Siamo tutti/e indisponibili

Nella piazza del primo maggio torinese, mentre i sindacati confederali e i partiti responsabili e complici delle disastrose riforme di questi anni facevano la loro tradizionale sfilata, nello stesso momento lo spezzone precario degli/delle indisponibili ha vissuto un’importante giornata di lotta, portando in piazza le rivendicazioni di chi, dall’alternanza scuola-lavoro alla ricerca universitaria, dal food-delivery alle cooperative sociali, è quotidianamente sfruttato, sottopagato, ricattato e non tutelato.

Studenti e studentesse che si vedono costretti a fornire manodopera gratuita alle multinazionali in nome di una presunta formazione; studenti- lavoratori che devono accettare impieghi malpagati, spesso in nero e a totale discrezione del datore di lavoro, per pagarsi le tasse universitarie; dottorandi/e che, contro lo scempio del “dottorato senza borsa”, richiedono la totale copertura delle borse di dottorato; ricercatori e ricercatrici in lotta per la stabilizzazione della proprio posto di lavoro attraverso investimenti e assunzioni; specializzandi/e e studenti di medicina che chiedono più borse di specialità e protestano contro lo sfruttamento dei neoabilitati, pagati a giornata o direttamente a cottimo, uno o due euro a prelievo di sangue, in attesa di vincere una borsa; rider in mobilitazione per il riconoscimento della subordinazione del rapporto di lavoro e di un salario degno; lavoratori e le lavoratrici delle cooperative contro le esternalizzazioni dei servizi pubblici, che non hanno fatto risparmiare nulla alle casse dello Stato, regalando invece guadagni d’oro ai direttori delle cooperative e delle fondazioni e precarizzando il lavoro dei cooperativisti, appeso periodicamente al cappio del cambio appalto. Nello spezzone degli indisponibili hanno trovato voce e visibilità i/le precari/e colpiti da vent’anni di contro-riforme, conclusesi con il Jobs Act, che hanno progressivamente smantellato diritti e tutele, flessibilizzato il mercato del lavoro al solo fine di abbassarne il costo e, per ultimo, legittimato il lavoro gratuito attraverso la promessa che la formazione e l’esperienza di oggi saranno ripagate domani.

Prima ancora che lo spezzone sociale e quello precario muovessero i primi passi su via Po, le compagne di Non una di meno tentavano di stendere dei fili da bucato davanti agli spezzone di Cgil, Cisl e Uil, per denunciare come la violenza di genere sia un elemento strutturale di una società che scarica sulle donne la maggior parte dei lavori di cura e riproduttivi, come se fosse una cosa naturale. Lo smantellamento e la privatizzazione di importanti settori di welfare, dagli asili nido agli ospedali, rende ancora più assidue e onerose quelle mansioni. La reazione dei servizi d’ordine dei tre sindacati confederali, che sin dall’8 marzo 2017 boicottano esplicitamente il movimento di Non di una meno, è stata immediatamente violenta e assistita dai loro colleghi della Digos e del reparto celere.

Poco dopo, durante il percorso del corteo, su via Po abbiamo sanzionato la sede del Rettorato dell’Università di Torino, dove baroni e amministratori dell’università scelgono di destinare gli investimenti del sistema universitario agli avanzamenti di carriera dei docenti prima che alla stabilizzazione dei precari, bloccando i piani di reclutamento dei/delle precari/e, e di impedire il libero accesso all’istruzione, attraverso l’introduzione di nuovi numeri chiusi.

 

Entrati/e in piazza Castello, abbiamo deviato dal percorso tradizionale del corteo e ci siamo diretti verso Piazza Solferino, per sanzionare la sede di Eataly recentemente aperta. Naturalmente Eataly, come molte altre catene commerciali, il 1 maggio è aperta e costringe i suoi dipendenti a lavorare. Non appena siamo arrivati di fronte a Eataly, i gestori del punto vendita hanno abbassato la saracinesca e sono stati costretti a chiudere il locale. Una serie di interventi, mettendo in luce le tante ombre del colosso guidato da Oscar Farinetti, ha fatto sì che il presidio rimanesse a lungo piantato di fronte alla saracinesche di Eataly. Non volevano chiudere, ma li abbiamo obbligati a farlo, e questo è già un punto di partenza.

