22/5 H 16 – Riapriamo il Maria Adelaide!

Riprendiamo dalla pagina dell’assemblea Riapriamo Il Maria Adelaide il lancio della prossima iniziativa pubblica per chiedere la riapertura dell’ospedale. Fai girare l’evento tramite gancio e facebook.

Se non l’hai ancora fatto, puoi leggere e sottoscrivere la proposta tecnica di riapertura clickando qui https://forms.gle/Xw6XAXrhbuojERJS8.

PASSEGGIATA COMUNICATIVA IN QUARTIERE E ASSEMBLEA PUBBLICA PRESSO L’EX OSPEDALE

Il Maria Adelaide è un ex-ospedale in Lungo Dora Firenze, chiuso cinque anni fa per tagli al sistema sanitario. Dopo mesi di mobilitazione e dopo aver scritto un progetto di riapertura sottoscritto da numerosissimi cittadini e medici, la Regione Piemonte continua a non dare alcuna risposta alle nostre sollecitazioni. Ciò è tanto più grave in quanto nella nostra regione assistiamo ad una campagna vaccinale fortemente mediatizzata,ma al contempo non ci sono progetti di riforme strutturali o di modello.

Siamo convinti che la pandemia abbia dimostrato con forza che il diritto alla salute passa per il potenziamento del sistema sanitario territoriale, e in questa direzione si muove la nostra proposta.Oltre a denunciare con forza le mancanze della Regione Piemonte verso la popolazione, e in particolare nei confronti delle fasce popolari su cui più fortemente si scarica il peso della crisi sanitaria, pensiamo sia giunto il momento di inquadrare la nostra lotta in un’analisi più generale. Constatiamo infatti che, nonostante i rumorosi proclami, le politiche che stanno venendo messe in campo dalle istituzioni italiane ed europee dimostrano ancora una volta di andare nella direzione sbagliata: quella che subordina la cura al profitto. La campagna vaccinale sta producendo fatturati miliardari per il sistema farmaceutico, vincolata all’interesse economico prima che a quello della prevenzione. Il personale sanitario permane in una situazione di eccesso di lavoro o precarietà strutturale. Non è stato organizzato un piano reale di potenziamento della sanità territoriale. Non è bastato dunque il disastro pandemico a cambiare la linea delle politiche sanitarie degli ultimi venti anni, nonostante ne abbia dimostrato il fallimento completo.È in questo quadro che si inserisce il Global Health Summit di Roma di venerdì 21/05. L’Europa e l’Italia puntano fortemente su quest’evento per rilanciare la propria immagine e la propria credibilità, messe pesantemente in questione dal disastro socio-sanitario dell’ultimo anno di pandemia. Eppure queste sono le stesse istituzioni che non stanno dando alcun riconoscimento alla nostra causa e a tante mobilitazioni popolari in tutta Italia che pretendono una sanità pubblica, gratuita, universale e umanizzata.

Sull’esempio della Manifestazione nazionale contro il Global Healt Summit (shorturl.at/bAF14) pensiamo quindi che, di fronte ad un grande evento che si chiude a riccio rispetto alle esperienze concrete di riflessione e trasformazione del sistema della cura, sia necessario allargare la riflessione, connettere le esperienze e le lotte per renderle più incisive. Il Maria Adelaide è un passo nella direzione di una gestione della cura popolare, di rottura rispetto alla messa sua profitto attuale: una gestione che si fondi su un nuovo concetto di salute universale, che risponda alle richieste di una sanità territoriale pubblica e gratuita, che affermi il #noprofitonpandemic, che preveda un piano di massicce assunzioni a tempo indeterminato, l’internalizzazione dei precari e l’azzeramento degli appalti nella sanità pubblica.È necessario battersi perché la Regione Piemonte ascolti finalmente i bisogni della popolazione, e al contempo iniziare a lavorare per una gestione della cura radicalmente diversa, realmente popolare.

Per questo motivo con grande entusiasmo chiamiamo un pomeriggio di mobilitazione sul tema della salute: ci troveremo alle 16 in piazzetta Pisa (via Pisa angolo via Catania) per muoverci con una passeggiata verso il Maria Adelaide, con la volontà di comunicare con il quartiere le nostre ragioni e le nostre lotte. Una volta giunti presso l’ex ospedale inizierà un’assemblea pubblica in cui ci confronteremo sui problemi del sistema sanitario, sulle lotte che attualmente lo attraversano, sulla sua incompatibilità col sistema di profitto cui è attualmente sottoposto: saranno infatti presenti diverse realtà e soggetti che si occupano di salute, diritti, benessere sociale.Denunciamo le mancanze della Regione Piemonte, riapriamo il Maria Adelaide!

