie, Libera e Vera insieme ad alcuni loro ospiti.” Stavano facendo una riunione diranno alcuni testimoni dopo la liberazione, già perchè alla liberazione manca davvero poco, ma Libera e Vera non la vedranno “Gli uomini, prima vennero torturati poi trucidati la notte stessa nei pressi dell’abitazione, in corso Belgio angolo via Lessolo. Vera, e Libera, furono trucidate nei pressi del canale della Pellerina”. “Per il funerale delle Arduino alcune fabbriche hanno mandato delegazioni, altre durante i funerali si sono fermate. Alla Paracchi una ragazza è salita sul tetto e ha messo la bandiera rossa. Un compagno elettricista, che era nelle SAP, aveva staccato tutti i fili d’allarme perché i fascisti non chiamassero i rinforzi. – «Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi!» – Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne”.” Libera e vera Arduino sono state uccise, trucidate e violentate dai fascisti. Ma la loro memoria viene infangata quotidianamente e con loro la memoria della resistenza. Viene infangata la loro memoria tutte le volte che la resistenza viene ricordata come cosa da uomini, tutte le volte che sentiamo e diciamo che le donne vanno protette perché sono il sesso debole, tutte le volte che viene negato loro (per una pretesa di femminilità) la possibilità di agire violenza, tutte le volte che assecondiamo il dominio patriarcale per comodità, per scelta o per rassegnazione. A Libera, a Vera, a Giorgiana Masi, a tutte le militanti comuniste, femministe e antifasciste dimenticate dalla storiografia e dai movimenti va questa nostra azione: un panuelo rosa per dire che la vostra lotta, la nostra lotta non è finita nel ’45, ma continua oggi insieme a noi contro ogni forma di oppressione e dominio.

Panuelos sul cippo dedicato a Vera e Libera

Intervento sulla trasformazione di ATC – Agenzia Territoriale Casa in fondazione privata, via Moncrivello 1 Siamo qui per dare visibilità al progetto ATC di costituire una Fondazione con le Banche e altri soggetti privati. Un’iniziativa denunciata dalle attiviste e dagli attivisti di Assemblea21, avviata dall’ATC all’insaputa del Comune di Torino, che è il proprietario di quell’ingente patrimonio residenziale e fondiario pubblico e che sulla destinazione e sulla gestione di quei beni ha compiti e responsabilità.

L’intenzione del Consiglio di Amministrazione di ATC – a loro detta – sarebbe quella di associarsi ai privati per “opere di bene” verso i più derelitti ospiti delle case popolari.

Ma non c’è ragione alcuna per costituire una Fondazione pubblico-privato a scopo di ricevere finanziamenti, visto che per statuto basta l’accordo del CdA. Cosa invece può motivare un progetto di Fondazione in partecipazione pubblico privato?

I 30’000 appartamenti del Comune di Torino, affidati alla gestione di ATC, potrebbero in tal modo diventare la polpa di un enorme business immobiliare impostato dagli attuali Consiglieri di amministrazione ATC con le Fondazioni Bancarie che vedrebbe ATC, indebitata fino all’osso, metterci il suo patrimonio e le Fondazioni quei soldi che ATC non ha. Siamo dunque di fronte all’ennesimo tentativo di usare una povertà creata dalla precarizzazione del lavoro e dal depauperamento e privatizzazione del welfare pubblico e per portare avanti un suo ulteriore smantellamento – come nel caso dell’introduzione di una flat tax – o e della sua trasformazione di un sistema di controllo delle nostre vite – ultimo esempio, il cosiddetto Reddito di Cittadinanza.