Eataly ha anche sottoscritto un patto con il Miur per diventare l’ennesima azienda legittimata a sfruttare studenti e studentesse in alternanza scuola-lavoro. Nascondendosi, dietro al buon nome del “made in Italy” Eataly promette un’alternanza di qualità. Siamo andati sotto le loro finestre a chiedere dove sia il valore formativo delle esperienze di alternanza che propongono, dove siano le tutele dei lavoratori e l’eticità dell’azienda, dove siano i valori aggiunti ricavabili da un’esperienza didattica. La risposta a queste domande, però, arriva tutti i giorni con lo sfruttamento dei lavoratori e l’applicazione di logiche competitive e aziendalistiche nei percorsi di alternanza, la risposta arriva tutti i giorni e non fa che rendere Eataly una delle tante eccellenze dello sfruttamento.

Eataly è, poi, una delle tante multinazionali che si appoggia alle piattaforme del food delivery e che ha incrementato non di poco i profitti sul territorio da quando non occorre più uscire di casa per poter giovare delle sue prelibatezze, grazie a generose truppe di fattorini che consegnano on demand cibo a domicilio. Eataly, come tutti i piccoli o grandi ristoratori che si associano per propria convenienza alle piattaforme, finiscono per rendersi complici delle condizioni neofeudali in cui si trovano a lavorare i fattorini. Sono considerati collaboratori autonomi, perché basta una app a comunicarti tempi e luoghi di lavoro per mascherare la subordinazione e aggirare le norme vigenti in materia di contratti, salario, sicurezza, tutele e privacy. Lavorano a cottimo o per 5 euro l’ora, senza alcuna tutela in caso di incidenti e senza alcuna partecipazione dell’azienda alla manutenzione delle biciclette, ma ai manager di Eataly questo naturalmente non interessa.

Sanzionare Eataly è stata, infine, l’occasione di mandare un messaggio chiaro a colui che ne è a comando, il renzianissimo Farinetti. Costui, vantandosi della qualità dei prodotti di Eataly e della grande tradizione enogastronomica del nostro paese, in realtà si garantisce profitti annui miliardari grazie allo sfruttamento di lavoro sempre più povero e ricattato. I lavoratori di Eataly sono tutti dipendenti a termine, pagati poco più di 1.000 euro al mese per un contratto full-time, assunti con un contratto e poi demansionati, percepiscono straordinari forfettari e non pagati. L’insistenza mediatica di Farinetti sui dogmi del Jobs Act – la flessibilità assoluta in entrata (apprendistati di sei mesi, che si trasformano poi in contratti a tutele crescenti interrompibili in qualsiasi momento) e in uscita (licenziamenti senza giusta causa) come modello di organizzazione del lavoro parla da sè. Se il Jobs Act doveva aumentare gli occupati, la realtà è ben un’altra: aumentano, come in Eataly, i dipendenti con contratti di 6 mesi, che proprio il Jobs Act ha consentito di prolungare per ben 5 volte in tre anni. L’avanzata di Eataly è la migliore rappresentazione dell’ideologia renziana dell’innovazione, dove innovazione non significa altro che la valorizzazione di merci prelibate e costose, accessibili a una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di lavoratrici e lavoratori.

Dopo l’azione a Eataly abbiamo raggiunto lo spezzone sociale che, nel frattempo, aveva conquistato il palco di Piazza San Carlo. Da lì i rider in lotta hanno preso nuovamente parola, raccontando alle tante persone concentrate in quella piazza lo stato dell’arte delle proprie mobilitazioni e indicando i prossimi appuntamenti.

Con lo spezzone precario, questo primo maggio abbiamo detto chiaramente che non esistono lavoretti, esperienze formative volontarie, vocazioni o collaborazioni occasionali: il nostro è lavoro e come tale va riconosciuto, contrattualizzato, pagato e tutelato. Non siamo più disponibili a lavorare per 5 euro l’ora, senza i diritti e le tutele fondamentali, senza veri contratti di lavoro, come accade non soltanto ai rider ma a un’intera generazione sottopagata; vogliamo un salario minimo per ogni tipo di lavoro, subordinato, a chiamata, a progetto che sia. Non siamo più disponibili a essere considerati collaboratori occasionali e autonomi e assunti a partita iva, quando il nostro lavoro è comandato ed eterodiretto; vogliamo il riconoscimento della subordinazione dove c’è lavoro subordinato. Non siamo più disponibili a percorsi di formazione che si rovesciano in pura estorsione di lavoro gratuito, giustificati attraverso la promessa domani; vogliamo subito ciò che ci spetta, un reddito di base e incondizionato che ci permetta di non dover accettare ricatti, di non dover lavorare gratis o in nero, di non accettare lavori che non vorremmo fare.