Assemblea Riapriamo il Maria Adelaide

Sul Maria Adelaide. Salute, emergenza sanitaria e cambiamento sociale.

Oggi 7 aprile ricorre la giornata mondiale della salute.
Una ricorrenza che la pandemia di covid19 carica di significati e riflessioni sempre più urgenti. Riflessioni che sentiamo l’esigenza di condividere e rilanciare.

Mentre le ex Officine Grandi Riparazioni vengono trasformate in “ospedale da campo” con 100 nuovi posti letto di terapia intensiva e si ipotizza di fare lo stesso al Lingotto, assistiamo all’esplosione delle tante contraddizioni accumulate dal sistema sanitario regionale negli ultimi decenni.

Partiamo dall’Amedeo di Savoia, ospedale che avrebbe dovuto essere chiuso e che ora invece è diventato la “prima linea” contro l’epidemia per tutta la provincia. All’Amedeo è stato individuato il paziente 1, vengono praticati circa la metà dei test virologici dell’intera Regione e sono stati velocemente raddoppiati i posti letto, raggiungendo quota 100, come alle OGR. Come hanno titolato molti giornali, l’ospedale di corso Svizzera avrebbe, in teoria, dovuto essere chiuso, causa tagli e razionalizzazioni, con molti reparti già trasferiti ed altri in fase di trasferimento. Per fortuna il processo di smantellamento non è stato portato a termine nei tempi previsti e alla città è rimasto un presidio fondamentale, anche nella lotta contro il coronavirus.
È bene ricordarsi che se l’Amedeo di Savoia è ad oggi aperto è solo grazie ad un caso fortuito.

Spostandosi un po’ a sud il nostro sguardo è finito rapidamente sul Maria Adelaide.

Foto dall’internet

Nonostante in queste settimane le attività di Manituana siano state sospese, non abbiamo abbandonato il quartiere in cui tanti e tante di noi abitano, vivono e lavorano. Soprattutto, non abbiamo dimenticato le contraddizioni che il quartiere continua a vivere e che l’emergenza sanitaria ha fortemente acuito. Su tutte, la mancanza di un presidio sanitario importante.

La riapertura dell’ospedale, in queste settimane, è stata chiesta da quegli stessi politici che ne auspicavano la vendita (si parla di febbraio 2019, la chiusura risale al 2016) in cambio di pochi milioni di euro da investire in apparecchiature mediche.

La sua chiusura, contrastata tanto dal personale sanitario che ci lavorava quanto dai cittadini, rappresentò un perfetto esempio di svendita del patrimonio sanitario pubblico per far cassa e favorire la concentrazione dei servizi sanitari nel mastodontico progetto di Città della salute.

Il tutto con il patrocinio di quel centrosinistra che ora rilancia petizioni per chiederne la riapertura, alimentando ancora una sterile polemica, circoscritta a soli membri di partito. Difficile distinguerli dalla controparte, il centrodestra di Alberto Cirio.

Pensiamo per esempio all’ospedale di Verduno, aperto in un tripudio mediatico, senza far alcun cenno ai limiti strutturali, già stati affrontati sulle pagine dell’Espresso nel 2013, e la cui costruzione e apertura a beneficio di telecamere difficilmente potranno risolvere i problemi della sanità del basso Piemonte, falcidiato dalla chiusura, ad esempio, dell’ospedale di Alba, passata invece sotto silenzio.

Lo stesso si pensi anche per il Maria Adelaide, la cui riapertura è stata infine rilanciata (e dire che per la maggioranza in consiglio regionale non era fattibile fino alla settimana scorsa!) per accogliere in via emergenziale le persone senza fissa dimora positive o malate di covid19, dopo che i dormitori comunali, in condizioni di rischio per operatori e operatrici oltre che per ospiti, hanno fatto da incubatori del contagio. A emergenza finita cosa accadrà a queste persone? Verranno ributtate in strada a tirare a campare? E cosa accadrà del Maria Adelaide? Verrà richiuso?

