Tutte Vere, tutte Libere!

Davanti al Monumentale, corso Novara, 25.4.2021

Prima tappa, corso Novara – Cimitero Monumentale di Torino, funerali di Vera e Libera Arduino/ Il 17 marzo 1945, quattro giorni dopo l’uccisione delle sorelle Arduino, Vera e Libera, e del padre, Gaspare, donne e uomini, compagne e compagni si riuniscono davanti al Monumentale per salutare le due sorelle partigiane. Non è soltanto il modo in cui sono morte a far sì che tante persone si diano appuntamento per il funerale, nonostante i divieti. No, è soprattutto la forza che queste donne hanno avuto in vita, la loro capacità di creare un senso di comunità, di calore, nella lotta contro il nazi-fascismo. Per questo le loro compagne e i loro compagni sono lì, davanti alle porte del cimitero, con i garofani in mano e qualche coroncina di fiori, ad aspettare il carro funebre. A un certo punto, però, qualcuno scorge due camion risalire corso Tortona: sono i fascisti che arrivano da via Asti! In men che non si dica, quelli scendono, tirano fuori i fucili, la folla si disperde, alcune persone entrano nel cimitero, altre scappano, mentre una lunga fila di compagnx viene schierata contro il muro, sotto la minaccia delle armi da fuoco. Quando le salme di Vera e Libera arrivano, qualcuna sente la forza di girarsi, in barba ai fucili, e di gettare garofani e stoffette rosse. Leggiamo alcune testimonianze tratte dal libro “Compagne” di Bianca Guidetti Serra.

Testimonianza di Gina Vasoli: Poi sei venuta un’altra volta a fare scuola e ancora una volta per organizzare i funerali delle Arduino, ti ricordi? Sei venuta a casa mia, c’era un po’ di donne lì, e hai detto così: — Dobbiamo far questo, questo, questo, che sii là all’ora così e così, così —. Mi ricordo queste parole perché io non lo dimenticherò mai. E mi ricordo che mio marito mi fa: — Domani voialtre siete tutte prese, — e io gli ho detto: — Porta nen malör!5. — Voi andate, ma le altre ti daranno la colpa a te. — Ma no, io ho solo paura che non arrivino. E allora siamo andati. Eravamo in cinque della fabbrica. Siamo partite tutte assieme; e poi sono venuti in tre o quattro del borgo, è venuta la panettiera, mi ricordo, è venuta la Fasioli, e quella Piera che non lavorava allora lei, è andata dopo la guerra ai telefoni. Sono venute anche loro. C’era tante corone. Oh, se me le ricordo, ce n’era cinque o sei tutte rosse. Io mi ricordo anche questo: quando i fascisti sono arrivati lì hanno pestato tutti i fiori: — Altolà tutti con le mani appoggiate ai muri. Io e Carmen eravamo insieme, avevamo dei manifestini, mentre aspettavamo contro il muro li avevamo mangiati.

Testimonianza di Elvira Faè: Allora è venuto un ordine che si doveva andare tutti quanti si poteva. Noi, siccome bisognava giustificare le assenze, abbiamo chiesto il permesso di andare a ’sto funerale, il permesso di due ore. Però un ordine preciso avevamo: tutti dovevamo portare un mazzo di garofani bianchi, rossi e verdi. Siamo passati a Porta Palazzo abbiamo preso un bel mazzo di garofani bianchi e rossi e andiamo là. Lì che siamo, aspetta, aspetta… Eravamo tanti e c’erano anche tanti compagni. Adesso si dice compagni perché allora erano partigiani. Tanta gente vecchi e donne, c’era tanta gente e c’era, mi ricordo bene, delle corone. Queste corone avevano un nastro tricolore con scritto su Gruppi di difesa…, qualcosa del genere. Tutti avevano il mazzo di fiori. […] Noi eravamo là che si aspettava davanti al cancello del camposanto. Dalla strada si vede venir su, due o tre camion. Tutti con ’sti fascisti che sparavano per aria. Certo che ci siamo raggruppati di piu verso il cancello. Allora quando che sono arrivati… — Mani in alto, mani in alto! Siamo andati tutti contro il muro con le mani in alto.