Di fronte al tentativo di nascondere il lavoro dietro agli artifici retorici della “flessibilità”, “opportunità”, “lavoretto” e “formazione”, per autodeterminare le nostre vite vogliamo salario minimo, reddito di base, tutele, diritti e investimenti per la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e di tutte le categorie.

Camera del Lavoro – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i precari/e (Clap)

Studenti Indipendenti (SI)

Laboratorio Studentesco (Last)

Ricerca Precaria

Associazione Dottorandi Italiana (Adi)

Manituana – Laboratorio Culturale Autogestione

Foodora: la mobilitazione dei riders arriva in tribunale

 

di Camera del Lavoro Torino – Lavoratrici e Lavoratori Autonome/i e Precari/e

Le mobilitazioni dei fattorini di Foodora, esplose a Torino nell’autunno del 2016, segnarono l’alba di un ciclo transazionale di lotte nel settore del food-delivery, capaci di denunciare le profonde contraddizioni dell’intero sistema della Gig Economy, sospeso tra tecnologie avanzate di organizzazione del lavoro attraverso le piattaforme digitali e condizioni neo-feudali dei lavoratori (paghe a cottimo, assenza delle garanzie minime, arroganza dell’azienda). Quelle lotte hanno saputo catturare l’attenzione mediatica e sviluppare un’indignazione diffusa rispetto allo sfruttamento esasperato a cui i riders sono sottoposti.

A parziali ma importanti vittorie ottenute (in particolare, la paga oraria ha progressivamente sostituito quella a cottimo, pur attestandosi su cifre troppo basse per essere considerate dignitose), seguì una dura reazione da parte dell’azienda, che non rinnovò il contratto ai lavoratori più esposti nelle mobilitazioni e diede avvio a un’attenta gestione del personale e della sua composizione sociale, tesa a neutralizzare un possibile riaccendersi delle iniziative rivolte contro di essa. Oggi quella lotta è arrivata in tribunale, grazie alla perseveranza di quei lavoratori che, seppur licenziati, hanno voluto portare sino in fondo la loro promessa: riscattare le condizioni di sfruttamento acuto a cui i fattorini devono sottostare e conquistare diritti, tutele e contratti regolari nell’ambito del food-delivery.

Già nell’aprile del 2016, durante la prima assemblea autoconvocata, più della metà dei lavoratori stesero una lista di rivendicazioni minime (l’equiparazione del compenso tra Torino e altre città, la convenzione con ciclofficine, l’aumento della paga nei giorni festivi e il rimborso per le spese telefoniche). L’azienda chiuse sin da subito l’apertura di ogni tavolo di trattativa, comminando sanzioni disciplinari (sospensione dai turni) ai lavoratori coinvolti, chiudendo la chat aziendale da cui i lavoratori potevano accedere ai contatti dei colleghi e, d’altra parte, insistendo su un aumento immediato delle assunzioni, con cui fu favorita la concorrenza interna tra i lavoratori e arginato il dissenso interno verso la dirigenza della piattaforma.

I “foodorini” torinesi risposero con un autunno di grandi mobilitazioni, dove si intrecciarono forme di sciopero tradizionali (rifiuto degli ordini e interruzione collettiva delle consegne) a forme invece innovative di sciopero metropolitano e sociale, che puntavano a colpire radicalmente l’immagine pubblica dell’azienda e ad accumulare forza attraverso la partecipazione diretta della cittadinanza solidale.

Guadagnato consenso e protagonismo nel dibattito pubblico, il collettivo dei riders in lotta decise di ricorrere alle vie legali per portare fino a fondo la propria battaglia e attaccare, anche dal punto di vista giuslavorista, le effettive modalità di svolgimento del rapporto di lavoro basate sull’algoritmo, che, trasfigurando un rapporto di subordinazione e di comando in “collaborazione autonoma”, aggira i codici del diritto del lavoro in materia di diritti e di tutele dei lavoratori e di garanzia della privacy.

