Tutte Vere, tutte Libere!

Nona tappa, via Bologna – Ricordo di Vera e Libera Arduino/ Libera e vera Arduino sono figlie di una famiglia operaia come tante nella Torino degli anni 40. Povertà, politica e antifascismo sono il pane quotidiano della resistenza nei quartieri proletari di quegli anni. Libera e Vera hanno forza, determinazione… voglia, dopo la liberazione, di costruire un mondo migliore: senza dittatura, senza allarmi che suonano di notte, senza oppressione dell’uomo sulla donna. Vera ha 16 anni una ragazza adolescente, militante del gruppo di difesa della donna a Barriera di Milano, un gruppo di azione partigiana legato al pci e ai giustizia e libertà. Libera, 18 anni, con il suo nome teoricamente vietato dalle leggi fasciste del 1935, è staffetta: porta notizie dai gap di barriera fino alla montagna. “La sera del 12 marzo 1945 una squadra di fascisti prelevò dalla loro casa di via Moncrivello 1, Gaspare Arduino, operaio delle Acciaierie Fiat antifascista, le sue due figlie, Libera e Vera insieme ad alcuni loro ospiti.” Stavano facendo una riunione, diranno alcuni testimoni dopo la Liberazione, già perchè alla Liberazione manca davvero poco, ma Libera e Vera non la vedranno “Gli uomini, prima vennero torturati poi trucidati la notte stessa nei pressi dell’abitazione, in corso Belgio angolo via Lessolo. Vera, e Libera, furono trucidate nei pressi del canale della Pellerina”. “Per il funerale delle Arduino alcune fabbriche hanno mandato delegazioni, altre durante i funerali si sono fermate. Alla Paracchi una ragazza è salita sul tetto e ha messo la bandiera rossa. Un compagno elettricista, che era nelle SAP, aveva staccato tutti i fili d’allarme perché i fascisti non chiamassero i rinforzi. – «Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi!» – Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne”.” Libera e vera Arduino sono state uccise, trucidate e violentate dai fascisti. Ma la loro memoria viene infangata quotidianamente e con loro la memoria della resistenza. Viene infangata la loro memoria tutte le volte che la resistenza viene ricordata come cosa da uomini, tutte le volte che sentiamo e diciamo che le donne vanno protette perché sono il sesso debole, tutte le volte che viene negato loro (per una pretesa di femminilità) la possibilità di agire violenza, tutte le volte che assecondiamo il dominio patriarcale per comodità, per scelta o per rassegnazione. A Libera, a Vera, a tutte le militanti femministe e antifasciste dimenticate dalla storiografia e dai movimenti va questa nostra azione: un panuelo rosa per dire che la vostra lotta, la nostra lotta non è finita nel ’45, ma continua oggi insieme a noi contro ogni forma di oppressione e dominio.


Decima tappa, corso Novara/via Bologna – Lettera aə studentə dell’IPSIA Birago/ Carə studentə , carə insegnantə dell’IPSIA Birago, buona festa della Liberazione! Se stai leggendo queste righe è perché abbiamo voluto, come antifascisti e antifasciste del quartiere, portarti il nostro saluto. Volevamo soffermarci un istante a  riflettere con te sul significato di questo venticinque aprile, partendo dal nome della tua scuola. Come saprai Dalmazio Birago è stato un aviatore, medaglia d’oro al valor militare. Nella motivazione di questa medaglia è scritto: “Sottoposto ad amputazione dell’arto, conservava sino all’estremo cosciente fermezza e virile coraggio invocando i nomi del Re, del Duce e dell’Italia”. Birago morì dopo l’abbattimento del suo aereo da guerra nei cieli dell’Eritrea. Insieme alla sua squadriglia di bombardieri “La disperata” al comando del gerarca fascista Galeazzo Ciano prese parte all’invasione italiana del paese africano nel 1935. Qui, mentre bombardava un accampamento nei pressi del monte Amba Alagi, veniva ferito e moriva in capo a due giorni. Oggi la memoria della “avventura coloniale” italiana in Africa è fortemente mistificata: se ne parla ancora in termini romantici e avventurosi, o non si vogliono riconoscere fino in fondo come tali i crimini di guerra italiani in Africa, nei Balcani, in Russia. L’invasione dell’Etiopia non fu altro che una guerra di aggressione portata avanti dal regime criminale e assassino di Mussolini. Il nome scelto per la tua scuola nel 1937, in pieno regime, ricorda ancora oggi quella storia, quella volontà di potenza, quel desiderio di espansione portato avanti a colpi di mitraglia e a suon di bombe a scapito della libertà degli altri. Da tanto tempo assistiamo alla reintitolazione di vie e di piazze, negli Stati Uniti, in Inghilterra, un po’ anche in Italia, che vogliono cambiare nome a luoghi dedicati a istituzioni e uomini schiavisti, guerrafondai e stupratori “famosi” per aver contribuito a plasmare i loro paesi a propria immagine. È un’operazione che parte da una domanda che a milioni si fanno nel mondo: le piazze, le strade, i luoghi che attraverso, quale storia raccontano e quanto influenzano la mia vita e il mio futuro? Studiare in una scuola dedicata a un giovane che prese parte all’invasione dell’Etiopia, che cosa dice della società nella quale vivo? Com’è possibile che dopo la Liberazione che oggi festeggiamo il nome della mia scuola e la storia che vuole celebrare siano sopravvissuti?  È giusto che in un’Italia che si dice democratica, che ripudia la guerra, aperta e plurale, questa scuola richiami alla guerra colonialista e imperialista? Se è così, la società nella quale vivo è davvero democratica, aperta e plurale? Noi crediamo che le ragazze e i ragazzi che alla tua età, 76 anni fa, si sono messe in gioco per cacciare i nazisti e liberarsi dai fascisti volessero un’Italia diversa, ma anche che quel sogno non si sia ancora realizzato e che tocchi a tutte e tutti noi impegnarci per portarlo avanti ovunque sia possibile, cominciando a mettere in discussione la realtà nella quale viviamo. Se la mia scuola, la strada in cui vivo, la piazza in cui passo il tempo con i miei amici, sono dedicate a generali responsabili dell’internamento di migliaia di persone, a politici che giustificarono l’uso della violenza contro le popolazioni “inferiori”, agli scienziati che sostennero la superiorità della “razza italiana”, all’aviatore che invase e bombardò l’Etiopia, con che faccia possono essere la scuola, la piazza, la strada di un paese che pretende di essere democratico e antifascista, nel quale non dovrebbero esistere alla base ostacoli di genere, di classe, di cultura tra cittadini e cittadine? Non pretendiamo di avere risposte. Ma in un momento in cui i fascisti sono tornati a far sentire la loro presenza nelle strade e nelle scuole della nostra città, cominciare a interrogarci tutte e tutti insieme su cosa potremmo fare per contrastare le loro idee violente, misogine e omofobe potrebbe essere un primo passo per togliere loro il terreno sotto i piedi. Lo dobbiamo ai tanti e alle tante che hanno dato la vita per un mondo più giusto. Se lo vorrai noi siamo e saremo qui: le strade, le scuole, le città sono di chi ama la libertà e odia il fascismo. La Resistenza è un cammino che si fa tutti i giorni: speriamo di poter fare un pezzo di strada insieme! Un saluto amichevole e buona Resistenza da Manituana antifascista!