Testimonianza di Maria Barbero vedova Gribaudo: Non ho conosciuto le Arduino. Siamo andate al funerale. Siamo andate tre donne, io, la moglie di un compagno che era alla Maggia e la Bollito. Non sapevamo dove abitavano. Siamo andate lì al camposanto proprio nel tempo che sono arrivati i fascisti a farci andare via. Hanno chiuso il cancello e non ci volevano lasciare entrare, i fascisti. Noi siamo andate dentro, siamo riuscite a passare dentro, che poi hanno chiuso. Mi ricordo che c’era la Teresa Cirio che io conoscevo come «Roberto», c’era molte compagne e compagni. Hanno avuto tempo di farle sotterrare e sono di nuovo arrivati lì, ma noi ci eravamo già squagliati chi di qui, chi di là. Noi avevamo un mazzo di garofani rossi ma ce n’era molte donne con i fiori in mano; c’era due belle corone che forse avevano anche il nastro, ma adesso se avessi da dirti non mi ricordo. C’era molte donne con dei fiori tutti rossi.

Testimonianza di Palmira Ceotto vedova Gionco (Anita): Alla vigilia del funerale delle Arduino alla sera alle cinque siamo state convocate in corso Oporto, dicendo: — Raggruppate più donne possibile, domani mattina alle dieci ci sono i funerali delle sorelle Arduino […] Hanno detto: — Dovrebbero arrivare verso le dieci all’ingresso del cimitero generale di Torino, portate più donne possibile. E noi ci eravamo trovate ed eravamo in tante, forse la riunione più numerosa che c’è stata. C’erano moltissimi giovani e moltissime donne; c’eravamo trovate lì ed eravamo sparse per il piazzale davanti all’ingresso principale. Abbiamo aspettato molto a lungo. Tutti avevamo qualcosa di rosso, chi un fazzolettino rosso nel taschino e l’ha tirato fuori all’occasione, chi aveva la cravattina, ma tutti avevano qualcosa di rosso e tutti avevamo i fiori, perché ci avevano detto di trovarci coi fiori. La maggior parte ci eravamo procurati uno o due garofani rossi, ognuno di noi ce l’aveva. Ad un determinato punto si è visto […] due camion di fascisti, arrivavano da via Asti. Come loro sono arrivati c’è stato una specie di fuggi fuggi. Combinazione arrivava un funerale in quel momento lì, qualcuno ha cercato d’inserirsi nel funerale; mi raccontava una compagna che per salvarsi ha abbracciato quella che c’era dietro il carro funebre che piangeva e si è messa a piangere anche lei sulla spalla. In quel modo lì se l’è tolta. […] Io mi ricordo che ci hanno ammucchiati tutti vicino ai cancelli e poi come ti ho detto ci hanno messi al muro con la schiena girata, ci hanno imposto il silenzio, manco a dirlo. Pochi attimi che noi eravamo così sistemati al muro è arrivato il carro funebre, quello di servizio. Io chi sia che ha gridato non lo so, so che la voce giovane di un uomo ha gridato: — In ginocchio! — e noi siamo cascate tutte in ginocchio di modo che i due feretri sono passati nell’ala inginocchiata. […] Questo mi ricordo, che mentre eravamo in ginocchio, i fiori li abbiamo buttati al passaggio. Io non so se l’abbiamo fatto in tanti o in pochi, so però che, in ginocchioni, la testa l’abbiamo girata tutti quando sono passati […] Mi ricordo che ne hanno portato via due camion di giovani e di donne.

Testimonianza di Teresa Cerutti in Ruffa: Sono andata al cimitero per il funerale delle Arduino. Quando ho visto che sono arrivati i fascisti che sparavano un po’ in aria, sono andata a ripararmi dove ci sono le fioraie. C’era anche mio padre, ho detto: — Papà seguimi —. Ma lui non mi ha seguita. Poi da lontano, dietro, vedo lui e la Vittoria che vanno verso i camion proprio dove c’era l’entrata. «Ma cosa vanno a fare?» dicevo tra me. Non vedevo che gli avevano puntate le armi e ho saputo poi che gli dicevano: — Venite avanti, altrimenti vi spariamo. Allora volevo uscire, ma la fioraia mi ha detto: — No, stia qui — e mi ha dato un grembiule per far vedere che ero una fioraia anch’io e che la aiutavo. Hanno caricato tutti sopra i camion, compreso mio padre. […] Mi ricordo che a un certo momento li han messi tutti contro il muro con le mani in alto e han toccato se avevano armi. Li han fatti stare un bel po’ così…

Testimonianza di Olimpia Ballario: Ricordo quando ho partecipato ai funerali delle Arduino. Io tenevo sottobraccio mamma Arduino che sembrava inebetita, seguivano l’altra bambina Bruna e poi molte donne e uomini. Per via Catania abbiamo visto venirci incontro un operaio in bicicletta che gridava: — Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi. Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne. Tutti quelli che erano venuti dalle fabbriche per rendere omaggio a questi nostri caduti, furono presi e portati in via Asti. Comunque ci fu ugualmente uno che, all’interno del cimitero, fece una breve commemorazione.