La prestazione lavorativa dei fattorini del food-delivery riproduce tutte le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Sono infatti tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro decisi dall’azienda e comunicati attraverso la app; quando ricevono un ordine di consegna, devono dirigersi prima verso il ristorante a ritirarlo e poi verso l’indirizzo del consumatore, senza alcun limite all’estensione metropolitana in cui lo spostamento può essere richiesto. I turni, per i quali ciascun fattorino dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori con la discrezione di aumentare o ridurre l’orario della fascia lavorativa a seconda delle proprie esigenze; anche i luoghi di partenza sono predefiniti dall’azienda. A ben vedere, ogni fase del processo lavorativo del rider – dal blocco di partenza, all’ordine ricevuto, alla consegna da svolgere e dunque la conseguente distanza da percorrere tra punto di partenza, ristorante e destinatario – è sottoposto al comando dell’azienda-piattaforma e non concede alcun margine di autonomia al lavoratore.

La paga indegna in questo settore lavorativo (che sia a cottimo o paga oraria fissa) è stata costantemente giustificata, in questi anni, con la retorica che quello del rider sia soltanto un “riempitivo”, un “lavoretto”, un modo per arrotondare. Lo ripetono in continuazione i direttori di Foodora, così come anche i loro avvocati difensori. Tutto al contrario, l’organizzazione dei turni impone una disponibilità costante da parte del lavoratore, costretto a contendersi l’assegnazione dei turni con i suoi colleghi, e trovandosi così in difficoltà a programmare e svolgere serenamente altre attività durante la settimana.

Non contenta di retribuzioni da fame, l’azienda non si fa carico di alcuna tutela circa le condizioni di salute e di sicurezza del rider, giustificandosi attraverso lo statuto autonomo del suo lavoro, che scarica sul lavoratore ogni responsabilità assicurativa e anti-infortunistica. Eppure, i riders sono esposti, nel loro tempo di lavoro, a uno sforzo fisico sfibrante, ai pericoli continui del traffico stradale e a condizioni climatiche e atmosferiche spesso avverse durante l’anno. Le piattaforme, come detto, non garantiscono alcun controllo della salute dei fattorini, alcuna verifica della loro conoscenza del codice stradale, alcuna formazione specifica per la sicurezza sulla strada. Manco a dirlo, non è svolto nessun controllo sull’affidabilità delle bicilette utilizzate, che sono di proprietà del lavoratore e di cui l’azienda si disinteressa completamente. Quando, come purtroppo talvolta accade, il fattorino subisce un incidente, un infortunio, uno stress fisico eccessivo o un danno alla bicicletta, la piattaforma è estranea a tutto ciò, si limiterà a sostituire quel rider con un altro per i successivi turni.

In terzo luogo, la violazione della privacy personale risulta un ulteriore elemento profondamente iniquo nel rapporto di lavoro che lega la piattaforma ai suoi “collaboratori”. L’applicazione attraverso cui è organizzata Foodora richiede l’accesso, infatti, ad alcune informazioni personali depositate nella memoria del cellulare, dalla casella mail sino alla propria posizione. La geolocalizzazione è continuativa durante tutta la durata dell’attività ed è attentamente tracciata dalla piattaforma per valutare la affidabilità e la velocità del lavoratore, costituendo nei fatti uno strumento tanto di sorveglianza, quanto di valutazione e di classificazione dell’efficienza dei lavoratori. La consapevolezza di essere sotto costante osservazione cronometrica spinge il lavoratore a comportamenti spesso pericolosi sulla strada, che ne minacciano la sicurezza, al fine di migliorare i propri parametri d’efficienza ed essere riconfermati nei turni successivi. Se i tratti d’autonomia del lavoratore del food-delivery sono circoscritti alla libertà di segnarsi in questo o quel turno, i meccanismi di controllo e competizione interna per l’assegnazione dei turni sono in realtà così pervasivi da rovesciare quell’autonomia in dispositivo di costrizione continua sulla forza-lavoro.

 

La portata dell’intero ciclo di lotte all’interno del food-delivery, ivi compreso il suo prossimo e decisivo passaggio in tribunale, è, senza eccessi, storica. Si tratta del primo processo, in Italia, alle piattaforme della Gig Economy, che, concedendo iniziali tratti d’autonomia ai suoi lavoratori e mascherando il loro comando tipicamente padronale dietro il funzionamento di un algoritmo, riconfigurano segmenti tipicamente subordinati del lavoro in finte collaborazioni autonome prive di garanzie salariali, tutele, coperture e, ca va sans dire, rappresentanza sindacale. A essere accusata in questo processo non è soltanto Foodora, né soltanto le altre piattaforme del food-delivery che, dopo la ribalta mediatica delle lotte all’interno di Foodora, si sono proposte sul mercato in alternativa a essa, proponendo condizioni di retribuzione e di lavoro leggermente migliori, per poi cancellare pian piano quelle concessioni minime e ripristinare condizioni feudali di lavoro (tra gli altri, è il caso di Deliveroo, che, concessa in un primo momento la paga oraria in alternativa al cottimo di Foodora, ha ora avviato una conversione al cottimo di tutti i contratti dei suoi riders).