Undicesima tappa, giardini Aborto libero – Via l’antiabortista Madre Teresa di Calcutta, dedichiamo un parco all’aborto libero, sicuro e garantito/ Vorremmo spendere ancora qualche parola in questi giardini intitolati a Madre Teresa di Calcutta, eminente religiosa del secolo scorso, che nel 1979 ha ricevuto il Nobel per la pace. Questo 25 aprile noi vogliamo ricordare la Liberazione dal nazifascismo ad opera di coloro che nella Resistenza hanno lottato per un futuro libero dalla guerra e dalla sopraffazione, per la pace e l’autodeterminazione. Qui oggi, vogliamo ricordare in particolar modo le donne che hanno scelto di prendere parte alla Resistenza come Partigiane, rifiutando il ruolo di custodi della casa che la società imponeva loro. Quelle donne che hanno resistito come staffette, infermiere, imbracciando le armi, organizzando scioperi e sabotaggi erano anche le donne che si agitavano nel movimento femminista lottando per l’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, sia facendo pressione sui partiti, sia mediante azioni dirette. Queste donne lottavano per il diritto di voto, per il lavoro e per la tutela sociale delle donne, ma soprattutto erano radicalmente pacifiste. Le donne del primo movimento femminista volevano diffondere una cultura di pace e del disarmo contro la guerra e il colonialismo, consapevoli di quanto la guerra contribuisca a rinsaldare la divisione di genere dei ruoli sociali e a rinvigorire miti virilisti e machisti come quelli di nazione, patria e famiglia. Queste idee, che vengono ampiamente smobilitate in tempo di guerra, sono funzionali alla costruzione di una cultura guerrafondaia, violenta e aggressiva e sono basati sull’oppressione e la colonizzazione delle donne e dei loro corpi. Le donne non sono libere di scegliere il modo in cui vogliono condurre la propria esistenza, ma servono solo per riprodurre la nazione perché servono figli per combattere. Figli per combattere. Figli per rinvigorire la razza. Ma anche figli per corrompere e sostituire la razza. Sì, perché in guerra i corpi delle donne diventano un vero e proprio campo di battaglia e di conquista e lo stupro delle donne del nemico è uno metodo bellico utilizzato sistematicamente in modo strategico per minare la capacità riproduttiva di un popolo e come strumento di sostituzione etnica. Ecco, le donne del movimento femminista erano profondamente consapevoli di questo e quelle che hanno scelto di prendere parte alla Resistenza hanno combattuto per la libertà di tutti e tutte e per la propria autodeterminazione, per poter decidere sulla propria vita e sul proprio corpi. Oggi noi continuiamo la loro lotta, come femministe ancora resistiamo contro coloro che vogliono rinchiuderci in ruoli sociali oppressivi, contro coloro che vogliono avere giurisdizione sulle nostre scelte riproduttive e quindi anche contro coloro che sostengono che l’aborto è il più grande crimine contro la pace, proprio come ha sostenuto nel suo discorso per il nobel Madre Teresa, a cui sono intitolati questi giardini. Ad uccidere sono gli uomini violenti, è la cultura dello stupro, sono i conflitti bellici e lo sfruttamento dei territori e dell’ambiente, non sono le donne che prendono decisioni consapevoli sulla propria maternità e per i propri progetti di vita. Proprio in questi giorni, in seguito alla manifestazione indetta dal movimento Non Una di Meno contro l’ingresso di associazioni antiabortiste nei consultori, un gruppetto di neofascisti, spalleggiati pubblicamente dal candidato sindaco di Fratelli d’Italia, ha attaccato aberranti manifesti anti-aborto che per linguaggio e toni ricordano i discorsi mussoliniani su maternità, patria e famiglia. Le compagne di questa città hanno prontamente risposto cancellando i loro manifesti perché la resistenza è tutti giorni, e per questo 25 aprile vogliamo rinominare questi giardini “Giardini aborto libero” perché lottare per la nostra autodeterminazione è la nostra resistenza.

E con questo abbiamo finito, buon 25 aprile e buona Resistenza a tutt*!

Ogni partigiana ce l’ha insegnato: antifascista sempre, che esploda il patriarcato!


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