Testimonianza di Teresa Cirio (Roberto): Allora Sabina, le mie sorelle, tutte le rappresentanti delle fabbriche, tutte donne siamo uscite dalla fabbrica e siamo andate davanti al cimitero. Tutte avevamo un fiore in mano. Abbiamo aspettato un po’ e poi vediamo arrivare da lontano due camion. Dice: — Son qua —. Allora ci siamo preparate. Come arrivano lì si alzano tutti con i fucili: erano nascosti dentro. — Fermi tutti. E lì puoi capire, c’è stato un panico tremendo. Chi corre di qua, chi corre di là. Mia sorella è andata nel confessionale della chiesa. Io avevo il fiore, ho avuto la presenza di spirito di entrare nel cimitero e non correre, perché se corri dai nell’occhio… E invece vicino a me c’era una che si è messa a correre e quell’altro dietro, nel cimitero col fucile in mano: — Fermati o sparo —. Me lo ricordo come se fosse adesso. Io la scampai, però mia sorella fu presa. Mia sorella lavorava alla Manifattura Pellami. Lei con altre due o tre della stessa fabbrica furono portate in via Asti. Le hanno interrogate e poi non so chi intervenì… Lei uscì la sera tardi, le altre il giorno dopo. C’erano delle corone, me lo ricordo, con nastri tricolori… Noi abitavamo vicino al Martinetto; tutte le mattine quando fucilavano la gente si sentiva i colpi. Per noi era una cosa tremenda. Quella mattina quando fucilarono Perotti, Giambone e tutti, otto colpi uno dietro l’altro, otto raffiche. Sai cosa vuol dire essere lì, sapere che moriva della gente… Noi sentivamo tutto. Quella è anche una cosa che non si può dimenticare.

Testimonianza di Carmen Nanotti in Margaro: Mi ricordo quel mattino che sempre come Gruppi di difesa della donna, abbiamo organizzato una manifestazione davanti al Cimitero alla sepoltura delle sorelle Arduino, che poi sono arrivati i fascisti e mi hanno portato in via Asti. Io dovevo consegnare a Ruffa una cosa che avevo scritto a macchina a casa, una specie di relazione; in più dentro la borsa avevo delle fotografie di questi partigiani per questi famosi lasciapassare. Io davvero non sono riuscita a scappare; più che rimanere lì, cercare di distruggere queste cose. E sono riuscita a distruggere alcuni documenti. Poi sul camion quando mi hanno messa sul camion avevo ancora delle cose, un po’ le ho masticate. Per fortuna che non era che carta perché se no non sarei riuscita a trangugiarla. […] Mi hanno fatto la perquisizione tutta nuda, nuda completamente. —Come mai si trovava al cimitero? — Eh, così, per caso… — Ho risposto in questo modo perché io ero un po’ conosciuta. — Cosa faceva?[…] — Facevo niente andavo a trovare i miei, sono morti… — Sì, per combinazione, questa mattina sono tutti per combinazione al cimitero… — Ah, io le altre non lo so; io ero per combinazione. E poi, non c’è mica bisogno di adoperare questo tono! — ho detto io. Perché è vero, l’odio era talmente forte che superava anche la paura, perché io se ti dovessi dire che ho avuto paura una volta, mai. Ha persin battuto il pugno: — E non mi metta questa prepotenza con me perché rischia di non uscire di qua dentro. E io non so se ho barbottato: E sì, si sa che non si esce di qua dentro. Però mi è andata bene perché la sera stessa mi hanno rilasciata perché io risultavo della Fiat.