Le lotte all’interno di Foodora e delle altre piattaforme hanno avuto, negli ultimi due anni, la grande di forza di attaccare una tendenza generale e crescente delle nuove forme di sfruttamento del lavoro, vale a dire, la trasformazione del lavoro salariato tradizionale in lavoro autonomo on demand, retribuito soltanto per le prestazioni effettivamente elargite (sia una consegna o un qualsiasi altro servizio) e privato dei diritti e delle tutele conquistate storicamente sul terreno del lavoro subordinazione. Le rivendicazioni che, oggi, 6 ex-dipendenti di Foodora portano in un’aula di tribunale sono le rivendicazioni di un’intera generazione che intravede, di fronte a sé, un futuro di “autonomia coatta”, sottopagata, sfruttata, fasulla. La sentenza di questo processo riguarderà tutti i settori della Gig Economy e le condi

 

zioni di lavoro, presenti e future, di tutte e tutti noi.

Mobilitiamoci tutti insieme in occasione di questo processo dalla portata così generale. L’appuntamento è, dunque, per mercoledì 11 aprile di fronte al Tribunale di Torino, alle ore 9, per assistere collettivamente all’udienza in aula e affermare concretamente che in gioco in questa causa, sono i diritti sul posto di lavoro di tutti.

Link dell’Evento

Appunti da Laboratorio. La democrazia è fascista, il dissenso è reato, il precariato è libertà


Dopo la straordinaria mobilitazione popolare di Macerata, si sono moltiplicate in tutto il paese, in queste ultime settimane di campagna elettorale, iniziative antifasciste spontanee, autorganizzate dal basso e piuttosto partecipate, che hanno affermato una posizione chiara e determinata: nessuna agibilità politica e diritto di parola pubblica per le organizzazioni neo-fasciste.

In tale contesto, le forze politiche istituzionali – in primis il Partito Democratico, a capo del governo – hanno prima tentato di vietare e neutralizzare le mobilitazioni (come noto, Minniti fece di tutto per non autorizzare il corteo di Macerata), poi le ha violentemente attaccate e represse, dimostrando una tacita complicità verso l’avanzata delle organizzazioni neofasciste. Queste sono state opportunamente sdoganate sui mass- media, e tutelate dalle forze dell’ordine per consentire il restyilng elettoralistico dell’immagine antifascista delle forze politiche liberali e progressiste. La criminalizzazione dell’antifascismo militante, e i massicci interventi repressivi della Questura nei confronti delle recenti mobilitazioni, si inseriscono dunque nel preciso disegno elettorale di rappresentare i fascisti e gli antifascisti come equidistanti ed egualmente violenti. I principali quotidiani nazionali, le televisioni di Stato, alcun* presunti intellettuali, che forse sarebbe meglio definire giullari di corte, hanno sostenuto la volontà politica istituzionale di combattere il movimento antifascista. Così è cominciato l’attacco mediatico: la tentata strage razzista di Traini è stata narrata come il gesto di un singolo uomo folle di fronte a cui raccogliersi in silenzio, occultando l’origine e la difesa fascista di quell’azione; l’enorme manifestazione di Macerata è stata oscurata poiché non ha fatto alcuna notizia utile alla sua criminalizzazione; le aggressioni fasciste nelle scuole e nelle città sono state taciute e trattate come casi di cronaca; le sollevazioni antifasciste sono state ridotte a guerra fra bande.

