COMPAGNA E SORELLA, DISTRUGGIAMO IL SISTEMA!

Non sarà la denuncia del potere a liberarci dal sistema patriarcale dominante. Sarà la contro-violenza delle donne.

L’8 marzo è arrivato. Ancora una volta oggi ci ritroveremo per contarci e per lottare insieme. Non può esserci momento migliore di questo per chiederci che strumenti abbiamo per le mani e come vediamo il mondo che vogliamo costruire. Questo è un testo bellissimo e urgente, scritto da una donna la cui memoria ci accompagnerà sempre. Sehid Ceren Güneş, internazionalista turca morta combattendo sul fronte di Tell Tamer in Rojava pochi mesi fa contro l’invasione dell’esercito turco-jihadista. Era comandante dell’IFB, International Freedom Battalion ovvero il gruppo militare internazionalista ricreato per resistere all’offensiva turca accanto ad altri gruppi come le YPG/YPJ, ed era una compagna femminista che come tante altre aveva lasciato tutto per dedicarsi interamente alla lotta per difendere la rivoluzione femminista, ecologista e socialista in Siria del Nord. Questo testo parla di tante cose che ci riguardano da vicino come femministe, che ci premono ogni volta che ci chiediamo come agire per combattere la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, ogni volta che ci contiamo sperando di non aver perso nessuna per strada, ogni volta che ci sentiamo impotenti e sole anche quando siamo insieme. Per Ceren e per le sue compagne, di fronte alla violenza del sistema che subiamo ogni giorno l’unica risposta può essere la contro-violenza delle donne, non solo come strumento di autodifesa ma come percorso necessario per costruire un mondo nuovo.Non dobbiamo dimenticare che la testa e l’anima che ha saputo scrivere queste parole non esiste più, e non per cause provvidenziali ma perché una mano precisa ha causato la sua morte, la stessa mano che opprime le donne e le soggettività non conformi in tutte le parti del mondo, quella del fascismo e del patriarcato. Ceren è morta ma le sue idee sono le nostre: è nostro dovere assumerle, ricordarle e anche dibatterle, ancor di più in una giornata come questa.
Facciamo sì che queste parole viaggino per il mondo, attreversino le frontiere e gli Stati che ci opprimono come li attraversa la lotta femminista internazionalista che ci unisce tutte nello stesso respiro.

Compagna e sorella, distruggiamo il sistema


Questo è un mondo strano
e non cambierà senza una resistenza forte.1

Durante la manifestazione delle donne del 28 settembre scorso a Kadıköy, Istanbul, si è annunciato l’inizio della campagna “Mettiamo fine urgentemente ai femminicidi”. Come programma della campagna si è deciso di organizzare ogni notte fino al 25 di novembre una serie di azioni rumorose della durata di 5 minuti ciascuna. La rivendicazione: l’applicazione della Convenzione di Istanbul2. Due giorni prima, tutte le donne del mondo avevano ricevuto dalle montagne del Chiapas un invito a partecipare all’Incontro Internazionale delle Donne3. Secondo quanto scritto nell’invito, quest’anno l’assemblea dell’incontro internazionale delle donne aveva un unico punto all’ordine del giorno: la violenza contro le donne e i piani di lotta contro di essa. 

Come si può vedere da entrambe le chiamate – indipendentemente dal contenuto, significato o rivendicazione – in questo momento l’ordine del giorno urgente nella lotta per la liberazione delle donne a tutte le latitudini è la violenza. Con il motto “Non vogliamo morire / vogliamo vivere” tutte le donne si stanno unendo. Questo slogan mostra chiaramente quale sia il livello raggiunto oggi dalla violenza dello Stato-patriarcale.

Ci confrontiamo con una violenza machista statale “straordinaria” che si somma a un’oppressione e un annichilimento delle donne che, sotto molti punti di vista, sono già stati normalizzati (!) e che forzano e superano i limiti della tirannia già esistente – tirannia che colpisce le donne e che è parte integrante del Patriarcato e del Sistema, al punto tale da essere, purtroppo, diventata un’abitudine. Questa situazione di violenza nuda e cruda genera in tutte le donne il bisogno di ostacolarla e interromperla immediatamente, anche se ciò comporta una sospensione nella totalità della lotta per la libertà delle donne. La vediamo davanti a noi come una necessità ardente. 

