TAVvelena – Dalla piazza del Primo Maggio 2019


Siamo scesi anche quest’anno in piazza il 1 maggio all’interno dello spezzone sociale attraversato da tante lotte territoriali, lotte dentro e fuori dal lavoro, non certo per ricorrenza o celebrazione, ma a seguito di un anno in cui le politiche razziste e autoritarie del governo hanno violentemente colpito donne, migranti e precari del nostro Paese; in cui l’autodeterminazione delle nostre vite e dei nostri quartieri è stata profondamente attaccata. Ma negli ultimi mesi abbiamo anche visto le piazze riempirsi nuovamente di centinaia di migliaia di persone e mobilitarsi contro questo governo razzista e familista: l’8 e il 30 marzo, mobilitazioni transfemministe oceaniche; il 15 marzo in centinaia di città del mondo e il 23 marzo a Roma per imporre un’immediata riduzione delle emissioni di c02 e la cancellazione delle tante grandi opere inutili che nel nostro Paese devastano i territori e minacciano la salute delle persone.

Foto di Gabriele

Lo sciopero climatico del 15 marzo ha posto all’attenzione della politica istituzionale, sorda e disinteressata al tragico destino del nostro ambiente, che entro il 2030  le emissioni nocive dovranno essere ridotte per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5° gradi, e che entro il 2050 dovranno essere interamente cancellate. Ma noi crediamo che questa transizione ecologica, che prevede la dismissione del carbon fossile e la diffusione di fonti di energia rinnovabili, non possa essere a carico di noi lavoratrici e lavoratori. Le imprese che quotidianamente fanno profitti attraverso trivellazioni in mare, estraendo petrolio e idrocarburi dai territori e sostenendo un consumo insostenibile del suolo e delle materie prime, scaricando i rifiuti nei nostri fiumi, devono pagare la transizione ecologica, devono finanziare la riconversione a un modello di sviluppo equo ed ecologico. Come ci hanno insegnato i Gilets Jaunes, non possiamo accettare che siano i lavoratori a subire aumenti della benzina e dei costi della vita in generale in nome dell’ambiente. Imprese come la Eni, che hanno avuto un’enorme influenza sui governi italiani per stringere accordi con i governi della Libia e garantirsi l’accesso alle materie prime, sono le responsabili del surriscaldamento globale e a loro, ora, chiediamo di pagare.

Allo stesso modo, le imprese coinvolte nella costruzione dell’alta velocità in Valsusa si arricchiscono, con i soldi delle casse pubbliche, intorno alla realizzazione di un’opera che ha un impatto ambientale pesantissimo. Un’opera che sparge milioni di metri cubi di cemento, andando a distruggere l’intero ecosistema presente e a impattare sul piombo presente nell’aria; un cantiere quello in valsusa che compromette le risorse idriche della valle; un cantiere che non a caso provoca la diffusione di polveri, fumi e microgocce nocive che causeranno, statistiche alla mano, malattie respiratorie e cardiocircolatorie. Giustizia climatica e opposizione alle grandi opere rappresentano una stessa grande lotta contro un modello di crescita economica, di valorizzazione dei territori, devastante, ingiusto e non più sostenibile da qui ai prossimi 11 anni.

Foto di Edo

Anche nella nostra città, abbiamo assistito a una violenta intensificazione della speculazione su alcuni quartieri centrali, come Porta Palazzo e Aurora. L’estensione smisurata del centro città, di un centro vetrina fatto di negozi, ristoranti e attività commerciali si espande a macchia d’olio, imponendo dall’alto, e con la forza, trasformazioni radicali di questi quartieri. L’hanno chiamato sostegno e sviluppo delle periferie in campagna elettorale, ma in realtà quello che questa giunta Appendino ha dimostrato in questi tre anni è un attacco senza parte alle periferie, a favore di fenomeni di gentrificazione che escludono poveri e migranti dai quartieri per fare spazio a ricchi imprenditori. Sappiamo con rabbia quanto sta avvenendo a Porta Palazzo, dove il miliardario più ricco di Torino aprirà un ostello per turisti, dove l’apertura di un Mercato Centrale chiccoso e luccicante, fatto di ristoranti gourmet e consumazione in loco, si accompagna al tentativo di espellere la parte più autentica e popolare del Balon. Dalle poltrone comunali si riempiono la bocca di economia circolare perché nell’epoca della crisi ecologica va di moda anche il greenwashing, ma esperienza di economia circolare storiche come quelle in atto al Balon vengono represse e spostate dalla loro collocazione.