Seconda tappa, via Catania – Giardini martirə della lotta contro l’ISIS e vittimə di tutti i fondamentalismi/ Abbiamo deciso di fare tappa oggi in questi giardini perché, nel dicembre scorso, il Comune di Torino, stimolato dall’attivazione dei Comitati torinesi in sostegno alla rivoluzione confederale della Siria del Nord, ha deliberato di intitolare questo spazio “alle martiri della lotta contro l’Isis e alle vittime dei fondamentalismi”. È il primo luogo in Europa a fregiarsi di questo tipo di intitolazione e siamo felici di sapere che uno spazio così verde e bello, già apprezzato e attraversato dalle persone del nostro quartiere, sarà arricchito dal ricordo di tutte coloro che sono diventate martiri nella lotta contro la cultura oscurantista e patriarcale espressa dall’Isis e dal fondamentalismo islamista. L’attivazione torinese in sostegno all’esperimento rivoluzionario della Siria del nord e dell’est e della sua lotta di resistenza si era rinvigorita nell’autunno del 2019, quando l’invasione turca di quei territori, avvenuta nel disinteresse complice delle potenze occidentali, aveva minacciato i risultati della rivoluzione e aveva svelato allo stesso tempo il groviglio di interessi economici e di ipocrisie che giustifica e avvolge imperturbabile le tragedie del nostro tempo.
Vogliamo celebrare oggi, 25 aprile, questa esperienza rivoluzionaria perché il carattere della sua origine risiede in una lotta di resistenza: resistenza contro gli stati-nazione e resistenza contro le armate reazionarie del fondamentalismo islamista. La rivoluzione del Rojava prende piede in nome dell’autodifesa, della presa in carico popolare e dal basso dell’autodifesa della comunità, della presa in carico da parte delle donne dell’autodifesa delle donne. L’esperienza della Resistenza Italiana e quella della Siria del nordest si connettono al fondo dello stesso orizzonte: quello che afferma che a ciascuno e ciascuna di noi è dovuto svolgere un ruolo di difesa e di protezione della comunità, a garanzia della nostra personale libertà. L’esperienza rivoluzionaria del Rojava ci ammonisce a prendere più sul serio questa data, a nutrirla con nuovo senso: è oggi che dobbiamo avere il coraggio di prendere posizione per la Resistenza. Le lotte di Black Lives Matter ci hanno insegnato a prestare maggiore attenzione alla memoria tramandata dallo spazio urbano: memoria che testimonia il patrimonio genetico di una coscienza nazionale. L’importanza di questa intitolazione ci invita a prendere più sul serio lo spazio che attraversiamo e lo scrigno di significati che reca con sé. È data a noi e solo a noi la responsabilità di testimoniare le sconfitte, i crimini, le lotte e le vittorie che hanno costellato in maniera diversa la nostra storia. Insieme alle iscrizioni dedicate a figure che hanno animato l’antifascismo, la resistenza e la lotta delle e degli oppressi, questa iscrizione contenderà lo spazio urbano e i messaggi che porta con le troppe iscrizioni ancora presenti che celebrano figure di regime, imprese coloniali o valori di una cultura di violenze e di sopraffazione prossima a morire. Testimonierà, ricordando l’esperienza che celebra, i valori intramontabili del femminismo, dell’ecologia, della democrazia, della libertà e del socialismo. Lo spirito che ha attraversato la Resistenza dal 1943 al 1945 non ha mai cessato di soffiare, ha preso nuove forme, si incarna in altri luoghi. È questo il ponte che collega le due esperienze di lotta che stiamo ora celebrando.
Le partigiane e i partigiani che hanno lottato condividono con Lorenzo Orsetti lo stesso posto nel cuore di chi ammira qualunque persona sia disposta a sacrificare se stessa, perché non siano altre persone, in futuro, a doverlo fare. Torino, città della Resistenza, ha contribuito con cinque sue cittadine e cittadini allo sforzo internazionalista a supporto delle lotte di resistenza e della costruzione di una società diversa in Rojava. La sua Procura, decretando una sorveglianza speciale di due anni per una di loro e non riconoscendo il prestigio dell’esperienza a cui Eddi aveva partecipato, ha scelto la posizione da prendere in merito. La Resistenza non è un’urna da onorare, consegnata al passato, ma un deposito di valori che ci ammonisce ancora oggi a prendere posizione in favore delle esperienze che la ravvivano, senza possibilità di mediazione.
“Tutte vere, tutte libere”, le combattenti e le donne del Rojava lottano e hanno lottato per esserlo. Ravvivano e concretizzano questa ricorrenza, ci ricordano quanto vicina sia quell’esperienza storica determinante.
Oggi in questo luogo vogliamo gridare “Ora e sempre Resistenza” e lo slogan della rivoluzione confederale “Jin, Jian, Azadi” (“donna, vita, libertà”) come se fossero due varianti della stessa frase, della stessa forza che ha permesso alle combattenti e ai combattenti per la libertà di ieri e di oggi di scegliere, allora come oggi, di prendere posizione dalla parte giusta.

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