Il nostro Paese si è trovato a dover affrontare un’emergenza sanitaria devastante e improvvisa. Il cigno nero che si pensava inesistente si manifesta ancora oggi e il sistema sanitario si è trovato per quasi un mese tutt’altro che pronto a fronteggiarlo.
Di fronte a questa situazione, è quanto mai necessaria un’analisi critica che sappia chiarirne le responsabilità politiche: essa è pura e semplice conseguenza di come sono state gestite fino ad adesso la formazione del personale, gli investimenti nella ricerca di base, l’organizzazione, o meglio la distruzione, del comparto sanitario e delle sue strutture.

Seguendo una logica improntata alla razionalizzazione, all’economicità, alla sistematica demolizione di un sistema sanitario che è frutto delle lotte sociali del passato siamo arrivati a dover contare un impressionante numero di morti e malati, anche e prima di tutto tra il personale sanitario, di persone colpite nella propria salute fisica e psicologica, nei propri affetti, come mai avremmo pensato fosse possibile.

Su tutto pesa l’egoismo di quei decisori politici che piangono miseria e rivendicano azioni dovute e tardive come se fossero grandi atti di eroismo.

Non possiamo inoltre non guardare con disgusto alla santificazione di quel personale medico sanitario nella realtà è invece fondamentalmente abbandonato a se stesso nella gestione della crisi. Se c’è qualcosa nell’epidemia che assomiglia ad una guerra è il trattamento riservato a chi si trova ad operare in condizioni di grave depauperamento: li chiamano eroi mentre li mandano al macello.

Puntiamo dunque il dito contro chi per anni ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, riducendo il personale e rendendolo precario, tagliando gli stipendi, chiudendo strutture all’avanguardia e presidi territoriali, disinvestendo e stornando fondi essenziali. Semplicemente, non sono state ascoltate le voci di chi metteva in guardia dal liberalizzare e introdurre dinamiche aziendali in uno dei sistemi sanitari migliori al mondo.

Uno striscione sul Maria Adelaide, un paio di settimane fa

Tornando al Maria Adelaide, chiediamo con forza che esso venga riaperto e non solo rispetto alla situazione emergenziale. Vogliamo che torni a fornire prestazioni mediche essenziali e di qualità, nell’ottica di riattivare presidi sanitari diffusi sul territorio.

Inoltre, vorremmo riuscire ad ampliare la riflessione e guardare alla pandemia non come una crisi momentanea, ma come un evento che si ripeterà: quante ondate di ritorno del Covid-19 avremo, o quali nuove malattie ci troveremo ad affrontare?

La situazione in cui ci troviamo oggi non è un caso o una fatalità ma è diretta conseguenza di quanto fatto e deciso in passato, errori che non dovremo più ripetere in futuro.

Cosa ci dice questa crisi del nostro presente?
Stanno emergendo in maniera sempre più drammatica le condizioni insostenibili in cui versano le persone disabili e i loro familiari, le donne che vivono situazioni di violenza domestica e i loro figli e figlie, le persone affette da disturbi psicologici e psichiatrici o da patologie pregresse.

Tutte situazioni che non si risolveranno col finire della crisi, ma che anzi andranno ad aggravarsi ed esploderanno, trascinando con sé altri nuclei familiari.
Inoltre, la sospensione di moltissimi esami di screening, dei controlli e servizi di routine, come impatterà sul sistema sanitario?

Passata l’emergenza ci si troverà di fronte ad un sovraccarico generale del già precario e oberato SSN e di chi vi lavora e, senza un’accurata prevenzione, moltissime persone si troveranno ad affrontare malattie diagnosticate in ritardo.
Tutto questo richiederà, come minimo, che le strutture predisposte per la pandemia da Coronavirus rimangano aperte e vengano implementate e rafforzate.

Ma non sarà sufficiente. La dura messa alla prova del SSN e la velocità con cui invece si sono moltiplicati posti letto indicando chiaramente che dopo l’emergenza non sarà possibile continuare con le politiche di tagli e chiusura degli ospedali, ma si dovrà invece intraprendere la strada opposta. Anche mantenendo e riaprendo i presidi diffusi sui territori.

Non ci si potrà più nascondere dietro la creazione di grandi poli sanitari, fondamentali ma non sufficienti a rispondere alle esigenze della popolazione. La prevenzione e la cura diffusa saranno strumento indispensabile per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute, sia fisica che psicologica.