Abbiamo un’altra idea di città, in cui le periferie non vengono mangiate dal centro, in cui sia sempre più facile e sicuro muoversi in bicicletta e non in auto. Vogliamo modificare anche la mobilità di Torino affinché sia sostenibile, affinché la limitazione delle automobili non sia una proclamazione una tantum da parte delle istituzioni nelle peggiori giornate di smog ma sia promossa quotidianamente attraverso piste ciclabili sicure. Proprio per questo, negli ultimi mesi abbiamo partecipato con entusiasmo alle critical mass che hanno attraversato la città, insieme a tante e tanti altri. Malgrado la squallida repressione che la questura di Torino ha ordinato sulle biciclette in corteo, una partecipazione sempre più alta ha imposto la centralità della mobilità su due ruote.

Sulle due ruote ci siamo mossi in tante occasioni al fianco delle rider e dei rider torinesi del food-delivery, che ancora in questi giorni — sabato e anche oggi — hanno scioperato dal loro servizio, bloccato le consegne, bloccato i McDonald’s convenzionati con Glovo e invaso in un corteo di bici le vie della città. Dal primo celebre giorno del suo insediamento al governo, sentiamo il ministro di Maio promettere un intervento legislativo al fianco di lavoratrici e lavoratori delle piattaforme, ma è bastata la minaccia delle aziende di abbandonare l’Italia per fare passo indietro e tradire la fiducia dei lavoratori e delle lavoratrici. Le e i rider di glovo continuano a lavorare con una paga a cottimo, a 2euro a consegna e 50 centesimi a kilometro, con un’assicurazione sanitaria fasulla. Vogliamo esprimere da questo spezzone solidarietà con lo sciopero dei rider di Glovo, di Deliveroo, di Just Eat, per sostenere la lotta per un salario minimo garantito, per un’assicurazione medica vera e non condizionata, per una trasparenza dei dati e del ranking.

Dall’internet

Il prossimo 24 maggio in tutto il mondo ci sarà la seconda tappa dello sciopero climatico. Crediamo che come movimenti sociali contro le grandi opere, come collettivi di base dei quartieri e dei luoghi di lavoro, come vertenze contro la gentrificazione, sia fondamentale convergere su questa ormai prossima giornata di sciopero: allargare lo sciopero studentesco, farne una giornata di blocchi metropolitani, di contestazione dei palazzi istituzionali, di boicottaggio delle catene globali della grande distribuzione e dell’industria della moda, come avvenuto a Londra la scorsa settimana in cui il movimento Extinction Rebellion ha bloccato la logistica metropolitana per rivendicare giustizia climatica.

GAS: Chi siamo?

Oramai da tre anni il Gruppo di Acquisto Solidale Manituana vive e si sviluppa all’interno del Laboratorio Culturale Autogestito e dovunque a Torino -ma si stanno prendendo contatti anche con varie realtà in Italia- si parli, si discuta e si agisca in merito alla produzione, alla distribuzione, al consumo e allo smaltimento del cibo.

Riconoscendo la validità e la centralità della costante ricerca di alternative alla grande distribuzione, allo sfruttamento della terra, a meccanismi perversi nella produzione, quale per esempio la certificazione del biologico, per mezzo di un rapporto costante con i/le produtt*, anche con quell* lontan* da noi (km 0 politico), in ottica di sviluppare un rapporto diverso fondato sulla fiducia, sull’autocontrollo e sul sostentamento reciproco, organizziamo incontri di informazione, autoformazione ed acquisti settimanali.

