Tutte Vere, tutte Libere!

Terza tappa, via Reggio 17 – Targa ad Angelo Autino/ Angelo Autino, falegname, nato nel 1877, assassinato il 25 febbraio 1945.

La sera del 25 febbraio 1945, nell’ultimo inverno di guerra, tre militi fascisti, uno dell’Ufficio Politico Investigativo che ha il comando in via Asti, e due della caserma di corso Valdocco, dove ha sede il Raggruppamento Anti Partigiani, si danno appuntamento in via Reggio 17. Tutti e tre, con indosso la divisa, si coprono il volto con delle pezzuole bianche per nascondersi e bussano alla porta dei coniugi Autino. Eleonora Granioux, moglie di Angelo, apre e viene spinta all’interno dai tre, Vessio, Landi e Ruffolo, dietro minaccia delle armi. Con la scusa di una perquisizione i tre entrano nella camera di Eleonora e Angelo, il quale è a letto con l’influenza, e mettono a soqquadro la stanza in cerca di denaro. A organizzare la rapina è stato Vessio, che ha saputo da sua zia, moglie del custode dello stabile di via Reggio, che Angelo ha da poco intascato centomila lire per un lavoro. Appena Angelo capisce il vero intento dei tre fa per alzarsi, cerca di opporsi, probabilmente viene alle mani con Landi e Vessio, il quale spara più colpi uccidendo Angelo e ferendo Landi, che morirà sul portone di casa. Ruffolo e Vessio riescono a scappare con qualcosa in tasca, e sopravvivono alla guerra. Vessio viene arrestato dai partigiani dopo la liberazione della caserma di via Asti, Ruffolo riesce a fuggire in Belgio, dove rimarrà latitante fino alla fine degli anni ‘50, dove ha cambiato nome e lavora come minatore. Scoperto ed estradato, sarà condannato. Vessio, incriminato anche per altri reati, e dopo altri processi, sarà condannato all’ergastolo.

A guerra appena conclusa, dalla primavera fino all’autunno ‘45, nelle strade e nelle piazze di Torino è un continuo susseguirsi di cerimonie private che diventano pubbliche: parenti, amici e amiche, compagni e compagne di lotta, mogli e mariti, figlie e figli che si ritrovano nei pressi delle abitazioni del caro o della cara assassinata dai nazifascisti per commemorarla. Come ha scritto lo storico Nicola Adduci, la presenza della collettività va ben oltre la cerimonia stessa, assumendo il dolore privato a simbolo delle proprie sofferenze e ciò rimanda ad un bisogno profondo e diffuso di riaffermazione dell’identità comunitaria. A poco più di un mese dalla liberazione, appare ormai chiara la portata del processo in atto un po’ in tutte le borgate di Torino e ciò contribuisce a far maturare tra le autorità cittadine l’intenzione di intervenire rapidamente nella questione. È una “domanda di memoria” che esiste e si fa sentire potente in città. “La pietà popolare incomincia a segnare il territorio con lapidi di diversa fattura e natura con una tale intensità” che il Comune si sente costretto a “intervenire di fronte ad un fenomeno diffuso e forse anche un po’ disordinato”. “La soluzione adottata – quella delle lapidi – è un po’ spartana; d’altra parte le casse del Comune non consentivano di più. È in qualche modo uniformante perché riduce ad una tipologia unica le diverse soluzioni che spontaneamente erano state trovate, ma che creavano però problemi di gestione e di conservazione. Insomma qualcosa si perde della risposta, del bisogno di memoria che veniva dal basso. Ma forse ciò che importa rilevare è che non si perde il riconoscimento ad una memoria distribuita sul territorio: la lapide, il segno della memoria incastonato nel luogo più vicino al punto in cui la morte ha colpito, è un segnale forte che rinvia al significato che la guerra ha avuto per la popolazione”. Si arriverà quindi alla realizzazione di targhe come quella alle nostre spalle, che scontano una difficoltà: racchiudere in così poco spazio non tanto la vita da ricordare ma il motivo per cui una morte è da ricordare. “Martire dell’eterna libertà”, seguito dalla categoria professionale, o dalla dicitura “partigiano”. Le lapidi insomma, non sono dedicate solo ed esclusivamente a partigiani e partigiane combattenti, ma vengono realizzate sulla base di una selezione operata anche per comprensibili motivi di bilancio (per altro non gradita a chi, parente delle vittime, vede esclusa per sé la possibilità di celebrare il proprio caro).