Per il momento ci basti dire che non si può leggere questa violenza patriarcale “anormale” come se fosse separata e distinta dagli strumenti normalizzati e sistematizzati, e passiamo al prossimo punto. Oggi la domanda che ci poniamo è la seguente: Cosa dobbiamo fare per rispondere a questa necessità ardente? È una domanda che tutte noi ci siamo fatte e di fronte alla quale abbiamo avuto più o meno successo cercando una risposta attraverso le nostre diverse esperienze. Prima di tutto, dobbiamo stabilire quali sono i nostri presupposti mentre conduciamo questa ricerca. Non con la denuncia della violenza maschilista (la violenza dell’oppressore), bensì soltanto organizzandosi e applicando la propria contro-violenza (violenza dell’oppressa) contro quella violenza distruttrice le donne possono liberarsi. 

Solo questo potrà fare a pezzi la tirannia che ha posto le donne come oggetti nello scenario della storia. Distruggere questa oggettificazione e questa relazione basata sulla tirannia è possibile solo con la violenza, e solo attraverso questa violenza l’oggetto può porre se stesso, cioè ottenere la propria esistenza come soggetto politico. Non sarà la denuncia del potere, dello Stato, del patriarcato e delle strutture e apparati che lo dirigono, non sarà solo denunciare la violenza del potere dello Stato-macho a liberarci da questo sistema maschilista dominante; bensì sarà la contro-violenza che le donne organizzeranno contro quella violenza. È con questa contro-violenza che coloro che fino ad oggi sono state oggettificate e obbligate a vivere nella tirannia e nell’oppressione romperanno e disattiveranno quella tirannia e stabiliranno una nuova equazione. 

Dalla denuncia della violenza maschilista alla dichiarazione della contro-violenza delle donne

Visto il livello raggiunto dalla violenza maschilista, quale è stata e quale potrebbe essere la nostra risposta? Cosa stiamo facendo per contrastare ed eliminare questa violenza? Denunciarla alle forze di sicurezza e ai tribunali, monitorare i casi di violenza, “visibilizzare” la violenza sulle donne con vari studi, ad esempio con sondaggi sulle reti sociali, fare rumore eccetera… Abbiamo solo questi strumenti? O, detto in altro modo, questi strumenti possono portarci al nostro vero obiettivo? Queste sono tutte pratiche che le donne hanno organizzato e applicato in mille modi diversi fino ad oggi. Non c’è dubbio che anche queste pratiche abbiano ottenuto dei risultati. Dobbiamo sottolineare la struttura generale che sta dietro a tutti questi casi di violenza che sono unici e singolari per ogni donna. D’altra parte, però, un’unica linea d’azione intrappolata nel loop della denuncia non farà avanzare la lotta per la libertà delle donne. 

La denuncia ha come obiettivo che il denunciato non ripeta mai più l’atto per cui è stato denunciato. Nel caso in cui lo compia nuovamente, sarà possibile identificarlo mediante l’esperienza collettiva acquisita e separarlo rapidamente dalla comunità. Si sapranno già il suo nome e la sua faccia. Nel mondo della dominazione maschilista, il fronte delle donne è una scala che va dall’ambito privato al pubblico. Però è solo una scala. Questa scala da sola non sarà mai abbastanza per collocarci (correttamente) dentro questa equazione di poteri. 

Denunciare è importante, porta alla luce, visibilizza. Però se questa denuncia non evolve al punto da dare una risposta a ciò che denuncia (di modo che lo impedisca, lo distrugga, che elimini la potenzialità che si ripeta) e rimane solamente una denuncia, perde forza e significato. Ci resta soltanto il fatto di aver denunciato. Arriva il momento in cui questo modo di agire ci porta ad accontentarci di quel briciolo di sollievo. Perché non c’è un dopo. 