Per mantenerci in contatto e per organizzarci usiamo una mailing list, senza una cadenza ben definita ci troviamo in cenassemblee mentre per la distribuzione degli acquisti settimanali siamo tutti i giovedì dalle 16.30 a Manituana.

Sullo “sgombero soft” di una palazzina dell’Ex Moi

Riportiamo la riflessione de* compagn* del CSOA Gabrio sullo sgombero definito “soft” dai giornali di una delle palazzine occupate dell’Ex Moi a Torino. L’Ex Moi è occupato dal 2013 da diversi migranti, singoli e famiglie. La volontà dell’amministrazione pentastellata torinese è quella di procedere “umanitariamente” alla “liberazione” di tutte le palazzine (cinque) occupate entro la fine del mandato (2021).

 

Fonte: Gabrio

 

“CRONACA DI UNO SGOMBERO DOLCE
Ieri i quotidiani ci raccontavano con aria trionfalistica dello Sgombero dolce in salsa Torinese, ma il dolce a volte provoca carie e nausea. Per tutto il weekend si sono susseguiti segnali che indicavano Lunedì come il “gran giorno” , tra messaggi anonimi , voci di occupanti avvertiti per telefono e la presunta convocazione di 5 mediatori per il lunedì alle 5,00. Data l’insistenza delle voci alcuni occupanti hanno fatto le valigie e si sono trasferiti nelle altre palazzine , altri se ne sono andati del tutto, qualcuno si é chiuso in stanza . Alcuni invece hanno passato la notte dandosi i turni davanti alla porta della palazzina, evitando però di barricarsi dentro ,come avevano già deciso nelle assemblee degli ultimi giorni. Alle ora 6,00 di Lunedì,confermando quanto dicevano le voci ,si sono presentate una decina di dolcissime camionette di celere e una sessantina di dolcissimi Digos, che travolgendo abitanti e solidali davanti all’ingresso hanno fatto irruzione nella palazzina. Tutta l’area è stata circondata da anti sommossa e invasa da scientifica, cinofila , funzionari e giornalisti .Solo dopo è arrivato il gruppo di mediatori e ancora più tardi il tristemente noto Project Manager dello “sgombero umanitario” ,ovvero il personaggio che ha fatto arrestare ben 4 occupanti nei mesi scorsi ,con accuse ridicole. Una prova muscolare che di dolce e soft non aveva nulla , probabilmente si aspettavano un po’ più di resistenza.
Poco dopo l’irruzione alcune persone , per lo più anziani e donne con bambini ,sono scese con le valigie già pronte , lasciandoci pensare che già sapevano , altr* invece non hanno aperto le porte all’insistente bussare , molti non erano in casa al momento dell’irruzione e il cordone di celere non li faceva accedere a prendere i loro averi ,se non dopo lunghe discussioni (in tarda serata arrivavano ancora persone che scoprivano che gli era stata murata la casa) In totale si parla di un ottantina di persone sgomberate e portate all’ Hub di Settimo, per essere poi smistate nei prossimi giorni nelle soluzioni abitative della cooperativa BABEL (ex Terra del fuoco), vincitrice del primo lotto di carne umana . L’unica voce confortante è che le famiglie verranno tenute insieme,staremo a vedere . In ogni caso 80 persone non rispecchiano la capacità della palazzina , molti come già detto si erano spostati negli altri palazzi , molti di più tra uomini e donne invece in questo periodo sono a Saluzzo e nel foggiano a fare i braccianti .Alcuni di questi ultimi infatti chiamavano preoccupati chiedendo dove sarebbero andati ad abitare una volta tornati a Torino. C’è da scommettere che queste persone hanno perso la casa e quanto gli è stato murato dentro e non essendo presenti in queste settimane e non potendo esserlo nelle prossime ,non avranno neanche una ricollocazione all’ interno del progetto . Stando ai numeri da una palazzina che nei periodi invernali offre riparo a 180 persone ,solo 80 sono state sgomberate e inserite nel progetto di Compagnia di San Paolo,non capiamo come davanti a questi dati i fautori dello sgombero possano cantare vittoria. Un particolare interessante è che i funzionari del Progetto abbiano distribuito i tanto agognati titoli di viaggio ai Somali presenti nella palazzina , diritto che la prefettura di Torino negava senza un perché da 5 anni . Probabilmente la promessa dei documenti ha fatto sì che in molti e molte si siano in fine rassegnati allo sgombero e al reinserimento nell’ennesimo ed inutile percorso di accoglienza con durata di un anno senza opporre grande resistenza,rendere ricattabili le persone negando dei diritti fondamentali ha dato i propri frutti. In conclusione ora sono tutti contenti, San Paolo, Appendino, Salvini, il questore e le cooperative. Fra un anno invece le persone sgomberate si troveranno di nuovo in mezzo a una strada, ma chissà che con i titoli di viaggio non vadano a portare il problema altrove in Europa”.
CSOA Gabrio
Di seguito una nostra riflessione su un’immagine dello sgombero che -speriamo- non faccia il giro del mondo e non diventi simbolo di qualcosa che non c’è.