Forse, prima dell’installazione di questa lapide, avvenuta tra il settembre ‘45 e l’ottobre ‘46, anche in questa strada il quartiere si era riunito intorno a Eleonora, agli amici e alle amiche, ai conoscenti di Angelo, vittima di una rapina sì, ma una rapina esercitata e portata a termine con un’arma in più: la divisa che si indossava. Né Vessio né Ruffolo furono mai interrogati o arrestati dai loro superiori: rimase “un misterioso omicidio” fino alla fine degli anni ‘50. È anzi probabile, come accadde in altre occasioni, che furono coperti dai criminali che di giorno arrestavano e di notte, nelle ultime fasi della guerra soprattutto, ordinavano raid e spedizioni punitive di carattere terroristico contro la popolazione stremata e sempre più insofferente nei confronti delle autorità nazifasciste, come quella che vide cadere Vera e Libera Arduino, per mano di Tullio Dechiffre e dei suoi degni sodali in camicia nera. Quando siamo venute a commemorare Angelo Autino avevamo riportato della “atipicità” che caratterizzava questa lapide secondo alcuni giornali, e avevamo contestato l’idea di atipicità perché non c’era nulla di anormale, in un falegname che viene derubato e assassinato in casa propria dai tre militi fascisti Vessio, Ruffolo e Landi: è tutto tipico del fascismo e del regime che ha instaurato. Rapinata del futuro, dissanguata dalla guerra, martoriata da vent’anni di oppressione e di violenza, che cos’ha subito la società italiana che non sia capitata, in piccolo, in ogni casa, anche in quella alle nostre spalle? Oggi, con le informazioni in più che abbiamo, non possiamo che confermare quel giudizio: Angelo Autino, come tanti altri e tante altre, è l’ennesima vittima del fascismo, una delle poche rispetto alla massa, che hanno ottenuto una targa. Quando passiamo qui davanti potremmo pensare non solo a lui, ma anche a tutte le altre e tutti gli altri. Non dimenticare Angelo significa non dimenticare nessun*.


Quarta tappa, lungo Dora Firenze – Targa ai partigiani Giuseppe Cibrario, Domenico Moretti e Arturo Fenoglio/ Siamo davanti alla lapide che ricorda Giuseppe Cibrario, Domenico Moretti e Arturo Fenoglio. Poco più che trentenni i tre vennero uccisi dai gendarmi della Guardia Nazionale Repubblicana, la notte del 21 ottobre 1944 qui, su lungo dora Firenze davanti all’ex-Ceat. Cosa stavano facendo quella sera i tre? A bordo di un furgoncino stavano trasportando materiali e rifornimento per le formazioni in montagna con le quali erano in collegamento dalla città. Fermati, perquisiti e colti con il carico che stavano trasportando, vennero condotti alla caserma di via Asti, torturati e poi ricondotti qui sul luogo del fermo, fucilati e appesi. E immaginiamo oggi, chi potrebbero essere loro tre? Potrebbero essere 3 di noi, impegant* in un’iniziativa di spesa solidale, che con cassette di alimenti e generi di prima necessità raggiungono le famiglie in difficoltà del quartiere. Famiglie con le quali collaboriamo oggi per resistere a questo sistema che opprime e lascia deliberatamente in povertà alcune fasce della popolazione. Immaginate invece se su quel mezzo ci fossero stat* sempre 3 di noi, pront* a portare forze, sostegno e materiali in montagna, all* compagn* in Val di Susa, in uno degli ennesimi presidi nati per resistere contro la cementificazione e la devastazione di quella Valle, contro la costruzione di grandi opere inutili ai danni della Terra e di chi ogni giorno ci vive e la difende. Quella sera invece c’erano Arturo, Giuseppe e Domenico, ma ci sarebbe potut* essere ognun* noi. E oggi noi li vogliamo ricordare come portatori di quella resistenza diffusa e di rete fatta di collaborazione e di mutuo sostegno; una resistenza diffusa che si muove un furgoncino, così come in macchina, in bici o a piedi. Ogni giorno che ci svegliamo, troviamo un invasore e decidiamo di muoverci e di resistere. Ieri come oggi. Ora e sempre Resistenza!

Quinta tappa, lungo Dora Napoli-corso Giulio Cesare/ la resistenza deə balonarə e di tutto un quartiere. Puoi sentirci nel video!

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