Iniziano a nascere forme di attivismo che hanno perso la loro autenticità: il pacifismo, il movimentismo… Le denunce fatte senza una prospettiva politica-pratica a un certo punto diventano prive di contenuto. Inizieranno ad accecare, pacificare, imprigionare le donne in un circolo vizioso. Nel presente, ogni volta che la lotta delle donne ha voluto dare un salto, con ogni salto ha sbattuto contro lo stesso muro: il conformismo e la memorizzazione. Così, solo quando avremmo interrotto la corrente e tagliato il passo a ciò che persiste (la stessa favola di sempre), potremmo occupare un luogo che trasformi e commuti la equazione.

È chiaro che la denuncia dà visibilità alla violenza contro le donne; possiamo dire che questo permette che ci sia più consapevolezza rispetto alla lotta contro la violenza maschilista e che si sviluppino la solidarietà e il coraggio tra le donne. Allora dobbiamo ragionare sulla visibilizzazione. Che tutti sappiano una cosa non significa che questa sia stata visibilizzata. Vengono fatte infinite chiamate a manifestare e ci sono infinite pagine nelle reti sociali che sono state aperte per poter denunciare. Però ciò che si vede e si mostra lì, nelle fotografie, invece di essere il mondo patriarcale in cui la donna è imprigionata – o le istituzioni, gli strumenti e i meccanismi (e coloro che li applicano e li mantengono attivi) della tirannia che agisce su di essa, o la relazione tra tutto questo – non va oltre la figura della donna vittimizzata e sacrificata. 

Nel principio del Diritto di Stato, le leggi funzionano in termini di colpevoli-vittime. Questo principio sostiene anche qui, senza interruzione alcuna, la sua retorica. Siamo arrivate a un punto in cui, invece che visibilizzare i meccanismi da cui nasce la violenza, sono le donne, i loro corpi, i loro sentimenti e le loro vite a finire sotto la lente d’ingrandimento. Fino a che non sarà la stessa oppressa che, con la lotta politica da lei proposta, stabilisca l’equazione, le oppresse saranno oggetto del giornalismo sensazionalista come vittime/sacrificate. Quando l’equazione venga stabilita di nuovo a partire dalla lotta delle oppresse, allora l’oggetto si convertirà in soggetto politico. È esattamente questo il momento in cui la lotta politica ci potrà salvare. 

Dopo questa frase, abbiamo il diritto di porci un’altra domanda: la questione secondo cui le donne sono o non sono un soggetto politico; ma non siamo già un soggetto politico? E, se non lo siamo, qual è il cammino che dobbiamo intraprendere per diventarlo? In un mondo di oppressori e oppresse, c’è una ruota che gira nella profondità dell’essere: quella che assicura la dominazione degli oppressori sulle oppresse; la ruota della perpetuità. I metodi e l’intensità cambieranno a seconda del tempo e del luogo; pressione, forza, sfruttamento, eliminazione, ignoranza, esproprio… Tutti questi fattori si daranno in una cornice i cui limiti saranno stati decisi da loro stessi. I Diritti dei servi, la cittadinanza e la lealtà, i diritti umani, una Costituzione eccetera; cambia il nome, qua o là, però la sua essenza è la stessa. 

Anche se l’ampiezza dei limiti sarà determinata dalla forza di frizione applicata dall’oppressa sulla ruota tagliente, il limite in sé è lo stesso. Quello che ci interessa è, senza alcun dubbio, la distruzione completa di quei limiti. Potremo posizionarci di fronte al potere solo se, come soggetto politico, costruiremo la lotta per la liberazione delle donne e la spingeremo avanti seguendo questa prospettiva. È evidente che non potremo evitare di essere vittimizzate o diventare oggetti di un dramma in tutti i contesti in cui non riusciremo ad assumere questa posizione… Allo stesso modo in cui un operaio non ha bisogno che un altro lavoratore cada dall’impalcatura e muoia per potersi posizionare di fronte al suo capo come soggetto politico. 