A prescindere dall’appartenenza politica poi,  sia il centrodestra che il centrosinistra continuano a operare nell’ottica dell’emergenza, accentuando i toni propagandistici e distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo, contestualmente alla richiesta di riaprire l’Ospedale Maria Adelaide, vogliamo sottolineare l’importanza che rivestono gli ospedali delle Valli e nelle piccole cittadine, da anni sotto attacco e che in alcuni casi sono stati chiusi. La creazione di poli di eccellenza non può più escludere il mantenimento di strutture sui territori, che non vanno abbandonati a se stessi


Oltre a voler prendere parola, vorremmo che si avviasse un confronto pubblico, ora necessario più che mai. I tempi e i modi di questo confronto sono ancora tutti da immaginare, e vorremmo immaginarli insieme.

Abbiamo appreso infatti con preoccupazione delle dichiarazioni del Presidente della Regione sulle nuove restrizioni che intenderebbe porre in essere. Ad Alberto Cirio, il 25 marzo e ancora a inizio aprile, è bastato un giro in macchina per confermare la sua sensazione. “Venendo a Torino ho visto ancora troppa gente in giro”.

Ci chiediamo fino a quando si vorrà dispiegare l’esercito nelle strade, al netto di tutto attraversate da persone che, com’era prevedibile, sono attente al rispetto del distanziamento sociale, essenziale nella fase iniziale di ogni epidemia per tutelare la salute propria e delle e dei propri cari.

E fino a quando si vorrà ricorrere ai contatti personali tra politici, imprenditori e militari?
Ricordate le mascherine prodotte dalla Miroglio di Alba grazie all’intervento del governatore? Nei reparti ospedalieri non si sono viste. E la realizzazione dell’ospedale da campo alle OGR, frutto di un accordo personale tra il governatore e il genio dell’aeronautica militare?

Chi governa la crisi procede secondo i propri gusti personali, ansioso di farsi notare e senza capacità di pianificare e coinvolgere la popolazione e chi lavora in ambito sanitario.

Cittadine e cittadini, così come medici, infermieri, operatori e personale sanitario, che, nonostante chiedano maggiore attenzione e più investimenti nella sanità pubblica, sia in ottica emergenziale che per il futuro, non ricevono risposte.

I vari piani di realizzazione della Città della salute vanno nella direzione di una sanità sempre più concentrata geograficamente, a scapito dei servizi territoriali. La sanità viene venduta pezzo a pezzo alle fondazioni private per le quali la salute è una merce e che in queste settimane cercano di ingraziarsi il favore del pubblico mettendo a disposizione qualche posto letto. Il libero accesso alle professioni sanitarie è ancora contingentato dal numero programmato, che non viene messo in discussione nonostante sia evidente la logica autodistruttiva, classista ed elitaria alle sue origini.

Quando invece si interverrà per aprire nuove assunzioni, nuovi presidi sanitari sul territorio, nuovi e più larghi criteri di reclutamento del personale, la fine delle esternalizzazioni dei servizi e la fine della precarietà?

L’interno del Maria Adelaide in uno scatto di Samuele Silva

Non possiamo accettare che una tematica così importante e così sentita nel nostro quartiere, nella nostra città e nella nostra regione venga ancora ignorata.
Non si possono più avallare la dismissione e poi la svendita – o peggio ancora, l’abbandono- di ospedali come il Maria Adelaide, ad oggi chiuso ma per cui, oltretutto, si spendono decine e decine di migliaia di euro l’anno per il servizio di vigilanza di un edificio vuoto.
Crediamo che non si possa risolvere un problema che ha visto l’attivazione – anche se per ora comprensibilmente confinata alla sfera del digitale – di migliaia di persone, con qualche dichiarazione di parte.

Le reazioni a caldo dei politici sull’opportunità e sulla fattibilità non bastano. Anche alla luce dell’emergenza sanitaria in atto crediamo sia necessario ripensare il coinvolgimento della popolazione su questo tema.

Non possiamo più pensare di delegare a una ristretta cerchia di membri di partito il dibattito. Questo dev’essere portato a tutti i livelli della società. Il confronto pubblico che chiediamo va in questa direzione: le decisioni sulla sanità devono tornare patrimonio pubblico e non possono più essere subite in silenzio senza potervi incidere né partecipare.

Se le competenze tecniche sono essenziali è altrettanto essenziale che quelle competenze vengano condivise e che favoriscano una presa di parola e riflessione collettiva.


Le politiche sanitarie, intese come parte dell’organizzazione della società, devono tessere patrimonio della comunità. Questo è il nostro invito: con ogni mezzo possibile e necessario, prendiamo collettivamente parola per ogni servizio sospeso, per ogni ospedale chiuso!