COMPAGNA E SORELLA, DISTRUGGIAMO IL SISTEMA!

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.

L’8 marzo è arrivato. Ancora una volta oggi ci ritroveremo per contarci e per lottare insieme. Non può esserci momento migliore di questo per chiederci che strumenti abbiamo per le mani e come vediamo il mondo che vogliamo costruire. Questo è un testo bellissimo e urgente, scritto da una donna la cui memoria ci accompagnerà sempre. Sehid Ceren Güneş, internazionalista turca morta combattendo sul fronte di Tell Tamer in Rojava pochi mesi fa contro l’invasione dell’esercito turco-jihadista. Era comandante dell’IFB, International Freedom Battalion ovvero il gruppo militare internazionalista ricreato per resistere all’offensiva turca accanto ad altri gruppi come le YPG/YPJ, ed era una compagna femminista che come tante altre aveva lasciato tutto per dedicarsi interamente alla lotta per difendere la rivoluzione femminista, ecologista e socialista in Siria del Nord. Questo testo parla di tante cose che ci riguardano da vicino come femministe, che ci premono ogni volta che ci chiediamo come agire per combattere la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, ogni volta che ci contiamo sperando di non aver perso nessuna per strada, ogni volta che ci sentiamo impotenti e sole anche quando siamo insieme. Per Ceren e per le sue compagne, di fronte alla violenza del sistema che subiamo ogni giorno l’unica risposta può essere la contro-violenza delle donne, non solo come strumento di autodifesa ma come percorso necessario per costruire un mondo nuovo.Non dobbiamo dimenticare che la testa e l’anima che ha saputo scrivere queste parole non esiste più, e non per cause provvidenziali ma perché una mano precisa ha causato la sua morte, la stessa mano che opprime le donne e le soggettività non conformi in tutte le parti del mondo, quella del fascismo e del patriarcato. Ceren è morta ma le sue idee sono le nostre: è nostro dovere assumerle, ricordarle e anche dibatterle, ancor di più in una giornata come questa.
Facciamo sì che queste parole viaggino per il mondo, attreversino le frontiere e gli Stati che ci opprimono come li attraversa la lotta femminista internazionalista che ci unisce tutte nello stesso respiro.

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema


Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte.1

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul2. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne3. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa. 

Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.

Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente. 

Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 

Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione. 

Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne

Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne. 

La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 

Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo. 

Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.

È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata. 

Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare. 

Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa. 

Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico. 

Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale

Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.

Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.

Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali. 

E oggi…

Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…

Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:

Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”


Ceren Güneş4 – 30 settembre 2019

1 Da Etica Hacker, Pekka Himanen

2 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.

3Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN

4 La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).

Aborto legale ora!

Di seguito il testo dell’appello “El fuego es nuestro” tradotto in italiano con la versione in spagnolo al fondo. Ringraziamo Sara per la traduzione.

#AbortoLegaleOra

Ci stiamo già preparando, il corpo sta ardendo in pieno inverno, già sappiamo con chi saremo nelle strade per difendere il nostro diritto di decidere rispetto ai nostri corpi e alle nostre vite. Lo sappiamo perché siamo organizzate, lo sappiamo perché i legami all’interno della comunità si sono rafforzati sempre più ogni volta che ci siamo mobilitate per l’ #AbortoLegale, per #NonUnaDiMeno, in ogni sciopero femminista.

Saremo milioni a circondare il Congresso della Nazione e in ogni paese e città del nostro territorio. E centinaia di migliaia aderiranno da altri luoghi: l’internazionalismo femminista è una forza comune che attraversa oceani, montagne e deserti e sappiamo che il nostro movimento nutre l’immaginazione ribelle nel Mondo intero, in questi  tempi sempre più oppressivi.

Per noi donne, per noi tutt* è già una vittoria collettiva l’aver tirato fuori dalla clandestinità i nostri corpi, i nostri aborti e i nostri desideri e non vi ritorneranno più.