Le nostre rivendicazioni hanno il potere di ribaltare l’ordine patriarcale

Che non ci siano fraintendimenti; il nostro punto di vista non nasce dentro delle categorie. In Turchia tutto un movimento rivoluzionario (MRT), anche se si è avvicinato minimamente alla questione della rivoluzione, ha accumulato molti più errori rispetto alla lotta per la libertà delle donne. Allo stesso modo in cui, a causa della sua visione del mondo, il modo rude e memorialistico dell’MRT di leggere il marxismo gli ha impedito di creare una politica rivoluzionaria, il suo approccio alla lotta per la libertà delle donne non gli ha permesso di andare oltre una mera categorizzazione delle compagne come “senza genere” o come femministe piccolo-borghesi, come riformiste o come comuniste, come femministe o rivoluzionarie. Un’auto-critica profonda a questo proposito è assolutamente necessaria. In questo senso, non abbiamo nessuna intenzione di ignorare o minimizzare la lotta per l’uguaglianza di genere che hanno portato avanti le organizzazioni delle donne fino ad oggi. Ciò che vogliamo sottolineare è che limitarsi a reclamare leggi, protestare e fare azioni nelle modalità con cui si stanno impostando ora non ci farà ottenere le chiavi della lotta per la libertà delle donne.

Come già abbiamo visto tante volte nella storia della lotta delle donne, a seconda di dove si alimenta e su cosa si fonda, una rivendicazione verso un cambiamento può convertirsi in occasione per grandi rivolte, la paralisi del sistema e lotte radicali di grandi dimensioni.

Duecento anni fa le donne lottarono per ottenere diritti civili e lo fecero con grande ricchezza di pratiche, con tutta la creatività e la diversità che riuscirono a riunire. Non solo presentandosi regolarmente davanti alla porta del Parlamento o sedendosi davanti ad esso, bensì usando dal sabotaggio agli scioperi della fame, organizzando tutti gli ambiti della vita, delle loro vite, attorno a quella rivendicazione… E allo stesso tempo ridicolizzando le orde dello Stato-macho… Anche nei momenti in cui il prezzo da pagare fu il più alto, pronunciarono le loro rivendicazioni come una burla; come nelle parole di Olympe de Gouge “Se le donne hanno il diritto di essere condannate all’impiccagione, allora dovrebbero avere anche il diritto di votare”. Questa rivendicazione, che riuscì a ottenere che l’uguaglianza assumesse almeno uno status legale, scatenò e rafforzò la lotta militante organizzata dalle donne. E a questo diedero maggior forza le donne stesse con i loro infiniti metodi di resistenza, generati tanto quel giorno come in azioni posteriori. Se le riforme non si auto-limitano, non rimarranno nel riformismo, bensì potranno aprire la strada e infiammare pratiche molto più radicali. 

E oggi…

Se torniamo di nuovo all’inizio, la campagna che è stata lanciata (in Turchia, ndr.) è importante in questo senso. L’applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è una conquista; permetterà alle donne di respirare sotto la morsa della violenza e della pressione che impone loro lo Stato-macho. Però sappiamo anche che lo stesso Stato a cui rivolgiamo questa richiesta non cessa di essere, allo stesso tempo – con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua polizia e i suoi soldati, e con l’educazione che promuove – il complice e il mandante degli omicidi delle donne nelle sue case, nelle sue strade e istituzioni, così come degli stupri, delle aggressioni e di tonnellate di altri casi di violenza machista. Le nostre rivendicazioni sono così radicate e profonde che non potranno trovare vita dentro i confini della legge stabilita e mantenuta dagli Stati con la violenza. Una richiesta legale allo Stato fascista borghese, lo stesso che formula la cornice legale della relazione di sfruttamento e oppressione della donna, apre la strada perché quella stessa richiesta rimanga imprigionata nei limiti dell’ordine legale borghese che ha fatto della proprietà privata la sua linea rossa. A meno che non uniamo queste richieste di riforma con una linea di lotta che collochi un pezzo di dinamite sotto il sistema legale borghese (sia quale sia, dal democratico al fascista)…

Disattiviamo questo sistema capitalista patriarcale che sfrutta, uccide e denigra le donne. Rendiamo la vita insopportabile ai rappresentanti di questo sistema; a ogni giro di ruota, aumentiamo la frizione; fino a estirpare completamente e a gettare via tanto la ruota quanto il sistema. Il nostro impegno, la nostra azione, la nostra campagna avranno senso solo con questa totalità di propositi. E, proprio su questo punto, dal Chiapas ci arrivano le parole autentiche e nitide delle compagne:

Compagna e sorella, e se invece di aver imparato a gridare solo per il dolore avessimo potuto scoprire il momento, il luogo e il metodo per lanciare il grido che darà vita al nuovo mondo? Vedi, sorella e compagna, le cose stanno così: per poter continuare a vivere dobbiamo costruire un altro mondo. Il sistema è arrivato a un punto tale che possiamo vivere solo se lo uccidiamo una volta per tutte. Non aggiustarlo un po’, o sopportarlo, o chiedergli che si comporti bene, che non sia così crudele, che non esageri. No. Distruggerlo, ucciderlo, farlo sparire, che non resti nulla, neppure la cenere. È così che la vediamo, compagna e sorella: o il sistema o noi. E così l’ha imposto il sistema, non noi come le donne che siamo.”


Ceren Güneş4 – 30 settembre 2019

1 Da Etica Hacker, Pekka Himanen

2 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, presentata a Istanbul nel 2011, che si propone di “prevenire la violenza contro le donne, proteggere le vittime e giudicare i colpevoli”.

3Invito al Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan, EZLN

4 La compagna Ceren Güneş è caduta lo scorso 3 novembre mentre difendeva la zona di Tell Tamer dagli attacchi dell’esercito turco e le forze jihadiste. Ceren era nata in Turchia, dove aveva iniziato la sua militanza comunista, che la portò a far parte del Partito dei Communardi Rivoluzionari (DKP/Birlik). Terminati i suoi studi in medicina, rifiutò l’opportunità di avviare una carriera professionale per dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria. Si unì alla rivoluzione nel Nord della Siria quattro anni fa, partecipando a diverse campagne militari e assumendo la responsabilità di comandante dell’International Freedom Battalion (Brigata Internazionale di Liberazione – IFB).

Storie di strada. La pietra d’inciampo di Lucio Pernaci

Giornata della Memoria 2020, corso Regio Parco 35

Pensando a come affrontare il giorno della memoria abbiamo voluto cercare, come in occasione della Liberazione, le storie del quartiere in cui ci troviamo. Le strade di borgo Rossini hanno delle storie da raccontare al pari di tutte le vie della nostra città, storie che spesso chi abita in zona ammette di non conoscere, perché scarsamente valorizzate, o perché raccontano di personaggi poco famosi, meno rispondenti all’immagine eroica della Resistenza. Lo scopo dell’avere una Biblioteca autogestita, pensiamo, può essere anche quello di suggerire percorsi di ricerca collettiva, riaprire discorsi al di là dei libri di cui ci si prende cura, spostare il sapere da un singolo supporto a tutto quel che ci sta intorno; ricondurre quindi la storia su scala più piccola, ma non per questo meno esemplificativa di grandi dinamiche. È stato il caso nel 2019 di Angelo Autino, il falegname di via Reggio assassinato dai fascisti nel febbraio del 1945, ed è anche il caso di Lucio Pernaci.

Foto dall’internet

«L’ennesimo operaio dalla testa dura, un altro immigrato meridionale che non sa stare al suo posto»

Quando viene convocato in questura a inizio marzo del ‘44, Lucio Pernaci, scrivono sul sito delle pietre d’inciampo, ci va perché è convinto di ricevere informazioni sui figli sfollati in Abruzzo. Lucio è un operaio, abita in corso Regio Parco 35 con sua moglie Adele, è nato a Caltanissetta e ha da poco compiuto quarantaquattro anni.

Qualche giorno prima, tra il 28 febbraio e l’otto marzo, decine di migliaia di operai e operaie impiegat* nell’industria torinese hanno scioperato nonostante le minacce e di rappresaglia delle autorità nazifasciste. Lo sciopero è stata un’importante azione di guerra della classe operaia al regime di Salò e al suo protettore nazista.

Tra le settantamila persone coinvolte nello sciopero c’era anche Lucio. L’ennesimo operaio dalla testa dura, un altro immigrato meridionale che non sa stare al suo posto, come tanti che dalla sua terra si sono trasferiti nel grande triangolo industriale. Nel 1927, da impiegato delle ferrovie in Sicilia, aveva rifiutato l’iscrizione al PNF ed era stato licenziato. Si era quindi spostato a Torino, dove aveva trovato lavoro alla FIAT Ferriere.