Malgrado il clima terroristico e repressivo costruito intorno a noi, le mobilitazioni di queste settimane riflettono la vitalità delle energie antifasciste diffuse sui territori del nostro Paese. D’altro lato riscontriamo e riflettiamo sul riprodursi, anche da parte nostra, di linguaggi, immaginari e pratiche dell’antifascismo – “staniamo Di Stefano!”, “appendiamo i fasci a testa in giù” – troppo settari ed escludenti, spesso legati a prove di forza muscolari, poco aperti alle differenze, in cui non tutt* vi si possono riconoscere facilmente. Questi frenano in più di un caso l’espansività del sentimento antifascista che va accompagnandosi spontaneamente all’avanzata delle nuove destre e si prestano, spesso inconsapevolmente, alle strumentalizzazioni e falsificazioni nell’opinione pubblica. Certamente la prima costruzione mediatica da denunciare e smontare è la strumentale distinzione tra “antifascisti buoni” e “antifascisti cattivi”, classica mossa per dividere e neutralizzare l’antifascismo militante. Queste distinzioni fanno comodo a chi ci vorrebbe divis* e incapaci di rispondere alle provocazioni; ci dispiace che strutture politiche, sindacali e associazionistiche del nostro Paese, pur dichiarandosi antifasciste, non siano disposte a capirlo. Nelle piazze, in questi anni, abbiamo sempre cantato “siamo tutt* antifascist*” e questo è l’unico tipo di antifascismo che riconosciamo e su cui vogliamo insistere a partire dal 5 marzo: quello di tutti e tutte.

In questo clima, una maestra elementare, in piazza con noi a Torino durante il corteo contro Casa Pound, ripresa in diretta tv a denunciare l’operato delle forze dell’ordine, è stata trasformata – anzitutto da Renzi, Corriere della sera e Canale 5, poi seguiti dal governo e dalle principali testate giornalistiche – a emblema dei gruppi antifascisti violenti e sguaiati, costruendo un attacco ad personam senza precedenti con il solo fine di “colpirne una per educarne cento”. In quella piazza abbiamo effettivamente assistito ad una gestione sciagurata dell’ordine pubblico che raramente ci era capitato di vedere: venti minuti di gettate di idrante gratuite e “preventive” contro il corteo appena partito, senza alcuna giustificazione, cui seguiranno decine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche chilometriche. Flavia ha reagito e ha gridato contro la Polizia come tutt* noi, come un migliaio di altre persone in quella piazza, come tanti altri dipendenti pubblici. Eravamo tutt* esasperati di fronte a una carica così violenta e gratuita. A chi si sofferma sulle frasi dette, se anche non le condividesse, suggeriamo di guardare il contesto in cui centinaia di persone stavano gridano quelle stesse cose. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare e di sospensione a danno di Flavia, l’ordine di “licenziamento” pronunciato con arroganza tipicamente padronale da parte di Renzi in diretta televisiva, e il linciaggio mediatico di questi giorni dicono però qualcosa di più oltre alla repressione del movimento antifascista.

La prima riguarda la facoltà di giudicare il comportamento di un insegnante al di fuori del suo servizio. Se la sfera del lavoro e quella del non-lavoro sono oggi confuse l’una nell’altra e di fatto indistinguibili, è perché nel privato non deve esserci spazio per il tempo libero, per lo svago e nemmeno per l’attività politica, ma soltanto per la propria formazione continua e la propria auto-valorizzazione. Tutta la vita deve essere messa a valore, la qualità della nostra prestazione lavorativa, la nostra professionalità devono essere sempre, incessantemente, in cima ai nostri pensieri. L’estensione del lavoro e delle sue esigenze specifiche a ogni ambito delle nostre vite, approfondendo la soglia dello sfruttamento del lavoro, determina così una limitazione della libertà di espressione, azione ed autodeterminazione.

Nel caso specifico, notiamo come l’attacco subito da una maestra da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti si inserisca perfettamente nel modello di scuola aziendale cui puntano le riforme dell’ultimo decennio. La “Buona Scuola”, il potenziamento dei poteri dei presidi e i decreti che ne sono susseguiti mirano, d’altronde, a un disciplinamento mirato del corpo insegnante, moralmente responsabile e politicamente vigilato anche al di fuori del suo contesto professionale e lavorativo. La funzione delle Scuola e università, dunque delle e degli insegnanti, non deve essere quello di sviluppare saperi critici e cittadinanza attiva, tutelando la libertà di espressione di tutte e tutti, ma soltanto quello di obbedire alle leggi dello Stato e di veicolarle senza possibilità di critica. La campagna mass-mediatica contro Flavia ha ripetuto sin da subito, non a caso, come un atteggiamento esplicitamente critico verso gli apparati di Stato, disposti a protezione della propaganda fascista, non sia compatibile con un ruolo pedagogico, invocando la responsabilità morale dell’insegnante al di fuori dell’orario di lavoro. L’immediata richiesta di provvedimento disciplinare proveniente dalla ministra Fedeli e dal segretario del Pd Renzi dimostra come oggi i luoghi della formazione siano sempre meno delle comunità aperte e plurali, sempre più servizi aziendali dove vige la parola dello Stato padre e padrone, che può licenziare i propri dipendenti non appena questi non gli obbediscono.