In questi mesi di discussione le nostre voci si sono amplificate: dal Congresso alle case, dalle scuole ai sindacati, dalle organizzazioni di quartiere ai territori dei contadini, e ciò di cui abbiamo discusso è stato la nostra indipendenza, la nostra autonomia.

Una autonomia che non intenda il corpo come proprietà privata ma che riconosca il tessuto comunitario di cui tutte le persone hanno bisogno per vivere e crescere, affinché ci si possa proteggere collettivamente. Per esercitare il nostro diritto ad una sessualità libera e per progettare le famiglie che vogliamo, quando vogliamo, con chi vogliamo.

Il Parlamento non può non riconoscere questo potere popolare, di massa e dal basso, senza mettere a rischio l’idea stessa di democrazia. La vita, la libertà, il desiderio e il diritto sono dalla nostra parte.

La Chiesa, attraverso i suoi portavoce uomini, sta iniziando una nuova crociata contro le donne e contro le identità che il patriarcato sminuisce o nega direttamente.

In questo modo pretendono di imporre una nuova Inquisizione. Abbiamo visto il potere di lobby della Chiesa nel sistema politico, nel sistema educativo e tra gli imprenditori e i sindacalisti: questo non ci sorprende.

Si vantano di parlare con il Papa per sostenere che l’aborto legale e l’Olocausto sarebbero la stessa cosa! L’avanzata è tripla: militare, finanziaria e religiosa, cioè la criminalizzazione, l’indebitamento e la colpevolizzazione sui nostri corpi e territori.

L’aborto legale richiederebbe mesi di dibattito, mentre la militarizzazione e l’indebitamento si impongono per decreto. E quando ci siamo preparate per scendere in strada a difendere i nostri diritti, il Potere ha deciso di chiudere e militarizzare completamente la piazza: è una provocazione. Per questo torniamo a gridare: togliete i vostri rosari dalle nostre ovaie e togliete le vostre milizie dai nostri territori.

Il femminismo pretende dal sistema politico una legislazione che sia a favore delle donne e di tutte le persone che abbiano la capacità di avere un figlio: la legge per un Aborto Legale, Sicuro e Gratuito non obbliga nessuno ad abortire. Con il 60% dell’opinione pubblica a favore, 41 aborti all’ora secondo le statistiche ufficiali, le strade del mondo piene di persone a sostegno di noi che stiamo difendendo il nostro diritto alla vita, come potranno uscire dal recinto e guardare in faccia a milioni di persone avendo votato contro i nostri diritti e le nostre libertà?

Se questa legge non dovesse passare, non ce ne andremo via dalle strade e loro non potranno uscire dal Congresso perché nelle strade l’Aborto Legale è già legge.

Non ci lasceremo bruciare perché questa volta il fuoco è nostro.”

#NonUnaDiMeno #NiUnaMenos #VivasLibresYDeseantesNosQueremos

___

ES.