Le Ferriere erano state acquistate dalla famiglia Agnelli nel 1917, in pieno conflitto mondiale, e da allora la crescita degli stabilimenti di corso Mortara non aveva conosciuto interruzioni. Al momento dello sciopero ci lavorano in 4.577.

Per raggiungere il posto di lavoro Lucio percorre ogni mattina tre chilometri per le strade della Barriera, insofferente all’occupazione nazifascista, alla fame, alla guerra in cui le camicie nere l’hanno portata. Forse sulla sua strada incontra compagne e compagni rimast* nella storia più di lui, per meriti che difficilmente si desidera accumulare: combattere, resistere alle vessazioni, sopravvivere ai bombardamenti, entrare nei comitati di agitazione, coordinare la Resistenza che a Torino e in tutto il Piemonte dà molto filo da torcere ai nazifascisti, in tre parole fare la guerra.

Lucio non è famoso. Mostra coraggio al pari di tanti colleghi, perché ci vuole coraggio a scioperare coi carri armati tedeschi per le strade, i presidi armati e le spie fasciste negli stabilimenti, i rastrellamenti, ma non vogliamo pensarlo come un eroe. Le sue preoccupazioni sono probabilmente le stesse di qualunque altro operaio: il salario, tirare a campare, sopravvivere, pensare ai figli sfollati di cui non ha più notizie a causa dei combattimenti sul fronte. Quando viene convocato in questura ci va. Attraversa la città e si presenta come richiesto alla polizia. In questura dichiara le sue generalità e viene trattenuto. Gli comunicano che è in arresto. Lo sciopero non può essere perdonato: i fascisti l’avevano detto.

Se scioperate ci saranno conseguenze. A pagare immediatamente sono 400 operai, e Lucio è tra quelli. Viene condotto a Porta Nuova e caricato su un treno diretto in Austria, a Mauthausen. Ricorda Carlo Chevallard nel suo diario:

« Una scena pietosissima stamane; transitano per corso Vittorio Emanuele II diretti in stazione i camion degli operai arrestati in seguito agli scioperi e che vengono deportati in Germania. Sono stati prelevati dagli stabilimenti il giorno stesso della ripresa del lavoro e non è stata data loro la possibilità di rivedere le loro famiglie: dalle carceri vanno direttamente in stazione »

La cosiddetta porta mongola, l’ingresso del campo di Mauthausen

Mauthausen è un campo che il regime nazista ha edificato nel 1938. Non è tuttavia la prima volta che la cittadina vede campi di prigionia e lavori forzati: già negli anni della prima guerra mondiale i prigionieri di guerra italiani, russi e serbi venivano lì internati per lavorare nella vicina cava di granito.

Il terzo Reich classifica ufficialmente lo Stammlager di Mauthausen, con i suoi quarantanove sottocampi sparsi in tutta l’Austria, come “classe 3”: campo di punizione e di annientamento delle persone detenute attraverso il lavoro. Lo comanda dal 1939 lo Sturmbannführer delle SS Franz Zierei, che incita i suoi sottoposti e i kapo ad esercitare una particolare durezza nei confronti de* reclus*.

Lucio come tante e tanti attraversa l’undici marzo del ‘44 la cosiddetta porta mongola, l’ingresso del campo, riceve una uniforme a strisce, diventa “uno zebrato” con un triangolo rosso la dicitura It ricamata sopra, a indicare il suo status di prigioniero politico di nazionalità italiana, e un numero di matricola, 57336. Viene quindi avviato a turni di lavoro massacranti nella cava di granito, sotto costante minaccia delle armi e delle botte dei kapo.

L’ingresso del sottocampo di Gusen I

La guerra è un grande affare, Himmler e gli industriali tedeschi lo sanno bene. Le SS nel 1938 hanno fondato la Deutsche Erd – und Steinwerke GmbH (DEST), azienda di proprietà del corpo paramilitare di Himmler. Insieme ad altre sigle del capitalismo tedesco come la J.A. Topf und Söhne e la Kori, che realizzano i forni crematori, o la Steyr-Daimler-Puch AG, attiva nei comparti automobilistico e armiero, beneficiano direttamente in termini economici della manodopera schiavile che rastrellano in tutto il continente. Anche in questo il lager è, come scriverà Primo Levi, immagine del futuro che il nazionalsocialismo ha immaginato per l’Europa.