Fonte: La Repubblica Torino

Speravamo che la sindaca Appendino collegandosi dalla sua pagina facebook ci spiegasse cosa si intende con la dicitura “sgombero dolce” della palazzina marrone dell’ex MOI. Speravamo che i giornali che così hanno definito l’operazione di polizia di stamattina lo chiarissero. Ci sarebbe piaciuto sapere come può uno sgombero essere “dolce”, essendo uno sgombero per definizione un atto di forza e violenza. Subdola forse, ma sempre di violenza si parla, violenza anestetizzante.
Nel frattempo scorriamo i titoli dei giornali con un moto di schifo e ribrezzo. La narrazione mediatica sul MOI raggiunge in queste ore livelli disgustosi. Oltre alla nuova definizione di sgombero soft, che nessuno sa esattamente cosa sia ma che assomiglia tanto a qualsiasi altro sgombero altamente mediatizzato e ammantato di buoni sentimenti e politicamente corretto, anche i funzionari di polizia non mancano di sfilare sulla passerella delle celebrità. Tra tutti Ferrara della DIGOS, che non è nuovo all’insulto e alla provocazione a danno dei manifestanti (https://youtu.be/EPXHUxBO6dI qui una chicca che lo ritrae nei panni di un novello Tex Willer intento ad amministrare la giustizia a suon di sganassoni gratuiti), che a Torino in tante e tanti hanno avuto modo di incontrare senza un obiettivo fotografico a mediare. Come il poliziotto che a Roma i giornali ebbero cura di schiaffare su tutte le prime pagine per giorni mentre “accarezzava” una migrante sgomberata, e che venne poi ripreso nel solerte adempimento del dovere (leggi “rincorrere migranti manganello alla mano”), anche a Torino non si manca di lodare silenziosamente i funzionari di polizia per la loro “umanità” prontamente esibita davanti agli obiettivi delle fotocamere. Ora una bambina oltre ad essere stata sbattuta per strada subisce l’ennesima violenza mediatica, diventando suo malgrado simbolo di qualcosa che non esiste, che è pura ideologia, volgare e ipocrita narrazione senza alcun contatto con la realtà. Simbolo di una società in cui vigono la pace e l’integrazione.

Che cos’è uno sgombero dolce? Azzardiamo un’ipotesi: è sbattere gente per strada irrompendo nelle loro case alle cinque del mattino, murare gli ingressi, blindare una strada, filmare solidal* e fare gli smargiassi dietro occhiali da sole a specchio forti dell’impunità assoluta, mentre i giornali parlano di situazione tranquilla, ragionevolezza degli occupanti, concordia di tutti gli attori istituzionali coinvolti, che ottengono tutti la loro fetta di torta alla celebrità.
Col sorriso esibito alla bisogna.

Solidarietà alle persone sgomberate dell’ex MOI.