In questo attacco mediatico ritroviamo, infine, lo stampo sessista che colpisce tutte le donne che non rispettano il ruolo di sottomissione a loro assegnato, non stanno al loro posto, non sono miti, accudenti e composte, ma urlano, si arrabbiano e fanno sentire la loro voce. In particolare, le maestre, lavoro di cura e riproduttivo per eccellenza, non avrebbero il diritto di urlare per strada contro i soprusi polizieschi, ma devono rispettare l’immagine di donna tranquilla e rassicurante, il cui ruolo educativo sarebbe semplicemente quello di assicurare la riproduzione della società così com’è.

Dal segretario Renzi, la gogna mediatica è stata immediatamente recepita dagli esponenti locali del PD. Insieme alla dir poco prevedibile sparata di Stefano Esposito, anche Davide Mattiello, deputato democratico, ha appoggiato la richiesta di provvedimento disciplinare, argomentando che un’insegnante, pur libera di esprimere le proprie idee politiche, è sempre tenuta a rispettare la Costituzione. Se compito dell’insegnate è anche quello di introdurre i ragazzi ai valori della Costituzione, non può essere dunque una buona insegnante colei che ne viola i principi. Un’insegnante che denuncia, con toni forti ed esasperati, l’abuso di violenza da parte delle forze dell’ordine, viene così indegnamente messa sullo stesso piano di un’insegnante che diffonde idee razziste e discriminatorie, come se poi già non ce ne fossero purtroppo moltissimi di casi simili. A chi usa strumentalmente la Costituzione per togliere legittimità all’antifascismo, noi vogliamo chiedere: chi non rispettava la Costituzione giovedì scorso, chi gridava la propria rabbia o la polizia schierata a protezione dei fascisti? Chi non rispettava la Costituzione a Bologna, gli antifascisti o la polizia accorsa a liberare la piazza per Forza Nuova? Chi non rispettava la costituzione, quando le forze dell’ordine minacciano i manifestanti, con insulti sessisti “zecca”, “puttana”, “devi morire”? Perché a restituire una parte della violenza che subiamo costantemente dalle forze dell’ordine e dallo Stato, chi viola la Costituzione saremmo noi?

I media, mentre concedono parola in studio e dirette televisive ai neo-fascisti, considerandoli un partito come gli altri, delegittimano a ogni costo la lotta antifascista, facendola sembrare una guerra tra bande e insistendo sul presunto “fascismo degli antifascisti”. La cosa che ci fa rabbia e che troviamo inaccettabile non è tanto La Repubblica che tuona contro il fascismo quando Forza Nuova sfila sotto la sua sede, né le false lettere dei figli delle forze dell’ordine retoriche e sensazionaliste. Ci fa indignare il fatto che il tritacarne mediatico costruisca questa rappresentazione falsata, viziata da interessi elettorali e di potere ben precisi, sulla pelle di una maestra che grida in piazza contro le ingiustizie e contro i fascismi, che questa persona possa pagare cara la propria indignazione per la malafede di chi, invece di fare informazione, si presta ai soli interessi dei potenti. Ci indigna vivere in un Paese dove a Flavia sono state addossate responsabilità gravissime per il solo fatto di essere finita sotto il tiro della telecamera sbagliata, mentre quotidianamente i fascisti seminano odio seriale e violenza nel silenzio generale, a partire proprio dai luoghi della formazione.

Rilanciamo l’appello, uscito congiuntamente sui siti di Effimera e di Euronomade, in solidarietà per Lavinia Flavia Cassaro, con la convinzione che il suo caso sia paradigmatico di un attacco alla libertà di tutte e tutti e alla democrazia. Ci impegneremo anche noi affinché le istituzioni scolastiche ritirino il provvedimento disciplinare. http://effimera.org/noi-stiamo-con-laviniaee/

Manituana  – Laboratorio Culturale Autogestito

SI – Studenti Indipendenti

LaSt – Laboratorio Studentesco

Sull’articolo della Stampa: di fake news, fango e “giornalismo” di regime

Siamo tutte antifasciste! Siamo tutte Cattive maestre!