Da Mauthausen Lucio viene spostato in uno dei tre sottocampi di Gusen, tutti siti nell’arco di cinque/dieci chilometri dal campo principale. Resiste, come la maggior parte dei suoi compagni di detenzione, per qualche mese. A Mauthausen e nei sottocampi dipendenti, come dice lo stesso Zierei ai prigionieri appena arrivati, si va per morire, e non si dura in media più di tre o quattro mesi. È vanto di alcune guardie saper individuare il momento esatto in cui i reclusi diventano “musulmani”, quando prosciugati dalla fatica e incapaci di lavorare oltre cadono a terra come “musulmani in preghiera”. In quel momento il prigioniero viene allontanato dal gruppo e eliminato, tramite iniezione letale, colpo di pistola, annegamento, o qualsiasi altro modo di uccidere che ecciti la fantasia delle guardie, quindi gettato nel forno crematorio.

Non sappiamo come sia morto Lucio. Possiamo immaginare però, in linea con le testimonianze e gli studi, che al momento del suo assassinio pesasse non più di trenta o quaranta chili, e che il suo cadavere fosse delle giuste dimensioni per gli sportelli dei forni crematori, costruiti apposta per accogliere corpi rattrappiti. Costruiti dal genio dell’industria tedesca per risparmiare soldi, materiali e spazio.

Il corpo di Lucio passa dal camino il 27 giugno 1944. Anche quel giorno osservano la colonna di fumo i contadini che abitano lì nei pressi e che ogni tanto lasciano di nascosto delle fette di pane, o un frutto, per i reclusi e le recluse che entrano e escono per raggiungere i “posti di lavoro”.

Gli viene dedicata una pietra d’inciampo davanti all’ingresso della sua abitazione. Operaio, testa dura, antifascista.

Illustrazione dei simboli assegnati a* prigionier* dei campi nazisti

Ricordare è dovere, perdonare è impossibile!

TU CHIAMALI, SE VUOI, “SGOMBERI SOFT”

Nel mese di maggio 2019 la giunta comunale ha deliberato l’approvazione di un nuovo regolamento dei beni comuni per la città elaborato con la collaborazione del professor Ugo Mattei dell’università di Torino, che, prima di diventare ufficiale a tutti gli effetti, dovrà essere approvato dal consiglio comunale.

Negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, abbiamo visto concretizzarsi e prendere forma diversi tasselli di un progetto più complessivo di trasformazione della città. Alcuni sono falliti, come le Olimpiadi, altri vanno avanti, altri ancora come il Balon vedono tutt’ora in atto forme di resistenza.

Intanto vengono annunciate dalle pagine dei giornali le prossime aree papabili per nuove trasformazioni. La lunga mano della speculazione, dopo Porta Palazzo e Aurora, guada il Po e si allunga sul pre-collina e, di nuovo, sul parco Michelotti. Infine risale la corrente verso il Valentino appena liberato dal Salone dell’Auto e agguanta anche la vecchia Porta Susa.

In parallelo si sono concretizzate e proseguono le privatizzazioni delle ex municipalizzate come Iren, GTT, Smat, con un aumento dei costi e un peggioramento dei servizi. Una continuità neoliberista nella gestione della città in cui si faticano a rintracciare le differenze tra l’attuale amministrazione comunale e quelle precedenti.

Quello che ci troviamo ad affrontare è un processo di trasformazione in atto da anni e che alcune persone definiscono gentrificazione. Nella nostra città ha assunto nel tempo forme sempre più raffinate, affiancando, ovunque necessario, interventi istituzionali e polizieschi che sostenessero o peggio ancora che attivassero processi di allontanamento delle persone dai quartieri in cui vivono. 