“Ya nos estamos preparando, ya el cuerpo está ardiendo en pleno invierno, ya sabemos con quiénes vamos a estar en la calle para defender nuestro derecho a decidir sobre nuestros cuerpos y nuestras vidas. Lo sabemos porque estamos organizadas, lo sabemos porque los lazos comunitarios se fueron afianzando cada vez que nos movilizamos por #AbortoLegal, por #NiUnaMenos, en cada paro feminista. Vamos a ser millones, rodeando el Congreso de la Nación y en cada pueblo y ciudad de nuestro territorio. Y cientos de miles se sumarán desde otros lugares: el internacionalismo feminista es una fuerza común que cruza océanos, montañas y desiertos y sabemos que nuestro movimiento nutre la imaginación rebelde en el mundo entero en tiempos cada vez más opresivos.
Para nosotras, para nosotres, ya hay un triunfo colectivo: sacamos nuestros cuerpos, nuestros abortos y nuestros deseos de la clandestinidad y ahí no volvemos más. En estos meses de debate, nuestras voces se amplificaron por todos lados: del congreso a las casas, de las escuelas a los sindicatos, de las organizaciones barriales a los territorios campesinos, y lo que discutimos fue nuestra autonomía. Una autonomía que no piensa en el cuerpo como propiedad privada sino que reconoce el entramado comunitario que todas las personas necesitamos para vivir y desarrollarnos, para cuidarnos colectivamente. Para ejercer nuestro derecho a una sexualidad libre y a diseñar las familias que queremos, cuando queremos, con quién o quiénes queremos.
El parlamento no puede desconocer este poder popular, masivo y callejero sin poner en riesgo la idea misma de democracia. La vida, la libertad, el deseo y el derecho están de nuestro lado.
La Iglesia, a través de sus voceros varones, se plantea una nueva cruzada contra las mujeres y contra todas las identidades que el patriarcado menoscaba o directamente niega. Pretenden así imponer una nueva inquisición. Hemos visto su poder de lobby en el sistema político, en el sistema educativo y entre empresarios y sindicalistas. No nos sorprende. ¡Si se jactan de hablar con el Papa para sostener que aborto legal y holocausto serían una misma cosa! La avanzada es triple: militar, financiera y religiosa. Es decir: criminalización, endeudamiento y culpabilización sobre nuestros cuerpos y territorios. Mientras el aborto legal insume meses de debate, la militarización y el endeudamiento se deciden por decreto. Y cuando nos preparamos para tomar la calle por nuestros derechos, el poder decide vallar completamente la plaza pública: es una provocación. Por eso volvemos a gritar: saquen sus rosarios de nuestros ovarios y saquen sus milicos de nuestros territorios.
El feminismo le reclama al sistema político que legisle a favor de la vida de las mujeres y todas las personas con capacidad de gestar, la ley del Aborto Legal, Seguro y Gratuito no obliga a nadie a abortar. Con el 60% de la opinión pública a favor, 41 abortos que ya se realizan cada hora según estadísticas oficiales, las calles del mundo colmadas en solidaridad con quienes defendemos nuestro derecho a la vida, ¿cómo se atreverán a salir del recinto y mirar a la cara a millones de personas habiendo votado en contra de nuestros derechos y libertades? Si la ley no sale, nosotrxs no nos iremos de las calles y ellxs, no podrán salir del Congreso porque en la calle el Aborto Legal ya es ley. No nos vamos a dejar quemar porque esta vez el fuego es nuestro. #NiUnaMenos #VivasLibresYDeseantesNosQueremos

 

Aborto legal ya: testimonianza da compagn* in Argentina e comunicato

Ieri, poco prima dell’inizio della discussione presso il Senato argentino sulla legge per la legalizzazione totale dell’aborto, abbiamo ricevuto questo messaggio da due nostr* compagn* che al momento si trovavano in una delle più grandi città dell’Argentina, in piazza con migliaia di uomini e donne, in un momento storico per le donne argentine e di tutto il mondo.

Oggi inizia il dibattito all’interno del Senato argentino per l’approvazione della legge sull aborto legale, sicuro e gratuito negli ospedali. La seduta potrebbe durare 15/16 ore, e i risultati del voto dovrebbero arrivare verso la mezzanotte locale (le 5 del mattino italiane): nessuna proposta di emendamento è stata infine formalizzata, per cui sarà o si o no, senza vie di mezzo. Le mobilitazioni in tutte le città del paese sono cominciate intorno alle 11 e vedranno tante e tanti in piazza fino alla notte. Le reti di movimento hanno dichiarato che se la legge non dovesse passare, a Buenos Aires il congresso rimarrà circondato dalle centinaia di migliaia di persone che ci si aspetta in piazza e i senatori non potranno uscire. Noi non saremo a Buenos Aires, ma comunque in una grandissima città del nord, la terza del paese, vi manderemo foto e video da lì. Nell ultima settimana siamo stati in numerosi villaggi di montagna del nord del paese, lì la situazione ideologica che abbiamo incontrato è molto conservatrice e religiosa, ma anche dentro le comunità cattoliche locali (norma della socialità di moltissimi villaggi) si sono aperte delle crepe. Seguiamo la discussione, #abortolegalya #niunamenos #nonunadimeno

 