Questi sgomberi in alcuni casi, come l’Ex-MOI, hanno raggiunto l’obiettivo senza eccessiva difficoltà, in altri, come l’Asilo di via Alessandria, trovando resistenza, hanno dovuto mostrare il loro vero volto e tutta la loro violenza. In ogni caso sono serviti a fare spazio a nuove speculazioni finanziarie e immobiliari.

Ultimo pezzo di questo puzzle la Cavallerizza, quasi interamente sgomberata senza colpo ferire, consegnando quegli enormi e magnifici spazi alla speculazione di Cassa Depositi e Prestiti, con cui la sindaca aveva stipulato un patto d’acciaio ad inizio settembre. Dopo l’ennesimo incendio doloso, scoppiato sotto la pioggia battente di ottobre, la macchina mediatica si è messa rapidissimamente in moto, affiancata fin da subito da Questura e Prefettura. In parallelo l’assessore Iaria rabbonisce gli animi della parte più malneabile degli occupanti, gli “artisti”, che, con una delegazione capitanata dall’ex vicesindaco Montanari e dal prof. Mattei, firmano un accordo sul nulla con il comune e la prefettura, dando il via libero allo sgombero definitivo. Le voci contrarie all’accordo semplicemente vengono zittite non concedendo spazio nelle assemblee e nelle delegazioni.

Così il 19 novembre la sindaca Appendino ha potuto brindare all’ennesima promessa elettorale non mantenuta, ovvero non privatizzare il complesso, insieme alla solita cricca di speculatori formata da banche, fondi immobiliari e costruttori/benpensati da sempre avversi alle occupazioni. Si è fatta marcia indietro sull’uso civico e sulla volontà di toglierlo alla società di cartolarizzazione CCT, a cui l’aveva ceduta l’amministrazione Fassino con un’operazione appoggiata e finanziata da Banca Intesa e Unicredit. Alla collettività rimangono le briciole, resta pubblico soltanto il 14% dell’intera area.

Una delle voci che si sono levate dalla Cavallerizza per contrastare la narrazione rose e fiori di quanto stava avvenendo, è stata quella dei e delle riders. La resistenza allo sgombero delle lavoratrici e dei lavoratori del food delivery ha rotto il silenzio e l’omertà su quanto stava accadendo, restituendo almeno in parte un’altra versione dei fatti: quella di uno sgombero coatto, che ha messo in campo diversi tipi di violenza per ripristinare il potere di banche e fondazioni sulla città, terminato infine con il dispiegamento della celere.

Il tentativo di media e istituzioni di raccontare la resistenza di Casa Rider come negativo non ci stupisce, non è la prima volta che l’autorganizzazione di chi lotta veniva attaccata all’interno. Al contrario le e i ciclofattorini hanno smascherato le intenzioni di chi è disposto a firmare accordi normalizzanti e ad accontentarsi delle briciole pur di mantenere una piccola fetta di potere.

Questo modus operandi fatto di una narrazione mistificante di partecipazione e inclusione sui media, alla quale invece si affiancano nei fatti repressione e polizia, continua a mietere spazi sociali ed esperienze non conformi: chi non è disposto a chinare la testa per farsi normalizzare e assorbire in progetti per la messa a profitto degli spazi e delle esperienze viene etichettato come pericoloso e facinoroso, da marginalizzare, reprimere e se necessario infine sgomberare.

La retorica della lotta senza quartiere al degrado e all’illegalità è il grimaldello ormai ampiamente collaudato di un’amministrazione che sta utilizzando il grande contenitore del bene comune per attuare politiche di esclusione, repressione e controllo della città e delle sue esperienze autorganizzate.

Cavallerizza e il nuovo regolamento dei beni comuni rappresentano una nuova via per la normalizzazione e la distruzione degli spazi sociali: un progetto che vorrebbero calare dall’alto sulla città, un progetto che ci trova contrari e su cui continueremo a costruire opposizione e resistenza. 

Chi occupa spazi per dare vita ad esperienze di lotta, di mutuo aiuto e di solidarietà sa perfettamente che la vera innovazione ed energia nascono proprio dalla possibilità di autogestirsi e autodeterminarsi, ed è questa la strada, difficile e bellissima, che va intrapresa insieme. 

CSOA Gabrio

Laboratorio Culturale Autogestito Manituana