Di seguito riportiamo invece il comunicato in lingua originale di Ni Una Menos dal titolo El fuego es nuestro

(clicca qui per leggere il testo tradotto)

“Ya nos estamos preparando, ya el cuerpo está ardiendo en pleno invierno, ya sabemos con quiénes vamos a estar en la calle para defender nuestro derecho a decidir sobre nuestros cuerpos y nuestras vidas. Lo sabemos porque estamos organizadas, lo sabemos porque los lazos comunitarios se fueron afianzando cada vez que nos movilizamos por #AbortoLegal, por #NiUnaMenos, en cada paro feminista. Vamos a ser millones, rodeando el Congreso de la Nación y en cada pueblo y ciudad de nuestro territorio. Y cientos de miles se sumarán desde otros lugares: el internacionalismo feminista es una fuerza común que cruza océanos, montañas y desiertos y sabemos que nuestro movimiento nutre la imaginación rebelde en el mundo entero en tiempos cada vez más opresivos.
Para nosotras, para nosotres, ya hay un triunfo colectivo: sacamos nuestros cuerpos, nuestros abortos y nuestros deseos de la clandestinidad y ahí no volvemos más. En estos meses de debate, nuestras voces se amplificaron por todos lados: del congreso a las casas, de las escuelas a los sindicatos, de las organizaciones barriales a los territorios campesinos, y lo que discutimos fue nuestra autonomía. Una autonomía que no piensa en el cuerpo como propiedad privada sino que reconoce el entramado comunitario que todas las personas necesitamos para vivir y desarrollarnos, para cuidarnos colectivamente. Para ejercer nuestro derecho a una sexualidad libre y a diseñar las familias que queremos, cuando queremos, con quién o quiénes queremos.
El parlamento no puede desconocer este poder popular, masivo y callejero sin poner en riesgo la idea misma de democracia. La vida, la libertad, el deseo y el derecho están de nuestro lado.
La Iglesia, a través de sus voceros varones, se plantea una nueva cruzada contra las mujeres y contra todas las identidades que el patriarcado menoscaba o directamente niega. Pretenden así imponer una nueva inquisición. Hemos visto su poder de lobby en el sistema político, en el sistema educativo y entre empresarios y sindicalistas. No nos sorprende. ¡Si se jactan de hablar con el Papa para sostener que aborto legal y holocausto serían una misma cosa! La avanzada es triple: militar, financiera y religiosa. Es decir: criminalización, endeudamiento y culpabilización sobre nuestros cuerpos y territorios. Mientras el aborto legal insume meses de debate, la militarización y el endeudamiento se deciden por decreto. Y cuando nos preparamos para tomar la calle por nuestros derechos, el poder decide vallar completamente la plaza pública: es una provocación. Por eso volvemos a gritar: saquen sus rosarios de nuestros ovarios y saquen sus milicos de nuestros territorios.
El feminismo le reclama al sistema político que legisle a favor de la vida de las mujeres y todas las personas con capacidad de gestar, la ley del Aborto Legal, Seguro y Gratuito no obliga a nadie a abortar. Con el 60% de la opinión pública a favor, 41 abortos que ya se realizan cada hora según estadísticas oficiales, las calles del mundo colmadas en solidaridad con quienes defendemos nuestro derecho a la vida, ¿cómo se atreverán a salir del recinto y mirar a la cara a millones de personas habiendo votado en contra de nuestros derechos y libertades? Si la ley no sale, nosotrxs no nos iremos de las calles y ellxs, no podrán salir del Congreso porque en la calle el Aborto Legal ya es ley. No nos vamos a dejar quemar porque esta vez el fuego es nuestro. #NiUnaMenos #VivasLibresYDeseantesNosQueremos

Fonte: https://www.facebook.com/NUMArgentina/

AGGIORNAMENTO: Il Senato argentino ha respinto la proposta di legge, già approvata dalla Camera, confermando il suo sempre più ampio distacco dalla società. Scontri tra manifestant* e forze dell’ordine si sono susseguiti durante la notte. Diverse donne sarebbero state arrestate, come si legge su DinamoPress.